Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani

Zohran Mamdani ha appena vinto le elezioni a New York e già è fonte di ispirazione per la sinistra italiana tutta, pure per quella interregionale. Tutti l’hanno visto arrivare, Mamdani, tant’è che i tweet erano già rodati, pronti, impacchettati, troppo perfetti nei loro cliché. Non c’è nemmeno bisogno di citare gli originali, ché tanto sono tutti uguali: “ah, la sinistra che quando fa la sinistra vince e convince…”. Mamdani, un passato da rapper che riemerge dai social (nel 2017, a 26 anni, pubblicava su Soundcloud Salaam, «a song about being Muslim in America today», una canzone sull’essere musulmani in America oggi), classe 1991, primo musulmano a fare il sindaco di New York, è assurto a eroe del giorno se non della settimana, se non del mese, dei progressisti italiani, già pronti a importare il Modello Numero 4: Giuditta (variante Socialista Democratico) anche dalle nostre parti.

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Mamdani eroe a sua insaputa di chi deve vincere in Campania e Puglia

Ancora una volta insomma la sinistra italiana trionfa per interposto leader; un tempo era Barack Obama, punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti mondiali, quasi più di Giuseppe Conte, oggi tocca a Mamdani caricarsi sulle spalle una responsabilità che non si è preso. Eroe a sua insaputa di chi deve vincere ora in Campania e in Puglia (in Veneto? Non scherziamo) per non dichiarare bancarotta prima del referendum costituzionale sulla Giustizia e prima delle elezioni politiche del 2027.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Giuseppe Conte e il candidato alla presidenza della Regione Campania Roberto Fico (Imagoeconomica).

Un eroe con un limite di prospettiva non indifferente: non potrà mai diventare presidente degli Stati Uniti d’America, perché è nato in Uganda, e se sei nato all’estero non puoi diventare il capo del mondo libero, lo dice la legge. Ma chissenefrega, dicono i neo socialisti democratici di casa nostra già convertiti allo Zorhanesimo, ha vinto uno che propone autobus gratis e affitti calmierati (e bon, sarà interessante vedere come metterà in pratica quanto promesso in campagna elettorale e che fine faranno le ambiguità su Israele che sono emerse in questi mesi, tenuto conto che a New York c’è una folta e divisa comunità ebraica; dettagli). Insomma non possiamo avere Bernie Sanders alla Casa Bianca, ma vuoi mettere uno che ci riscatta tutti, e che finalmente ha vinto qualcosa usando questo TikTok? 

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Zohran Mamdani tra Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders (Imagoeconomica).

Il neo sindaco ora dovrà vedersela con Trump

Jonathan Lemire su The Atlantic ha scritto che «forse nessuno è stato più felice della sua elezione del presidente Donald Trump». Il padre dello sconfitto Andrew Cuomo, Mario, ex governatore di New York, ha affermato: «Si fa campagna elettorale in poesia; si governa in prosa». E Mamdani, ha chiosato The Atlantic, «dovrà presto rinunciare alla sua nobile retorica per il duro lavoro municipale di garantire la sicurezza pubblica, spalare la neve dopo le tempeste e affrontare la crescente disuguaglianza di reddito. I precedenti sindaci di New York, naturalmente, hanno dovuto assumersi questi compiti, ma Mamdani dovrà anche affrontare una sfida unica per lui: una guerra incombente con il presidente degli Stati Uniti, lui stesso newyorkese». Lo scontro non sarà mai elettoralmente diretto (uno nato in Uganda, appunto, l’altro al secondo mandato con molte speculazioni su un per ora impossibile terzo mandato) ma riguarderà i fondi federali: New York deve ricevere nel 2026 7,4 miliardi di dollari, pari al 6,4 per cento della spesa totale. «I fondi federali coprono anche una quota maggiore dei servizi essenziali che la città offre ai suoi residenti più vulnerabili, come l’istruzione, i servizi sociali e gli alloggi», c’è scritto in un’analisi dell’Ufficio del Revisore dei Conti dello Stato di New York. La quota più grande va al dipartimento dell’Istruzione della città, che riceve oltre 2 miliardi di dollari dal governo federale, il 6,2 per cento del budget totale del dipartimento; al secondo posto c’è il dipartimento dei servizi sociali, che ottiene 1,5 miliardi di dollari, pari al 13,3 per cento del proprio budget, dal governo federale.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Donald Trump (Ansa).

