Come sta andando davvero l’export russo di gas e petrolio dopo la guerra in Ucraina

Utilizzando dati da fonti aperte come il Fondo monetario internazionale (nel suo World Economic Outlook), l’Istituto internazionale per gli studi strategici e il Servizio statistico federale russo (Rosstat), è possibile accendere un faro sull’export dalla Russia di materie prime energetiche dopo l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022. Per valutare i cambiamenti di medio periodo, alla luce delle impennate dei prezzi energetici post Covid e della reale attivazione delle sanzioni a fine 2022, è utile confrontare dati tra un anno pre-crisi come il 2019 e uno bellico come il 2024.

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Germania e Italia erano i principali importatori di gas

Partiamo dalle esportazioni di gas: nel 2019 i 27 Paesi dell’Unione europea importavano dalla Russia circa 184 miliardi di metri cubi (gmc), pari al 72 per cento dell’export totale di 258 giga-metri cubi, pagando 40 miliardi di euro; i due principali importatori, Germania e Italia, compravano quasi la metà (circa il 48 per cento) del gas russo esportato nell’Ue.

Come sta andando davvero l’export russo di gas e petrolio dopo la guerra in Ucraina
Il logo del colosso russo dell’energia, Gazprom (foto Ansa).

La decisione di parlamento e Consiglio Ue: divieto totale

Nel 2024 i 27 Paesi Ue hanno comprato meno di 50 gmc, con una flessione del 73 per cento sul 2019. Nel 2025 sono stimati meno di 30 giga-metri cubi, cioè una contrazione dell’84 per cento. Nel 2026 dovrebbero azzerarsi. Anche perché nel frattempo il parlamento e il Consiglio Ue hanno raggiunto un accordo per porre fine alle importazioni di gas e gas naturale liquefatto (gnl): saranno vietate a partire da sei settimane dopo l’entrata in vigore del regolamento, mantenendo tuttavia un periodo di transizione per i contratti esistenti.

Una quota residua resta per colpa di Austria, Ungheria e Slovacchia

Una minima importazione residua dipende da Austria, Ungheria e Slovacchia (Stati governati da Christian Stocker, Viktor Orbán e Robert Fico, “amici” di Donald Trump e Vladimir Putin) che ancora utilizzano l’ultimo gasdotto russo attivo dalla Turchia, l’unico Paese Nato che ancora ne acquista ingenti quantità. Considerando le dimensioni contenute del Prodotto interno lordo (Pil) russo, le sanzioni sul gas hanno diminuito l’import occidentale del 90 per cento e provocato una riduzione cumulata di entrate dal 2022 al 2025 pari a oltre 113 miliardi di dollari.

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Da sinistra, Viktor Orbán e Robert Fico (foto Ansa).

Diversificazione verso altri mercati: Cina, Turchia e India

Nel frattempo la Russia è riuscita ad aumentare l’export di gas verso altri mercati? Poco. La Cina ha fatto crescere l’import di gas russo dal 2019 al 2024 del 63 per cento, passando da 16,5 a 27 giga-metri cubi, meno di quanto importava l’Italia da sola nel 2019. La Turchia è passata da 15,5 gmc del 2019 a 20 nel 2024 (+30 per cento), al livello degli acquisti che sommavano Polonia e Repubblica Ceca. L’India, che non comprava gas russo, ha importato 1,5 miliardi di metri cubi nel 2024, la stessa quantità il Pakistan: insieme acquistano più o meno il gas che era riservato alla Grecia nel 2019.

Mosca ha dovuto però scontare i prezzi incrementando i costi

Per incrementare le vendite di gas la Russia avrebbe bisogno di gasdotti, ma non è in grado di realizzarli; per vendere comunque in questi mercati Mosca ha scontato i prezzi incrementando i costi, ridotto il prezzo del gnl, incassato valute poco pregiate come yuan e rupie e subito notevoli costi di transazione. Complessivamente Cina, Turchia e India nel 2019 importavano 32 giga-metri cubi e sono arrivate a quota 48 nel 2024, passando dal 12 al 18 per cento del totale; i russi hanno perso la vendita di 160 miliardi di metri cubi di gas in Europa e ne hanno recuperati complessivamente 16 in Asia. Il costo dell’aggiustamento del mix clienti/prezzi per mantenere più volumi possibili ha avuto un valore stimato, per il solo gas, di -141 miliardi di dollari di minori margini e aumento di costi.

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Il premier indiano Narendra Modi (foto Ansa).

