La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino

Dentro il Sovrano Militare Ordine di Malta si sta aprendo una crisi senza fine che coinvolge diplomazia, finanze e strutture operative. Nel mirino c’è la linea politica del Gran Cancelliere, il Duca Riccardo Paternò di Montecupo. Negli ultimi mesi diverse testate giornalistiche — tra cui Lettera43, oltre a Il Fatto Quotidiano e Il Messaggero — hanno sollevato interrogativi sulla gestione dell’Ordine. Parallelamente, nell’organizzazione della rete sul territorio italiano si è aperta una frattura sempre più evidente. Le dimissioni in blocco dei membri della Sala operativa nazionale del Cisom (il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, cioè i volontari impegnati nei soccorsi e nella protezione civile) e il rinvio delle elezioni interne hanno portato alla luce un malessere che da tempo attraversa volontari e membri associativi, con accuse nei confronti dei vertici di scarsa trasparenza nelle decisioni e di forte concentrazione del potere decisionale.

La concentrazione di ruoli nelle mani del Principe Lorenzo Borghese

Tra i casi più discussi c’è per esempio quello del Principe Lorenzo Borghese, legato da una lunga amicizia con il Gran Cancelliere e attualmente titolare di incarichi di grande rilievo: ministro d’Ambasciata in Giordania e presidente dell’Acismom, la principale struttura associativa italiana dell’Ordine. Una concentrazione di ruoli difficilmente conciliabile con lo spirito dell’Ordine e in netto contrasto con le sue regole costituzionali. Nessuno entra dall’esterno, le poltrone passano da un membro della cerchia ristretta all’altro, addirittura anche tra persone che hanno un legame familiare.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).

Il nodo delle elezioni interne dell’Acismom rinviate

Uno degli episodi che ha contribuito ad aumentare le fibrillazioni riguarda il rinvio delle elezioni interne dell’Acismom, previste originariamente per la fine del 2025. La consultazione era stata inizialmente spostata a gennaio 2026, ma non si è svolta. E al momento non è stata fissata una nuova data. Una decisione che, secondo diversi membri dell’Ordine, ha congelato un passaggio considerato cruciale.

La crisi del Cisom e quelle dimissioni in blocco senza precedenti

Sul piano operativo la situazione appare ancora più delicata. L’Ordine ha infatti dovuto fare i conti con un passo indietro collettivo dei componenti della Sala operativa nazionale del Cisom, snodo centrale nella gestione delle emergenze e nel coordinamento dei volontari. Si tratta di un episodio senza precedenti per una struttura che rappresenta da anni uno dei principali strumenti operativi dell’Ordine di Malta in Italia.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Guido Bertolaso su un mezzo dei volontari dell’Ordine di Malta ai tempi del coronavirus (foto Ansa).

Il malessere serpeggia anche a livello locale

Il malessere non è esploso soltanto a livello nazionale. Nel gruppo Cisom di Chieti, per esempio, hanno lasciato il loro posto la capogruppo, la vice capogruppo, il tesoriere e tutti i volontari. Anche la guida spirituale, don Sabatino Fioriti, ha rinunciato all’incarico. E, secondo quanto riferito da diversi volontari, altre strutture territoriali starebbero valutando decisioni analoghe.

Frattura crescente tra i vertici e la rete dei volontari

Durante un incontro interno che si è svolto a Roma nel fine settimana del 7-8 marzo, molti partecipanti avrebbero espresso preoccupazione per la direzione intrapresa dall’Ordine in Italia. Secondo alcune testimonianze raccolte tra i presenti, il clima della riunione sarebbe stato segnato più dal tentativo di comprendere e gestire le frizioni intestine che dalla discussione sulle attività operative e sulle missioni di soccorso. Un segnale che molti leggono come il sintomo di una frattura crescente tra il vertice istituzionale e una parte significativa del mondo dei volontari.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
I volontari dell’Ordine di Malta durante le vaccinazioni contro il Covid (foto Imagoeconomica).

Il Cisom rappresenta da decenni una delle espressioni più visibili dell’impegno umanitario dell’Ordine di Malta in Italia, con migliaia di volontari impegnati in interventi di soccorso, assistenza ai migranti, emergenze sanitarie e protezione civile. Proprio per questo la crisi che sta emergendo nelle ultime settimane viene osservata con crescente attenzione sia all’interno sia all’esterno dell’Ordine.

Il rischio che si perda lo storico spirito di servizio

Molti membri chiedono a gran voce maggiore trasparenza sulle decisioni prese negli ultimi mesi e una rapida definizione dei processi elettivi rimasti sospesi. Perché, come osserva un volontario di lungo corso, «oltre alla crisi organizzativa, il rischio è che si perda lo spirito di servizio che ha sempre reso il Cisom una realtà unica».

