Dopo il flop toscano, nella Lega scatta il processo a Vannacci

Generale, vuole ancora ‘vannaccizzare’ la Lega, con il 4 per cento? Dopo il flop toscano, primo test elettorale per Roberto Vannacci, vicesegretario, la domanda è lì ferma sulla punta della lingua di ogni leghista che si rispetti. Fors’anche di Matteo Salvini. Chissà se qualcuno avrà il coraggio di rivolgerla all’ex generale durante la riunione del consiglio federale cui, la prossima settimana, sarà affidata l’analisi del voto.

Dopo il flop toscano, nella Lega scatta il processo a Vannacci
Roberto Vannacci (Ansa).

La Lega toscana punta il dito contro Vannacci

«Una débâcle totale», commenta un big leghista. «Noi in genere siamo forti nelle Regionali e nelle Amministrative, mai era successo di prendere meno voti che alle Europee e alle Politiche». In effetti la discesa c’è stata. Nella consultazione toscana di domenica e lunedì, il partito di Matteo Salvini si è fermato al 4,4 per cento, due punti in meno di quanto registrato alle Politiche del 2022 (6,6 per cento) e alle Europee dell’anno scorso (6,2). Il confronto con le scorse Regionali, quando la Lega aveva la ‘spinta’ del candidato alla presidenza, Susanna Ceccardi, e aveva segnato un boom al 21,7 per cento, è abbastanza impietoso. In termini di voti assoluti sono 300 mila le preferenze perse. La dirigenza toscana uscente punta il dito contro Vannacci. L’ex portiere e consigliere regionale Giovanni Galli chiede espressamente al generale in pensione di «fare le valigie». L’ex ‘zarina’ Ceccardi elogia la fedelissima Elena Meini, sottolineando come sia stata la leghista più votata “penalizzata” dal listino bloccato che ha fatto eleggere, unico consigliere, il braccio destro di Vannacci, quel Massimiliano Simoni che, dopo l’elezione, si è spinto a dire che il nome di Salvini dovrebbe essere tolto dal simbolo della Lega per far spazio a quello di Vannacci.

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Susanna Ceccardi (Imagoeconomica).

Romeo e i governatori del Nord tirano un sospiro di sollievo

Ma, se in Toscana il risultato brucia, altrove gli ex lumbard tirano un sospiro di sollievo per l’insuccesso che potrebbe arginare Vannacci. Il segretario della Lega lombarda, Massimiliano Romeo, capofila insieme al governatore Attilio Fontana, dei critici del generale, ritiene che dal voto toscano occorra imparare la lezione. «Queste elezioni in Toscana confermano ancora una volta l’importanza che ha il territorio per la Lega. Perché, va bene il contributo di chi può dare un valore aggiunto, ma se si perdono l’identità, il territorio e la militanza non ci si può meravigliare del calo di fiducia», scandisce. La Lombardia, soprattutto Varese, culla del leghismo, è assediata dai team Vannacci e la verità è che Romeo, nel suo intimo, gongola per il 4 per cento toscano. Come festeggia tutta la vecchia guardia, a partire dai governatori Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, che vedono come fumo negli occhi la “svolta a destra” (slogan della campagna toscana) impressa da Vannacci. E non è escluso che ne possa trarre un segnale positivo anche Salvini, che forse ha voluto mettere il suo vice alla prova dandogli la responsabilità della campagna per far ‘sgonfiare’ un personaggio che stava diventando troppo ingombrante, quasi minaccioso per la sua leadership.

Dopo il flop toscano, nella Lega scatta il processo a Vannacci
Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