«Turn the volume up» che la sfida adesso è in Italia

Per il neo-sindaco Mamdani, che entrerà in carica il primo gennaio 2026 e lavorerà, adesso, insieme al suo transition team composto di sole donne, non sarà semplice avere a che fare con Trump, soprattutto dopo averlo sfidato apertamente nel suo discorso da vincitore: «So, Donald Trump, since I know you’re watching, I have four words for you: turn the volume up» («so che ci stai guardando, alza il volume»). Alza il volume, Donald, ché ora la sfida di Mamdani si sentirà forte pure in qualche remoto paesino della Campania, della Puglia (e del Veneto). 

Si scrive referendum sulla giustizia, si legge campagna per le Politiche

Non c’è nemmeno bisogno di aspettare la fine delle elezioni regionali – Veneto, Campania, Puglia – per capire che la campagna elettorale per le Politiche è già iniziata. Ed è iniziata con il duello referendario sulla separazione delle carriere dei magistrati. Una modifica costituzionale, approvata dal Parlamento senza neanche un emendamento, che avrà bisogno del referendum confermativo – senza quorum dunque – che si terrà nella primavera del 2026.

Meloni cerca di depoliticizzare e spersonalizzare la riforma

Le insidie sono dappertutto e per entrambi gli schieramenti. Il governo Meloni cercherà soprattutto di evitare di personalizzare lo scontro come accadde ai tempi di Matteo Renzi per il referendum costituzionale del 2016. La maggioranza sta infatti tentando di depoliticizzare e spersonalizzare la riforma, spiegando che non è un referendum su Meloni o sul governo in quanto tale. È quello che va ripetendo per esempio il ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Auspico che la campagna referendaria si svolga sui contenuti, sugli aspetti tecnici» della riforma e «non divenga un Meloni sì, Meloni no, come fu per Renzi», anche perché «la riforma non è rivoluzionaria come si dice», ha spiegato Nordio conversando con i cronisti in Senato nei giorni scorsi. «La separazione delle carriere», ha aggiunto il Guardasigilli, «conclude il percorso iniziato nel 1983 con l’introduzione del processo accusatorio. Nella Costituzione del 1948 c’era un’unica carriera perché in Italia vigeva il processo inquisitorio ereditato dal fascismo, come il codice penale. In tutti i Paesi in cui esiste il processo accusatorio c’è anche la separazione delle carriere, che quindi è una riforma meno rivoluzionaria di come si dice».

Si scrive referendum sulla giustizia, si legge campagna per le Politiche
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Forza Italia punta sull’effetto nostalgia (di B)

La maggioranza sembra dunque non voler drammatizzare lo scontro, eppure la scarsa conoscenza della materia da parte dei cittadini necessiterebbe di un maggior coinvolgimento emotivo, quantomeno per attirare l’interesse degli italiani forse presi da altro. C’è da dire però che Forza Italia sta puntando parecchio sulla nostalgia e sull’emotività berlusconiana, come si evince anche dalle parole della ministra dell’Università Anna Maria Bernini: «La riforma della giustizia è una delle battaglie storiche di Forza Italia. Da sempre crediamo in un sistema davvero imparziale, capace di tutelare i diritti dei cittadini e garantire la piena indipendenza dei giudici. Il voto di oggi al Senato segna un passo importante in questa direzione: una vittoria che vogliamo dedicare al nostro Presidente, Silvio Berlusconi, che per primo ha creduto in questa sfida». Resta da capire un fatto politicamente non secondario: se fossero stati permessi gli emendamenti, le modifiche alla riforma, tutto il centrodestra sarebbe stato compatto o sarebbero emersi notevoli distinguo? Domanda che ci poniamo. Forse le correzioni non sarebbero state poche ed è il motivo per cui Meloni e i suoi non hanno voluto che ci fossero. È anche per questo che Matteo Renzi va ripetendo che in caso di sconfitta Giorgia Meloni si dovrebbe dimettere, ma difficilmente lo farà. Anche perché, a differenza di Renzi quasi 10 anni fa, non ha mai promesso la propria testa all’elettorato. 