Paternò accusato di sistemare amici e parenti

Il Gran Cancelliere che sta facendo naufragare l’Ordine di Malta, e cioè il già citato Riccardo Paternò di Montecupo, è anche l’uomo che porta uno dei cognomi più antichi e blasonati d’Italia. La sua famiglia nel corso di una storia millenaria ha ottenuto 170 feudi e il primo titolo principesco di Catania nel 1633. Ora, secondo chi lo accusa, Paternò starebbe sfruttando la sua posizione in un Ordine fondato nel 1048 per distribuire passaporti diplomatici agli amici, sistemare i cugini degli amici nelle ambasciate, intascare contanti dalla Solvea (ossia il rimborso spese forfettario in contanti destinato ai membri del Sovrano Consiglio) e volare con jet privati. Nel frattempo i volontari si autofinanziano per assistere i poveri e sono costretti persino a pagarsi le ambulanze di tasca propria.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Riccardo Paternò di Montecupo, Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Servire i poveri e i malati o servire più che altro sé stessi?

Un paradosso totale, visto che l’Ordine nasce per servire i poveri e i malati (Obsequium Pauperum è il motto che rappresenta il suo pilastro spirituale), ma in verità i capi attuali sembrano più preoccupati di servire sé stessi. L’Ordine di Malta ha 900 anni di storia e una reputazione internazionale unica, eppure secondo i suoi detrattori viene gestito come un club privato per una cerchia di sodali.

Diverse lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV

Lo slogan Tuitio Fidei, cioè difesa della fede, stride oltretutto con la decisione di nominare ambasciatori in violazione della dottrina cattolica (cioè divorziati e risposati). L’aspetto forse più grave è che tutto questo avviene sotto gli occhi del Vaticano, segnalato da nunzi e ambasciatori, con alcune lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV. La domanda che rimane aperta è sempre la stessa: la Santa Sede avrà il coraggio di intervenire davvero? O prevarrà – come spesso accade – la diplomazia del silenzio?

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Università di Brescia, il caso della ricercatrice ostacolata per ragioni politiche

Ufficialmente, i fondi erano esauriti. Ufficiosamente, non hanno voluto assegnarglieli. Dietro al bla bla burocratico sulla mancanza di risorse, al Dicatam dell’Università di Brescia, cioè il Dipartimento di Ingegneria civile, Architettura, Territorio, Ambiente e Matematica, si è consumato un altro – l’ennesimo – capitolo di una gestione dipartimentale che si potrebbe definire (quantomeno) creativa. Dopo i guai con la facoltà di Medicina, ora è scoppiato il caso di una ricercatrice di Ingegneria.

Quel ritardo che oggi appare tutt’altro che casuale

I fatti in sintesi. A dicembre 2024, mentre il rettore annunciava 12 progressioni di carriera finanziate dal Piano straordinario ministeriale e i direttori degli altri dipartimenti si affrettavano a interpellare i propri ricercatori abilitati, al Dicatam c’era il silenzio stampa. Come ha scritto nelle sue riflessioni inoltrate ai colleghi, la professoressa, unica candidata del suo settore, non è mai stata contattata ufficialmente dal direttore. È venuta a conoscenza della possibilità di ottenere il posto ad aprile 2025, dopo qualche telefonata con i colleghi. Un ritardo che oggi, a conti fatti, appare tutt’altro che casuale.

Ma come, il settore di Geotecnica non era «in sofferenza»?

Alla fine il direttore ha decretato che il settore di Geotecnica non avesse bisogno di un nuovo professore associato perché le ore di didattica erano già coperte. Peccato che al Dicatam questa “contabilità” sembri variare a seconda dell’obiettivo. Solo due anni fa, il Dipartimento chiedeva con urgenza un nuovo ricercatore proprio perché il settore era «in sofferenza».

Una scelta che sembra politica, non economica

Oggi, per negare la promozione alla ricercatrice, quella stessa sofferenza è però magicamente sparita. Per ottenere nuovi posti nel 2023, la Geologia applicata veniva conteggiata nelle necessità del settore. Per ostacolare la carriera alla prof nel 2025, due anni dopo, la Geologia è diventata un corpo estraneo da non conteggiare. Eppure promuovere la ricercatrice sarebbe costato appena 0,2 punti organico – cioè l’unità di misura utilizzata dal ministero per definire il budget assunzionale annuale delle università, basata sul costo del personale -, meno di quanto già si spende per il suo stipendio. Ma il Dipartimento ha preferito rincorrere soluzioni esterne e bandi precari. Una scelta politica, non economica.