In Veneto rientra la ‘minaccia’ Zaia ma resta l’incognita sul futuro del Doge

Ma, a essere realisti, i problemi della Lega non finiscono a Firenze. Continuano infatti le fibrillazioni nelle due Regioni che più stanno a cuore ai leghisti, il Veneto e la Lombardia. Nella terra del Leone di San Marco, con l’apertura della campagna del 32enne vice di Salvini, Alberto Stefani, dovrebbero attenuarsi le tensioni tra la segreteria di via Bellerio e Zaia. Il doge correrà come capolista, alla guida della lista della Liga veneta alle Regionali del 23 e 24 novembre, sotto il simbolo della Lega e la scritta ‘Veneto’. Sono definitivamente tramontate le possibilità di far correre una lista Zaia o di aggiungere il suo nome nel simbolo, cosa che aveva fatto infuriare il governatore uscente, che si era spinto a minacciare: «Se io rappresento un problema, allora il problema lo faccio diventare reale». Ma, ancora una volta, Zaia sembra aver deciso di ingoiare il boccone amaro e adeguarsi alla disciplina di partito. Da bravo soldato, dovrebbe ‘obbedire’ al segretario accettando di candidarsi alle suppletive che dovrebbero tenersi nel caso in cui Stefani fosse eletto a Palazzo Balbi e il suo seggio restasse quindi vacante per incompatibilità (Camera uninominale Veneto 2-01 Rovigo). Le altre possibilità sul tavolo sono la presidenza del Consiglio regionale veneto o la presidenza di una partecipata di nomina governativa, come l’Eni, i cui vertici vanno a scadenza a primavera. L’impegno in prima linea di Zaia sulle Regionali resta un gesto generoso del popolare governatore che può portare gente alle urne e rimpolpare un po’ il risultato leghista che, altrimenti, avrebbe rischiato di essere ben più magro.

Dopo il flop toscano, nella Lega scatta il processo a Vannacci
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Le grane lombarde della Lega e di Fratelli d’Italia

E poi c’è la turbolenta Lombardia. Lì, il presidente leghista della Regione è Fontana, figura meno forte e solida rispetto a Zaia. Da mesi, Fratelli d’Italia tenta l’assalto a Palazzo Lombardia e spera nelle dimissioni anticipate del governatore varesino, amico storico di Bobo Maroni. Ma l’Attilio ‘tegn dur’ (per usare una espressione cara al fondatore Umberto Bossi) e non molla di un centimetro, rifiutando rimpasti o richieste di maggiore rappresentatività. La dichiarazione in cui Salvini si è impegnato a riconoscere il “diritto” al primo partito del centrodestra a esprimere la candidatura al prossimo giro, pretesa da Giorgia Meloni in cambio del via libera alla corsa di Stefani, ha però nuovamente agitato gli animi dei lumbard. I quali tentano di reagire dando vita a progetti e iniziative (la carta della Lombardia, nuove feste sul territorio) ma c’è sempre meno gente ai gazebo e agli eventi, c’è proprio un tema di coinvolgimento, mentre gli incontri di Vannacci sono tutto esaurito ovunque. Non che i Fratelli se la passino meglio sotto la Madonnina. Dopo la rimozione dalla Giunta lombarda di Barbara Mazzali, un tempo vicina a Daniela Santanchè, sostituita da Barbara Massari, figlia del pasticciere star Igino, ora è finita nel mirino la sottosegretaria con delega allo Sport e ai giovani Federica Picchi, ritenuta vicina ad Arianna Meloni. Oltre alle intemperanze della sottosegretaria, i vertici lombardi non avrebbero gradito la scelta di togliere dalla sua segreteria Roberta Capotosti, ora in forza alla segreteria del presidente del Senato Ignazio La Russa.

Così la Lega di Salvini è diventata il partito dei rancori

Una comunità che si è ‘risvegliata’ grazie alla candidatura del suo dirigente più giovane in Veneto divenuto ‘linea del Piave’. Un partito in esaurimento (nervoso) senza più linea, disciplina, gerarchia, fors’anche logica. Attorno a queste due forze centripete si muove la Lega di Matteo Salvini, quando manca circa un anno e mezzo alle elezioni politiche. Uscita malconcia dalle Regionali marchigiane (7,4 per cento), si è difesa al Sud, con il voto calabro (9,40 per cento) e, dopo mesi di logoranti trattative, ha ottenuto il via libera dagli alleati di centrodestra alla corsa del 32enne vice di Salvini, Alberto Stefani da Borgoricco, alla poltrona che è stata per 15 anni del ‘Doge’ Luca Zaia.

Così la Lega di Salvini è diventata il partito dei rancori
Alberto Stefani (Ansa).

