Obiettivo chiudere entro i primi giorni di marzo. La settimana che si apre potrebbe essere cruciale per il destino di un’altra riforma che la maggioranza di centrodestra vuole portare a casa al più presto, oltre a quella della giustizia. Prima del referendum confermativo del 22-23 marzo, il centrodestra intende avviare l’iter per cambiare la legge elettorale.
L’obiettivo è sganciare la riforma elettorale dell’esito referendario
L’accelerazione è stata decisa lunedì scorso, nell’ultimo vertice tra i leader del centrodestra. E la motivazione politica è sostanzialmente quella di voler ‘sganciare’ la modifica della legge elettorale dall’esito del voto referendario, qualunque esso sia. «Non vorremmo dare l’idea di cambiare la legge perché, deboli, abbiamo fretta di andare al voto dopo aver perso il referendum», è il ragionamento. «Né, d’altra parte, di modificarla perché, con la vittoria del sì, vogliamo forzare».
Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Il centrodestra vuole disinnescare le minacce del Rosatellum
Il testo va presentato prima, quindi. Tema non certamente appassionante per il grande pubblico, la modifica del sistema di voto è in realtà cruciale per il panorama politico futuro perché potrebbe addirittura cambiare l’esito delle elezioni dell’anno prossimo, favorendo uno schieramento rispetto all’altro. Ed è proprio per disinnescare le minacce del Rosatellum, soprattutto nei collegi uninominali del Sud dove il centrosinistra unito potrebbe avere la meglio, che la maggioranza lavora a un superamento dell’attuale legge elettorale. L’idea è di chiudere a breve e presentare una proposta – è sufficiente una legge ordinaria – in entrambe le Camere per poi valutare in seguito dove far partire l’iter parlamentare.
Elezioni politiche del 2022 (Imagoeconomica).
L’ipotesi di inserire il leader di coalizione nel programma
L’impianto della legge sarà proporzionale con un premio di maggioranza che scatterebbe se una coalizione raggiungesse il 40 per cento dei voti. Il premio però non farebbe ottenere automaticamente il 55 per cento dei seggi ma garantirebbe ai vincitori 70 posti alla Camera e 35 al Senato. Per quanto riguarda le soglie di sbarramento si starebbe valutando di mantenere quelle attuali: 3 per cento per le liste singole, 10 per cento per chi è in coalizione. Non dovrebbero passare le preferenze, tanto care a FdI, mentre una novità delle ultime ore sarebbe l’obbligo di introduzione dell’indicazione del leader della coalizione, non sulla scheda elettorale, ma nel programma con cui la coalizione si presenta agli elettori. Una clausola contenuta nel Porcellum, con cui si votò nel 2006 quando Romano Prodi sconfisse Silvio Berlusconi. Ma che questa volta potrebbe portare difficoltà al centrosinistra, diviso sulla scelta della leadership, costringendolo a fare le primarie di coalizione.
Romano Prodi e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).
La proposta di ballottaggio e la contrarietà della Lega
Infine, altra novità di cui si starebbe discutendo è un meccanismo che prevederebbe il ballottaggio: il secondo turno scatterebbe se due coalizioni non arrivassero al 40 per cento ma superassero il 35. Ma non tutti gli alleati sarebbero favorevoli a questo meccanismo. La Lega, per esempio, è tradizionalmente contraria. Così contraria che, un anno fa, presentò un emendamento al decreto elezioni in cui proponeva di eliminare il secondo turno per chi non avesse raggiunto il 40 per cento alle Comunali.
Zaiastan, ultimo atto. Con il voto regionale veneto si chiude l’era di Luca Zaia a Palazzo Balbi: 15 anni di dominio incontrastato del Doge originario della provincia di Treviso, divenuto bandiera del buon governo leghista, riconfermato con percentuali ‘bulgare’ negli ultimi anni (77 per cento nel 2020) e in cima alle classifiche dei governatori più amati d’Italia. Cosa resta dell’impero con il simbolo del leone alato che avrebbe conosciuto un Zaia IV se gli alleati di centrodestra non avessero bloccato la legge che impone un limite ai mandati? Sarà la storiografia regionale a cercare di delineare un bilancio equo di questi anni di governo. Ma, contrariamente al senso comune, quello che la cronaca politica racconta non è del tutto lusinghiero nei confronti del governatore uscente. Insomma, se si frequenta il popolo leghista si respira anche un po’ di delusione nei confronti dell’imperatore veneto.
Luca Zaia (Imagoeconomica).
L’attaccamento alla poltrona e le altre accuse rivolte al Doge
In primo luogo, l’estenuante trattativa per eliminare il limite dei mandati ai governatori, sulla quale il pressing di Zaia è stato martellante per mesi, ha finito in un certo qual modo per logorare la sua immagine e farlo apparire come un politico «attaccato alla cadrega». E questo si legge nei commenti sui social di Zaia, si respira alle feste leghiste e negli appuntamenti elettorali. C’è poi chi è deluso da anni e incolpa Zaia di non aver preso in mano il partito dopo le defaillance accusate, una dopo l’altra, da Matteo Salvini a partire dall’estate del Papeete del 2019. La mancanza di coraggio nel chiedere un cambiamento della leadership e la mancata assunzione di responsabilità sono tra le critiche che vengono più spesso mosse al governatore uscente. La delusione è particolarmente cocente tra i militanti lombardi, cioè tra coloro che pagheranno con il sacrificio della consegna della Regione a Fratelli d’Italia l’aver mantenuto una candidatura leghista in Veneto.
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Il nodo dei fondi per la campagna elettorale
Non è tutto oro quello che luccica neanche sul Canal Grande. Perché, anche in Veneto, c’è chi critica il Doge. Diversi leghisti, per esempio, raccontano di un governatore diventato ormai «una macchina taglianastri», presente a tutte le inaugurazioni e agli eventi, ma largamente assente in Consiglio regionale. E poi, sottovoce, c’è chi racconta del conto corrente aperto dal candidato Zaia, capolista della Lega in tutte le province. Un conto corrente dal quale non sarebbe transitato un euro. Insomma, anche stavolta – è il commento malizioso – Zaia si sarebbe «pagato la campagna elettorale con i soldi del partito». Ed ecco che si torna alle previsioni sull’esito del voto. Qualunque sia il risultato, sarà difficile cancellare la delusione che ha suscitato il governatore in parte dell’elettorato leghista e dei corpi intermedi del partito. La sfida di superare le 100 mila preferenze e vincere il derby interno con Fratelli d’Italia sulle percentuali viene vista sempre più ardua da diversi esponenti di spicco della Lega.
