Generale, vuole ancora ‘vannaccizzare’ la Lega, con il 4 per cento? Dopo il flop toscano, primo test elettorale per Roberto Vannacci, vicesegretario, la domanda è lì ferma sulla punta della lingua di ogni leghista che si rispetti. Fors’anche di Matteo Salvini. Chissà se qualcuno avrà il coraggio di rivolgerla all’ex generale durante la riunione del consiglio federale cui, la prossima settimana, sarà affidata l’analisi del voto.

La Lega toscana punta il dito contro Vannacci
«Una débâcle totale», commenta un big leghista. «Noi in genere siamo forti nelle Regionali e nelle Amministrative, mai era successo di prendere meno voti che alle Europee e alle Politiche». In effetti la discesa c’è stata. Nella consultazione toscana di domenica e lunedì, il partito di Matteo Salvini si è fermato al 4,4 per cento, due punti in meno di quanto registrato alle Politiche del 2022 (6,6 per cento) e alle Europee dell’anno scorso (6,2). Il confronto con le scorse Regionali, quando la Lega aveva la ‘spinta’ del candidato alla presidenza, Susanna Ceccardi, e aveva segnato un boom al 21,7 per cento, è abbastanza impietoso. In termini di voti assoluti sono 300 mila le preferenze perse. La dirigenza toscana uscente punta il dito contro Vannacci. L’ex portiere e consigliere regionale Giovanni Galli chiede espressamente al generale in pensione di «fare le valigie». L’ex ‘zarina’ Ceccardi elogia la fedelissima Elena Meini, sottolineando come sia stata la leghista più votata “penalizzata” dal listino bloccato che ha fatto eleggere, unico consigliere, il braccio destro di Vannacci, quel Massimiliano Simoni che, dopo l’elezione, si è spinto a dire che il nome di Salvini dovrebbe essere tolto dal simbolo della Lega per far spazio a quello di Vannacci.

Romeo e i governatori del Nord tirano un sospiro di sollievo
Ma, se in Toscana il risultato brucia, altrove gli ex lumbard tirano un sospiro di sollievo per l’insuccesso che potrebbe arginare Vannacci. Il segretario della Lega lombarda, Massimiliano Romeo, capofila insieme al governatore Attilio Fontana, dei critici del generale, ritiene che dal voto toscano occorra imparare la lezione. «Queste elezioni in Toscana confermano ancora una volta l’importanza che ha il territorio per la Lega. Perché, va bene il contributo di chi può dare un valore aggiunto, ma se si perdono l’identità, il territorio e la militanza non ci si può meravigliare del calo di fiducia», scandisce. La Lombardia, soprattutto Varese, culla del leghismo, è assediata dai team Vannacci e la verità è che Romeo, nel suo intimo, gongola per il 4 per cento toscano. Come festeggia tutta la vecchia guardia, a partire dai governatori Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, che vedono come fumo negli occhi la “svolta a destra” (slogan della campagna toscana) impressa da Vannacci. E non è escluso che ne possa trarre un segnale positivo anche Salvini, che forse ha voluto mettere il suo vice alla prova dandogli la responsabilità della campagna per far ‘sgonfiare’ un personaggio che stava diventando troppo ingombrante, quasi minaccioso per la sua leadership.

In Veneto rientra la ‘minaccia’ Zaia ma resta l’incognita sul futuro del Doge
Ma, a essere realisti, i problemi della Lega non finiscono a Firenze. Continuano infatti le fibrillazioni nelle due Regioni che più stanno a cuore ai leghisti, il Veneto e la Lombardia. Nella terra del Leone di San Marco, con l’apertura della campagna del 32enne vice di Salvini, Alberto Stefani, dovrebbero attenuarsi le tensioni tra la segreteria di via Bellerio e Zaia. Il doge correrà come capolista, alla guida della lista della Liga veneta alle Regionali del 23 e 24 novembre, sotto il simbolo della Lega e la scritta ‘Veneto’. Sono definitivamente tramontate le possibilità di far correre una lista Zaia o di aggiungere il suo nome nel simbolo, cosa che aveva fatto infuriare il governatore uscente, che si era spinto a minacciare: «Se io rappresento un problema, allora il problema lo faccio diventare reale». Ma, ancora una volta, Zaia sembra aver deciso di ingoiare il boccone amaro e adeguarsi alla disciplina di partito. Da bravo soldato, dovrebbe ‘obbedire’ al segretario accettando di candidarsi alle suppletive che dovrebbero tenersi nel caso in cui Stefani fosse eletto a Palazzo Balbi e il suo seggio restasse quindi vacante per incompatibilità (Camera uninominale Veneto 2-01 Rovigo). Le altre possibilità sul tavolo sono la presidenza del Consiglio regionale veneto o la presidenza di una partecipata di nomina governativa, come l’Eni, i cui vertici vanno a scadenza a primavera. L’impegno in prima linea di Zaia sulle Regionali resta un gesto generoso del popolare governatore che può portare gente alle urne e rimpolpare un po’ il risultato leghista che, altrimenti, avrebbe rischiato di essere ben più magro.

Le grane lombarde della Lega e di Fratelli d’Italia
E poi c’è la turbolenta Lombardia. Lì, il presidente leghista della Regione è Fontana, figura meno forte e solida rispetto a Zaia. Da mesi, Fratelli d’Italia tenta l’assalto a Palazzo Lombardia e spera nelle dimissioni anticipate del governatore varesino, amico storico di Bobo Maroni. Ma l’Attilio ‘tegn dur’ (per usare una espressione cara al fondatore Umberto Bossi) e non molla di un centimetro, rifiutando rimpasti o richieste di maggiore rappresentatività. La dichiarazione in cui Salvini si è impegnato a riconoscere il “diritto” al primo partito del centrodestra a esprimere la candidatura al prossimo giro, pretesa da Giorgia Meloni in cambio del via libera alla corsa di Stefani, ha però nuovamente agitato gli animi dei lumbard. I quali tentano di reagire dando vita a progetti e iniziative (la carta della Lombardia, nuove feste sul territorio) ma c’è sempre meno gente ai gazebo e agli eventi, c’è proprio un tema di coinvolgimento, mentre gli incontri di Vannacci sono tutto esaurito ovunque. Non che i Fratelli se la passino meglio sotto la Madonnina. Dopo la rimozione dalla Giunta lombarda di Barbara Mazzali, un tempo vicina a Daniela Santanchè, sostituita da Barbara Massari, figlia del pasticciere star Igino, ora è finita nel mirino la sottosegretaria con delega allo Sport e ai giovani Federica Picchi, ritenuta vicina ad Arianna Meloni. Oltre alle intemperanze della sottosegretaria, i vertici lombardi non avrebbero gradito la scelta di togliere dalla sua segreteria Roberta Capotosti, ora in forza alla segreteria del presidente del Senato Ignazio La Russa.