Le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali»

La verità è emersa nelle stanze chiuse del Consiglio di luglio 2025. Nonostante i professori ordinari avessero inizialmente dato parere favorevole all’unanimità, il direttore ha scelto unilateralmente di non mettere la proposta al voto. Le parole usate, riferite e citate nelle memorie, sono all’incirca queste: le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali». I fondi sono stati dichiarati esauriti il 21 luglio, ma per la ricercatrice la porta era stata sbarrata molto prima. Tra le pieghe di un’inerzia amministrativa che ha tutto il sapore di una ritorsione professionale.

Polemiche su Gratteri per la minaccia al Foglio: «Dopo il referendum con voi faremo i conti»

Non si placano le polemiche intorno al referendum sulla giustizia. Al centro della scena c’è di nuovo il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, questa volta per l’avvertimento da lui lanciato al quotidiano Il Foglio. Interpellato dal giornale circa le sue dichiarazioni su Sal Da Vinci in una trasmissione di La7, in cui il magistrato aveva affermato che il cantante del “Per sempre sì” avrebbe in realtà votato no al referendum (falso), ha dichiarato: «Era tutto uno scherzo, ridevo con il presentatore». Incalzato dalla giornalista sul fatto che il vincitore di Sanremo ha dovuto smentire, Gratteri è arrivato alle minacce: «Senta, con voi del Foglio… Se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Fatelo. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti, nel senso che tireremo una rete». Di fronte a queste parole, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa chiederà l’intervento di Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) e Odg (Ordine dei giornalisti) in nome dell’articolo 21 della Costituzione che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e stabilisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Presidente Fnsi: «Gratteri smentisca o si scusi»

Il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani, interpellato dall’Adnkronos, ha dichiarato che le affermazioni del procuratore di Napoli «non fanno onore alla sua storia, alla storia di chi ha pagato e paga in prima persona la lotta contro ogni forma di illegalità e minacce». Quindi, ha continuato, «Gratteri smentisca o si scusi per le sue parole rivolte al Foglio. Alludere a conti da fare e a non meglio precisate reti è incompatibile con la difesa della libertà di stampa. Il suo dovere di magistrato è tutelarla, non intimidirla». E ancora: «Gratteri farebbe bene a rendersi conto che queste uscite sono anche i migliori assist offerti a chi vuole delegittimare la magistratura in vista del referendum. E invece la Costituzione si difende sempre. E tutta. Tanto l’indipendenza della magistratura quanto la libertà di stampa sancita dall’articolo 21».

Segretaria generale Fnsi: «Minacce gravi che violano la Costituzione»

Gli ha fatto eco Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione: «Ho letto le parole di Gratteri al Foglio e contro il Foglio e mi hanno colpito. Non si possono accettare violazioni all’articolo 21 della Costituzione neppure dai magistrati, neppure da un professionista come Gratteri che con le sue inchieste ha alzato il velo su molte operazioni della ‘ndrangheta. È grave la minaccia. In Italia c’è una legge sulla diffamazione chiara, se uno si ritiene diffamato querela. Punto. Le reti non attengono alla giurisprudenza italiana e soprattutto le minacce, anche velate, violano l’articolo 21 della Costituzione».

Tajani (Fi): «Atto gravissimo, inaccettabile da un magistrato»

Sul caso si è espressa anche la politica, con un coro unanime di solidarietà nei confronti del quotidiano. Così Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia: «Voglio esprimere solidarietà al quotidiano Il Foglio per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni, nei confronti di giornalisti colpevoli soltanto di fare il proprio lavoro. Un cattivo esempio, in contrasto anche con l’appello del presidente della Repubblica al rispetto dei toni e del libero pensiero».

Paita (Iv): «Parole non tollerabili e indegne di un dibattito democratico»

Anche da Italia viva è arrivata vicinanza al giornale, con la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato, che ha affermato: «Esprimo solidarietà alla redazione del Foglio. Le parole del procuratore Gratteri, denunciate dal direttore Cerasa, non sono tollerabili. “Tanto dopo il referendum con voi faremo i conti” non è una frase degna del dibattito democratico. La libera stampa è un valore da difendere».

Filini (Fdi): «Dichiarazioni imbarazzanti, preoccupati per la libertà di stampa»

Per Fratelli d’Italia si è espresso il deputato Francesco Filini, responsabile nazionale del programma: «Minacciare un giornalista soltanto perché fa il proprio lavoro è sempre grave, ma se queste minacce giungono da un magistrato di primo piano come è Nicola Gratteri la circostanza è ancora più preoccupante. Purtroppo Gratteri non è nuovo, da quando ha deciso di sostenere il No al referendum, a dichiarazioni a dir poco imbarazzanti. Non vorremmo utilizzare il frasario di chi oggi a sinistra sta con il No al referendum, ma dinanzi a questi atteggiamenti non possiamo non dirci preoccupati per la libertà di stampa».