Si scrive referendum sulla giustizia, si legge campagna per le Politiche
Anna Maria Bernini (Imagoeconomica).

Tra M5S e Pd è duello sulla primogenitura del No

Sembra avere dunque più problemi l’opposizione, dove ancora una volta è in corso una sontuosa competizione fra il M5S e il Pd sulla primogenitura del No. Per Giuseppe Conte sarà semplice intestarsi l’eventuale vittoria nel referendum, con tutto quell’eloquio antimeloniano che rispolvera, per non farsi mancare niente, il repertorio su P2 e Licio Gelli e la prosecuzione della massoneria con altri, sovranisti, mezzi. Elly Schlein rischia di ritrovarsi in mezzo al duello privilegiato fra Conte e Meloni, facendo la parte di quella che vince per aggregazione e non per protagonismo.

Si scrive referendum sulla giustizia, si legge campagna per le Politiche
Elly Schlein con Giuseppe Conte (Ansa).

Le divisioni interne ai dem

Anche perché dalle parti del M5S incertezze interne non ve ne sono; nel Pd invece non mancano i favorevoli alla riforma. Persino tra gli amici di Schlein, come Goffredo Bettini, che poco più di un mese fa al Congresso delle Camere Penali in corso a Catania ha detto: «Se la separazione delle carriere è un segnale verso la terzietà del giudizio per me ben venga. Se c’è l’imputato e due giudici è meglio che i giudici non si sommino ma, al contrario, si distinguano. Non due contro uno. Ma uno e uno. E se c’è un modo per evitare che qualche tipo di sentenza sia al riparo, di reciproche convenienze, di scambio di favori, di un clima politicamente intossicato ben venga il superamento delle correnti di potere nella magistratura, affidandosi ad altre vie per la costituzione del Csm. Ed evitando che i Pm rispondessero al potere politico che in quel momento comandava». Forse per il Pd sarebbe meglio garantire la libertà di coscienza e puntare sugli argomenti migliori per mobilitare l’elettorato. 

Si scrive referendum sulla giustizia, si legge campagna per le Politiche
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?

Molto si discute nel Pd dopo anni di pacificazione interna, una sorta di narcosi del dibattito pubblico successiva alla vittoria di Elly Schlein nel 2023. Ma ogni limite ha la sua pazienza e anche nel Pd, partito abituato a discutere in pubblico fino al logoramento, la pazienza è finita. I riformisti si ritrovano un po’ dappertutto: una settimana fa a Milano, ora a Livorno. Ma la questione è più ampia del dibattito, invero non nuovo, fra chi ha vinto e chi ha perso le primarie tre anni fa. E sembra riguardare la capacità di governo del Pd. Finché si tratta di vincere le elezioni regionali in Toscana, le difficoltà non si presentano, nemmeno quelle riguardanti l’armonizzazione dei partiti del campo largo. Il problema è un altro: Elly Schlein è pronta o in grado di governare l’Italia? 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Pina Picierno (Imagoeconomica).