Il ‘tradimento’ di Salvini

La trattativa è stata estenuante perché, condizione che Giorgia Meloni ha messo sin dall’inizio, ha comportato una dichiarazione in cui il segretario leghista si è impegnato a riconoscere il “diritto” a esprimere il candidato a Palazzo Lombardia al partito risultato primo nella consultazione nazionale antecedente al voto (quindi le Politiche, se in Lombardia si vota a scadenza nel 2028; le Europee, se si vota in anticipo nel 2027). Insomma, una “condanna a morte” per i leghisti lombardi e una cessione a Fratelli d’Italia della Regione dove la Lega di Umberto Bossi è stata fondata. Possibile che il lombardo Salvini abbia potuto tradire in questo modo i suoi? La verità è che, con la forza della lista Zaia, la Liga poteva minacciare di correre da sola contro gli altri partiti del centrodestra alle Regionali venete del 23 e 24 novembre. E quindi Meloni ha dovuto accontentare Salvini. Mentre in Lombardia il partito di via Bellerio non ha una forza che permetta tale minaccia. Quindi: meglio prendere il Veneto subito e poi la Lombardia si vedrà. La gioia e l’entusiasmo che stanno accompagnando la candidatura di Stefani sono, quindi, state ‘temperate’ dalla delusione sul futuro dei lombardi, destinati a perdere la Regione che guidano dalla vittoria di Roberto Maroni nel 2013.

Così la Lega di Salvini è diventata il partito dei rancori
Matteo Salvini, Massimiliano Romeo e Giorgia Meloni.

La rivolta di Romeo contro FdI

Per la campagna di Stefani si sta mobilitando tutto il partito. I manifesti e la comunicazione erano già pronti da settimane e il lancio sarà in grande stile al PalaGeox di Padova con Salvini e Zaia mercoledì sera. L’entusiasmo dei leghisti, anche lombardi, è sincero. Ma contro la prospettiva di ammainare la bandiera del Pirellone con tanto anticipo si è espressa tutta quella fazione leghista che fa riferimento al segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo. Il baldo Max si è schierato contro FdI, ricordando come Ignazio La Russa, pur al 4 per cento, in passato si desse da fare “sbraitando” per cercar posti in Lombardia. Ma dovrebbe prendersela più con il suo segretario federale. Perché è stato proprio Salvini a fare quella dichiarazione che lui, Romeo, da bravo capo lombardo, si è rifiutato di fare, malgrado il meloniano Giovanni Donzelli abbia insistito a lungo. Perché, alla fine, le mosse di Salvini rispetto a queste candidature sono state lo specchio dell’esito dei congressi regionali fatti in questi anni.

Così la Lega di Salvini è diventata il partito dei rancori
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).

Lo sgambetto a Zaia

In Veneto è riuscito a imporre il suo candidato, Stefani, appunto, che era commissario uscente. In Lombardia, ha dovuto accettare la candidatura di Romeo, chiedendo un passo indietro al suo candidato, che non aveva i numeri, il coordinatore dei Giovani, Luca Toccalini. Allora perché non rompere il giocattolino a Romeo, impedendogli di arrivare al suo vero obiettivo, ovvero Palazzo Lombardia? Di carattere abbastanza permaloso, nella sua storia politica, il capo leghista ha mostrato di avere la tendenza a non dimenticare quelli che considera ‘sgarbi’ dei compagni di partito. Un altro da punire sembra essere Zaia. A inizio estate, il governatore veneto, sempre prudente ma spesso portavoce dei ‘distinguo’ dell’ala nordista del partito, era riuscito a ottenere il via libera di FdI alla modifica della legge sul blocco del terzo mandato, che gli avrebbe consentito di correre nuovamente per Palazzo Balbi. Ma, riferiscono fonti a lui vicine, Salvini non è stato così convincente nell’appoggiare la sua battaglia e, non appena è partita la ‘moina’ di FI contraria alla modifica, ha trovato una scusa per tirarsi indietro. Poi c’è stata la questione della Lista Zaia. Gli alleati di FI e FdI erano contrari all’ipotesi di aprire alla presentazione di questa lista che avrebbe potuto ‘svuotare’ le loro. E Salvini non ha insistito.

Così la Lega di Salvini è diventata il partito dei rancori
Luca Zaia (Imagoeconomica).