Calenda (Az): «Gratteri fuori controllo, va sospeso»

Critiche al magistrato anche da parte del segretario di Azione Carlo Calenda: «Gratteri è chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia Il Foglio apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale è da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto del ministero della Giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia, mettetevi da parte entrambi. E torniamo a parlare di contenuti. Bartolozzi e Gratteri». Il riferimento è alle dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli, che ha invitato a votare sì al referendum per «toglierci di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».

Picierno (Pd): «Ironia tossica e aggressiva che non fa onore alla magistratura italiana»

Questo, infine, il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo del Partito democratico: «Le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio sono gravi. Intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura italiana. In una fase così delicata dovremmo invece recuperare una dimensione di confronto alta e costituente, degna della Carta costituzionale che abbiamo. Solidarietà al direttore Claudio Cerasa e tutta la redazione».

Gratteri contrattacca: «So cosa significa essere un bersaglio, sto valutando la querela»

Dopo le condanne bipartisan, Gratteri è passato al contrattacco. Raggiunto dall’Ansa ha infatti detto: «Appena avrò un po’ di tempo valuterò se agire nei confronti di quei giornali che ritengo abbiano leso la mia immagine, con querela o con citazione civile». E poi: «Se l’espressione da me utilizzata in una forma concisa (con Il Foglio, ndr) non andava bene mi dispiace. Gradirei non essere strumentalizzato ancora una volta. Perché io, tutti i giorni, da mesi, vengo minacciato di denunce, procedimenti disciplinari. Posso ipotizzare di farmi risarcire? O secondo una parte politica le regole valgono per tutti e non per me?».

Meloni al Franco Parenti di Milano, bufera social e insulti alla direttrice

Una raffica di polemiche ha travolto il Teatro Franco Parenti di Milano dopo l’annuncio della presenza della premier Giorgia Meloni a un evento nell’ambito della campagna per il sì la referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Nel mirino è finita la direttrice Andrée Ruth Shammah, accusata di aver aperto le porte alla destra. In poco tempo, sotto al suo post Facebook sono comparsi centinaia di commenti negativi e insulti. Sul caso è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa.

I commenti su Facebook: «Spazio profanato dalla destra»

«I fascisti al Pier Lombardo. Tristezza infinita… Franco Parenti ne sarebbe disgustato», ha scritto un utente evocando la figura dell’attore e fondatore dello spazio culturale. «A destra destra, nascostamente, e neppure troppo, fascista al Franco Parenti! Davvero: sipario», o ancora «Chissà cosa avrebbe detto Bertolt Brecht. O Vladimir Vladimirovič Majakovskij. O Jean Genet». Ma anche «Invitare la sponsor di quel “liberale” di Orban è il segno dei nostri tempi», «Che dispiacere vedere il Parenti diventare ribalta di una imbonitrice come la premier», «Povero Franco Parenti vedere profanato il suo teatro dalla destra che lui ha sempre combattuto». Sono solo alcuni dei commenti comparsi sotto il post criticando la scelta di ospitare, giovedì 12 marzo 2026, la leader di Fratelli d’Italia.

La replica: «Il teatro è un luogo aperto al confronto»

Shammah ha replicato difendendo la scelta in nome del pluralismo e del confronto pubblico: «Perché dovrei rifiutare al presidente del Consiglio di venire a parlare in un luogo aperto al confronto? Nelle nostre sale sono stati ospitati a pagamento molti incontri pubblici. Lo abbiamo dato a Renzi, a Calenda, lo diamo a La Malfa per discutere del referendum. L’unico al quale forse direi di no, anche se pagasse molto, sarebbe Conte, perché credo che semini odio in tutte le direzioni. Ma forse mi sbaglio e potrei pensarci prima di impedire un libero dibattito». In un’intervista al Corriere, ha aggiunto che «il teatro ha sempre tenute aperte le sue porte, anche nei momenti più difficili». Lo stesso Franco Parenti «mise in scena un’opera di George Bernard Shaw, autore di destra, perché uno dei suoi principi era che bisogna sempre guardare alle ragioni dell’altro. L’Unità si arrabbiò tantissimo. Ci fu una polemica feroce».

Meloni al Franco Parenti di Milano, bufera social e insulti alla direttrice
Andrée Ruth Shammah (Ansa).

Interviene anche La Russa: «Solidarietà a Shammah, condanno con forza l’odio politico»

Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Rivolgo la mia sincera e affettuosa solidarietà ad Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Parenti di Milano. Come lei stessa ha dichiarato, il teatro è luogo di confronto, tanto che il Teatro Parenti, negli anni, ha ospitato partiti e figure politiche di ogni colore. Chiederle o intimarle di impedire l’evento del prossimo 12 marzo, e farlo anche con insulti, è sintomo di un odio politico che condanno con forza».