Luca Zaia e il leoncino alato (da Instagram).
Il piano di una Lega del Nord dipende anche dal risultato alle urne
Insomma, il Doge di recente non sembra averne azzeccata una: prima la battaglia sul terzo mandato poi quella sulla lista civica a suo nome. Ora si vedrà se vincerà la battaglia dei numeri in un contesto in cui l’affluenza si preannuncia scarsa, poco premiante per tutti. La percentuale che riuscirà a far ottenere alla Lega – in difficoltà dopo il boom di Fratelli d’Italia che in regione ha sfiorato il 38 per cento alle Europee – potrebbe influenzare anche un altro progetto di Zaia, ovvero l’annunciata costituzione di una sorta di Lega del Nord, federata con quella nazionale di Salvini, sul modello della Csu-Cdu tedesca. È chiaro che se il governatore uscente farà incetta di voti, potrà rivendicare nuovi ruoli e una nuova fisionomia per il partito. Altrimenti, tutto sarebbe più complicato. Si tratta di un ragionamento che Zaia ha fatto con i militanti in diversi momenti della campagna elettorale, viene riferito da fonti leghiste.
Luca Zaia (Imagoeconomica).
Il sushi con i colleghi Fontana, Fedriga e Fugatti
In questo senso va visto il pranzo con i colleghi governatori organizzato, mercoledì, al ristorante giapponese Aki, al 17esimo piano della torre di Mestre. Al tavolo con Zaia, il lombardo Attilio Fontana, il presidente del Friuli Venezia-Giulia Massimiliano Fedriga e il trentino Maurizio Fugatti. Tutti all’ultimo mandato senza possibilità di rielezione a parlare di identità e riappropriazione delle storiche battaglie della Lega incentrate sui territori. La rivoluzione padana al gusto sushi.
Dopo mesi di assedio e tiro al bersaglio, si riprende fiato al 35esimo piano di Palazzo Lombardia. Oggetto di assalto alleato, quasi quotidiano, negli ultimi tempi, la presidenza leghista di Attilio Fontana è tornata a godersi il panorama, tra i più belli di Milano. Nelle giornate più limpide Roberto Maroni mostrava con orgoglio a chiunque entrasse nel suo ufficio la spettacolare vista sul Monte Rosa.
Attilio Fontana (Imagoeconomica).
Tutte le grane (alleate) di Fontana
Fontana rifiata e cerca di dimenticare le rivendicazioni di Alessandro Sorte che chiedeva con insistenza una maggiore rappresentatività di Forza Italia in Giunta. Ma soprattutto vorrebbe non assistere più alle picconate di Fratelli d’Italia e di Romano e Ignazio La Russa, che in ogni modo hanno provato a fare pressing per ottenere le sue dimissioni anticipate e piantare la bandierina di FdI in Regione. È ormai un ricordo lontano la cena organizzata dal capo delegazione a Strasburgo, Carlo Fidanza, in cui tutte le fazioni lombarde del partito di Giorgia Meloni si erano riunite allo stesso tavolo attorno alla sorella della premier. È bastato che Matteo Salvini, in cambio del via libera alla corsa del leghista Alberto Stefani in Veneto, firmasse una dichiarazione in cui si impegnava a riconoscere a FdI il diritto a esprimere la candidatura alle prossime Regionali lombarde e il partito della premier è esploso.
Marco Osnato, Attilio Fontana e Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Le grane lombarde: dalle dimissioni di Mazzali all’affaire Picchi
L’assessora al Turismo Barbara Mazzali, un tempo vicina e ora invisa a Daniela Santanchè, si è dimessa. E al suo posto è stata indicata dal partito Debora Massari, figlia del pasticcere star Igino, ritenuta vicina a Arianna Meloni. Mazzali quindi tornerà al Pirellone, dove Giorgio Bontempi deve lasciare per farle spazio, mandando in subbuglio FdI nella provincia di Brescia.
Barbara Mazzali (Imagoeconomica).
Ma sulla bocca di tutti resta soprattutto l’affaire Picchi. La sottosegretaria in quota FdI allo Sport è finita nel mirino delle opposizioni per aver condiviso sui social un video con spunti no vax pubblicato dal segretario Usa alla Salute, Robert F. Kennedy jr. Il Pd ha quindi presentato al Pirellone una mozione di censura nei suoi confronti, che – coup de théâtre – è stata approvata grazie ai voti di 19 franchi tiratori del centrodestra. Un numero di defezioni troppo alto perché non vi fossero esponenti di ogni partito di centrodestra, compresa una parte di FdI, che non avrebbe gradito il benservito dato da Picchi alla collaboratrice di La Russa, Roberta Capotosti. L’incidente d’Aula si è consumato a inizio mese, il giorno dopo una riunione del gruppo con Arianna Meloni e il responsabile organizzativo Giovanni Donzelli. Fontana però, nonostante le polemiche dell’opposizione e le nuove accuse di conflitto di interessi indirizzate alla meloniana, ha deciso di ignorare il voto del Consiglio e mantenerla al suo posto. Per ora il caso è stato congelato, ma alla fine è probabile che Picchi dovrà dimettersi.
Ignazio La Russa e Federica Picchi (Imagoeconomica).
Nella rosa dei candidati alla Presidenza spunta Butti
Dopo tutti questi episodi – secondo fonti qualificate della maggioranza – un altro meloniano che rischia la poltrona è il coordinatore lombardo di FdI, Carlo Maccari. Alcune indiscrezioni riferiscono poi dell’ipotesi di una candidatura alla Presidenza del sottosegretario all’Innovazione, il comasco Alessio Butti. Mentre sarebbero in discesa le quotazioni di Fidanza e del presidente di Coldiretti Ettore Prandini. Intanto in via Bellerio si sfregano le mani, in attesa del risultato veneto. Se alle Regionali del 23-24 novembre la Lega dovesse superare FdI nel voto di lista, i salviniani sono pronti a rimettere in discussione tutto e ad alzare la voce in Lombardia.
Quelle che si celebreranno il prossimo weekend non passeranno alla storia come «le Regionali di Giorgia Meloni». Il ragionamento è di un leghista di peso, che non nasconde una piccola dose di soddisfazione.
