Il tribunale di Palermo ha stabilito che la organizzazione non governativa Sea Watch dovrà essere risarcita dallo Stato italiano per oltre 76 mila euro, a causa del fermo subito a Lampedusa dalla nave Sea Watch 3 a giugno del 2019, dopo che la comandante Carola Rackete aveva forzato il blocco navale per far sbarcare 42 migranti sull’isola siciliana.

Perché lo Stato italiano dovrà risarcire Sea Watch
L’Italia dovrà risarcire le somme sborsate tra ottobre e dicembre del 2019 da Sea Watch per spese portuali, di agenzia e legali, così come per il carburante resosi necessario per mantenere la nave attiva durante il fermo.

Cosa era successo a giugno del 2019
Il 12 giugno la Sea Watch 3 raccolse oltre 50 migranti nel Mediterraneo, al largo della costa libica, respingendo subito dopo un’offerta di attracco a Tripoli, destinazione considerata non sicuro dall’Ue e dalle organizzazioni umanitarie. L’imbarcazione di diresse così verso Lampedusa. Il 14 giugno l’Italia chiuse i suoi porti alle navi di salvataggio dei migranti: l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini si appellò al decreto Sicurezza Bis, approvato pochi giorni prima, rifiutandosi di consentire l’attracco fino a quando altre nazioni europee non avessero accettato di prendere i migranti. Dopo giorni di stallo (durante i quali 10 migranti considerati fragili furono autorizzati a sbarcare), il 29 giugno Rackete forzò il blocco navale e attraccò a Lampedusa, urtando nelle manovre una vedetta della Guardia di Finanza. La comandante della Sea Watch 3 fu arrestata dalle autorità italiane con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza a navi da guerra. Le accuse nei confronti di Rackete, assolta perché «salvare migranti è un dovere previsto dal diritto internazionale e la Libia non è un porto sicuro», è stata definitivamente archiviata a dicembre del 2021.