Mojtaba Khamenei è ancora vivo? Cosa sappiamo

Come sta Mojtaba Khamenei? La nuova Guida Suprema dell’Iran, figlio e successore dell‘ayatollah Ali Khamenei – ucciso da Israele e Stati Uniti nelle prime fasi della guerra – finora non è apparsa in pubblico né in video. E non ha nemmeno non ha diffuso nemmeno comunicazioni scritte. Dovrebbe essere vivo, anche se il condizionale è d’obbligo. E per quanto riguarda le sue condizioni occorre affidarsi a fonti iraniane, in alcuni casi molto vicine al regime. Si tratta dunque di informazioni da prendere con le molle: ecco, in ogni caso, cosa sappiamo.

Per il Nyt nei raid è rimasto ferito alle gambe

Il New York Times, citando tre fonti iraniane, ha riferito che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito alle gambe nei raid che hanno provocato la morte del padre. E da allora stato trasferito in un luogo ritenuto più sicuro, da dove ha ridotto al minimo le comunicazioni per evitare di essere localizzato.

I media statali hanno parlato del suo ferimento

La notizia è stata confermata dalla televisione di Stato iraniana e l’agenzia Irna, che hanno definito Khamenei «veterano ferito della guerra del Ramadan», riferendosi all’attuale conflitto, senza però fornire dettagli sulle sue condizioni.

Il figlio di Pezeshkian ha detto che «sta bene»

Successivamente Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano e consigliere del governo di Teheran, ha scritto su Telegram: «Ho sentito la notizia che Mojtaba Khamenei era rimasto ferito. Ho chiesto ad alcuni amici che avevano contatti con lui. Mi hanno detto che, grazie a Dio, sta bene».

Mojtaba Khamenei teme di fare la fine del padre

Se è vivo, di sicuro Khamenei si sta nascondendo, perché teme (a ragione) di fare la fine del padre. Per Israele è infatti un obiettivo dichiarato. Secondo i media americani, dalla Casa Bianca partirebbe l’ordine di eliminarlo solo se le possibilità di dialogo sul nucleare si rivelassero nulle. Donald Trump, che lo aveva definito «un peso piuma» e continua comunque ad auspicare l’avvento di un altro leader, più gradito a Washington, ha dichiarato: «Ha un bersaglio sulla schiena? Non lo dico, sarebbe inappropriato».

Beatrice Venezi, via libera alla nomina come direttore musicale della Fenice

Via libera alla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Il Consiglio d’Indirizzo della fondazione lirico-sinfonica ha espresso approvazione per la designazione, con contratto di quattro anni che avrà inizio da ottobre 2026. Dal 22 settembre 2025, giorno in cui è avvenuta la nomina di Venezi da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi, le maestranze del Teatro hanno indetto uno stato di agitazione con proteste, volantinaggi, assemblee, cortei e scioperi, ritenendo il suo curriculum non all’altezza e respingendo le implicazioni politiche che la sua nomina comporterebbe.

Per il sovrintendente Colabianchi è un «investimento sul futuro»

A difendere la sua designazione è stato Colabianchi che, nella relazione rivolta al Consiglio di indirizzo, ha sottolineato come si tratti di «una scelta che assume consapevolmente anche il valore di un investimento sul futuro, non ultimo in ragione della sua giovane età». Ricordando che «La Fenice è il luogo che ha ospitato prime mondiali di compositori che, al loro tempo, furono considerati innovatori, talvolta controversi» e che «per oltre due secoli ha dimostrato una costante apertura alle novità musicali, assumendosene il rischio», ha evidenziato come la scelta di Venezi «rappresenta un atto di fiducia nella capacità di costruire continuità e percorsi nel medio e lungo periodo, assicurando al Teatro una prospettiva di sviluppo e di rinnovamento».Secondo il sovrintendente, la nomina «risponde poi a una coerenza artistica e progettuale di natura strettamente musicale» poiché Venezi «possiede una formazione direttoriale solida, fondata su una conoscenza approfondita della partitura e su un metodo di lavoro orientato all’analisi strutturale del testo musicale, alla chiarezza dell’articolazione formale e al controllo dell’equilibrio timbrico orchestrale». «Il suo profilo», dunque, «si colloca pienamente nella tradizione direttoriale italiana ed europea, con particolare attenzione al repertorio operistico, affrontato attraverso un rapporto rigoroso con la scrittura vocale, l’agogica e il rapporto tra buca e palcoscenico».