La segretaria non è riuscita a definire un’identità condivisa

Qui le risposte potrebbero divergere e a sentire Romano Prodi – scambiato dal wokismo nostrano per il solito maschio bianco eccetera eccetera – pare proprio di no. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo — a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese — rischia di essere esiziale. Il punto è che il Pd continua a oscillare tra due anime. Quella più movimentista e quella più tradizionale. Due mondi che convivono a fatica e che spesso si guardano con sospetto reciproco. Le parole di Prodi, ma anche quelle di Arturo Parisi e di Luigi Zanda, sollevano i dubbi di chi pensa che il Pd, con questa leadership, non sia davvero pronto a tornare al governo del Paese. È un dubbio legittimo, non un attacco sessista. Ed è un tema politico serio, che meriterebbe una risposta politica, non ideologica.

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Romano Prodi (Imagoeconomica).

Il pluralismo è nel dna del Pd

Schlein, invece, tende a leggere ogni dissenso come un’offesa personale o, peggio, come un atto di sabotaggio. È una strategia che può funzionare finché i sondaggi tengono, ma rischia di ritorcersi contro quando la tensione elettorale salirà, come sta già succedendo adesso. Perché il consenso interno, quando è costituito dal silenzio, non è mai un consenso stabile. E oggi, nel Partito Democratico, la domanda più urgente non è se Elly Schlein sia donna o giovane o libera. La domanda è se sia davvero pronta a guidare un partito che, per sua natura, non può vivere senza pluralismo. Persino nel vecchio Pd renziano il pluralismo era presente, nonostante le accuse di centralismo democratico rignanese o di uomo solo al comando. L’alleanza con il M5s è diventata, paradossalmente, l’ultimo dei problemi, soppiantato da questioni esiziali come quella della leadership. Il che, attenzione, vale anche per l’alternativa a Schlein, almeno fin qui, cioè Stefano Bonaccini.

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

La falla di Bonaccini

Lo sconfitto delle primarie ha privilegiato un atteggiamento consociativo nei confronti dell’attuale segreteria cercando di tenere insieme tutto. Giorgio Gori, in un’intervista per Quale Pd, pubblicato da Laterza nel 2023, aveva già individuato la falla bonacciniana della sua campagna elettorale: «L’idea che mi sono fatto – lo dico sapendo che non avrei saputo fare meglio – è che [Stefano Bonaccini] abbia pensato di poter vincere le primarie mettendo insieme tanti pezzi; che però, proprio perché erano tanti e diversi tra loro, non era facile condensare intorno a una posizione sufficientemente netta e riconoscibile. Se tieni dentro Brando Benifei e Vincenzo De Luca, il sottoscritto e Michele Emiliano, e in più vuoi evitare di scoprirti a sinistra, il rischio è che la proposta manchi di incisività. A tratti Stefano è parso un po’ timido, desideroso di smussare, preoccupato di non scontentare più che di convincere. Durante la competizione ho pensato che facesse bene; col senno di poi credo invece che posizioni più nette avrebbero più facilmente innescato la passione e la mobilitazione di cui ci sarebbe stato bisogno, e che invece sono mancate». In tre anni non è cambiato niente, e i problemi sono tutti lì. Iniziano con la “l” e finiscono con “eadership”. 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Dopo Milano, Livorno: i riformisti Pd pronti a sfidare Schlein

Un’altra scissione non è in programma nel Pd, anche se Livorno – oltre 100 anni dopo – sembra essere sempre il posto adatto per organizzarne una. Venerdì alle 9.30, alla Sala conferenze della Compagnia Portuali, a una settimana dal convegno di Milano (“Crescere”) organizzato da Giorgio Gori & soci, si terrà una conferenza su “Le politiche di sicurezza dell’Unione europea”, organizzata da Libertà Eguale. In programma gli interventi di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, Stefano Ceccanti, già parlamentare del Pd e professore di diritto pubblico comparato all’Università di Roma La Sapienza, Lia Quartapelle, deputata del Pd e membro della commissione Esteri della Camera. 