Per una volta FdI potrebbe non essere al centro della scena
Il 23 e 24 novembre si chiude l’ultima grande partita elettorale prima delle Politiche, con il voto in Puglia, Campania e Veneto. Con il dem Antonio Decaro super favorito nel Tavoliere d’Italia, il pentastellato Roberto Fico in pole sotto il Vesuvio e il leghista Alberto Stefani dato come probabile successore di Luca Zaia, i meloniani sembrano per una volta non essere al centro dello scenario politico e potranno forse solo consolarsi con il dato del voto di lista. Ma non è detto che FdI sia il primo partito ovunque: anche se per pochi decimali, rischia di essere sorpassato dalla Liga in Veneto, spinta dalla candidatura di Zaia capolista in tutte le province, così come potrebbe essere superato dal Pd e tallonato da Forza Italia in Campania. Non proprio un vanto per la presidente del Consiglio che esprime un solo candidato in questa tornata, il viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli, dato sotto di 10 punti rispetto a Fico, negli ultimi sondaggi che si sono potuti pubblicare prima dello stop pre-elettorale.
Matteo Salvini e il candidato alla presidenza del Veneto, Alberto Stefani, alla kermesse del partito a Padova (Ansa).
In Campania le promesse di Cirielli tradiscono una certa preoccupazione
Se fino a un mese fa a Palazzo Chigi si guardava con un certo ottimismo alla partita campana – si credeva non in una vittoria ma in un buon risultato – le ultime mosse di Cirielli sembrano tradire una certa «disperazione» per usare le parole di Elly Schlein. Il candidato meloniano ha proposto, se eletto, di aumentare di 100 euro al mese le pensioni più basse e di riaprire un condono edilizio introdotto da Silvio Berlusconi nel 2003 («Cirielli è quello che, nelle chat di partito, diceva di Berlusconi che era un ladro e bandito. Ieri ha fatto il contratto con i campani, copiando Berlusconi: lo copia sul condono, lo copia sulle pensioni, lo copia su tutto praticamente quello su cui lo può copiare», fa notare giustamente Matteo Renzi). Sul condono è stato addirittura il partito di Meloni a muoversi presentando un emendamento alla legge di bilancio in cui si chiede di riaprire la sanatoria nelle zone ai tempi escluse. Una mossa che persino da Forza Italia si guarda con prudenza. «Va scritta bene», ha avvertito il portavoce di FI, bisogna «tutelare i parchi e le aree protette».
Giorgia Meloni e i leader del centrodestra al comizio a sostegno di Edmondo Cirielli (Ansa).
Meloni pare si voglia tenere lontana dalla tornata elettorale
Insomma, l’aria che si respira attorno a questa tornata elettorale non è esattamente favorevole alla premier e al suo partito. Tanto che, sempre nella Lega, si fa notare che nel centrodestra non si erano mai visti comizi di chiusura della campagna elettorale così distanti dal voto: i leader si sono riuniti a Bari l’11 novembre (a 12 giorni dall’apertura delle urne), a Napoli il 14 (-9 dal voto), e a Padova il 18 (-5). D’altronde le date erano tre e gli spazi nell’agenda della premier, che dovrà essere il 22 al vertice del G20 in Sudafrica, erano ristretti. Comunque, tolto il Veneto, dove il centrodestra è dato vittorioso, l’impressione è che la leader di FdI voglia tenere lontano la sua immagine dalla tornata elettorale, per tentare di preservarsi. Scelta in linea con la decisione – tutta governativa – di non procedere con l’accorpamento in election day con le altre Regionali di quest’anno.
Trash o cringe ma «amalo ancora adesso» perché è «sempre Luca lo stesso». Dell’ultima campagna elettorale del governatore più amato d’Italia resterà alla storia il video realizzato con l’intelligenza artificiale in cui coccola un leoncino alato che entra nella cabina elettorale per votarlo sulle note di El Veneto xe stupendo.
Così Luca Zaia ha deciso di chiudere 15 anni di servizio a Palazzo Balbi. Una scelta che non sorprende per un politico che, nel 2010, iniziò la carriera da governatore – allora era ministro dell’Agricoltura – mostrandosi in grembiule dietro un bancone di McDonald’s per promuovere il nuovo hamburger con ingredienti tutti italiani, il Mc Italy.
Luca Zaia presenta la linea Mc Italy nel 2010 (Ansa).
Luca lo stesso e il leoncino alato: com’è nata la campagna
Ai tempi si trattò di una scelta innovativa, che fece scalpore. Ora il video con l’Ia, sebbene bollato come trash dai commentatori politici e dalla stampa, su Instagram ha visualizzazioni, gradimento e condivisioni superiori a quelli di Giorgia Meloni. «È un nuovo modo di fare comunicazione», ha spiegato il governatore veneto. «È una mia idea che ho portato avanti, un altro modo di gettare il cuore oltre l’ostacolo». Tutto nasce da un filmato di Degheius, pseudonimo dell’autore satirico Andrea Gastaldon per i giornali del Gruppo NordEst Multimedia. Il video, pubblicato l’11 ottobre, ha come colonna sonora la canzone Luca lo stesso di Carboni e usa per la prima volta il cucciolo del Leone alato, simbolo del Veneto, insieme con Zaia che, dopo 15 anni di guida della Regione lascia (ma non lascia) le redini al giovane leghista laureato in diritto canonico Alberto Stefani, vestito da chierichetto.
Il filmato comincia a girare nelle chat dei leghisti e qualcuno lo inoltra a Zaia. Che se ne innamora e da lì nasce l’idea della campagna, curata dall’agenzia Heads Collective di Treviso, che da tempo segue il governatore. Il progetto è quello di realizzare sette video, uno per ogni provincia veneta: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza.
Dal video elettorale di Treviso (Instagram).
Il tormentone e il futuro del Doge
Lo schema che si ripropone è sempre lo stesso: qualcuno ascolta il comizio del 15 ottobre in cui Zaia annuncia di candidarsi alle Regionali come capolista della Liga veneta in ogni circoscrizione. E il leoncino esulta a ogni annuncio. Tutto è realizzato con l’Ia, anche il volto del governatore – che a tratti ricorda Toni Servillo – ritratto in gondola, o mentre assiste il felino che testa una pista di bob per le Olimpiadi Milano-Cortina. Lo slogan è quello noto, ‘Dopo Zaia scrivi Zaia’ mentre parte il ritornello della canzone di Luciano Gaggia El Veneto xe stupendo e il leoncino si infila nel seggio e vota. «Veneto xe stupendo. Veneto fino in fondo. Veneto xe el me mondo, lontano gnanca un secondo. A mi no me intaressa Milano e gnanca Hong Kong», recita il tormentone. «Cosa vuto che vaga a Londra, a Roma, a Bangkok», insiste. Chissà se è vero anche questo. O se il doge vede già come suo il seggio che lascerà vacante Stefani a Montecitorio.