«Dobbiamo far evolvere il linguaggio musicale»

«La cifra complessiva del suo lavoro», si legge ancora nella relazione, «risiede dunque in un equilibrio tra fedeltà alla partitura, prassi esecutiva storicamente informata e capacità di restituire attualità al linguaggio musicale, senza forzature interpretative né letture museali. Tale impostazione risulta pienamente coerente con l’identità del Teatro La Fenice, storicamente impegnato a unire la tutela del grande repertorio con l’assunzione di responsabilità nei confronti dell’evoluzione del linguaggio musicale». «Vi è poi una motivazione di natura istituzionale», ha continuato Colabianchi. «Il direttore musicale oggi non è soltanto un interprete sul podio, ma una figura chiamata a concorrere alla continuità dell’indirizzo artistico, al dialogo con le strutture interne e alla rappresentanza dell’immagine del Teatro. In questo senso, la designazione di Beatrice Venezi è fondata sulla sua capacità di assumere una responsabilità ampia e strutturata valorizzando un percorso di crescita destinato a rafforzarsi». Infine, «non posso poi ignorare – pur senza farne un argomento retorico – il valore simbolico di una scelta che contribuisce alla normalizzazione della presenza femminile nei ruoli apicali della musica. Non una nomina “in quanto donna”, ma una nomina che prescinde dal genere proprio perché fondata su competenza, progetto e responsabilità».

La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa

Elon Musk consolida il primo posto nella classifica di Forbes dei più ricchi al mondo, con una fortuna stimata di 839 miliardi di dollari. Dietro a Mr Tesla sul podio ci sono Larry Page (257 miliardi) e Sergey Brin (237), cofondatori di Google. Al 22esimo posto un italiano: Giancarlo Devasini, creatore della criptovaluta Tether, con quasi 90 miliardi. L’elenco dei miliardari cresce ancora come numero: nel 2025 erano 3.028 e adesso sono passati a 3.428, per un patrimonio complessivo da record di 20.100 miliardi di dollari, 4 mila in più rispetto all’anno scorso. La lista di Forbes resta dominata dagli Stati Uniti, con 989 super-ricchi di cui 15 dei primi 20. Seguono Cina (610) e India (229). Sono 20 i paperoni che fanno ormai parte del cosiddetto “Club dei 100 miliardi”: tra le nuove entrate spicca Changpeng Zhao, fondatore di Binance. Sono 390 i nuovi miliardari entrati in classifica quest’anno. Alcuni nomi? Dr. Dre, Beyoncé, Roger Federer.

Aumentano le donne e il 67 per cento dei miliardari ha costruito la propria fortuna da zero

La tecnologia e l’IA hanno creato nuove fortune a una velocità senza precedenti, spiega Forbes: almeno 86 miliardari devono gran parte della loro ricchezza all’intelligenza artificiale e il 67 per cento ha costruito la propria fortuna da zero. Cresce anche la presenza femminile, con 481 donne miliardarie nel mondo. È donna, ma certo non si è fatta da sola la più giovane della lista: la brasiliana Amelie Voigt Trejes, appena 20 anni, erede del colosso WEG. Ecco nella gallery i primi 22 della classifica di Forbes, fino a Devasini.

La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
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La mobilità come fattore chiave dell’esperienza turistica e della competitività delle destinazioni

Negli ultimi anni il turismo in Italia è tornato a crescere con intensità, riportando il Paese tra le principali destinazioni globali. Secondo i dati del ministero del Turismo, nel 2025 si è registrato un nuovo record storico con oltre 480 milioni di presenze, in aumento del 3 per cento rispetto al 2024. Una crescita che rappresenta un motore economico strategico, con un impatto rilevante su occupazione e Pil, ma che pone anche una questione strutturale, vale a dire la gestione dei flussi. In questo contesto, infatti, la competitività turistica non dipende più soltanto dall’offerta culturale o ricettiva, ma dalla qualità della mobilità: spostarsi facilmente, accedere ai servizi senza attriti, evitare code e congestioni è diventato parte integrante dell’esperienza di viaggio.

Dalla crescita dei flussi alla sfida della mobilità turistica

Per affrontare queste sfide, risulta fondamentale investire nelle infrastrutture digitali della mobilità – dai sistemi di pagamento integrati come i mobility wallet, che centralizzano in un’unica soluzione il pagamento e l’accesso a svariati servizi di trasporto pubblico e privato (bus, treni, bike/car sharing, monopattini), fino all’automatizzazione degli accessi, con tornelli intelligenti, check-in digitali, prenotazione degli slot di entrata e sistemi di controllo dei flussi, e a servizi di infomobilità in tempo reale che forniscono indicazioni su traffico, tempi di percorrenza, disponibilità dei mezzi, ritardi e alternative di percorso. Queste soluzioni permettono di gestire in modo dinamico i picchi di domanda, particolarmente rilevanti nelle destinazioni turistiche ad alta concentrazione di visitatori, evitando code, sovraffollamento e congestioni. La digitalizzazione degli accessi consente inoltre di raccogliere dati in tempo reale, fondamentali per monitorare e regolare i flussi in modo proattivo così da governare la domanda senza limitare l’offerta, rendendo il turismo più sostenibile e competitivo senza snaturare i luoghi.

