Da settimane nei corridoi di Palazzo Lombardia e del Pirellone non si parla d’altro. Anche i muri ormai si sono fatti un’opinione. Il tema è la “dichiarazione di resa” a Fratelli d’Italia firmata da Matteo Salvini in cambio del via libera di Giorgia Meloni alla candidatura del leghista Alberto Stefani in Veneto.

Il candidato lo sceglierà chi ha maggior peso elettorale: quindi FdI
«Il candidato presidente in Lombardia non è legato al Veneto. Sarà annunciato al momento opportuno, riconoscendo il diritto di individuare il candidato presidente, da scegliere con la coalizione, al partito con il più recente maggior peso elettorale in Lombardia precedente le elezioni», recita il testo firmato da Salvini e preteso dalla leader di FdI. In altre parole: andrà ai meloniani – dice il capo di via Bellerio – il candidato alla presidenza della Regione Lombardia dopo i due mandati del leghista Attilio Fontana. Il voto lombardo è infatti previsto per la primavera del 2028, ma il partito di Meloni non fa mistero che vorrebbe anticipare di un anno la consultazione, in election day con le Politiche. E quindi l’elezione nazionale precedente con cui si dovrebbe misurare il maggior peso di consensi – come recita il comunicato – è quella europea del 2024 (FdI 28,81 per cento; Lega 9).

Poco importa, come fa notare il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, che alle passate Regionali del 2023 Lega più Lista Fontana avevano raggiunto quasi gli stessi consensi dei meloniani. La decisione è stata presa. Così come poco importa lo stato di salute dei partiti del centrodestra in Lombardia. Se la Lega, infatti, risente ancora delle divisioni del congresso che ha portato all’elezione di Romeo, FdI è storicamente un partito balcanizzato in Regione.

In cima a tutte le gerarchie ci sono i fratelli La Russa
L’anatomia del partito di Meloni in Lombardia è abbastanza composita. In cima a tutte le gerarchie ci sono i fratelli La Russa, Ignazio e Romano, a giocare il ruolo di ras milanesi. Poi ci sono alcuni dirigenti di lungo corso, come Riccardo De Corato, Paola Frassinetti e soprattutto Mario Mantovani, che ancora conta e la cui corrente sta crescendo.
Ai tempi della giunta di Roberto Maroni la “donna forte” di FdI a Palazzo Lombardia era Viviana Beccalossi, protagonista di furiosi scontri pubblici con Meloni sul tema autonomia (l’assessora era favorevole, la sua leader no). Ma, dopo aver appoggiato il referendum lombardo sull’autonomia, Beccalossi lasciò il partito nel 2018.
La fase Santanchè non ha certo portato armonia nel partito
La fase successiva è ricordata come l’era del coordinamento di Daniela Santanchè. L’attuale ministra del Turismo non ha di certo portato armonia nel partito. E lo hanno testimoniato le intercettazioni pubblicate, nel 2023, nell’ambito dell’inchiesta conclusa con il patteggiamento a un anno e quattro mesi (pena sospesa) a un altro esponente di spicco del partito, Carlo Fidanza.
Il capo delegazione di FdI a Strasburgo, che ha patteggiato l’accusa di corruzione, il neo deputato Giangiacomo Calovini e l’ex vice coordinatore di FdI in Lombardia, Giuseppe Romele, si sarebbero adoperati per ottenere le dimissioni di un consigliere comunale a Brescia, Giovanni Francesco Acri. Le dimissioni, ottenute attraverso una presunta corruzione, consentirono nel giugno 2021 al primo dei non eletti, cioè lo stesso Calovini, di prendere il posto di Acri in Consiglio comunale, poltrona considerata propedeutica per poi ottenere la candidatura a Montecitorio. Nelle intercettazioni, non rilevanti, pubblicate ai tempi dell’inchiesta da due quotidiani, Calovini augurava la morte a Santanchè con insulti molto pesanti diretti all’allora coordinatrice lombarda.
Quell’immagine di unità attorno a Fidanza a settembre
Quanto è davvero reale l’immagine di unità attorno a Fidanza che il partito ha voluto mandare a metà settembre? Tutte sedute attorno al tavolo di Arianna Meloni, le fazioni hanno per una sera deposto le armi per recitare la parte in quella che è apparsa una precoce investitura dell’eurodeputato come futuro candidato in Lombardia nel cortile dell’abbazia. Ma certe tensioni che si riverberano sulla giunta non sembrano placarsi.

A fine settembre si parlava della sostituzione dell’assessora Barbara Mazzali, ritenuta un tempo vicina a Santanchè, ora caduta in disgrazia, che “Meloni sister” vorrebbe cambiare con Debora Massari, figlia del pasticcere star Iginio.
Il caso Picchi sta creando scompiglio
Anche lei vicina alle sorelle d’Italia, è invece finita nel mirino la sottosegretaria ai Giovani e allo Sport di Regione Lombardia, Federica Picchi. Nota per alcune posizioni no vax, Picchi sembra aver irritato il clan La Russa dopo il licenziamento di Roberta Capotosti, storica esponente di FdI, che ha all’attivo anche un contratto con il Senato. «È una pazza. Prima se ne va meglio è», si è sfogato un big del partito di Meloni. A salvarla per ora c’è solo il filo diretto con le Meloni: durerà? Difficile.
Perché non convince l’idea Prandini
In questo contesto non sarà semplice per il partito di Giorgia esprimere un candidato e dar vita a una giunta. Oltre a Fidanza, che è anche vice presidente del gruppo dei Conservatori e dei Riformisti europei (Ecr), non sono in molti nel partito ad avere un profilo all’altezza di Palazzo Lombardia. Dalle parti del ministero dell’Agricoltura si è parlato del presidente di Coldiretti Ettore Prandini: il suo nome, visto il solido legame con Fontana, non sarebbe sgradito alla Lega. Ma dentro FdI è un’opzione che non scalda tutti: un civico non rappresenterebbe esattamente quella bandierina che Meloni vuole piantare da tempo in una regione del Nord. E la sua figura potrebbe essere divisiva nel mondo degli agricoltori.
