L’ultimo sgarro: no al nome del Doge nel simbolo

Ma lo sgarbo più grave a Zaia è recente e riguarda l’inserimento del suo nome nel simbolo della Lega per le Regionali. Raccontano nella Lega che nelle scorse settimane Stefani abbia fatto vedere a Salvini una proposta di simbolo fatta preparare dal governatore uscente. E che questi si sia lamentato perché il nome di Zaia era troppo grande e perché i colori non erano quelli tradizionali della Lega. Il Doge non ne ha poi più saputo nulla. Dopodiché, durante il vertice di maggioranza sulle candidature, rivela un pezzo grosso di FdI, Salvini avrebbe proposto agli alleati di non mettere il nome nel simbolo della Lega. Sarebbe anche uscito dalla stanza e avrebbe fatto finta di telefonare a Zaia. Una volta rientrato pare che abbia assicurato che per il governatore veneto era tutto ok: gli sarebbe andata bene così. Peccato che Zaia non abbia mai ricevuto questa telefonata, sostiene la stessa fonte. E ora minacci di non correre più come capolista in Consiglio regionale. Nessuno nella Lega crede che Zaia arrivi a fare una cosa simile (significherebbe uscirne) ma le ricostruzioni rendono una immagine dello stato dei rapporti nel partito. Tanto più che, per esempio, in Campania, la Lega correrà con il nome del candidato di FdI alla presidenza nel simbolo, ‘Cirielli presidente’. Insomma, la Lega è diventata un partito che mette nel simbolo il nome di un candidato di Fratelli d’Italia, che peraltro ha scarse possibilità di vincere. Ma rifiuta di mettere quello del governatore leghista più popolare, eletto con oltre il 75 per cento dei voti cinque anni fa.

Così la Lega di Salvini è diventata il partito dei rancori
Luca Zaia (Imagoeconomica).

In Toscana qualche leghista tifa contro

Scelte che sembrano animate unicamente da vecchi e nuovi rancori, prive di logica politica, ma soprattutto elettorale, e che danneggeranno l’intero partito. Ma ormai è più importante affossare i nemici anche se cadendo fanno affossare anche te. Infine, sempre a proposito di gente che affossa, buona parte della vecchia guardia del partito attende con ansia l’esito del voto toscano. E se i risultati confermeranno i sondaggi che danno la Lega attorno al 4 per cento, nella prima prova di Roberto Vannacci come coordinatore della campagna, al Nord ci sarà qualcuno che stapperà più di una bottiglia. Mai si era vista tanta gente contenta di far perdere voti alla propria formazione politica. Succede quando si è tutti contro tutti e non decide nessuno.

Nervi tesi nel centrodestra in Campania e Lombardia

Non è finita finché non è finita. È nell’ultimo capitolo della interminabile trattativa per la scelta dei candidati del centrodestra alle Regionali che si infiammano gli animi, emergono le tensioni, si spargono i veleni.

Le frizioni tra alleati in Campania e Lombardia

I duellanti sono, per una volta, i comprimari, forse a coprire le tensioni negate dai leader («Non ci sono nervosismi» in maggioranza, giura Giorgia Meloni, davanti al ‘celebrante’ Bruno Vespa). E invece, alla vigilia di un nuovo vertice, convocato formalmente sulla manovra, volano gli stracci in Campania tra Edmondo Cirielli di FdI e l’azzurro Fulvio Martusciello. Per non parlare dei nervi saltati al capo dei leghisti lombardi Massimiliano Romeo, lunedì sera, quando ha ricevuto una telefonata dai piani alti di via della Scrofa in cui gli si chiedeva una dichiarazione pubblica di rinuncia al candidato in Lombardia (nel 2028) in cambio del via libera meloniano alla corsa del collega veneto Alberto Stefani. «Ma voi siete matti», è esploso Romeo, «non penserete mica che io mi addossi le vostre scelte? E poi io sono contrarissimo: la Lega deve tenere la Lombardia. Decidano i leader, a questo punto. Non scaricate la responsabilità su di me».

Nervi tesi nel centrodestra in Campania e Lombardia
Edmondo Cirielli (Imagoeconomica).