In pochissimi hanno l’ardire di dirlo. Ma nella Lega in molti lo pensano. Matteo Salvini vede Alberto Stefani come suo possibile successore alla guida del partito. Gli indizi risalgono al congresso di aprile, quando l’ex capitano ha visto riconfermata la sua leadership fino al 2029 (due anni dopo le Politiche). La mossa per neutralizzare le critiche dei lombardi guidati da Massimiliano Romeo e dai governatori Fedriga, Zaia, Fontana e Fugatti è stata far presentare e sottoscrivere una mozione congressuale in cui si faceva riferimento alle radici ‘nordiste’ e identitarie della Lega. La mozione, fatta presentare proprio da Stefani, è stata intitolata Futuro e identità e ad alcuni è suonata come un’investitura quando Salvini, dal palco di Firenze, si è detto certo che in sala ci fosse il suo successore.
Luca Zaia, Alberto Stefani e Matteo Salvini (Ansa).
Il futuro di Stefani potrebbe non essere confinato a Palazzo Balbi
‘Azzoppato’ Roberto Vannacci dopo il deludente risultato delle Regionali in Toscana, silente per una volta Silvia Sardone, chi può prendere il posto di Matteo se non il giovane deputato al secondo mandato? Trentadue anni, esperienza da sindaco di un comune di 9 mila anime (Borgoricco, nel Padovano), ex pupillo di Andrea Ostellari, Massimo Bitonci e Lorenzo Fontana, Stefani ha saldato il legame con Salvini dopo l’elezione a segretario regionale, nell’estate del 2023. Nel partito si sostiene che sia molto stimato dalla fidanzata del capo, Francesca Verdini, sua coetanea. Un legame che sarebbe cresciuto negli ultimi mesi, durante i quali, in attesa del via libera degli alleati alla candidatura a governatore, il leghista ha lavorato molto alla sua immagine, inserendo sui social anche qualche foto della fidanzata. Chi ci lavora a stretto contatto lo descrive ossessionato dalla sua immagine e ansioso di controllare e bollinare ogni foto pubblicata. Non sempre gli riesce e spesso il risultato è troppo artefatto: gli occhi verdi appaiono schiariti, il volto piallato. Anche l’investimento che il partito ha fatto sulla candidatura di Stefani alle Regionali venete fa pensare che il futuro che Salvini vede per lui non sia confinato a Palazzo Balbi. La campagna – seppur breve, 42 giorni – è quella delle grandi occasioni e tutto il partito è mobilitato, come non si vedeva da anni.
Alberto Stefani (Imagoeconomica).
Dal celodurismo al bon ton da chierichetto
Ma il profilo che Stefani si è costruito non corrisponde esattamente alla classica figura del leghista veneto, per antonomasia l’ex sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, scomparso lo scorso aprile. Laureato in Diritto canonico, Stefani è nei modi (un po’ affettati) e nella sostanza più vicino al presidente della Camera Fontana che ai leghisti storici. Insomma, osservano i critici, si è passati dal celodurismo del sindaco sceriffo, con gesti dell’ombrello e insulti, al bon ton del chierichetto (come è ritratto in alcuni video satirici che girano tra le chat leghiste), che ha fatto del fair play nei confronti dell’avversario la cifra della campagna elettorale. Per non parlare dell’abbandono di temi storici leghisti come sicurezza e immigrazione a vantaggio di ecologia, welfare e salute mentale.
Alberto Stefani alla fiera del folpo a Noventa Padovana (da FB).
Anche Zaia finisce nel mirino
Ma tra i leghisti non c’è troppo ottimismo neanche attorno alla figura di Luca Zaia. In diversi gli rimproverano di non aver portato a casa l’approvazione della riforma sull’autonomia differenziata. E, anche nel gruppo regionale, il Doge è visto da alcuni come un taglianastri che in questi ultimi cinque anni poco si è fatto vedere a Palazzo Ferro-Fini. Poi a diversi è risultata incomprensibile l’insistenza di Zaia nella battaglia per eliminare il blocco del terzo mandato. Troppo attento alla cadrega, è stato il commento.
Mai così forte a Roma. Mai così debole nel resto d’Italia. A tre anni ‘suonati’ di governo nazionale, lo stato di salute della coalizione di centrodestra è ai minimi storici nella maggior parte delle Regioni in cui governa in Italia. Se l’alleanza è data intorno al 48 per cento dai principali sondaggi nazionali, spinta dal 30 di Fratelli d’Italia, non sono i numeri ma i rapporti politici tra i tre principali partiti della coalizione a destare preoccupazione sui territori. Fatta eccezione per Basilicata e Molise, dove non si registrano particolari frizzi e lazzi, non c’è Regione che sia esente da liti, strappi o indagini che ne minano le fondamenta.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Alleati impegnati a conquistare il secondo posto dietro FdI
I casi più eclatanti riguardano la Sicilia e la Lombardia. Ma, a qualsiasi latitudine, i rapporti tra alleati sono minati da rivalità interne, cambi di casacca e scippi tra alleati, spartizioni di potere e inchieste. Erano anni che non si registrava una situazione simile sui territori, segno di una concentrazione, da parte di tutti i partiti, e non solo di quello della premier Giorgia Meloni, più sulla dimensione nazionale e sulla gara tra primo, secondo e terzo posto nella coalizione, che sulla costruzione di un vero radicamento e di una classe dirigente locale. Insomma, non solo beghe locali ma piccoli segnali – a parere di diversi osservatori – avvertimenti per la maggioranza di governo che potrebbe accusare scossoni anche a livello nazionale in futuro. La tensione si concentra, per la verità, nelle due Regioni più popolose e storicamente importanti per il centrodestra, le vere ‘Ohio’ di Italia, Lombardia e Sicilia (altro che Marche o Abruzzo; se non si vince in Lombardia e Sicilia è arduo vincere a livello nazionale in Italia).
Riunione di governo a Palazzo Chigi (Imagoeconomica).
