Perché l’aumento dei divorzi in Cina è un’ottima notizia

Sempre più donne non accettano più matrimoni infelici, frustranti e umilianti. E decidono di dire basta nonostante i tabù e la vergogna. Una rivoluzione silenziosa che nemmeno gli sforzi del governo riusciranno ad arginare.

Dopo la scelta coraggiosa di Yuya Mika che ha denunciato pubblicamente le violenze subite dal suo ex compagno, dalla Cina arriva un’altra buona notizia sul fronte delle conquiste femminili: i divorzi sono in aumento.

Qualcuno dirà: «Ma che buona notizia è questa? Più matrimoni che falliscono ti sembrano una buona notizia?» Ebbene sì, nel caso della Cina si tratta di una buona, anzi di un’ottima notizia. Perché significa che le donne cinesi non vogliono più accettare matrimoni infelici. Per questo bisogna festeggiare.

La mentalità delle generazioni meno giovani, infatti, si basa ancora oggi in massima parte –  e non solo tra i maschi ma anche tra le donne – sul vecchio proverbio cinese che, tradotto, fa più o meno così: «Se sposi un cane, vivi con un cane; se sposi un gallo, vivi con un gallo». Il matrimonio visto come destino immutabile che non si può cambiare, ma solo accettare.

UNA RIVOLUZIONE SILENZIOSA

Le donne in Cina ottennero il diritto al divorzio solo nel 1950, quando il vittorioso Partito comunista cinese introdusse la nuova legge sul matrimonio. Durante l’era di Mao però, solo una piccola percentuale di donne ha esercitato questo diritto, e di solito per ragioni politiche: per esempio per lasciare un marito “controrivoluzionario”. Ma la buona notizia è che le cose stanno cambiando.

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Si è davanti a una rivoluzione silenziosa. All’inizio di novembre, Zhou Qiang, presidente della Corte suprema del popolo, ha rivelato in un discorso che ormai in Cina circa il 74% dei divorzi è richiesto da donne.  Zhou ha anche aggiunto che la cosiddetta crisi del settimo anno si è ormai spostata al terzo. Esaminando le statistiche cinesi, si scopre che il tasso di divorzi è schizzato alle stelle nell’era della riforma. Il dato generale, che misura il numero di separazioni per ogni 1.000 persone, era solo dello 0,018% nel 1978, anno in cui la Cina ha aperto alle politiche sociali che hanno trasformato la nazione, e da allora è salito fino a 0,320% nel 2018: un record. L’accelerazione più significativa si è avuta dopo il 2003, quando la Cina ha reso il divorzio più semplice e veloce, in primis abolendo la necessità dell’approvazione dei datori di lavoro. Nel 2016, 4,2 milioni di coppie, per lo più abitanti delle città, si sono separate. 

SEMPRE PIÙ DONNE NON ACCETTANO RELAZIONI FRUSTRANTI

Man mano che la Cina è diventata più ricca e moderna, sempre più donne hanno iniziato a preoccuparsi della qualità dei loro matrimoni. Una maggiore indipendenza finanziaria significa infatti, anche in Cina, maggiore possibilità di autonomia e di scelte consapevoli. Se il marito è infedele o anche soltanto se si sente insoddisfatta della sua vita sessuale, non esita a chiedere il divorzio, rifiutandosi di continuare a rimanere rinchiusa in una relazione frustrante e spesso umiliante.

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Ma sebbene gradualmente la mentalità stia cambiando, le vecchie generazioni ancora vedono il divorzio come una vergogna da nascondere agli occhi degli altri. «Mia madre non ha mai parlato ai vicini del mio divorzio, avvenuto quasi 14 anni fa», ha scritto di recente una 40enne sul social network Weibo. «Perché dovrei stendere la biancheria sporca?», mi ripeteva. «Per lei il divorzio è sempre stato una vergogna, per la donna e per la sua famiglia». 

SE IL DIVORZIO È UNA VERGOGNA

Ma sebbene gradualmente la mentalità stia cambiando, le vecchie generazioni ancora vedono il divorzio come una vergogna da nascondere agli occhi degli altri. «Mia madre non ha mai parlato ai vicini del mio divorzio, avvenuto quasi 14 anni fa», ha scritto di recente una 40enne sul social network Weibo. «Perché dovrei stendere la biancheria sporca?», mi ripeteva. «Per lei il divorzio è sempre stato una vergogna, per la donna e per la sua famiglia». 

GLI SFORZI DEL GOVERNO PER FRENARE LA TENDENZA

Fortunatamente questo modo di vedere il divorzio come un tabù sta diventando sempre meno comune e la fine del matrimonio una realtà sempre più accettata, soprattutto nelle città. Il crescente numero di divorzi, in verità, ha apparentemente turbato le autorità, prese alla sprovvista dal fenomeno. Ossessionato dal mantenimento della stabilità sociale, il governo vede nel grande aumento dei divorzi una fattore destabilizzante e per questo ha intensificato gli sforzi per frenare la tendenza. Nel 2016, la Corte suprema del Popolo ha incaricato i giudici di bilanciare il rispetto dei desideri delle persone con la difesa della stabilità della famiglia che, a loro avviso, è la base per una società armoniosa. L’anno scorso, i tribunali locali hanno introdotto metodi come un periodo di riflessione, la mediazione gratuita e persino un quiz per dissuadere le coppie dal divorziare. Non sorprende che oltre la metà dei casi di divorzio presentati siano stati respinti dai tribunali. 

AUMENTA LA CONSAPEVOLEZZA DELLE DONNE

I nascenti movimenti femministi però sono convinti che il governo non debba interferire nella sfera privata delle persone. Anche se, anche in Cina, è chiaro a tutti che un divorzio non sia mai da prendere alla leggera, specialmente quando sono coinvolti bambini. Ma la consapevolezza che impedire alle donne di uscire da un cattivo matrimonio riduce drasticamente la loro libertà e il libero arbitrio si sta facendo strada nell’opinione pubblica. Così come la convinzione che la libertà di divorziare sia un caposaldo del diritto civile che deve essere rispettato.

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L’aumento di richieste di divorzio da parte delle donne è un dato in linea con la traiettoria di un Paese in grande sviluppo e sulla via di una rapida modernizzazione. Un Paese che sta cercando, almeno in questo campo, di omologarsi al nazioni dove i diritti civili sono più rispettati, come gli Stati Uniti e i Paesi europei. Per questo la notizia che in Cina i divorzi sono in forte aumento è ottima. Una notizia da celebrare.


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Yuya Mika rompe il silenzio sulla violenza contro le donne in Cina

La nota make-up artist sui social ha raccontato e documentato gli abusi subiti dall'ex compagno. Diventando un esempio e un simbolo in tutto il Paese.