Petrolio: in testa c’erano Paesi Bassi, Germania e Polonia

Veniamo al petrolio: nel 2021 gli Stati dell’Unione europea importavano dalla Russia circa 113,1 milioni di tonnellate (mt) di petrolio, pari a circa il 49 per cento del totale di 230 mt, pagando 55 miliardi di euro. I tre principali importatori erano Paesi Bassi, Germania e Polonia, e da soli assorbivano il 60 per cento del petrolio russo esportato in Europa. Nel 2024 i Paesi dell’Ue hanno comprato meno di 30 milioni di tonnellate, con una flessione del 74 per cento sul 2021. Nel 2025 sono stimate meno di 12 mt, con una flessione del 91 per cento. Nel 2026 dovrebbero azzerarsi. In sintesi, le sanzioni sul petrolio hanno ridotto l’import in Europa del 91 per cento e indotto una diminuzione di incassi cumulata dal 2022 al 2025 di circa 135 miliardi di dollari.

Putin ha quasi pareggiato i volumi persi in Europa

Però i russi sono stati in grado di diversificare l’export, quasi pareggiando i volumi persi in Europa. La Cina si è confermata primo importatore di petrolio russo, incrementando i volumi del 36 per cento dal 2021 al 2024, passando da 79 a 108 mt. La Turchia è passata da 18,2 milioni di tonnellate del 2021 a 25 nel 2024 (+37 per cento). L’India, che comprava storicamente poco petrolio russo, è diventata il secondo importatore, passando da 2,7 mt nel 2021 a 72 nel 2024 (+2.500 per cento). Complessivamente, la quota di petrolio russo importata da Cina, India e Turchia è passata dal 43 per cento del 2021 a circa il 90 per cento del 2024.

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Vladimir Putin (Imagoeconomica).

C’è però un problema di contrabbando, minori margini e aumento di costi

Anche in questo caso la Russia ha dovuto abbassare i prezzi, organizzare il contrabbando attraverso le flotte di petroliere fantasma, azzerare la diversificazione dei mercati, accettare un’enorme concentrazione del rischio, incassare valute come yuan e rupie. La stima attendibile della variazione cumulata degli introiti da petrolio dal 2022 al 2025 è negativa per 152 miliardi di dollari, causata da minori margini e aumento di costi.

Altro che “Sud globale”: ognuno fa i propri interessi

India e Cina, per aumentare gli acquisti di petrolio russo in saldo, hanno sacrificato l’import da molti vecchi fornitori. In particolare i maggiori danni sono stati sopportati da Arabia Saudita, Iraq, Angola, Oman, Nigeria, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, dimostrando che il concetto di “Sud globale” sembra più che altro una solenne farneticazione. Le posizioni di India, Cina e Turchia convergono su un punto: la guerra è una straordinaria opportunità creata maldestramente da Putin in cui la Russia può indebolirsi anche definitivamente; un prolungarsi del conflitto in Ucraina è auspicabile e conveniente, perché usura i russi e mette in crescente difficoltà gli occidentali. In questo comune sentire, ognuno persegue i propri obiettivi.

L’opportunismo economico del premier indiano Modi

L’India conferma l’opportunismo economico come unico vero motore della sua politica: comprare petrolio a basso costo dalla Russia ha permesso al Paese guidato dal premier Narendra Modi di diventare un discreto esportatore di benzina e derivati, di soddisfare la sete di petrolio del settore chimico e plastico in grande espansione, di ridurre gli acquisti dagli Stati musulmani e di ottenere credito dalla Russia per l’acquisto di armi.

L’ambizione geopolitica di Erdogan può essere soddisfatta

In Turchia, l’ambizione e l’intuizione geopolitica del presidente Recep Tayyip Erdogan di poter ricostruire una grande sfera d’influenza turca, approfittando delle difficoltà russe e iraniane, può essere perseguita vedendosi in più offrire petrolio e gas a sconto.

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Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin (foto Ansa).

Xi Jinping opera una strategia più articolata e sottile

Pechino coglie una ghiotta opportunità, ma sviluppa anche una politica più articolata e sottile: non solo acquisire energia a costi più bassi, ma imporre ai russi condizioni leonine sui loro acquisti, rifiutandosi di finanziare investimenti per realizzare nuovi gasdotti e non bilanciando le proprie forniture di beni industriali con acquisti di sistemi d’arma russi in cui non crede più.

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Vladimir Putin con Xi Jinping (foto Ansa).

De-dollarizzazione della Russia, ma a che prezzo…

Il presidente Xi Jinping ha compreso la disperazione russa per le difficoltà in Ucraina e si sporca le mani con cessioni di componenti dual use per realizzare un monopolio e definire una dipendenza di lungo termine della Russia. La Cina ha imposto il suo controllo in ampie aree dell’estremo oriente russo, dove nuove infrastrutture saranno finanziate (solo) dai russi e saranno costruite (solo) da aziende cinesi. Il disegno della de-dollarizzazione de facto per la Russia potrebbe realizzarsi con il rublo trasformato in una sorta di remimbi interno, sostituito dalla valuta cinese negli scambi internazionali.