Frizioni in Lombardia tra il caso Picchi e gli avvertimenti di FI
Dalle parti di Palazzo Lombardia da mesi è tutto un tiro al piccione nei confronti del governatore Attilio Fontana e della Lega che non si vuole arrendere a cedere il candidato a FdI alle prossime Regionali. Coup de théâtre dei giorni scorsi la mozione di censura, approvata grazie a 19 franchi tiratori di centrodestra, nei confronti della sottosegretaria meloniana ai Giovani e allo Sport Federica Picchi. Fuoco amico dagli alleati ma anche dall’interno di FdI, a giudicare dai numeri e dalla veemenza con cui i vertici di via della Scrofa si sono spinti ad accusare leghisti e forzisti di mancanza di lealtà. Nel centrodestra ormai anche la Lega guarda come un miraggio il raggiungimento della scadenza naturale della legislatura (nel 2028) mentre si attende la ‘guerra finale’ tra le fazioni di FdI (Picchi, ritenuta vicina ad Arianna Meloni, sarebbe finita nel mirino dopo aver licenziato Roberta Capotosti, storica collaboratrice di Ignazio La Russa). E nel mezzo si inserisce l’avvertimento del forzista Alessandro Sorte che ‘minaccia’ il ritorno dell’ex Celeste Roberto Formigoni se FdI e Lega non troveranno una sintesi.
Giorgia Meloni e Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Alta tensione in Sicilia
Alta tensione anche in Sicilia, dove la nuova indagine sull’ex governatore Totò Cuffaro, accusato di corruzione nell’assegnazione di alcuni appalti, si proietta anche sulla Giunta del forzista Renato Schifani, già attraversata da fibrillazioni in passato. Cuffaro, accusato insieme al numero due di Noi moderati Saverio Romano, si è dimesso dalla guida della Nuova Dc ma questo potrebbe non bastare a salvare la maggioranza che il partito sostiene con sette consiglieri e due assessori.
Totò Cuffaro (Imagoeconomica).
In Piemonte si litiga sul piano socio-sanitario
Tornando al Nord, nel Piemonte del forzista Alberto Cirio, si litiga sul piano socio-sanitario, osteggiato da una parte della maggioranza. Il piano è stato presentato dall’assessore meloniano Federico Riboldi. Una cinquantina di emendamenti portano la firma del leghista Luigi Icardi, predecessore di Riboldi e presidente della commissione Sanità, di Silvio Magliano, capogruppo della Lista Cirio, e di Davide Zappalà di Fratelli d’Italia. Le correzioni chieste dai tre, con motivazioni diverse, rivelano un fronte interno tutt’altro che compatto. La rivalità tra Icardi e Riboldi è nota, ma le critiche che arrivano da esponenti della lista del governatore e dallo stesso partito dell’assessore segnalano un malessere più profondo. Riboldi deve prima di tutto ricompattare la maggioranza. Senza un accordo interno, l’iter del piano rischia di arenarsi e di slittare al 2026.
Alberto Cirio (Imagoeconomica).
Le inchieste in Abruzzo e nelle Marche
Guai giudiziari in Abruzzo e nelle Marche, le Regioni guidate da FdI, da poco riconquistate con grande impegno in prima persona della premier. Nella terra di Marco Marsilio, nei giorni scorsi sono stati indagati il vicepresidente, con delega all’Agricoltura, all’Ambiente e al Ciclo idrico integrato, Emanuele Imprudente, il consigliere regionale con delega ai rifiuti, Nicola Campitelli (FdI), e funzionari della Regione e dell’Arap (Azienda regionale attività produttive). E l’intero sito dell’ex discarica di Villa Carmine a Montesilvano, struttura non più in funzione dal 1996, è stato posto sotto sequestro. Nelle Marche di Francesco Acquaroli, Andrea Putzu, neo capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, al secondo mandato da consigliere, è stato indagato per falso ideologico dalla Procura di Ancona in seguito a un esposto, presentato tra agosto e settembre, sulle elezioni del 2020. L’indagine è stata innescata da Saturnino Di Ruscio, ex sindaco di Fermo ed ex presidente Erap Marche, primo dei non eletti in FdI dietro Putzu a Fermo nel 2020, che contesta la condizione di eleggibilità di Putzu per una condanna – definitiva nel 2018 – per falso ideologico legata a validazioni di firme in elezioni amministrative: Putzu attestò di non incorrere in nessuna delle cause d’incandidabilità mentre Di Ruscio sostiene che tale condanna fosse ostativa. Il 12 agosto scorso il Tribunale del Riesame aveva poi riabilitato Putzu. Dopo la condanna del 2018, Putzu non era neanche decaduto dalla carica di consigliere comunale a Porto Sant’Elpidio. Ora la questione è al vaglio della Procura di Ancona.
Francesco Acquaroli (Imagoeconomica).
Le frizioni sul terzo mandato, dal Trentino al Friuli Venezia Giulia
Risalendo la penisola, in Trentino, la Corte costituzionale ha da poco dichiarato illegittima la legge promossa dalla Lega di Maurizio Fugatti in cui si eliminava il divieto di terzo mandato al presidente della Provincia autonoma. Il ricorso alla Consulta era stata deciso da una riunione del Consiglio dei ministri a Roma durante la quale i leghisti non avevano partecipato al voto, e per effetto della quale Fugatti aveva ‘gentilmente’ silurato la vice presidente di FdI Francesca Gerosa. Più o meno contestualmente, la tensione era allargata al Friuli Venezia Giulia dove gli assessori di Lega e Forza Italia avevano rimesso le deleghe nelle mani del governatore leghista Massimiliano Fedriga in segno di protesta dopo alcune dichiarazioni critiche sulla sanità pronunciate dal ministro di FdI Luca Ciriani. La crisi, dietro la quale si celavano probabilmente le mire di trattare sul terzo mandato per Fedriga, era rientrata dopo un colloquio diretto tra il leghista e Meloni. La discussione sul terzo mandato ha agitato per mesi i rapporti tra alleati anche in Veneto, dove Luca Zaia non si è potuto alla fine ricandidare, malgrado la timida apertura di FdI, ma la candidatura è rimasta alla Lega dopo una durissima trattativa durata mesi al termine della quale Matteo Salvini si è impegnato a cedere a FdI la corsa in Lombardia.
Maurizio Fugatti (Imagoeconomica).