In Cina la conoscono tutti come Yuya Mika, in Occidente come Mona Lisa.  In realtà il suo nome è He Yuhong, ha 28 anni ed è una vera celebrità del counturing, una specie di arte del make-up. Sì, perché lei, con pochi selezionati cosmetici e una spugnetta per il trucco, si trasforma nella riproduzione fedelissima di celebri opere d’arte e vip: dalle leonardesche Monna Lisa, appunto, alla Dama con l’Ermellino, fino all’enigmatica Ragazza con l’orecchino di perla o Ava Gardner, Jean Harlow, Johnny Depp e Marlene Dietrich

YUYA È DIVENTATA UN SIMBOLO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Da qualche giorno però, nel suo Paese, la Cina, l’artista è diventata un simbolo, un esempio per tutte le donne maltrattate che subiscono violenza dai loro compagni, fidanzati o mariti. Seguita su TikTok da oltre 2 milioni di utenti, ha scelto il Facebook cinese Weibo per denunciare coraggiosamente e pubblicamente gli abusi subiti dell’ex-compagno, Chen Hong, un illustratore 40enne di Chongqing, anch’egli molto conosciuto in Cina. E per farlo non ha scelto un giorno qualsiasi, ma proprio la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

LA DENUNCIA VIA SOCIAL DELL’EX COMPAGNO

Sulla sua pagina social He ha postato le prove che incastrano senz’appello l’ex compagno: schermate, video registrati da telecamere di sorveglianza e addirittura le testimonianze delle due ex-mogli, che confermerebbero le violenze subite da Chen Hong. Dopo la denuncia coraggiosa di He – in un Paese come la Cina dove ancora oggi gli abusi e le violenze domestiche sulle donne vengono considerati una vergogna e non sono quasi mai denunciati – la polizia del distretto di Jiangbei, dove vivono sia lei che l’ex compagno, ha avviato un’indagine e la locale federazione femminile ha subito annunciato in un post su Weibo di essere pronta a fornirle assistenza legale gratuita. In realtà c’è preoccupazione per la sicurezza dell’artista e si temono ritorsioni, anche perché le telefonate al suo cellulare fatte da alcuni conoscenti martedì sono rimaste senza risposta. Ma Zhao Mengjiao, la sua migliore amica, ha rassicurato tutti dicendo che He si trova attualmente in un luogo sicuro e che il caso verrà gestito da un avvocato.

LE IMMAGINI DELLE AGGRESSIONI

Nei suoi post, He ha raccontato che le violenze e gli abusi sono iniziati in aprile quando Chen l’ha schiaffeggiata una dozzina di volte dopo un litigio. L’ex-compagno si è poi scusato ma la violenza è aumentata ulteriormente. In un altro caso la donna è stata trascinata fuori da un ascensore e tirata violentemente per i piedi, come documentano le riprese di sorveglianza. Chen in seguito l’ha presa per il collo e le ha sbattuto la testa contro il muro. Otto giorni dopo è stata picchiata di nuovo, con l’ex compagno che la spingeva a terra, sferrandole calci e calpestandola.

ABUSI CONFERMATE DALLE DUE EX MOGLI DELL’UOMO

Dopo la denuncia pubblica di He, anche le due ex mogli di Chen hanno deciso di uscire allo scoperto, confermando di essere state vittime di violenze. Jin Qiu, che ha divorziato dal disegnatore nel 2012, ha dichiarato in un drammatico video che l’ex marito l’ha maltrattata più volte durante il loro breve matrimonio, sbattendole violentemente la testa contro un muro. La prima ex moglie di Chen, che si è identificata solo come Abu, ha detto che gli abusi e le violenze di He rispecchiano quelli da lei subiti un decennio prima. «Ringrazio He», ha detto, «che con il suo coraggio mi ha dato la forza di denunciare. Se noi donne non lo facciamo, la stessa cosa potrebbe ripetersi molte volte. E ci saranno sempre più donne che saranno costrette a subire violenza in silenzio», ha concluso in lacrime.

IN CINA LA VIOLENZA DI GENERE È ANCORA UN TABÙ

La violenza di genere da parte di partner, mariti o compagni resta un tabù per le donne cinesi, che scontano ancora oggi una cultura fortemente improntata al maschilismo, che cerca ancora di relegarle nello spazio domestico, retaggio della visione confuciana, all’interno del quale la donna doveva restare, sottomessa e inerme ai voleri e all’arbitrio dell’uomo. La Cina si è dotata di una legislazione contro le violenze domestiche soltanto nel 2015, entrata ufficialmente in vigore nel marzo 2016, ma con caratteristiche che la rendono del tutto inadeguata e insufficiente a contrastare efficacemente quella che si profila ormai come una emergenza nazionale. La legge infatti stabilisce che l’atto di violenza domestica costituisce un’infrazione civile, non un reato. Mentre si calcola che almeno una donna su quattro sposata in Cina abbia subito violenze dal proprio partner.

UNA VITTIMA DI VIOLENZA DOMESTICA AL GIORNO

Secondo un rapporto del 2015 della Corte suprema del popolo, quasi il 10% dei casi di omicidio intenzionale riguardano episodi di violenza domestica. Ma per molto tempo i dipendenti del governo, sia avvocati sia giudici, hanno manifestato scarsa attenzione e ancor meno comprensione per la violenza contro le donne. Nel 2018, due anni dopo l’entrata in vigore della nuova legge, Equality, un’organizzazione per i diritti delle donne con sede a Pechino, ha fornito in un rapporto gli ultimi dati disponibili sui femminicidi in Cina. Si documentano 533 casi di omicidio per violenza domestica nei circa 600 giorni monitorati dallo studio, compresi tra il primo marzo 2016 e il 31 ottobre 2017, che hanno causato la morte di almeno 635 tra adulti e bambini, compresi vicini e passanti. Nel periodo in esame la media delle vittime è stata dunque di una al giorno e la grande maggioranza di esse sono donne.


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Hong Kong canta Bella ciao e spaventa il gigante Cina

Il risultato del voto contro Pechino ha una valenza incredibile, che non è esagerato definire storica per l'ex colonia. Non era mai successo prima che i rappresentanti filo-cinesi venissero ridotti a una esigua minoranza, come invece è accaduto.

Più che una vittoria elettorale è stato un plebiscito. Il 24 novembre il popolo di Hong Kong si è messo in fila, pazientemente, per strada, di fronte alle scuole, agli uffici governativi, ovunque ci fosse un seggio elettorale.

Si è alzato molto presto al mattino, il popolo di Hong Kong, malgrado fosse domenica, per arrivare prima, per cercare di creare il minor disturbo possibile, visto che già si poteva immaginare che l’affluenza sarebbe stata alta, anzi altissima, straordinaria: quasi il 72% degli aventi diritto al voto.

E senza aggressività, senza clamore – dopo settimane, mesi, di proteste, violenze e disordini – ha messo in pratica quello che di buono l’Occidente – gli inglesi in questo caso – in 150 anni di dominio coloniale gli hanno insegnato. La loro «migliore eredità»: la democrazia.