I servizi Telepass per viaggiare in modo più semplice e accessibile

In questo contesto, il contributo di operatori come Telepass si inserisce come fattore abilitante di una mobilità più semplice e integrata. Grazie al noto dispositivo, infatti, è possibile usufruire del telepedaggio – che consente di saltare le file ai caselli autostradali – e dell’accesso a parcheggi convenzionati, oltre che a servizi come il traghetto per lo stretto di Messina. Grazie all’app, inoltre, è possibile pagare i parcheggi con strisce blu – oltre che i rifornimenti di carburante, il bollo, l’assicurazione e la revisione della propria auto – ma anche avere l’accesso prioritario ai controlli di sicurezza in aeroporto, acquistare biglietti e/o abbonamenti ai mezzi pubblici, noleggiare scooter, biciclette e monopattini elettrici e prenotare taxi. Tutti servizi che concorrono a rendere l’esperienza turistica più fluida e accessibile, riducendo tempi di attesa, passaggi intermedi e complessità per l’utente. Soluzioni integrate come queste non si limitano a semplificare la fruizione individuale dei luoghi, ma contribuiscono a migliorare l’efficienza complessiva del sistema di mobilità, favorendo una gestione più sostenibile e intelligente dei turisti.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena

Grande è la confusione sotto il cielo dei lettori del quotidiano la Repubblica. Tutta colpa della domenica dedicata alla festa della donna, l’8 marzo, che si è trasformata in una santa messa dove è stata data comunicazione della “prima lettera di Marina Berlusconi”. Un apostolato che non poteva trovare niente di meglio del giornale fondato da Eugenio Scalfari e oggi diretto da Mario Orfeo. Se, comunque, a fondo pagina si leggeva il nome di un’esponente storica della sinistra italiana, Luciana Castellina, classe 1929, il classico lettore di Repubblica potrebbe aver avuto un travaso di bile guardando cosa aveva scritto la figlia prediletta di Silvio Berlusconi. Proprio quel Cavaliere contro il quale sono state spese centinaia di prime pagine nel corso degli anni.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
La lettera di Marina Berlusconi pubblicata in prima pagina su Repubblica domenica 8 marzo.

Pure Veronica Lario aveva usufruito degli spazi del giornale romano, ma “per dirne quattro” al caro Silviuccio, non certo per ricordarlo e andare avanti con le sue battaglie, come la riforma della giustizia. Le battaglie delle donne ora vengono intestate a Marina…

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena

Ma qual è il retroscena? All’interno del quotidiano si parla dell’ennesima prova di funambolismo di Orfeo, un camaleonte a 24 carati, impegnato a traghettare il vascello (che una volta era un transatlantico) di carta seguendo la nuova proprietà proveniente dalla Grecia, che certo non è desiderosa di mettersi contro il governo guidato da Giorgia Meloni, volendo coltivare qualche business redditizio nel nostro Paese.

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Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
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Mimun a 72 anni non ha comunque voglia di mollare la presa

Dopo alcuni attriti tra cdr e direttore, la voglia di proclamare sciopero da parte dei giornalisti non mancherebbe, anche se la vera battaglia verrà fatta dopo aver visto le carte dell’editore in pectore. Ma più che a un consolidamento di Orfeo alla guida di Repubblica, c’è chi indica un’altra possibile astutissima mossa del direttore: «Dando platealmente spazio a Marina Berlusconi lui si è posto in luce come un ottimo, presentabilissimo, successore di Clemente Mimun, uno che conta la bella età di 72 anni e che di certo non ha voglia di mollare la presa del Tg5, ma che comunque non è eterno, come chiunque sulla Terra».

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Clemente Mimun (Imagoeconomica).

De Benedetti non avrebbe mai offerto alla figlia del Cav una tribuna del genere

Insomma, un beau geste che può suonare come una sorta di prenotazione per il suo futuro professionale, avendo offerto alla figlia del Cavaliere una tribuna impensabile fino a pochi anni fa. Una cosa che CDB, ossia l’Ingegnere Carlo De Benedetti, non avrebbe mai permesso. Lui di Berlusconi ha sempre detto che non era un imprenditore, ma «un impresario»: sì, la definizione riferita a quelli che nei teatri di una volta allestivano l’avanspettacolo con le ballerine pronte a fare qualche numero di can-can mostrando le gambe al pubblico.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Carlo De Benedetti (foto Imagoeconomica).

