Una comunità che si è ‘risvegliata’ grazie alla candidatura del suo dirigente più giovane in Veneto divenuto ‘linea del Piave’. Un partito in esaurimento (nervoso) senza più linea, disciplina, gerarchia, fors’anche logica. Attorno a queste due forze centripete si muove la Lega di Matteo Salvini, quando manca circa un anno e mezzo alle elezioni politiche. Uscita malconcia dalle Regionali marchigiane (7,4 per cento), si è difesa al Sud, con il voto calabro (9,40 per cento) e, dopo mesi di logoranti trattative, ha ottenuto il via libera dagli alleati di centrodestra alla corsa del 32enne vice di Salvini, Alberto Stefani da Borgoricco, alla poltrona che è stata per 15 anni del ‘Doge’ Luca Zaia.

Il ‘tradimento’ di Salvini
La trattativa è stata estenuante perché, condizione che Giorgia Meloni ha messo sin dall’inizio, ha comportato una dichiarazione in cui il segretario leghista si è impegnato a riconoscere il “diritto” a esprimere il candidato a Palazzo Lombardia al partito risultato primo nella consultazione nazionale antecedente al voto (quindi le Politiche, se in Lombardia si vota a scadenza nel 2028; le Europee, se si vota in anticipo nel 2027). Insomma, una “condanna a morte” per i leghisti lombardi e una cessione a Fratelli d’Italia della Regione dove la Lega di Umberto Bossi è stata fondata. Possibile che il lombardo Salvini abbia potuto tradire in questo modo i suoi? La verità è che, con la forza della lista Zaia, la Liga poteva minacciare di correre da sola contro gli altri partiti del centrodestra alle Regionali venete del 23 e 24 novembre. E quindi Meloni ha dovuto accontentare Salvini. Mentre in Lombardia il partito di via Bellerio non ha una forza che permetta tale minaccia. Quindi: meglio prendere il Veneto subito e poi la Lombardia si vedrà. La gioia e l’entusiasmo che stanno accompagnando la candidatura di Stefani sono, quindi, state ‘temperate’ dalla delusione sul futuro dei lombardi, destinati a perdere la Regione che guidano dalla vittoria di Roberto Maroni nel 2013.

La rivolta di Romeo contro FdI
Per la campagna di Stefani si sta mobilitando tutto il partito. I manifesti e la comunicazione erano già pronti da settimane e il lancio sarà in grande stile al PalaGeox di Padova con Salvini e Zaia mercoledì sera. L’entusiasmo dei leghisti, anche lombardi, è sincero. Ma contro la prospettiva di ammainare la bandiera del Pirellone con tanto anticipo si è espressa tutta quella fazione leghista che fa riferimento al segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo. Il baldo Max si è schierato contro FdI, ricordando come Ignazio La Russa, pur al 4 per cento, in passato si desse da fare “sbraitando” per cercar posti in Lombardia. Ma dovrebbe prendersela più con il suo segretario federale. Perché è stato proprio Salvini a fare quella dichiarazione che lui, Romeo, da bravo capo lombardo, si è rifiutato di fare, malgrado il meloniano Giovanni Donzelli abbia insistito a lungo. Perché, alla fine, le mosse di Salvini rispetto a queste candidature sono state lo specchio dell’esito dei congressi regionali fatti in questi anni.

Lo sgambetto a Zaia
In Veneto è riuscito a imporre il suo candidato, Stefani, appunto, che era commissario uscente. In Lombardia, ha dovuto accettare la candidatura di Romeo, chiedendo un passo indietro al suo candidato, che non aveva i numeri, il coordinatore dei Giovani, Luca Toccalini. Allora perché non rompere il giocattolino a Romeo, impedendogli di arrivare al suo vero obiettivo, ovvero Palazzo Lombardia? Di carattere abbastanza permaloso, nella sua storia politica, il capo leghista ha mostrato di avere la tendenza a non dimenticare quelli che considera ‘sgarbi’ dei compagni di partito. Un altro da punire sembra essere Zaia. A inizio estate, il governatore veneto, sempre prudente ma spesso portavoce dei ‘distinguo’ dell’ala nordista del partito, era riuscito a ottenere il via libera di FdI alla modifica della legge sul blocco del terzo mandato, che gli avrebbe consentito di correre nuovamente per Palazzo Balbi. Ma, riferiscono fonti a lui vicine, Salvini non è stato così convincente nell’appoggiare la sua battaglia e, non appena è partita la ‘moina’ di FI contraria alla modifica, ha trovato una scusa per tirarsi indietro. Poi c’è stata la questione della Lista Zaia. Gli alleati di FI e FdI erano contrari all’ipotesi di aprire alla presentazione di questa lista che avrebbe potuto ‘svuotare’ le loro. E Salvini non ha insistito.

L’ultimo sgarro: no al nome del Doge nel simbolo
Ma lo sgarbo più grave a Zaia è recente e riguarda l’inserimento del suo nome nel simbolo della Lega per le Regionali. Raccontano nella Lega che nelle scorse settimane Stefani abbia fatto vedere a Salvini una proposta di simbolo fatta preparare dal governatore uscente. E che questi si sia lamentato perché il nome di Zaia era troppo grande e perché i colori non erano quelli tradizionali della Lega. Il Doge non ne ha poi più saputo nulla. Dopodiché, durante il vertice di maggioranza sulle candidature, rivela un pezzo grosso di FdI, Salvini avrebbe proposto agli alleati di non mettere il nome nel simbolo della Lega. Sarebbe anche uscito dalla stanza e avrebbe fatto finta di telefonare a Zaia. Una volta rientrato pare che abbia assicurato che per il governatore veneto era tutto ok: gli sarebbe andata bene così. Peccato che Zaia non abbia mai ricevuto questa telefonata, sostiene la stessa fonte. E ora minacci di non correre più come capolista in Consiglio regionale. Nessuno nella Lega crede che Zaia arrivi a fare una cosa simile (significherebbe uscirne) ma le ricostruzioni rendono una immagine dello stato dei rapporti nel partito. Tanto più che, per esempio, in Campania, la Lega correrà con il nome del candidato di FdI alla presidenza nel simbolo, ‘Cirielli presidente’. Insomma, la Lega è diventata un partito che mette nel simbolo il nome di un candidato di Fratelli d’Italia, che peraltro ha scarse possibilità di vincere. Ma rifiuta di mettere quello del governatore leghista più popolare, eletto con oltre il 75 per cento dei voti cinque anni fa.

In Toscana qualche leghista tifa contro
Scelte che sembrano animate unicamente da vecchi e nuovi rancori, prive di logica politica, ma soprattutto elettorale, e che danneggeranno l’intero partito. Ma ormai è più importante affossare i nemici anche se cadendo fanno affossare anche te. Infine, sempre a proposito di gente che affossa, buona parte della vecchia guardia del partito attende con ansia l’esito del voto toscano. E se i risultati confermeranno i sondaggi che danno la Lega attorno al 4 per cento, nella prima prova di Roberto Vannacci come coordinatore della campagna, al Nord ci sarà qualcuno che stapperà più di una bottiglia. Mai si era vista tanta gente contenta di far perdere voti alla propria formazione politica. Succede quando si è tutti contro tutti e non decide nessuno.