PER LA PRIMA VOLTA I PARITI FILO-CINESI SONO ESIGUA MINORANZA

E la democrazia ha vinto, a Hong Kong. I candidati anti-Pechino e pro-democrazia hanno conquistato il 90 % dei seggi, stravincendo in 17 dei 18 distretti in cui si divide l’ex colonia britannica. Si dirà che queste elezioni hanno carattere locale, che non cambieranno radicalmente gli equilibri politici all’interno del LegCo, il Legislative Council o “mini parlamento” di Hong Kong, che resterà comunque ancora dominato dai rappresentanti imposti da Pechino. Ma l’importanza del risultato elettorale riveste comunque una valenza incredibile, che non è esagerato definire storica. Non era mai successo prima che, praticamente nell’intera struttura distrettuale di Hong Kong, i rappresentanti Pro-Pechino venissero ridotti a una esigua minoranza, come invece è accaduto.

Supporter democratici esultano dopo il voto del 24 novembre a Hong Kong.

IL PARTITO COMUNISTA CINESE HA ACCUSATO IL COLPO

Ora, probabilmente, è troppo presto per cantare vittoria. Certo, all’indomani della disfatta del fronte pro-Pechino, anche l’inetta governatrice-fantoccio di Hong Kong, la contestatissima Carrie Lam, ha dovuto prendere atto del risultato. E della storica dèbacle. Persino a Pechino, i burocrati del Partito comunista cinese che continuano a governare questo immenso Paese con il pugno sempre più di ferro, strangolando ogni minimo sussulto democratico, hanno accusato il colpo. La prima ha dichiarato a caldo di volere «con umiltà ascoltare le opinioni dei cittadini», ma Geng Shuang, portavoce del ministro degli Esteri cinese, si è subito affrettato a dichiarare minacciosamente che «Hong Kong resta parte della Cina, a prescindere da qualsiasi risultato elettorale». Ma oggi queste parole aggressive e autoritarie, alle quali il gigante illiberale cinese ci ha abituato, suonano vuote, sembrano dette in affanno, per parare un colpo.

LA RESISTENZA DI HONG KONG PUÒ INCEPPARE LA PROPAGANDA CINESE

Forse anche l’onnipotente presidente-a-vita Xi Jinping ha già capito che la piccola Hong Kong potrebbe essere il sassolino che rischia di far saltare l’immenso e fino a oggi imbattibile ingranaggio repressivo cinese? Forse. Ma certo non accadrà domani. La ferrea censura cinese riesce ancora a mantenere nell’ignoranza e a manipolare quel miliardo e rotti di cittadini che ascoltano solo la versione dei fatti artefatta dall’efficiente macchina della propaganda di Pechino. La voglia, anzi la pretesa di democrazia, che si è affermata a Hong Kong senza se e senza ma, potrà piano piano “sgocciolare” dentro questa macchina propagandistica e distruggerla? Ce lo auguriamo, e chiunque abbia a cuore i valori non negoziabili della democrazia e dei diritti umani dovrebbe augurarselo. Ma è ancora troppo presto per dire se e quando ciò accadrà.

Cittadini di Hong Kong in fila durante le elezioni.

UN VOTO CHE DÀ ANCORA PIÙ VALORE ALLE PROTESTE

Intanto i cittadini di Hong Kong – lasciati soli, totalmente e colpevolmente soli nella loro lotta, dall’intero Occidente, che ha preferito girare la testa dall’altra parte e continuare ad allungare la mano per arraffare i soldi cinesi – hanno dato a tutti una straordinaria lezione di perseveranza, orgoglio, rappresentanza e democrazia. Grazie al loro voto, tutto il mondo ha potuto vedere che i manifestanti che combattevano da mesi, mettendo a ferro a fuoco le eleganti vie della ex colonia, non erano – come qualcuno, anche da noi, sosteneva in aperta cattiva fede – una «sparuta minoranza di violenti», avversati dalla maggioranza della popolazione di Hong Kong che in realtà sarebbe stata tutta a favore di Pechino. Al contrario, il risultato elettorale ha dimostrato che essi erano l’avanguardia di un fronte immenso, condiviso, maggioritario, che unisce nell’amore per la propria città e nella richiesta di democrazia, giovanissimi studenti, impiegati pubblici, professionisti, uomini d’affari, commercianti e casalinghe. Il popolo di Hong Kong, insomma. Quello che «una mattina, si è svegliato».

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Gli Altri, storie di burqa, amore e rabbia nel secolo del Jihad

Quello di Nicastro e Mineo è uno spettacolo ibrido, tra teatro e giornalismo. Che attraverso storie mostra la paura per un guerrigliero che ti punta contro un’arma, la pietà per una famiglia di profughi, l’incredulità davanti a un aspirante kamikaze.

Settanta anni fa erano i kamikaze giapponesi a sacrificare la propria vita per l’imperatore e oggi sono gli shahid islamisti a farlo in nome di Allah. L’interrogativo, però, è molto difficile da affrontare per la nostra cultura illuminista, ed è sempre lo stesso: perché lo fanno? La risposta più semplice è quella che si sente a ogni tigì quando un uomo-bomba si fa esplodere. È la risposta più rassicurante, quella, in fondo, che ci auto-assolve: sono dei pazzi. Semplicemente dei pazzi. 

UNO SPETTACOLO IBRIDO TRA CRONACA E TEATRO

Per 80 minuti, invece, i due autori-interpreti dello spettacolo Gli Altri, storie di burqa, amore e rabbia nel secolo del Jihad, in scena al teatro Officina di Milano, fanno di tutto per contestualizzare, problematizzare, rendere la complessità del reale in tutte le sue sfaccettature. Uno zigzagare tra luoghi, date, guerre alla ricerca di una risposta più elaborata. Possiamo noi occidentali, con la nostra razionalità, ma anche con le nostre rimozioni collettive davanti a una storia che non ci rende orgogliosi, capire tale sacrificio? Così, nel corso dello spettacolo, le ragioni umane, ma anche storiche e politiche del terrorismo islamista, prendono forma una dopo l’altra, incarnate in storie di persone reali, incontrate in Cecenia, Egitto, Iraq, AfghanistanGli Altri è uno spettacolo “ibrido”, di fusione tra cronaca e drammaturgia, e prova a rispondere a quella scomoda domanda «perché lo fanno?», con tutte le modalità espressive del genere. Non sono poche le lacrime alla fine della rappresentazione. Dal Vajont di Marco Paolini in avanti, le “orazioni civili” sembrano essere diventate l’elemento di maggiore impatto della scena teatrale contemporanea. In genere è l’attore o il drammaturgo che si spingono nel terreno dell’informazione. Nel caso de Gli Altri, storie di burqa, amore e rabbia nel secolo del Jihad sono invece due giornalisti a fare il percorso dalla cronaca verso le scene. Con tutti i limiti, ma anche i pregi del caso.