Prospettiva affascinante, quella di vedere Orfeo direttore del telegiornale della rete ammiraglia di Mediaset: in questo modo gli verrebbe assegnato d’ufficio il “Grande Slam” del giornalismo italiano, perché nella sua carriera ha già raggiunto tutti i posti di comando possibili, quelli che pesano davvero, e vederlo pure a Cologno Monzese sarebbe un vero spettacolo. Se nel tennis il riconoscimento spetta a chi vince i trofei più prestigiosi del Pianeta, cioè Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open, Orfeo vanta un palmarès incredibile, perché ha diretto tutti e tre i telegiornali della Rai, l’azienda radiotelevisiva pubblica di cui è stato anche direttore generale, e nella carta stampata è stato direttore de Il Mattino, Il Messaggero e ora di Repubblica, dal 2024.

Orfeo e quel soprannome che la dice lunga sulla sua capacità di adattarsi

Un recordman, a tutti gli effetti, con un curriculum a prova di bomba, inattaccabile, zigzagando tra ogni possibile governo di centro, destra e sinistra, oltre ad aver dimostrato di essere capace di resistere per anni e senza fare una piega di fronte a un editore incontentabile e dal carattere aspro come Francesco Gaetano Caltagirone, nelle piazze di Napoli e di Roma. Che poi sono le più “calde” da gestire e non solo nel senso meteorologico, tanto che Orfeo si è guadagnato quel soprannome di “Pongo” che la dice lunga sulla capacità di adattarsi e assumere la forma migliore, rendendosi sempre utile sotto ogni tipo di cielo, evitando acquazzoni e colpi di sole.

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Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Incredibile facilità nel tessere pubbliche relazioni con chi conta

Pubblico o privato per lui pari sono, avendo dimestichezza con il potere a ogni latitudine. Tra l’altro il 21 marzo per Orfeo sono previsti straordinari festeggiamenti, in occasione del suo compleanno: nel 2026 le candeline da mettere sulla torta sono 60, dato che è nato nel 1966. Un evento che si annuncia faraonico, per la “cifra tonda” e la personalità del protagonista, senza dimenticare la sua incredibile capacità di tessere le pubbliche relazioni, stando al cellulare dalla mattina alla sera per rimanere in contatto con i veri vip della politica, dell’economia e dell’informazione. Un uomo costretto a sobbarcarsi trasferte perigliose e dalle distanze enormi pur di seguire le partite di calcio della Juventus in tribuna autorità, tra gli Elkann e gli Agnelli.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Corrado Augias, Sergio Mattarella, John Elkann, Ezio Mauro e Mario Orfeo (foto Ansa).

La ciliegina sulla torta? Il piano che porta addirittura al Quirinale…

Ciliegina sulla torta, da anni a Roma gira la voce che qualora Pier Ferdinando Casini diventasse un giorno presidente della Repubblica, coronando il sogno di una lunga vita da democristiano e mettendo d’accordo centro, destra e sinistra, il portavoce e capo della comunicazione al Quirinale sarebbe… proprio Mario Orfeo, per un settennato indimenticabile. «A meno che lui stesso non voglia fare il capo dello Stato», sibila sorridendo un amico carissimo, anche lui nel mondo del giornalismo. E, vista l’ambizione del direttore, forse c’è poco da scherzare…

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Pier Ferdinando Casini (foto Imagoeconomica).

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma

Lunedì 9 marzo è previsto uno sciopero generale su scala nazionale che coinvolgerà sia il pubblico che il privato. La mobilitazione, proclamata in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne (che ricorre il giorno precedente), potrebbe causare disagi in diversi settori: dai trasporti alla scuola e all’istruzione, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Ecco chi si fermerà.

Nel settore dei trasporti l’agitazione è supportata da Slai-Cobas

Sul fronte dei trasporti, l’agitazione è supportata da Slai-Cobas, mentre non aderiscono Usi e Usb. Lo sciopero durerà 24 ore. Come di norma, verranno comunque garantiti i servizi minimi nel rispetto delle normative vigenti e delle fasce di tutela previste.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Treno fermo in stazione (Ansa).

Lo sciopero interesserà anche scuola, università e ricerca

Per la scuola è la Flc Cgil ad aver proclamato un’intera giornata di astensione dal lavoro. L’agitazione interesserà anche università, enti di ricerca e formazione professionale. «Intendiamo riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale, che si traduce in frequenti episodi di violenza e discriminazione delle donne», ha dichiarato il sindacato.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Corteo della Cgil durante uno sciopero generale (Ansa).

Sanità: assicurati servizi e prestazioni essenziali

Per quanto riguarda la sanità pubblica, lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo. Saranno assicurati i servizi e le prestazioni essenziali.

Non Una Di Meno: «Un nuovo weekend lungo di lotta»

Il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno ha chiamato al weekend lungo di lotta (cortei l’8 marzo e sciopero il 9), spiegando che le due giornate di mobilitazione «mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra». In particolare, continua la nota, «le conseguenze dell’approvazione del ddl Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria».