Qual è la reale situazione economica della Russia a quasi quattro anni dall’inizio di quella che ormai neanche i putiniani più sfegatati chiamano Operazione militare speciale, cioè l’invasione dell’Ucraina? Il Prodotto interno lordo russo nel periodo 2019-24 è aumentato da 136.900 miliardi di rubli nel 2019 a 169.700 miliardi nel 2024, in costante crescita dal 2020 in poi. Per l’ultimo anno disponibile, il 2024 appunto, ci sono stime preliminari della Rosstat, cioè l’Agenzia federale russa per le statistiche, e del Fondo monetario internazionale. In euro, a causa della costante svalutazione del rublo nello stesso periodo, il discorso è diverso: il Pil russo è passato da circa 1.900 miliardi nel 2019 a meno di 1.750 miliardi nel 2024, non riuscendo a mantenere nel tempo l’usuale dimensione più o meno paragonabile a quella del BeNeLux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), della Penisola Iberica (Spagna e Portogallo) o dell’Italia.

Una riclassificazione del Pil per comprendere lo sforzo bellico
Ma per comprendere la dimensione dello sforzo bellico, dai dati aggregati bisogna riclassificare il Pil scomponendolo tra settore pubblico e privato, e nel primo estrapolare le spese di guerra. La distinzione è relativamente semplice per la spesa pubblica e per gli investimenti pubblici. Mentre per i consumi e il saldo dell’export-import richiede stime basate su quote settoriali e proprietà delle imprese. Abbiamo utilizzato un sistema di intelligenza artificiale per distinguere la componente pubblica da quella privata di ogni voce del Pil.
Dopodiché è possibile evidenziare nella componente pubblica la parte di “spesa militare”, separandola dalla spesa pubblica “civile”. L’obiettivo è organizzare una tabella strutturata come segue.
PIL: Pil nominale in miliardi di rubli correnti, suddiviso e distinto in:
- Cons priv e Cons pub civ / Cons pub mil: consumi finali delle famiglie, cioè privati, e consumi finali pubblici (divisi in civili e militari).
- Inv priv e Inv pub civ / Inv pub mil: investimenti fissi lordi privati e investimenti pubblici (sempre con quota militare stimata).
- Sp civ e Sp mil: spesa pubblica corrente suddivisa in civile e militare.
- Ex priv ed Ex pub civ / Ex pub mil: esportazioni private di beni e servizi ed esportazioni pubbliche, con quota civile (energia, materie prime) e militare (armi, servizi per la difesa).
- Imp priv e Imp pub civ / Imp pub mil: importazioni private e importazioni pubbliche, con quota civile (infrastrutture, sanità) e militare (componenti strategici).
Il risultato è il seguente, le cifre sono in miliardi di rubli correnti, arrotondate:

Possiamo notare che la quota di spesa pubblica militare cresce nettamente dal 2022, soprattutto in spesa e investimenti pubblici, mentre la componente pubblica civile resta piuttosto stabile in consumi, spesa ed esportazioni pubbliche; l’export pubblico militare resta piccolo in valore relativo, ma aumenta in valore assoluto. L’allocazione delle risorse che complessivamente deriva da queste scelte politiche è inequivocabile ed evidenzia che nei consumi la quota militare (consumi collettivi delle forze armate, cioè mense, alloggi, servizi sanitari militari) è più che triplicata negli ultimi cinque anni; sono decisamente cresciuti anche gli investimenti stimati nella parte relativa a infrastrutture, mezzi militari, realizzazione di impianti per produzione di munizioni, missili e mezzi corazzati, mentre la componente di investimenti pubblici civile è rimasta stabile. La spesa pubblica è il principale veicolo dello sforzo militare: dal 2019 al 2024 la quota militare della spesa pubblica è più che raddoppiata, passando dal 13 per cento a oltre il 27, e definendo, dal 2022, una vera economia di guerra.

La componente militare nella spesa pubblica cresce e comprime quella civile
La spesa militare corrente si è impennata per stipendi, ingaggi di volontari, esercitazioni, acquisto di munizioni, manutenzione, operazioni; la componente militare nella spesa pubblica cresce spedita e, inevitabilmente, comprime la spesa pubblica civile. Nell’export le componenti non militari mantengono una lieve dinamica positiva, mentre la quota militare, cioè le esportazioni di armamenti e servizi militari, oscilla tra il 2 e il 3 per cento del totale di export pubblico. Nell’import la quota delle importazioni di componenti e tecnologie per uso militare conserva una dinamica positiva dall’inizio del conflitto, segnalando importazioni di componenti critici non prodotti internamente.

Fin qui i dati confermano la crescente consistenza della parte bellica dell’economia russa. Molti analisti ipotizzano che un’evidente quota di spesa pubblica, investimenti e consumi pubblici contengano una consistente componente dual use, molto più ampia della componente esplicitamente militare che è stata rilevata nelle tabelle precedenti. Se seguiamo questa ipotesi, che comporta la rielaborazione dei dati statistici del Pil russo, dobbiamo porre alcune condizioni al ricalcolo; noi ne abbiamo poste solo due:
- Includere investimenti di imprese private in settori dual use, come cantieristica, metallurgia, elettronica, chimica, logistica, che forniscono beni o servizi alle forze armate o a imprese statali della difesa;
- Includere esportazioni di beni e servizi civili con applicazioni militari, come componentistica elettronica, macchine utensili, software industriale, materiali speciali venduti a Paesi o entità legate alla difesa russa.
Abbiamo ottenuto una riclassificazione non canonica del Pil russo in euro che, scontando la svalutazione del rublo già realizzatasi, suddivide il Pil russo in due aggregati che abbiamo chiamato:
- Pil militare = consumi pubblici militari + investimenti pubblici militari + spesa pubblica militare + export pubblico militare − import pubblico militare
- Pil civile = Pil totale − Pil militare

In conclusione, nel periodo 2019/2024 il Pil civile è calato prima per il Covid e dal 2022 sta crollando, destinato a peggiorare pure nel 2025. Nello stesso periodo, dal 2020 il Pil militare è sostanzialmente raddoppiato, ma viene sistematicamente distrutto nella guerra. Si deve notare che questa stima aggiunge ai costi militari e bellici “ufficiali”, quasi raddoppiandoli, le produzioni e i commerci di beni potenzialmente dual use: in questo modo però spiega con discreta efficacia le performance russe sul campo sia in termini di materiali e armamenti prodotti ex novo, sia in relazione alle enormi quantità di beni rigenerati e recuperati negli sterminati depositi ex sovietici.

Crollo dell’export di idrocarburi e distruzione delle raffinerie: guai in vista
Lo sforzo bellico della Russia, che vede proprio in questo periodo un’intensificazione dell’offensiva sul terreno, fin qui ha ottenuto la conquista di poco più del 10 per cento del suolo ucraino – cioè dal 7 per cento circa (costituito dall’invasione della Crimea e da parti del Donbass nel 2014) all’odierno 18-19 per cento totale. Ma a che “prezzo”? Oltre 1,2 milioni di morti e feriti nell’esercito. Tutto questo è stato reso possibile dal riorientamento di ampie porzioni dell’economia russa in una enorme componente bellica (Pil militare), mentre la componente del Pil civile, che già era calata del 14 per cento nel periodo Covid rispetto al 2019, è precipitata nuovamente nel 2024 dell’11,5 per cento rispetto al 2022, cioè dall’inizio dell’invasione su larga scala. Dal 2026, in previsione del crollo dell’export di idrocarburi e con la distruzione delle raffinerie colpite dagli ucraini, Vladimir Putin rischia di non passarsela affatto bene.