IL VIAGGIO DI NICASTRO E MINEO

Andrea Nicastro è inviato del Corriere della Sera, Francesca Mineo la voce di tante Ong che lavorano per lo sviluppo dei Paesi più poveri. Assieme hanno scritto e ideato un viaggio (immobile, ma coinvolgente) nei luoghi e nelle situazioni dove vivono gli Altri. Il loro peso attoriale non regge il confronto con i professionisti della scena, ma l’esposizione non ne risente perché gode della forza della verità. Come dice Massimo De Vita, direttore artistico dell’Officina, «i bravi attori devono essere capaci di “ascoltare e osservare” i personaggi che vogliono riprodurre in scena. Il duo Mineo-Nicastro non ha bisogno di padroneggiare la tecnica perché “recitano” semplicemente loro stessi. La paura per un guerrigliero che ti punta contro un’arma, la pietà per una famiglia di profughi, l’incredulità davanti a un aspirante uomo-bomba, non sono recitate, sono solo rievocate rispetto a episodi provati in prima persona. Non c’è bisogno di interpretare, basta che raccontino». Il risultato è un effetto verità che nessun attore può raggiungere. Aiuta anche la presenza di un enorme schermo che inonda l’intera scena con piccole clip o anche solo foto che mostrano le persone e gli eventi che si vogliono evocare. Tutti i sensi vengono così coinvolti. La regia è di Fabio Bettonica, le foto, intense e commoventi, di sguardi e volti “Altri” sono di Romano Cagnoni, Lorenzo Merlo e Mauro Sioli. Un intervento in audio è del direttore di Radio Popolare Massimo Bacchetta. Tre serate, tre sold out. Se c’era bisogno di verificare la fame di informazione di qualità nel nostro Paese, questo Gli Altri lo ribadisce con forza.

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Viaggio a Macao tra casinò, gondolieri di Venezia e kitsch

Finte calli, finti canali e professionisti importati dalla Laguna. Gli studios di Los Angeles in cartapesta. Ma anche la riproduzione della Tour Eiffel e, a breve, la Londra di Beckham che qui aprirà un nuovo resort casinò. Benvenuti a Cotai strip.

Il piccolo bus n. 15 della Sociedade de Transportes Urbanos saltella tra i dossi e le curve della tortuosa strada costiera lungo l’isola di Coloane che, insieme all’isolotto di Taipa e alla penisola di Macao, forma il territorio di questa antica colonia portoghese che tra un mese, il 20 dicembre, “festeggerà” il ventennale del ritorno alla Cina, dopo quasi 500 anni di dominio lusitano.  

La meta è la Cotai strip una striscia di terra tra Taipa e Coloane. In realtà l’ennesimo, e mastodontico, sbancamento o reclamation (per dirla all’inglese) che ha sottratto al mare un’area incredibilmente vasta, unendo quelle che erano state per secoli due distinte isolette in un unico mostruoso territorio artificiale.

E su questa vasta area è sorto, a partire dal 2007, uno dei più incredibili e allucinanti megaprogetti della nuova Macao cinese.

The Parisian Macao (foto Marco Lupis).

PARISIAN E VENETIAN MACAU: IL TRIONFO DEL KITSCH

Una volta scesi dall’autobus, lo choc lascia letteralmente senza fiato. Non è un sogno né un’allucinazione: ci si trova di fronte a un’incredibile e pacchianissima Tour Eiffel. Siamo a Parisian Macau che con Venetian Macau e la City of Dreams forma il più grande complesso al mondo di casinò, centri commerciali, hotel di extralusso e boutique. 

LA PICCOLA LONDRA DI DAVID BECKHAM

E proprio di fronte a questa Tour Eiffel sorgerà il nuovo mega resort voluto da David Beckham: questa volta sarà una finta Londra a vedere la luce. E a completamento del quadro surreale di questa metropoli del gioco d’azzardo e della finzione, la nuova creatura alberghiera dell’ex stella del calcio britannico esibirà una facciata simil Westminster e persino una grande replica del Big Ben. Gli ospiti verranno letteralmente “avvolti” da una profusione di decorazioni in oro e marmo; Beckham progetterà in prima persona delle concept suite e due piani saranno interamente dedicati alla sartoria su misura. «Avremo di tutto», ha dichiarato il calciatore, «dai nostri taxi neri all’esterno fino alla replica fedele di alcune delle strade più famose di Londra all’interno, come Bond Street e Saville Row».

Macao sta per festeggiare il ventennale del passaggio alla Cina (foto Marco Lupis).

LA RIPRODUZIONE DEGLI STUDIOS

Attualmente le tre strutture esistenti riproducono le vie e i monumenti di Parigi, ma anche le calli e i ponti di Venezia, con i canali pieni di acqua vera e solcati da autentiche gondole, costruite nella città lagunare e spedite a Macao insieme a gondolieri doc. Nella City of Dreams, poi, si può gironzolare in una perfetta riproduzione dei favolosi Studios di Los Angeles, un’area che occupa altre migliaia e migliaia di metri quadri. Un vero e proprio trionfo di “cartapesta” e di cattivo gusto, pieno di finti Ponti di Rialto, finte stradine veneziane, finti bistrot parigini. E poi decine di casinò, dove un esercito di ludopatici giocano ai tavoli verdi e fanno girare le roulette H24, tra una miriade di negozi di ogni genere, lusso e varietà da far sembrare, al paragone, una botteguccia di periferia il più grande dei nostri centri commerciali.

Turisti a Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

I NUMERI DA RECORD DI UN SOGNO CHE SEMBRA UN INCUBO

I numeri, del resto, parlano da soli. E mettono paura. Tutto è di proprietà della Las Vegas Sands con la quale anche Beckham è entrato in società per realizzare il suo progetto. L’azionista di maggioranza è il miliardario americano Sheldon Adelson, titolare di un patrimonio personale che la rivista Forbes ha stimato in quasi 34 miliardi di dollari nel 2018. La sola Venetian Macau (senza contare le finte Parigi e Hollywood) occupa un immobile alto 39 piani sulla striscia Cotai. Esteso su un’area di 980 mila metri quadrati, il complesso rappresenta attualmente il più grande casinò al mondo, il più grande hotel a edificio unico in Asia e anche il settimo più grande edificio del Pianeta per superficie.

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La torre principale del complesso è stata terminata nel luglio 2007 e il resort è stato ufficialmente inaugurato il 28 agosto dello stesso anno. Attualmente dispone di 3 mila suite, 110 mila metri quadri di spazio per le convention, 150 mila metri quadri di negozi, 51 mila metri quadri di spazio casinò (con 3.400 slot machine e 800 tavoli da gioco aperti 24 ore su 24) e persino un’arena-stadio coperta da 15 mila posti, per ospitare eventi musicali e sportivi. Tutt’attorno a questo mostruoso complesso si estendono a perdita d’occhio – su quella che fino a meno di 15 anni fa era un’area marina che separava le isolette di Taipa e Coloane – altri giganteschi hotel, case da gioco, centri commerciali, in un continuum che lascia senza parole e senza fiato.