Acque tranquille solo in Basilicata, Molise e Calabria
Insomma, tra le 11 Regioni di centrodestra, le acque appaiono veramente tranquille solo in Basilicata e Molise. Si segnalano piccole fisiologiche schermaglie in Lazio e Liguria. E sembra andare tutto a gonfie vele in Calabria, dove Roberto Occhiutoè appena stato rieletto con il 57 per cento dei voti. Va però ricordato che il forzista si era dimesso prima dell’estate ridando la parola agli elettori dopo essere stato indagato per corruzione nell’ambito di un’inchiesta in cui sono coinvolti anche un suo ex socio, Paolo Posteraro, e l’amministratore unico di Ferrovie della Calabria Ernesto Ferraro.
Totò e Saverio, il duo vasa vasa. Erano passati tre anni esatti dalla celebre foto con il vassoio di cannoli: il 22 gennaio 2011 Totò Cuffaro attendeva la sentenza della Cassazione. Il momento più difficile che lo avrebbe portato a scontare una pena di quattro anni e 11 mesi per favoreggiamento aggravato. E chi c’era insieme all’ex presidente della Regione Siciliana? Francesco Saverio Romano, classe 1964, sette anni in meno di Cuffaro, come lui nato politicamente alla scuola di Calogero Mannino. Per entrambi, nelle scorse ore, la Procura di Palermo ha chiesto i domiciliari per corruzione, turbata libertà degli incanti, associazione a delinquere nell’ambito di concorsi, gare d’appalto e procedure amministrative.
Salvatore Cuffaro offre cannoli il giorno dopo essere stato condannato nel 2008 (Ansa).
La rottura del sodalizio tra Cuffaro e Romano
Originario di Belmonte Mezzagno, alle porte di Palermo, Romano ha mosso i primi passi nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana, proprio come Cuffaro, che però è di Raffadalli, nell’Agrigentino. Oltre agli anni di comune militanza nella ‘Balena bianca’, i due politici ‘vasa vasa’ (‘bacia bacia’, soprannome di Totò per la sua abitudine a baciare tutti) hanno condiviso anche l’esperienza nell’Udc. E, negli ultimi anni, la Nuova Dc, il partito fondato da Cuffaro dopo aver scontato la pena ed essere stato riabilitato, si è alleata in diverse occasioni elettorali con Noi moderati, formazione cui ha aderito Romano. Fino all’estate scorsa quando improvvisamente si è interrotto il sodalizio tra i due esponenti politici siciliani. A destare scalpore fu l’assenza di Cuffaro dalla Festa nazionale di Noi moderati. E quella di Romano dalla Festa dell’amicizia organizzata dalla Nuova Dc a Ribera.
Salvatore Cuffaro e Saverio Romano nel 2011 (Ansa).
Il patto di ferro della Nuova Dc con la Lega
Ha invece fatto molto rumore la partecipazione di Cuffaro alla festa della Lega a Catania, lo scorso luglio. L’ex governatore è stato accolto con entusiasmo da militanti e sostenitori arrivati sotto le pendici dell’Etna per ascoltare Matteo Salvini. A suggellare la nuova collaborazione con gli ex lumbard ci ha pensato lo stesso Cuffaro in un intervento alla kermesse del partito, cui ha preso parte anche il plenipotenziario di Salvini al Sud, Claudio Durigon. «Con il nostro simbolo parteciperemo alle prossime elezioni regionali dove, siamo certi, faremo risultato a due cifre», assicurò Cuffaro. «Per le elezioni nazionali, stante l’attuale legge elettorale, stiamo costruendo una significativa alleanza elettorale con gli amici della Lega con i quali, in Sicilia, c’è una comune condivisione politica e di valori», sottolineò. «Questa alleanza potrà consentirci una sicura partecipazione da protagonisti alle prossime elezioni nazionali, poter votare per i nostri candidati, e, se saremo in grado, anche a farli eleggere. Senza rischiare, inoltre, di dover mendicare la nostra presenza in liste e per di più senza ottenere risultati come già successo nel recente passato». Un’alleanza che se era stata mal digerita sopra il Po, ora con la nuova inchiesta rischia di essere una nuova grana per Salvini.
Claudio Durigon (Imagoeconomica).
Romano e la carriera in Noi Moderati
Insomma, anche se citati per lo più per le cariche ricoperte in passato – ex governatore, Cuffaro, ed ex ministro dell’Agricoltura, Romano -, i due politici sono attualmente molto attivi politicamente. La Nuova Dc di Cuffaro ha sette consiglieri a Palazzo dei Normanni e due assessori nella Giunta di Renato Schifani. E si appresta a garantirsi un futuro nazionale attraverso, appunto, un patto di ferro con la Lega. Romano è invece sostanzialmente il numero due di Maurizio Lupi in Noi moderati, piccolo partito centrista che sostiene il governo Meloni ed è in coalizione con il centrodestra in tutta Italia. Dopo le esperienze con Forza Italia, Ala di Denis Verdini, i Cristiano democratici di Rocco Buttiglione, l’Udc e i Popolari, Romano è diventato vicepresidente di Nm nel 2021 e poi coordinatore politico nel 2023, dopo la rielezione alla Camera nel 2022. Come coordinatore, gestisce il partito, i nuovi ingressi, le assise, e la vita organizzativa della formazione politica.
Francesco Saverio Romani con Maurizio Lupi (Imagoeconomica).
Un colpo a destra e uno al centro. Dopo giorni di silenzio, in una sola giornata, Matteo Salvini assesta uno “schiaffetto” a Roberto Vannacci e gela le ambizioni dei governatori leghisti del Nord. Martedì in mattinata riconosce l’esito deludente delle Regionali toscane (4,8 per cento), prima campagna coordinata dall’ex generale, parlando di «errori commessi da una squadra e non solo da un singolo». «Tutti noi abbiamo sbagliato qualcosa? Sì, io in primis», ammette, caricando su di sé parte della sconfitta. Un via libera al ‘processo’ a Vannacci? Per la verità no. «Stiamo lavorando per crescere ancora, gli unici conti che mi interessano sono quelli della legge di bilancio e quelli che le banche metteranno a disposizione per la crescita del Paese», taglia corto l’ex capitano.
Matteo Salvini (Ansa).