Dopo Milano, Livorno: i riformisti Pd pronti a sfidare Schlein
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Le conclusioni sono affidate a Enrico Morando, presidente nazionale di Libertà Eguale. «Bisogna superare un divario tra le coalizioni», dice il professor Ceccanti. «Quella di centrodestra ha posizioni interne assolutamente eterogenee su questi temi non meno del cosiddetto campo largo, ma alla fine, favorita anche dai vincoli esterni più forti per chi sta al governo, riesce in qualche modo a disciplinarsi. All’opposizione il Pd quale maggior partito, anche per la sintonia con i capi di Stato che si sono susseguiti, non mostra ancora una forza tale da disciplinare il proprio campo su chiare posizioni euroatlantiche». 

Dopo Milano, Livorno: i riformisti Pd pronti a sfidare Schlein
Enrico Morando (Imagoeconomica).

Libertà Eguale e il tema decisivo della Difesa europea

Ceccanti ha scritto sul sito di Libertà Eguale un interessante manifesto della giornata del 31 ottobre, spiegando qual è la differenza rispetto all’evento dell’opposizione interna al Pd organizzato a Milano: «L’iniziativa della minoranza Pd mira chiaramente a segnalare l’esistenza tra i Democratici di un’area che non fa sconti alla debolezza dell’attuale dirigenza, chiudendo con atteggiamenti di appeasement interno che nulla hanno a che fare con l’esigenza di unità interna, correttamente intesa, di un partito a vocazione maggioritaria». Libertà Eguale non è invece «un’area politica interna al Pd. Vi si ritrovano persone che fanno riferimento a tutto l’arco del centrosinistra riformista, anche senza un’appartenenza personale a uno dei partiti di quest’area. Il tema della difesa europea è uno di quelli decisivi giacché occorre evitare di confondere due piani diversi».

Dopo Milano, Livorno: i riformisti Pd pronti a sfidare Schlein
Stefano Ceccanti (Imagoeconomica).

Il primo, spiega Ceccanti, è quello di riconoscere senza ambiguità l’esigenza di una difesa che faccia fronte all’aggressività reale delle autocrazie e al disimpegno sostanziale in questo ambito dell’Amministrazione Trump. Il secondo è quello di imputare la responsabilità di questo nuovo ruolo all’Unione europea più che a una somma di iniziative separate dei singoli Stati al di là delle forme concrete che si potranno individuare in sede europea: con strumenti comuni o col coordinamento di quelli statali. «Nel centrosinistra questi due piani non vanno confusi giacché spesso la seconda esigenza è utilizzata per negare la prima: si evocano magari esigenze radicali immediate, come tali non perseguibili subito (come l’esercito europeo) per rilevare l’assenza di consenso su di esse e quindi trarne come conseguenza la impossibilità di fare alcunché. E questo al netto delle posizioni del pacifismo astratto che nega in sé l’esigenza della difesa e che tende a denunciarla come presunto cedimento a una logica aggressiva. Come se la storia del Paese non ci ricordasse che il pacifismo reale della Repubblica non fosse iniziato con l’adesione alla Nato nel 1949, primo caso di applicazione delle limitazioni di sovranità dell’articolo 11 della Costituzione, articolo che va sempre letto tutto intero». Considerate, dunque, le dovute differenze, c’è da dire però che l’incontro di Libertà Eguale – complice anche il ruolo consociativo di Stefano Bonaccini, contestato leader di Energia Popolare – assume un significato più politico. Ne è convinto anche Guerini, che è tra gli ospiti di primo piano a Livorno e che non intende più lasciare nelle mani del presidente del Pd l’alternativa a Elly Schlein

Dopo Milano, Livorno: i riformisti Pd pronti a sfidare Schlein
Lorenzo Guerini (Imagoeconomica).