La replica di alcuni monumenti di Parigi a Macao (foto Marco Lupis).

UN PRODIGIO, MA SOLO DELLA TECNICA

Se si riesce a mettere da parte per un attimo l’orrore causato dalla sovrabbondanza di qualsiasi cosa e dal kitsch bisogna ammettere che il complesso, specie la finta Venezia, è incredibile, dal punto di vista della pura realizzazione tecnica e tecnologica.

Venezia riprodotta nei minimi dettagli nell’area di Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

Tutto è perfettamente climatizzato e un finto cielo svetta sopra le facciate dei palazzi veneziani in cartongesso, illuminato con un sistema di proiettori dotato di finte nuvole, effetti luminosi e sonori gestiti da un sofisticato software, che simulano in modo incredibilmente realistico il susseguirsi delle ore della giornata e il variare della luce dall’alba al tramonto, fino alla notte. Piogge e temporali compresi.

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I GONDOLIERI IMPORTATI DA VENEZIA

Ci si può facilmente perdere tra le calli di questa finta Venezia. E saltando da un negozio all’altro, capita di mettersi a chiacchierare con i gondolieri, venetissimi e abbigliati in perfetto stile veneziano che rispondono volentieri a qualche domanda.

In quest’area di Macao sorgerà il nuovo resort in stile londinese di Beckham (foto Marco Lupis).

«Còssa vole che el disi, dotór», sussurra un ragazzone alto e pieno di muscoli. «I sghei, se i sghei!», i soldi. «Quando al nostro sindacato a Venezia ci han detto che c’erano i cinesi pronti a pagare un sacco di soldi di stipendio, compreso viaggio, alloggio di lusso e benefit per tutta la famiglia, per venire qui a fare sta pagliacciata…Bè, con la crisi che c’è in Italia, còssa gaveria fà ti al me post? Lei che avrebbe fatto al mio posto?».


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Cosa sappiamo sui metodi di tortura impiegati dalla Cina

Il caso del dipendente consolare Cheng è solo l'ultimo in ordine di tempo. Le testimonianze passate hanno permesso di mettere in fila circa 100 tecniche. Dai morsi di serpente alla famigerata "Panchina della tigre".

Dominic Raab, segretario di Stato per gli Affari esteri del Regno Unito, non ha usato mezze parole: «Il trattamento della Cina nei confronti del signor Cheng equivale a tortura». Così il caso di Simon Cheng, ex dipendente del consolato britannico di Hong Kong, arrestato lo scorso agosto e riapparso dopo essere rimasto nelle mani della Polizia cinese per 15 giorni, rischia di creare un incidente diplomatico tra Pechino e Londra. In un’intervista esclusiva al Wall Street Journal, Cheng ha dichiarato che la polizia segreta cinese lo ha picchiato, privato del sonno e incatenato a bocca aperta mentre cercava di estorcergli informazioni sugli attivisti che guidano le proteste democratiche a Hong Kong. Ma il suo non è certo il primo caso che testimonia dell’uso abituale della tortura da parte del regime cinese, un sistema largamente praticato per estorcere informazioni e false confessioni.

Arrestato a Pechino all’inizio di gennaio 2016 e tenuto in cattività per 23 giorni, anche l’attivista svedese Peter Dahlin ha subito un simile calvario in Cina, quasi tre anni prima che i canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor venissero arrestati (sono attualmente ancora detenuti dalle autorità cinesi ormai da quasi un anno). Dahlin, co-fondatore di China Action, una Ong che supporta molti avvocati per i diritti umani in Cina, sostiene che Kovrig – il quale, come lui, è stato catturato a Pechino – sia attualmente detenuto nella stessa struttura in cui avevano rinchiuso lui: una prigione segreta, con quattro piani e due ali indipendenti, nella parte meridionale della capitale cinese. Spavor invece, che viveva e operava nella Cina nordorientale, sarebbe tenuto prigioniero in una struttura diversa.

LA TESTIMONIANZA DELL’ATTIVISTA SVEDESE DAHLIN

Secondo la testimonianza di Dahlin, ai prigionieri vengono applicate diverse forme di tortura. Due poliziotti, alternandosi nel ruolo consolidato di “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, lo hanno interrogato in continuazione per giorni. Nella rare pause, due guardie nella sua cella osservavano ogni sua minima mossa, come girarsi nel letto. «Pesanti tende impediscono totalmente alla luce del giorno di penetrare nella cella, mentre le luci restano sempre accese, giorno e notte, privando il detenuto nella nozione del tempo e della possibilità di dormire», ha raccontato. Secondo quando dichiarato da Farida Deif, direttore dell’ufficio canadese di Human Rights Watch (Hrw) “tenere le luci accese con la conseguente privazione del sonno è una delle forme più pesanti di tortura fisica e mentale”.

ALCUNI DETENUTI MUOIONO PER LE TORTURE

Sempre secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, il regime cinese usa ogni mezzo a sua disposizione «per mettere a tacere chiunque non sia un cieco sostenitore del Partito comunista al potere». Ai detenuti in Cina vengono somministrate con la forza anche droghe psicotrope. Alcuni vengono stuprati, legati in posizioni dolorose per giorni, affamati, denudati ed esposti al freddo gelido per ore e anche colpiti da forti scariche con bastoni elettrici, per citare solo alcuni deli metodi utilizzati dagli aguzzini cinesi. Applicando una scarica elettrica che può raggiungere i 300 mila volt, i bastoni vengono impiegati per ottenere il massimo effetto su parti sensibili del corpo come la bocca, i genitali, il collo e la pianta dei piedi. In alcuni casi i prigionieri perdono coscienza e muoiono per le conseguenze.

Amnesty ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, l’uso della tortura e degli abusi in Cina contro i gruppi perseguitati rimane dilagante. Alcuni dei metodi di tortura possono essere fatti risalire al Medioevo, mentre altre forme di abuso, come il prelievo forzato di organi, non hanno precedenti nella storia. Il rapporto di Amnesty International intitolato No End in Sight: Torture and Forced Confessions in China ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura. Questi includono anche alimentazione forzata con urina o feci, ustioni da sigaretta, infezioni di scabbia, isolamento totale, perforatura delle unghie con bastoncini di bambù affilati e morsi di cani o serpenti.