Le condizioni di Meloni per ‘cedere’ il Veneto alla Lega

Chi ha seguito da vicino la trattativa sul Veneto in tutte le sue fasi, da gennaio a ora, racconta a Lettera43 che Meloni ha posto sin dall’inizio la ‘conditio sine qua non’ sulla Lombardia: vi lasciamo il Veneto ma vogliamo una dichiarazione pubblica sul Pirellone. In un’intervista rilasciata al Corriere della sera, a metà settembre, Matteo Salvini è stato ‘soft’ come non mai sul tema. «Ci sta che FdI rivendichi la Lombardia», ha ammesso, per la prima volta. «Ma avremo modo di parlarne, non ho l’arroganza di dire oggi ‘giammai’. Bossi insegna: un passo alla volta». Una apertura del segretario quindi sembra esserci. Anche se due anni e mezzo sono un’infinità in politica e chi frequenta il ministero di Porta Pia giura che il vicepremier punta a recuperare consensi e non cedere in Lombardia. Ma che dal partito di Meloni si siano chieste rassicurazioni formali a Romeo, dopo quelle del segretario, appare un segnale di mancata fiducia in Salvini. Oltre alla Lombardia, sul tavolo della trattativa c’è anche la composizione della Giunta veneta e la distribuzione degli incarichi istituzionali più di rilievo.

Nervi tesi nel centrodestra in Campania e Lombardia
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).

Il braccio di ferro tra FdI e FI su Cirielli (e Sangiuliano)

Altro capitolo è quello campano. E qui lo scontro è tra i Fratelli e gli alleati azzurri. Antonio Tajani da tempo dice di volere un candidato civico da schierare contro Roberto Fico alle Regionali del 23 e 24 novembre. Mentre in FdI da mesi si scalda a bordo campo il vice ministro agli Esteri Edmondo Cirielli. Venerdì è arrivato il sostanziale via libera di Meloni alla sua candidatura e gli azzurri hanno cominciato una batteria di richieste affinché Cirielli si dimettesse dall’incarico governativo anche in caso di sconfitta. Un modo per far saltare la candidatura ma anche per reclamare il posto lasciato vacante. Tra i più insistenti, il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri e il coordinatore campano Martusciello. Per mettere uno stop in Campania, quindi, Meloni ha deciso, con una nota, di blindare Cirielli. «Il candidato che Fratelli d’Italia sosterrà per la presidenza della Campania è Cirielli», si legge nel comunicato. «Profondamente radicato sul territorio», «ha l’esperienza e la necessaria capacità per poter affrontare la sfida non semplice di ridare alla Regione lo stesso buongoverno che Meloni sta dando alla nazione insieme agli amici alleati del centrodestra».

Nervi tesi nel centrodestra in Campania e Lombardia
Fulvio Martusciello (Imagoeconomica).

Il viceministro degli Esteri ha incassato subito il sostegno della Lega, dell’Udc e di Noi moderati. Ma restano i dubbi di FI in una giornata in cui non ci sarebbero stati contatti tra Meloni e Tajani. Il portavoce di FI, Raffaele Nevi, ha preso tempo rinviando «ogni decisione a un vertice tra i leader della maggioranza». Mentre Martusciello detta le condizioni: «Prima ancora di sederci al tavolo con Cirielli, deve chiedere scusa per gli insulti rivolti a Silvio Berlusconi e riportati nel libro Fratelli di chat». Altra scelta invisa a FI sarebbe l’ipotesi che l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, ora corrispondente della Rai a Parigi, scenda in campo all’ombra del Vesuvio e corra come capolista di Fratelli d’Italia.

Nervi tesi nel centrodestra in Campania e Lombardia
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).

Le voci di una candidatura di Vannacci in Puglia

Infine, buone notizie dalla Puglia. A parte qualche mal di pancia, non si segnalano grossi problemi sulla corsa dell’ex presidente della Fiera del Levante, Luigi Lobuono, mentre si rincorrono le voci di una candidatura in Consiglio di Roberto Vannacci.

Nervi tesi nel centrodestra in Campania e Lombardia
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

In Veneto e Campania per il centrodestra la partita non è ancora chiusa

Habemus candidatos. Dopo 10 mesi di trattative si chiude al cardiopalma il romanzo d’appendice del centrodestra italiano. Trama non proprio avventurosa o avvincente ma ricca di intrecci complessi, il feuilleton nostrano si conclude con tre ‘eroi’: Edmondo Cirielli da Nocera inferiore, Luigi Lobuono da Bari, e Alberto Stefani da Borgoricco. Il centrodestra li schiererà alle Regionali del 23 e 24 novembre, rispettivamente, in Campania, Puglia e Veneto.

