La Georgia è di nuovo al centro di un braccio di ferro interno (ma non solo) che segue lo schema Russia vs Occidente. La scorsa settimana la procura generale georgiana ha infatti accusato otto esponenti dell’opposizione – tra cui l’ex presidente Mikheil Saakashvili, attualmente in carcere – di aver complottato per rovesciare il governo e di aver aiutato potenze straniere. Tutti rischiano fino a 15 anni di galera. Le varie piattaforme che si oppongono al partito governativo Sogno georgiano, che fa riferimento all’oligarca Bidzina Ivanishvili, hanno denunciato la mossa come un tentativo di instaurare una dittatura in stile russo e hanno promesso resistenza a oltranza.
Perché la Georgia resta una polveriera
Sogno georgiano è al potere dal 2012 e negli ultimi anni, oltre alla progressiva stretta interna contro l’opposizione, si è di nuovo avvicinato a Mosca, sospendendo anche i negoziati di adesione all’Unione europea che lo stesso governo aveva in precedenza accelerato, chiedendo nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la procedura urgente per la candidatura. A partire dal 2024, dopo le elezioni parlamentari boicottate dall’opposizione e quelle amministrative di quest’anno in cui il partito al potere ha consolidato la sua posizione ovunque, lo scontro si è acuito, sia internamente che con l’Ue. Anche l’elezione quasi 12 mesi fa del nuovo presidente, Mikhail Kavelashvili, fedelissimo di Ivanishvili, al posto della filoccidentale Salome Zurabishvili, ha contribuito a una crisi politica e istituzionale che, al di là delle apparenze, rende la Georgia molto più instabile di quel che sembra e pronta a riesplodere su modelli già visti sia nel Caucaso che altrove nello spazio postsovietico.

Il ruolo di Bruxelles nello scacchiere caucasico
Dopo la Rivoluzione delle rose del 2003, con l’arrivo di Saakashvili e l’instaurazione di un governo filoccidentale, il Paese è rimasto per alcuni anni nell’orbita di Stati Uniti e Unione europea, sino a che Ivanishvili ha scalzato l’ex amico e alleato Saakashvili, sostituendo Mosca a Washington e Bruxelles come punto di riferimento esterno. Alla base c’erano più questioni di business che ideologiche, visto che il Paese era alla ricerca di un equilibrio che si perse con la guerra del 2008 e il tentativo fallito di reintegrare le repubbliche indipendentiste di Abcasia e Ossezia del sud, che dagli Anni 90 si erano staccate da Tbilisi. La prova di forza cercata da Saakashvili si era scontrata con l’intervento della Russia e l’occupazione delle due regioni, diventate col tempo protettorati di Mosca. Se dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca la Georgia è sparita dai radar per l’amministrazione statunitense, Bruxelles ha dovuto assumere suo malgrado il ruolo di sostenitore dell’opposizione antigovernativa, senza però scendere direttamente in campo, come fatto in altre occasioni (leggi Ucraina). Il Caucaso è così scivolato in secondo piano rispetto ad altre scacchiere più calde, sia all’interno dell’Ue, nei vari Paesi dove cresce l’euroscetticismo filorusso, sia ai margini, come in Moldova, dove il duello con la Russia è in pieno corso e richiede maggiore attenzione e coinvolgimento.
La stretta europea e la risposta di Tbilisi
Nel 2024 l’Unione ha comunque tagliato il sostegno finanziario a Tbilisi dopo l’introduzione di una legge sulle influenze straniere, valutata da Bruxelles come un duro colpo alle libertà democratiche, ma difesa da Sogno georgiano come il tentativo di contenere il ruolo politico delle organizzazioni non governative finanziate dall’Occidente. A un anno di distanza, la Commissione europea ha affermato in un rapporto pubblicato all’inizio di novembre che «la situazione è notevolmente peggiorata, con un grave regresso democratico caratterizzato da una rapida erosione dello Stato di diritto e da severe restrizioni dei diritti fondamentali». Di fronte alle accuse, il governo del premier Irakli Kobakhidze ha risposto avviando nuovi procedimenti giudiziari contro Saakashvili e gli altri presunti istigatori al colpo di Stato.

Per ora la Russia ha tenuto un basso profilo
La Russia da parte sua ha negato le accuse dell’opposizione georgiana di interferire negli affari interni e di fatto ha mantenuto un profilo molto basso, nel contesto di una strategia che la vede impegnata sul quadrante ucraino e altrove solo lo stretto necessario. Mosca si è in parte già eclissata sul fronte tra Armenia e Azerbaigian, che hanno concluso un trattato di pace mediato dagli Stati Uniti, e il Cremlino considera la questione della Georgia non certo urgente, convinta che Abcasia e Ossezia del sud siano garanzie e deterrenti sufficienti per scoraggiare prove di forza occidentali. Almeno per ora.