I NOMI IN CODICE DELLE TORTURE

Molti dei metodi di tortura hanno persino dei nomi specifici, come “Piccola gabbia” (la persona viene ammanettata all’interno di una piccola gabbia in modo tale che non possa stare in piedi o sedersi); “Hell Confinement” (un dispositivo costituito da legacci e manette applicato in modo tale che le vittime non possano camminare, sedersi, usare il bagno o nutrirsi); “Covering a Shed” (soffocamento) e “Tortura del trascinamento” (le vittime vengono trascinate ripetutamente su terreni accidentati). C’è poi il metodo considerato il più terribile di tutti, la famigerata “Panchina della tigre“, dove la vittima si siede con le gambe distese e legate strette alla panchina con delle cinghie. Mattoni, o altri oggetti, vengono posti sotto i talloni della vittima, con più strati aggiunti fino a quando le cinghie si rompono, causando un dolore insopportabile.

ANCHE I CRISTIANI “NON ALLINEATI” NEL MIRINO

Il target preferito dai torturatori cinesi è rappresentato, tra gli altri, dai cristiani “non allineati” (quelli che si rifiutano di sottomettersi alla Chiesa di Stato gestita dal Partito Comunista), i buddisti tibetani, i musulmani uiguri, i seguaci del Falun Dafa e gli attivisti democratici o chiunque sospettato di «attività anti-governativa», come i due canadesi ancora detenuti in Cina. L’artista e scultore canadese di origine cinese Kunlun Zhang, che è riuscito a sopravvivere alle torture e a ritornare in Canada, ha raccontato che le guardie gli ripetevano: «Possiamo fare di te qualsiasi cosa senza essere ritenuti responsabili. Se muori, ti seppelliremo e diremo a tutti che ti sei suicidato perché avevi paura di un’accusa criminale».

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In Cina non c’è repressione: parola del Blog di Grillo

Mentre il New York Times pubblica documenti che dimostrano la ferocia di Pechino contro gli uiguri dello Xinjiang, l'articolo di Parenti sposa la propaganda di Pechino. E bolla l'inchiesta come una fake news frutto di un complotto.

Proprio mentre il New York Times svela il contenuto di oltre 400 pagine di dossier riservati del governo cinese sulla feroce repressione della minoranza musulmana degli uiguri nella regione dello Xinjiang, grazie a uno straordinario lavoro di giornalismo d’inchiesta e a quella che è una delle più grandi fughe di notizie da Pechino degli ultimi decenni dopo i famosi Tienanmen papers, notizie opposte arrivano da un articolo pubblicato sul “vangelo grillino”, il Blog di Beppe Grillo. 

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LE FAVOLE SULLA PACIFICA CONVIVENZA NELLA REGIONE

Il contenuto dell’articolo è a dir poco sconcertante. È firmato da Fabio Massimo Parenti, professore associato dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici a Firenze, che cita a sua volta un libro scritto proprio sullo Xinjiang da Maria Morigi (i due spesso scrivono insieme), archeologa e insegnante, la quale ha sostenuto, in una recente intervista, che nella regione ci sarebbe «una buona convivenza tra han e uiguri e non si percepisce alcun tipo di discriminazione» («come si legge continuamente sulla stampa occidentale», chiosa di suo Parenti). Mentre, sempre Morigi dice: «Sono rimasta colpita dal plurilinguismo adottato metodicamente in segnali stradali, avvisi, musei, parchi e luoghi pubblici»; «ho verificato che nelle scuole è praticato il bilinguismo per facilitare anche altre minoranze, oltre a quella uigura; assistendo a lezioni collettive in preparazione di eventi pubblici, ho notato quanto i piccoli studenti e gli educatori si impegnino a dare il meglio di sé»… Il Paese dei Balocchi, insomma, altro che feroce repressione!

«NESSUNA PIETÀ»: GLI ORDINI DI XI JINPING

Tra le carte diffuse dal Nyt, invece, ci sono anche alcuni discorsi del presidente Xi Jinping che nel 2014 esortò a non avere «alcuna pietà» nei confronti degli uiguri, e persino un sorta di “manuale” a uso della polizia politica dello Xinjiang per spiegare agli studenti perché i loro cari fossero spariti da casa. Al rientro dal semestre scolastico, gli studenti venivano avvicinati dai poliziotti già alla stazione, dove veniva loro detto che i genitori si trovavano in “scuole di addestramento” del governo, dove non potevano vederli. Nel caso di insistenza dei ragazzi, gli agenti erano autorizzati a minacciarli, per fare loro capire senza troppe allusioni che «dal loro comportamento sarebbe dipesa la lunghezza della permanenza dei genitori nelle “scuole”».

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IL COMPLOTTO ANTI-CINESE SUL BLOG DI GRILLO

L’articolo sul blog di Grillo, invece, si spinge fino ad affermare che «non vi sono corrispondenze reali alle accuse di repressione, se non addirittura di genocidio culturale», svelando poi la tesi finale: le denunce, dicono i due, sono veicolate dalle organizzazioni umanitarie in quanto strumenti di un complotto anti-cinese ordito dagli Stati Uniti. E infatti un capitolo del libro dell’archeologa si intitola «Ong e interventismo umanitario». Tutto dunque sarebbe soltanto una grande operazione di disinformazione americana, ovviamente legata alla competizione commerciale (la cosiddetta guerra dei dazi) in corso tra le due potenze. Insomma, curiosamente, il Blog diffonde ai simpatizzanti del comico genovese una visione distorta della repressione messa in atto da Pechino che corrisponde esattamente a quella veicolata dalla propaganda cinese, riguardo i molti dossier legati a violazioni dei diritti umani in Cina, dallo Xinjiang a Hong Kong.

IL FALLIMENTARE VIAGGIO DI DI MAIO IN CINA

La tesi ricorda curiosamente molto da vicino quella propagandata dai sovranisti sul complotto delle ong che salvano i migranti in mare, che sarebbero in realtà manovrate da potentati stranieri ostili (con a capo, ovviamente, il “solito” Soros) per un folle progetto di  “sostituzione etnica” nel nostro Paese. Idiozie, per essere educati, si diranno in molti, nell’uno e nell’altro caso. Ma certo non sembra causale che l’articolo-farsa sul Blog di Grillo esca proprio poco dopo il recente – e per più versi fallimentare- viaggio di Luigi di Maio in Cina, dove il nostro ineffabile ministro degli Esteri si è distinto in dichiarazioni sui fatti di Hong Kong capaci di far arrossire Ponzio Pilato («la politica dell’Italia è quella della non interferenza negli affari interni di alti Paesi» ha detto).