Le dichiarazioni di Prodi e Parisi agitano i vertici dem

I recenti eventi, comprese le dichiarazioni di Romano Prodi e Arturo Parisi di questi giorni, stanno creando non poca agitazione tra i vertici del Pd. Non si aspettavano, forse, un livello così alto di critica. La controrisposta è stata tuttavia parecchio insufficiente. Basta farsi un giro nella “base” istituzionale schleiniana, dove abbondano dichiarazioni d’allarme e accuse di maschilismo (!) contro Prodi, il quale si è limitato a fornire argomentazioni politiche del perché al momento non esista una alternativa credibile al governo Meloni. «La riassumerei (ancora una volta) così: non tutti, soprattutto uomini di mezza età, riescono ad accettare che una donna di sinistra, libera, guidi la loro comunità politica», ha scritto su Facebook l’assessora all’Istruzione della Regione Toscana Alessandra Nardini, commentando le dichiarazioni critiche di Prodi, Parisi e Luigi Zanda. «Se poi la donna in questione sta pure facendole recuperare credibilità, grazie finalmente a una linea chiara e coerente, e sta riuscendo persino a ricostruire una ampia coalizione progressista che la potrebbe portare a guidare un nuovo governo, allora è decisamente troppo e va affossata. C’è un però: la base, ovvero le persone, e i risultati, sono dalla sua parte, quindi temo dovranno farsene una ragione».

I riformisti si preparano a sfidare Schlein

L’impressione tuttavia è che i riformisti – non tanto Prodi che rimane un osservatore esterno ancorché privilegiato – non se ne faranno una ragione e anzi si faranno trovare preparati quando sarà il momento di sfidare l’attuale segretaria. Lo ha fatto capire perfettamente Picierno una settimana fa a Milano: «Serve chiarezza anche dentro il Pd, e non bisogna avere paura di fare questa chiarezza. E nemmeno dei luoghi in cui farla: i congressi si fanno per questo, per discutere della linea politica». È appena cominciata un’altra campagna elettorale, anche da Livorno. 

Dopo Milano, Livorno: i riformisti Pd pronti a sfidare Schlein
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Non si era mai visto nell’ultimo partito leninista rimasto in Italia, la Lega di Matteo Salvini, un tale livello di insoddisfazione. Forse nemmeno quando l’attuale segretario prese il potere rottamando Umberto Bossi, travolto dall’età, dal malessere e dalle vicende politico-giudiziarie. Lo stile della casa è sempre stato un altro rispetto al Partito democratico, dove i panni si lavano in pubblico – un’ostensione quotidiana di cenci volanti, ovviamente prima che arrivasse Elly Schlein alla guida – grazie a dichiarazioni social e interviste e convegni.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Le colpe per la disastrosa campagna elettorale in Toscana

A far rompere l’ordine e la disciplina del Carroccio ci ha pensato Roberto Vannacci, generale in pensione con la passione per le incursioni. L’autore di bestseller della destra italiana, diventato vicesegretario federale, è stato anche responsabile della campagna elettorale in Toscana, invero disastrosa. Sarebbe naturalmente ingeneroso attribuire tutta la responsabilità al Gip (Generale in pensione) Vannacci per i mali della Lega, partito che ha cercato l’evoluzione da etno-regionalista a nazionale e nazionalista riuscendoci solo in parte.

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Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
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Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Il salvatore della patria che non poteva permetterselo per davvero

Ma sarebbe pure fin troppo generoso non vedere che Vannacci si è auto-trasformato in salvatore della patria senza poterselo permettere per davvero. Non sapremo mai se l’effetto Vannacci esista o sia un’illusione ottica. Fatto sta che nella Lega ormai lo possono davvero sopportare in pochissimi. Da Luca Zaia ad Attilio Fontana passando per Gian Marco Centinaio, è lunga la lista di leghisti di peso ad avercelo sul gozzo.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Ribattezzato “Generale Badoglio”, ma qualcuno suggerisce “Generale Cadorna”