La stretta (debole) sui Team Vannacci
Poi, nel corso della riunione del massimo organo esecutivo del partito, il consiglio federale, Salvini ascolta con attenzione quando Attilio Fontana gli chiede di prendere una posizione su Vannacci. «Io non ho niente contro di lui», attacca il governatore lombardo, «ma la Lega è una sola, non può esserci un partito nel partito». E per la prima volta – riferiscono diversi dirigenti che hanno partecipato alla riunione, a porte chiuse – il segretario si dice d’accordo con Fontana: ben venga qualsiasi associazione che fa attività culturale, ma il partito nel partito no. Il riferimento è ai cosiddetti team Vannacci che operano su tutto il territorio in autonomia, organizzano eventi, iniziative e incontri, senza raccordarsi con le sezioni locali del partito, anzi spesso in modo parallelo. La presa di posizione è chiara, tanto che finisce nella nota fatta filtrare dalla segreteria leghista al termine della riunione, cui il generale in pensione non ha partecipato perché impegnato in una sessione plenaria a Strasburgo. Il consiglio federale della Lega ha ribadito – si legge – che «sono benvenute tutte le realtà e le associazioni che possono affiancare» il partito «a patto che non siano una realtà politica alternativa». Schiaffetto a Vannacci e ai suoi team, quindi. Senza troppa veemenza, però. Perché alla fine si tratta di una raccomandazione generica, che il vicesegretario, volendo, potrebbe anche non considerare troppo, essendo i suoi team già associazioni. L’atteggiamento nei confronti delle fondazioni create da Flavio Tosi nel 2015, per dire, ai tempi, fu ben più ostile: l’adesione ai cosiddetti ‘Fari’ fu dichiarata incompatibile con la militanza nella Lega e l’ex sindaco di Verona fu espulso dal partito (così come accaduto più di recente al Patto per il Nord dell’ex deputato Paolo Grimoldi). Insomma, quando vuole essere più cattiva, la Lega sa esserlo. E non è (ancora) il caso di Vannacci, da pochi mesi nominato vicesegretario.
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).
Salvini congela l’ipotesi di una Csu leghista avanzata da Zaia
Ed eccoci ai governatori. La ‘bastonata’ arriva dalle dichiarazioni della mattinata, prima della ‘carota’, allungata durante il federale, dell’apertura a una timida critica a Vannacci, da tempo richiesta dall’ala più moderata del partito. Conversando con i cronisti, Salvini risponde a chi gli chiede cosa ne pensa dell’idea di federare il partito sul modello delle Csu-Cdu tedesche (ovvero con la Csu che rappresenta in Baviera la Cdu, formazione solo nazionale). È una proposta lanciata da Luca Zaia sul palco di Pontida. E sostenuta da Fontana e da Massimiliano Fedriga. Prima di parlarne al raduno, il governatore veneto avrebbe toccato l’argomento con Salvini – come riferito da fonti qualificate a L43 -, il quale gli avrebbe dato una sorta di via libera ad affrontare il tema. Ma evidentemente non si tratta di un progetto che il segretario ha intenzione di condividere. Perché la risposta alle domande dei cronisti la risposta è netta: «Sono chiacchiere giornalistiche senza fondamento». Insomma, l’idea non sembra piacere a Salvini, o forse potrebbe non piacergli l’eventualità che Zaia possa essere il candidato naturale alla guida dell’eventuale Csu italiana, ovvero della parte nordista della federazione-Lega.
Giorgetti invita a non fomentare polemiche sulla manovra
Durante il federale si è inoltre parlato di manovra, di spese per la Difesa, che la Lega vorrebbe concentrare sulla sicurezza nazionale, e delle proposte per una stretta sui ricongiungimenti familiari o dell’introduzione di un permesso di soggiorno a punti. Per quanto riguarda la legge di bilancio, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha invitato tutti a non giudicare le bozze ma di aspettare il testo definitivo evitando le polemiche. Il tema riguarda l’aumento della cedolare secca al 26 per cento per gli affitti brevi già dal primo immobile, contro cui si sono scagliati sia Salvini che Antonio Tajani di Forza Italia.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
La resistenza di Romeo alla ‘cessione’ della Lombardia a FdI
Infine, la Lombardia, tema da mesi sempre presente nelle discussioni leghiste. Lunedì sera si è riunito il direttivo lombardo guidato dal segretario regionale Massimiliano Romeo. Alla riunione, cui ha partecipato anche il governatore Fontana, è stato posto il problema delle rivendicazioni di Fratelli d’Italia rispetto alla candidatura a Palazzo Lombardia al prossimo giro, quando il leghista non potrà più candidarsi. Prima di ‘concedere’ la corsa veneta al vice di Salvini, Alberto Stefani, i Fratelli sono riusciti a ottenere una dichiarazione in cui Salvini si diceva pronto a riconoscere il diritto di esprimere la candidatura lombarda al primo partito della coalizione, ovvero quello che avesse ottenuto più voti nella precedente elezione nazionale. Il tema è che Meloni & co vorrebbero votare con un anno di anticipo, nella primavera del 2027, in coincidenza con le Politiche. Quindi il voto nazionale di riferimento per scegliere il candidato sarebbe quello delle Europee del 2024 quando FdI prese il 28,81 per cento e la Lega il 9. Ma Romeo da tempo chiede che vengano prese in considerazione le scorse Regionali, quando FdI raggiunse il 25 per cento, solo un paio di punti in più rispetto alla somma dei voti della Lega con quelli della lista Fontana. Insomma, dopo una discussione approfondita, il direttivo, all’unanimità, ha dato mandato a Romeo di continuare a chiedere che la candidatura spetti alla Lega, nel 2028, a scadenza naturale della legislatura. Ogni ‘prenotazione’ d’anticipo di altri partiti, è stato il ragionamento, indebolisce Fontana e la sua Giunta.
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).
In Regione maggioranza divisa sul caso Picchi
Ma la debolezza non è solo nella Lega. In Lombardia, FdI è un partito fortemente diviso, attraversato da correnti e fazioni, rivalità vecchie e nuove. La sottosegretaria ai Giovani e allo Sport Federica Picchi è finita nel mirino delle opposizioni che hanno chiesto una mozione di sfiducia urgente per un post dell’esponente di FdI con contenuti che sembravano strizzare l’occhio ai ‘no Vax’. Per dare il via libera all’urgenza della discussione erano necessari i due terzi dei voti del consiglio, ovvero 42. E Picchi ha rischiato grosso perché a favore hanno votato in 40 (23 contrari), compresi diversi consiglieri di maggioranza. Un segnale netto per la sottosegretaria, ritenuta vicina ad Arianna Meloni, che nelle scorse settimane avrebbe irritato la vecchia guardia di FdI con il licenziamento della capa della segreteria Roberta Capotosti, che ha in essere un contratto di collaborazione anche con il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Da settimane nei corridoi di Palazzo Lombardia e del Pirellone non si parla d’altro. Anche i muri ormai si sono fatti un’opinione. Il tema è la “dichiarazione di resa” a Fratelli d’Italia firmata da Matteo Salvini in cambio del via libera di Giorgia Meloni alla candidatura del leghista Alberto Stefani in Veneto.