LE VISITE “GUIDATE” DEL GOVERNO DI PECHINO

Ovviamente la realtà della tragedia del popolo uiguro in Cina è ben diversa da quanto propagandata da Grillo & Co. Sulla base delle denunce, ben più articolate e documentate dell’articolo su citato, che si basano su informazioni verificate, sui numerosi dossier di ong e sulle testimonianze dirette raccolte dai giornalisti (tutte «credibili» a parere dell’Onu), la Cina sta portando avanti da anni nella regione un piano per la detenzione di massa e la trasformazione socio-culturale, con tutte le caratteristiche del vero e proprio genocidio. La cosa più incredibile è che nessuno dei due studiosi, autori delle sconcertanti dichiarazioni contenute nell’articolo apparso sul Blog di Grillo, ha mai potuto visitare autonomamente la regione, quindi non ha mai avuto la possibilità di verificare la versione del governo cinese.  Parenti, infatti, ammette con imbarazzante candore di essere stato nello Xinjiang recentemente, nel corso di un viaggio di quattro giorni «organizzato dal governo cinese», dove – manco a dirlo – non avrebbe notato «niente di particolarmente rilevante». Dal canto suo, Morigi scrive direttamente di avere avuto «anche l’opportunità di visitare varie moschee e un importante istituto di studi islamici» e di essere venuta a conoscenza «del fatto che in Xinjiang esistono più moschee pro capite che in qualsiasi altro Paese al mondo». Tutto a posto dunque.

L’ESEMPIO DELLA COREA DEL NORD

Nessuno dei due studiosi, insomma, sembra essere stato sfiorato dal dubbio che nei viaggi organizzati dal governo cinese siano stati manovrati dall’efficiente macchina della propaganda che ha mostrato loro solo ciò che voleva far vedere e ha “venduto” notizie e dati “politicamente opportuni”. Un po’ come faceva la Corea del Nord quando invitava i giornalisti nei rari viaggi-stampa dove facevano incontrare solo nordcoreani belli, puliti e felici, che ripetevano a memoria la favoletta della Nord Corea «paradiso socialista del Pianeta». E dire che – per quell’ironia sicuramente involontaria che spesso ci mette lo zampino – l’articolo del blog di Grillo è pubblicato proprio nella sezione che si chiama: “Cervelli”.

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Cosa si nasconde dietro l’aumento dei suicidi a Hong Kong

Molti giovani non sopportano la pressione psicologica dovuta alle violenze. Il sospetto però è che in alcuni casi si tratti di omicidi mascherati. Il punto.

da Hong Kong

Niko Cheng era pronta a morire in agosto, a 22 anni. Da mesi non frequentava più le lezioni alla scuola da infermiera e ormai aveva preso la sua decisione. Cheng era particolarmente conosciuta nel movimento e faceva parte del gruppo soprannominato I Combattenti, per il loro coraggio nel confrontarsi con la polizia di Hong Kong. La data era decisa: il 31 del mese. Esausta e stanca dopo mesi di proteste, Cheng in un primo tempo aveva preso in considerazione l’idea di lanciarsi contro la polizia e costringerla a spararle.

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«Non avevo alcuna motivazione a fare qualsiasi cosa. Ho solo pensato che fosse tutto inutile, insignificante», ha raccontato. Poi ha incontrato altri giovani compagni che l’hanno convinta a desistere e ha anche trovato l’aiuto di una Ong che si occupa del contrasto al suicidio nell’ex colonia britannica, e ce l’ha fatta. «Allora che ho capito che dovevo riprendermi la mia vita, una vita normale».

L’AUMENTO DEI SUICIDI CON L’INIZIO DELLE PROTESTE

Ma per una storia a lieto fine, come quella dell’aspirante infermiera, ce ne sono molte altre per le quali nessuno ha potuto evitare l’epilogo più tragico. Mentre infatti continuano le proteste, gli esperti di salute pubblica affermano è in corso anche un’altra battaglia più silente ma in qualche modo più pericolosa delle violenze di piazza: quella che da soli combattono sempre più residenti che mostrano segni di depressione, ansia e stress acuto. Dall’inizio delle proteste, a metà dello scorso giugno, il numero di suicidi denunciati è aumentato vertiginosamente. Nei due mesi successivi la media era di circa 10 ogni 10 giorni. Dal 21 al 31 agosto, il numero è salito improvvisamente a 18. E nei 10 giorni successivi si è arrivati a 49. Il bilancio, aggiornato a fine ottobre, parla di oltre 100 casi. E molte vittime sono giovani manifestanti.

Manifestanti per la democrazia in corteo nella ex colonia britannica.

DEPRESSIONE E ANSIA: L’EPIDEMIA DI HONG KONG

Esperti di sanità pubblica affermano che i manifestanti, molti anche più giovani di Cheng, non sarebbero attrezzati per affrontare l’esposizione alla violenza spinta così all’estremo. «Alcuni di loro sono molto giovani, molto ingenui. Si buttano a capofitto», ha dichiarato Yip Siu Fai, direttore del Center of Suicide Research and Prevention di Hong Kong. «Potrebbero non essere sufficientemente maturi dal punto di vista psicologico. Per loro, i danni potrebbero essere molto gravi. E per i più deboli tra loro, addirittura irreversibili». Ma non sono solo i manifestanti a essere a rischio. Uno studio dell’Università di Hong Kong pubblicato di recente, ha rilevato che un’abitante su 10 soffre di depressione, con un aumento dei pensieri suicidari esponenziale rispetto al passato.

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UNA PRESSIONE PSICOLOGICA DIFFICILMENTE GESTIBILE

Gabriel Leung, che ha guidato il team di ricercatori, ha spiegato che il disagio esistenziale non interessa soltanto chi partecipa alle proteste. Leung parla apertamente di un effetto di ricaduta a livello di comunità. Secondo lui, a Hong Kong siamo di fronte a una vera e propria «epidemia». «Tutta la società sta soffrendo», ha affermato Clarence Tsang, direttore esecutivo di Samaritan Befrienders Hong Kong, una Ong specializzata nella prevenzione del suicidio. «Questa situazione», ha dichiarato, «sta generando un’enorme pressione psicologica. Non è esagerato affermare che stia colpendo quasi l’intera popolazione».

Manifestanti a Hong Kong.

IL SOSPETTO È CHE SI TRATTI DI OMICIDI MASCHERATI

Ma c’è un aspetto ancora più inquietante, anzi terrificante, dietro questa ondata di suicidi: il sospetto che molti decessi siano in realtà degli omicidi mascherati da suicidi. Un fenomeno che pare essere aumentato drasticamente dopo l’irruzione della polizia alla stazione della metro di Prince Edward, il 31 agosto scorso. I testimoni raccontano di aggressioni volente da parte degli agenti. Secondo un dipendente delle pompe funebri ci sarebbero stati sei morti. Tutti con il collo rotto. La polizia dal canto suo ha sempre negato l’esistenza di vittime: l’ipotesi è che quei casi siamo stati poi fatti passare per suicidi.

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UNA LISTA DELL’ORRORE

La lista da allora si è drammaticamente allungata. Il 10 ottobre un uomo è precipitato da un grattacielo nella zona di Sha Tin. Il coroner, sulla base delle analisi post-mortem, ha però dichiarato che l’uomo era morto almeno due giorni prima di precipitare dal grattacielo. E non si tratterebbe di un caso isolato. Diverse vittime cadute da edifici alti non sanguinavano, e i cadaveri presentavano ferite pregresse. Una vittima che si presumeva fosse “affogata” è stata ripescata con le mani legate. Un’altra, il cui corpo è stato trovato fluttuante nella baia di Tsuen Wan, aveva la bocca chiusa e non risultava morta per annegamento poiché nei suoi polmoni non era stata ritrovata acqua. Infine c’è il caso più raccapricciante, quello di una donna, nuda, caduta da un grattacielo, ma il cui corpo sembra sia stato praticamente tagliato in due mentre era ancora in vita.