Sembra averlo capito persino Salvini, che in questi mesi è stato sollecitato da diversi esponenti leghisti sull’argomento. Susanna Ceccardi, europarlamentare, già candidata alle elezioni regionali in Toscana nel 2020, ha più volte spiegato al suo segretario che Vannacci – che nella Lega è stato ribattezzato “Generale Badoglio”, anche se qualcuno suggerisce che sarebbe meglio chiamarlo “Generale Cadorna” – è soltanto un peso per il Carroccio. In diversi, spinti dalle pulsioni identitarie di Vannacci per la Decima Mas, hanno persino rispolverato il vecchio e leggendario antifascismo di Bossi, che ai tempi tuonava contro Jean-Marie Le Pen. Invece Salvini, parecchi anni dopo, stringeva accordi con la figlia Marine.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Susanna Ceccardi (Ansa).

Nell’ultima riunione del Consiglio federale, al quale Vannacci non s’è presentato (e non è neanche la prima volta), è stato deciso che i Team Vannacci non potranno fare concorrenza politica alla Lega e dovranno limitarsi ad attività meramente culturali (anche se lui vuole tirare dritto e ha detto che «l’azione e l’impegno dei team va avanti senza esitazione, come prima e più di prima»).

Farà la fine di Flavio Tosi, normalizzato e poi buttato fuori?

La verità è che nessuno ormai è in grado di bloccare lo strapotere vannacciano. Magari un giorno, chissà quando, Vannacci farà la fine di Flavio Tosi, che pure era un leghista vero e non importato, verrà normalizzato e buttato fuori. Non adesso però, con tutti questi appuntamenti elettorali regionali. Non adesso che Vannacci ha già portato a casa dei risultati per sé.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Flavio Tosi ai tempi della Lega, nel 2013 (foto Ansa).

Il tentativo di vannaccizzare la Lega non sta funzionando

In Toscana è riuscito a far eleggere il suo assistente parlamentare, Massimiliano Simoni, ex finiano di cui la nostra rubrica Pigiama Palazzi si è già occupata. È, al momento, l’unico consigliere regionale che la Lega ha eletto in Toscana. Anche altrove il generale in pensione ha provato a vannaccizzare la Lega, inserendo nelle liste nomi di fiducia del suo “Mondo al contrario”. In Veneto, dove si vota il 23 e 24 novembre, non c’è spazio per incursioni, ha spiegato alla Cronaca di Verona il segretario provinciale Paolo Borchia, eurodeputato molto vicino a Salvini: «Toscana e Veneto sono partite molto distinte, diverse. Noi abbiamo liste con molti sindaci e amministratori, abbiamo una classe dirigente di alto livello, tanti consiglieri regionali uscenti che hanno fatto bene».

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Roberto Vannacci, Matteo Salvini e Massimiliano Simoni (da Fb).

L’elettorato non vuole fare a meno degli stilemi comunicativi populisti

Vannacci però rivendica di aver preso 72 mila voti in Veneto alle Europee del 2024, a dimostrazione del fatto che a non volerlo non è il popolo, semmai i vecchi tromboni attaccati alle poltrone. Decisamente più preferenze di quelle di Borchia, arrivato secondo con 20.500. Finché è presente, nella Lega, e finché è vicesegretario federale, Vannacci potrà agilmente dimostrare che, almeno dal punto di vista personale, non è secondo nemmeno a se stesso. D’altronde la logica della rottamazione e del tutti a casa ha sempre un certo fascino sull’elettorato, che non sembra più poter fare a meno degli stilemi comunicativi populisti.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing

La Toscana, dove ha appena rivinto Eugenelly Giani, non è la certificazione della riuscita del progetto politico altrimenti noto come campo largo. Non ancora, quantomeno. Anche perché il CL adesso dovrà confrontarsi con l’onere della prova di governo, che è altra cosa. Non è per il momento chiaro che cosa tenga insieme Pd e M5s, Avs e Casa Riformista, al di là di un antimelonismo di maniera.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Elly Schlein con Eugenio Giani (Ansa).

