Lega, perché la leadership di Salvini ormai è solo sulla carta

Non c’è Papeete 2 senza il 3. Un eterno ritorno. In questi giorni di ‘mattana’ leghista c’è chi è tornato a evocare il lido più famoso della politica italiana, dove Matteo Salvini maturò la decisione di far cadere il governo coi 5 stelle nell’estate 2019. Al colpo di testa del segretario leghista fece seguito, tre anni dopo, la decisione – presa in accordo con Silvio Berlusconi – di far saltare l’esecutivo guidato da Mario Draghi. Dopo tre anni pieni di governo Meloni, tutti sono pronti a cogliere le nuove intemperanze del capo di via Bellerio. Si segnalano le dichiarazioni contro l’Ucraina per i casi di corruzione che hanno colpito Kyiv. Ma anche i distinguo sulle misure da adottare per far cassa con le banche, la rottamazione delle cartelle o, ancora più recente, lo stop al disegno di legge sul consenso libero e attuale per la valutazione dei casi di violenza sessuale.

Lega, perché la leadership di Salvini ormai è solo sulla carta
Matteo Savini e Alberto Stefani (da Fb).

Nessuno crede realmente che Salvini voglia strappare

Salvini è sul banco degli imputati, sospettato di voler creare fibrillazioni nel governo, forte del boom registrato in Veneto (dove alle Regionali di domenica e lunedì la Lega è volata al 36 per cento). Ma nessuno, né nel governo né nella Lega, crede realmente che l’ex Capitano possa dare seri problemi alla maggioranza che ha contribuito a creare. Né ritiene che Salvini e gli uomini a lui più vicini abbiano intenzione di abbandonare posizioni sicure di governo per prospettive molto più incerte, senza Meloni a Palazzo Chigi. La verità è che, rieletto alla leadership del Carroccio al congresso federale dello scorso aprile, Salvini sta avendo sempre maggiori difficoltà nella gestione di un partito di cui resta segretario ormai solo sulla carta. La Lega ha doppiato Fratelli d’Italia in Veneto? Lui ha fatto un’apparizione a sorpresa a una conferenza stampa organizzata dai dirigenti del Sud, attribuendo la vittoria alla generosità di Meloni.

Lega, perché la leadership di Salvini ormai è solo sulla carta
Matteo Salvini con Claudio Durigon (Imagoeconomica).

C’è una parte di Lega che non risponde più al segretario

Certo non è facile avere a che fare con un recordman di preferenze come Luca Zaia. Ma bisognerà comunque attenersi a un qualche principio di realtà. Salvini si è invece allontanato dalle normali logiche della politica e pare muoversi in modo sclerotizzato, animato da un risentimento profondo nei confronti di quella parte della Lega che non gli risponde più. I soggetti da cui appare più ossessionato (esclusi i giornali) sono, appunto, i governatori del Nord, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti. Secondi, nella classifica, solo al segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo. Spinto da questa acrimonia, all’indomani del boom della Lega più Zaia in Veneto, Salvini è addirittura riuscito a dichiarare che si trattava di una vittoria della premier e che vorrebbe un partito in cui militano «10 Claudio Durigon». O, ancora più grave, che la Lega ha vinto ovunque perché ha conquistato l’8 per cento in Puglia e il 5,5 per cento in Campania. Il climax lo ha toccato nel finale quando è arrivato a dire che nella sua Lombardia sarebbe ben «felice» di accogliere la proposta di un candidato di Fratelli d’Italia, qualora la premier dimostrasse di averne uno all’altezza. Anzi, ha aggiunto, è pronto a rispondere con un nome leghista per le prossime Regionali in Sicilia. «Sì, proprio dove quest’estate abbiamo stretto l’accordo con Totò Cuffaro a pochi mesi dal nuovo arresto», si è commentato a bassa voce tra i presenti.

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Attilio Fontana, Luca Zaia, Maurizio Fugatti e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

Il Veneto ha rianimato la militanza: il caso del blitz dei giovani lombardi

Insomma, pur di punire Romeo e i governatori riottosi, Salvini sarebbe disposto a dire qualsiasi cosa. Ma la situazione sembra essergli sfuggita completamente di mano. E non solo perché Fontana & co si stanno organizzando (a dire il vero sono anni che si organizzano e poi non fanno mai nulla) ma anche perché il successo in Veneto ha rianimato la militanza che vuole tornare ad avere spazio e vorrebbe avere un leader credibile per vincere. Ed è così che, più che per Zaia e Fontana, Salvini si è infuriato per il blitz del coordinatore dei giovani lombardi, Matteo Mauri, che davanti al Pirellone ha appeso uno striscione con la scritta “Il Veneto indica la via, alla Lega la Lombardia”, accompagnato da un comunicato a nome del coordinamento regionale. Poco dopo ha ricevuto la telefonata di fuoco del coordinatore nazionale dei giovani Luca Toccalini. «Un’iniziativa personale», tenderanno a ridimensionarla dalla segreteria leghista. Ma se non si riescono più a controllare neanche i giovani del fido Toccalini, poco rimane.

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Luca Toccalini con Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Intanto Zaia vede Mattarella

Ancora più inquieto è l’ambiente vicino ai governatori. In Lombardia hanno avviato una raccolta firme a sostegno della candidatura di Zaia alla presidenza della Regione. Lui, il Doge, è stato in trasferta a Roma per incontri importanti. In primo luogo ha voluto far visita al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nel breve incontro di commiato, chiesto da Zaia sabato a margine dell’incontro sull’Africa a Padova, il capo dello Stato ha mostrato molta cordialità nei confronti del presidente veneto uscente, segno del rapporto instaurato già dai tempi del Covid. Mattarella ha poi fatto diffondere una nota e delle foto del vis-à-vis durante il quale avrebbe detto a Zaia che il record di preferenze (203.509) ottenute è un segnale del fatto che ha ben amministrato. Zaia ha poi anche incontrato Salvini, con il quale ha discusso del suo futuro. Il segretario leghista avrebbe ribadito che il compagno di partito «può fare tutto»: presidente dell’Eni, candidato alle suppletive alla Camera, presidente del Consiglio regionale veneto o sindaco di Venezia. E il Doge avrebbe optato per le ultime due ipotesi, esattamente in quest’ordine. Ovvero entrata in Consiglio regionale come presidente e poi utilizzo della carica per negoziare con gli alleati la possibilità di una sua candidatura in Laguna. «Ci vediamo a Venezia», avrebbe detto a Zaia il capo dello Stato che forse già vede l’esito di questa vicenda.

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con Luca Zaia al Quirinale (Ansa).