Un manifestante di Hong Kong dà fuoco a un cumulo di rifiuti.

STUPRI E VIOLENZE: LE DENUNCE DEI MANIFESTANTI

Secondo l’osservatorio sull’intelligenza Artificiale The AI Organization, attraverso software di riconoscimento facciale sviluppati da Pechino, la polizia identificherebbe i manifestanti. Una volta catturati sarebbero vittime di violenze e stupri. Una volta morti verrebbero inscenati suicidi. Un quadro che apre a scenari terribili, ma a sostegno del quale mancano finora prove certe.  Anche se aumentano le denunce. L’ultima è quella di una 18enne che ha raccontato di essere stata violentata a settembre da quattro uomini mascherati nella stazione di polizia di Tsuen Wan dopo essere stata trascinata all’interno mentre passeggiava in zona. La ragazza non aveva raccontato nulla alla famiglia ma a metà ottobre dopo aver scoperto di essere incinta ha deciso di abortire. Ora si attende che l’analisi del dna del feto possa confermare o smentire questa brutta storia. E forse scoperchiare un vaso di pandora pieno di orrori.

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Sarà Giacarta la prima città vittima dei cambiamenti climatici

La capitale dell'Indonesia affonda di 25 cm l'anno. Il governo indonesiano ha già stanziato 40 miliardi di dollari. Ma non può salvarla: è costretto a spostarla di migliaia di chilometri.

Affonda al ritmo di 25 centimetri all’anno. E ormai quasi metà della città di trova sotto il livello del mare. Periodicamente una larga parte dell’abitato finisce sott’acqua, paralizzando ogni cosa e provocando danni incalcolabili.

Le autorità hanno messo in campo ormai da tempo un piano ambizioso, il cui costo stimato sfiora già oggi i 40 miliardi di dollari, per correre ai ripari, ben consci che i cambiamenti climatici non aspettano e non daranno tregua alla loro città. Purtroppo non stiamo parlando di Venezia, la città che non appartiene solo all’Italia ma all’intera umanità, invasa e ferita – forse in modo irreparabile – da una marea fuori controllo.

Siamo a oltre 10 mila chilometri di distanza, in un altro Stato – la nazione musulmana più popolosa del mondo – in un altro continente e di fronte a un problema che colpisce quasi 10 milioni di persone (32 considerando i sobborghi): siamo a Giacarta, capitale dell’Indonesia, che ormai da anni affonda lentamente ma inesorabilmente e rischia di diventare la prima “vittima eccellente” del disastro climatico alle porte.

TANTE CITTÀ DEL SUD EST ASIATICO A RISCHIO

La soluzione studiata dalle autorità indonesiane, però, non ha nulla a che fare con il discusso ed eternamente incompiuto Mose. Laggiù stanno già preparando tutto per fare qualcosa che – sicuramente – a Venezia non si potrà mai fare: trasferire totalmente la capitale qualche migliaio di chilometri più a Est, nell’immensa e ancora in buona parte selvaggia provincia del Kalimantan. Per gli scienziati non ci sono soluzioni. Così ministeri e ambasciate si sposteranno nell’isola del Borneo.

Giacarta, Manila, Saigon e Bangkok sprofondano ogni giorno di più e a ogni alluvione

E la capitale dell’Indonesia non è nemmeno l’unica grande metropoli ad essere ad alto rischio “annegamento”: insieme ad essa anche Manila, Saigon e Bangkok sprofondano ogni giorno di più e a ogni alluvione, ad ogni marea, rese sempre più imponenti e minacciose dagli sconvolgimenti causati dal riscaldamento globale, finisco a mollo ogni volta di più, ogni vota più disastrosamente.

Tangerang, area vicina a Giacarta, dopo l’alluvione del 2009 (foto BERRY/AFP via Getty Images).

La situazione di Giacarta, però, appare davvero apocalittica: il 40% della città è già sotto il livello dell’oceano che circonda l’isola di Giava. La zona rivierasca settentrionale è affondata di 2,5 metri nell’ultimo decennio. Come sempre accade, l’intervento umano ha peggiorato la situazione: le “fondamenta” geologiche su cui poggia la città, infatti, sono state indebolite anche dal pompaggio indiscriminato delle falde acquifere. Il governo stima in 7 miliardi di dollari all’anno il danno economico causato da questa situazione.

IN INDONESIA SONO TUTTI D’ACCORDO: AGIRE SUBITO SUL RISCALDAMENTO CLIMATICO

Il presidente Joko “Jokowi” Widodo, in un discorso televisivo, ha spiegato di recente che il governo presenterà al parlamento un disegno di legge per il trasferimento della capitale, iniziando con il trasferimento di uffici e sedi istituzionali, entro il 2024. Il nome della nuova capitale non è stato ancora rivelato, ma il progetto è estremamente ambizioso e il suo costo enorme verrà finanziato per il 19% dallo Stato e il resto attraverso la creazione di partnership miste pubblico-privato o direttamente da privati. A trasferimento avvenuto, non prima di cinque anni, nella nuova capitale abiteranno e lavoreranno circa un milione e mezzo di funzionari pubblici.

In Indonesia sono tutti d’accordo: intervenire e subito, i cambiamenti climatici non ci concederanno ancora altro tempo

Secondo Heri Andreas, scienziato del Bandung Institute of Technology indonesiano, «l’innalzamento costante del livello del mare causato dal riscaldamento globale ha già fatto sì che alcune zone della città vengano periodicamente invase da più di 4 metri d’acqua. Non c’è più tempo, dobbiamo intervenire subito per evitare una catastrofe planetaria. Tutti i governi del mondo dovrebbero essere pronti a mettere da parte i loro interessi locali per unirsi nella lotta contro quella che rischia di essere un’autentica apocalisse prossima ventura».

Le strade di Giacarta dopo gli allagamenti avvenuti nell’aprile del 2019.

In Indonesia, un enorme Paese dal passato e dal presente politico spesso turbolento anche più di quello italiano, sono tutti d’accordo sul punto: intervenire e subito, i cambiamenti climatici non ci concederanno ancora altro tempo. A Venezia anche l’aula consiliare dove si tenevano i lavori si è allagata qualche giorno fa, e tutti i consiglieri sono dovuto scappare in gran fretta per mettersi in salvo dall’acqua alta eccezionale. Giusto due minuti dopo che la maggioranza, formata da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia aveva bocciato gli emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici, presentati dall’opposizione.

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