In Veneto e Campania per il centrodestra la partita non è ancora chiusa
Luigi Lobuono (Imagoeconomica).

In Veneto slitta l’inizio della campagna leghista

L’accordo sui nomi è sostanzialmente stato raggiunto nella giornata di venerdì. In gran segreto – nessuno confermava i contatti – Giorgia Meloni è stata impegnata in incontri e telefonate con i vice premier Antonio Tajani e Matteo Salvini e con il leader di Noi moderati Maurizio Lupi. Ma – colpo di scena finale – la trattativa non è stata veramente chiusa, tanto che, proprio venerdì, i leghisti, che in Veneto hanno già stampato i manifesti, hanno dovuto rinviare di una settimana l’apertura della campagna elettorale di Stefani, che avrebbe dovuto tenersi mercoledì 8 al PalaGeox di Padova, con Salvini e Luca Zaia.

In Veneto e Campania per il centrodestra la partita non è ancora chiusa
Massimo Bitonci, Luca Zaia, Alberto Stefani e Matteo Salvini (Ansa).

Il braccio di ferro sugli assetti di Giunta e Consiglio

Il motivo del rinvio – riferiscono qualificate fonti di via della Scrofa – è la mancata definizione dei futuri assetti della coalizione a Palazzo Balbi e a Palazzo Ferro-Fini. In mancanza di un ‘big’ alla presidenza, come poteva essere Zaia, e con i rapporti di forza tra Lega e FdI che si prefigurano ribaltati rispetto a cinque anni fa, i meloniani vogliono definire tutte le caselle ‘ex ante’ e garantirsi ruoli di peso in Giunta e in Consiglio. La lista Zaia più la Liga ottenne nel 2020 ben 32 consiglieri; il partito di Meloni solo cinque. Ora bisogna capire quanto può fare la Lega (con Zaia capolista e il suo nome nel simbolo) e se FdI confermerà le percentuali boom registrate alle ultime consultazioni di carattere nazionale (sopra il 30 per cento alle Politiche del 2022; il 38 per cento alle Europee del 2024). Il negoziato, viene riferito dalle stesse fonti di FdI, deve ancora avere inizio ma dovrà essere chiuso prima dell’annuncio ufficiale della candidatura. «Siamo a un punto in cui non abbiamo ancora rinunciato a rivendicare per noi la candidatura», viene spiegato, «per trattare sul resto». I leghisti rispondono: dettagli. Ma non si tratta proprio di bricioline.

In Veneto e Campania per il centrodestra la partita non è ancora chiusa
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Il pressing di Forza Italia in Campania

Mentre la corsa dell’ex presidente della Fiera del Levante Lobuono contro Antonio Decaro in Puglia sembra essere certa dopo il passo indietro del deputato azzurro Mauro D’Attis, gli altri ‘dettagli’ da definire riguardano la candidatura del meloniano Cirielli in Campania. L’ex presidente della Provincia di Salerno dovrebbe dimettersi dalla carica che attualmente ricopre di vice ministro agli Esteri in caso di vittoria alle Regionali. Ma, nelle ultime ore, alcuni esponenti di spicco di FI, come Fulvio Martusciello e Maurizio Gasparri, hanno chiesto un suo passo indietro anche in caso di sconfitta contro il candidato del centrosinistra Roberto Fico. Da tempo FI, che ritiene di non essere adeguatamente rappresentata nella squadra di ‘sottogoverno’, ambisce a quel posto. A maggior ragione, ora che Maurizio Lupi ha chiesto le dimissioni da sottosegretario di Giorgio Silli, dopo il passaggio di quest’ultimo da Noi moderati a FI. Per discutere tutto questo sarà, quindi, necessario un vertice di maggioranza, rinviato da luglio, da convocare dopo lo spoglio delle elezioni in Calabria, che tenga quindi anche conto degli equilibri emersi dal voto in questa Regione e, poco prima, nelle Marche. Ecco l’ultima puntata della soap, da girare in fretta prima del 25 ottobre, data entro la quale devono essere presentate le liste.