Alberto Stefani (Imagoeconomica).
Il candidato lo sceglierà chi ha maggior peso elettorale: quindi FdI
«Il candidato presidente in Lombardia non è legato al Veneto. Sarà annunciato al momento opportuno, riconoscendo il diritto di individuare il candidato presidente, da scegliere con la coalizione, al partito con il più recente maggior peso elettorale in Lombardia precedente le elezioni», recita il testo firmato da Salvini e preteso dalla leader di FdI. In altre parole: andrà ai meloniani – dice il capo di via Bellerio – il candidato alla presidenza della Regione Lombardia dopo i due mandati del leghista Attilio Fontana. Il voto lombardo è infatti previsto per la primavera del 2028, ma il partito di Meloni non fa mistero che vorrebbe anticipare di un anno la consultazione, in election day con le Politiche. E quindi l’elezione nazionale precedente con cui si dovrebbe misurare il maggior peso di consensi – come recita il comunicato – è quella europea del 2024 (FdI 28,81 per cento; Lega 9).
Attilio Fontana, presidente Regione Lombardia (Ansa).
Poco importa, come fa notare il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, che alle passate Regionali del 2023 Lega più Lista Fontana avevano raggiunto quasi gli stessi consensi dei meloniani. La decisione è stata presa. Così come poco importa lo stato di salute dei partiti del centrodestra in Lombardia. Se la Lega, infatti, risente ancora delle divisioni del congresso che ha portato all’elezione di Romeo, FdI è storicamente un partito balcanizzato in Regione.
Matteo Salvini e Massimiliano Romeo (foto Ansa).
In cima a tutte le gerarchie ci sono i fratelli La Russa
L’anatomia del partito di Meloni in Lombardia è abbastanza composita. In cima a tutte le gerarchie ci sono i fratelli La Russa, Ignazio e Romano, a giocare il ruolo di ras milanesi. Poi ci sono alcuni dirigenti di lungo corso, come Riccardo De Corato, Paola Frassinetti e soprattutto Mario Mantovani, che ancora conta e la cui corrente sta crescendo.
Ai tempi della giunta di Roberto Maroni la “donna forte” di FdI a Palazzo Lombardia era Viviana Beccalossi, protagonista di furiosi scontri pubblici con Meloni sul tema autonomia (l’assessora era favorevole, la sua leader no). Ma, dopo aver appoggiato il referendum lombardo sull’autonomia, Beccalossi lasciò il partito nel 2018.
La fase Santanchè non ha certo portato armonia nel partito
La fase successiva è ricordata come l’era del coordinamento di Daniela Santanchè. L’attuale ministra del Turismo non ha di certo portato armonia nel partito. E lo hanno testimoniato le intercettazioni pubblicate, nel 2023, nell’ambito dell’inchiesta conclusa con il patteggiamento a un anno e quattro mesi (pena sospesa) a un altro esponente di spicco del partito, Carlo Fidanza.
Il capo delegazione di FdI a Strasburgo, che ha patteggiato l’accusa di corruzione, il neo deputato Giangiacomo Calovini e l’ex vice coordinatore di FdI in Lombardia, Giuseppe Romele, si sarebbero adoperati per ottenere le dimissioni di un consigliere comunale a Brescia, Giovanni Francesco Acri. Le dimissioni, ottenute attraverso una presunta corruzione, consentirono nel giugno 2021 al primo dei non eletti, cioè lo stesso Calovini, di prendere il posto di Acri in Consiglio comunale, poltrona considerata propedeutica per poi ottenere la candidatura a Montecitorio. Nelle intercettazioni, non rilevanti, pubblicate ai tempi dell’inchiesta da due quotidiani, Calovini augurava la morte a Santanchè con insulti molto pesanti diretti all’allora coordinatrice lombarda.
Quell’immagine di unità attorno a Fidanza a settembre
Quanto è davvero reale l’immagine di unità attorno a Fidanza che il partito ha voluto mandare a metà settembre? Tutte sedute attorno al tavolo di Arianna Meloni, le fazioni hanno per una sera deposto le armi per recitare la parte in quella che è apparsa una precoce investitura dell’eurodeputato come futuro candidato in Lombardia nel cortile dell’abbazia. Ma certe tensioni che si riverberano sulla giunta non sembrano placarsi.
Arianna Meloni (Imagoeconomica).
A fine settembre si parlava della sostituzione dell’assessora Barbara Mazzali, ritenuta un tempo vicina a Santanchè, ora caduta in disgrazia, che “Meloni sister” vorrebbe cambiare con Debora Massari, figlia del pasticcere star Iginio.
Il caso Picchi sta creando scompiglio
Anche lei vicina alle sorelle d’Italia, è invece finita nel mirino la sottosegretaria ai Giovani e allo Sport di Regione Lombardia, Federica Picchi. Nota per alcune posizioni no vax, Picchi sembra aver irritato il clan La Russa dopo il licenziamento di Roberta Capotosti, storica esponente di FdI, che ha all’attivo anche un contratto con il Senato. «È una pazza. Prima se ne va meglio è», si è sfogato un big del partito di Meloni. A salvarla per ora c’è solo il filo diretto con le Meloni: durerà? Difficile.
Perché non convince l’idea Prandini
In questo contesto non sarà semplice per il partito di Giorgia esprimere un candidato e dar vita a una giunta. Oltre a Fidanza, che è anche vice presidente del gruppo dei Conservatori e dei Riformisti europei (Ecr), non sono in molti nel partito ad avere un profilo all’altezza di Palazzo Lombardia. Dalle parti del ministero dell’Agricoltura si è parlato del presidente di Coldiretti Ettore Prandini: il suo nome, visto il solido legame con Fontana, non sarebbe sgradito alla Lega. Ma dentro FdI è un’opzione che non scalda tutti: un civico non rappresenterebbe esattamente quella bandierina che Meloni vuole piantare da tempo in una regione del Nord. E la sua figura potrebbe essere divisiva nel mondo degli agricoltori.