Ora gli alleati reclamano spazi in Giunta

Al centrosinistra d’altronde manca, a livello nazionale, tutto ciò che ha il destra centro: una leadership riconosciuta, collante della coalizione ed elemento di stabilizzazione delle pulsioni identitarie dei singoli partiti. Che poi è il ruolo di Giani in Regione, dove si trova una maggioranza con il Pd indebolito nei numeri (passa da 22 consiglieri del 2020 a 15) e accerchiato dagli alleati (3 di Avs, 2 del M5S, 4 della lista Eugenio Giani Presidente Casa Riformista), che adesso reclamano spazi in Giunta. Dei 15 eletti del Pd, 7 sono riformisti (Filippo Boni, Brenda Barnini, Leonardo Marras, Mario Puppa, Antonio Mazzeo, Bernard Dika, Matteo Biffoni), 7 sono schleiniani (Serena Spinelli, Alessandro Franchi, Gianni Lorenzetti, Alessandra Nardini, Simone Bezzini) uno è vicino a Dario Nardella (Andrea Vannucci).

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
La presidenza della Giunta regionale toscana (Imagoeconomica).

La lotta per le poltrone (non per i gianiani di ferro)

Venerdì pomeriggio il neo vecchio presidente festeggerà la vittoria al Teatro Puccini di Firenze. Intorno a lui ci saranno un bel po’ di aspiranti assessori, visto che Giani ama promettere un ruolo a tutti: «Ti vedrei bene come…». Il problema è che le terga sono troppe per le seggiole a disposizione, sicché gli scontenti non mancheranno. Non, tuttavia, tra i gianiani di ferro, che stanno conquistando spazi notevoli. Bernard Dika, 27 anni, finora portavoce del presidente, si è candidato nel collegio di Pistoia e ha preso 14.282 voti, il secondo più votato (prima di lui c’è Matteo Biffoni, ex sindaco di Prato, con 22.155 preferenze). Cristina Manetti, giornalista, fin qui capo gabinetto di Giani, presidente del Museo Casa di Dante e ideatrice della “Toscana delle donne” potrebbe sbarcare in Giunta (forse con una delega alla Cultura). Agli altri, invece, toccherà la lotta nel fango.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Bernard Dika (Imagoeconomica).

Il Cencelli geografico e politico del governatore

Non è detto infatti che Giani privilegi il criterio in base al quale chi ha preso più voti entra in Giunta. Se fosse così, Biffoni avrebbe diritto a un posto di peso. Di nomi, comunque, ne girano parecchi in questi giorni. Alcuni più probabili di altri. D’altronde è tutta una questione geografica – il campanilismo toscano non ammette errori – e politica, nel senso di equilibrio tra le correnti e tra i partiti. Come non accontentare d’altronde Avs, che porta in dote al campo largo il 7,01 e ha da spendere almeno il nome di Lorenzo Falchi, sindaco di Sesto Fiorentino, capo di Sinistra Italiana in Toscana, inventore del boicottaggio – poi copiato da altri – dei prodotti israeliani nelle farmacie comunali. Come non accontentare il M5s, che “forte” del suo 4,34 per cento governerà la Toscana con i voti del Pd. La coordinatrice Irene Galletti avrà bisogno di un posto in Giunta. Così come Stefania Saccardi, volto gentile del renzismo, per conto di Casa Riformista.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Stefania Saccardi (Imagoeconomica).

Funaro alle prese con la crisi del Pd fiorentino

Ma particolare attenzione dovrà essere dedicata da Giani anche a quel che sta accadendo nel Pd. Soprattutto nel Pd fiorentino, che è riuscito a far eleggere un solo consigliere regionale, vantando il peggior risultato di tutti i collegi toscani: 27,76 per cento. Al punto tale che anche la sindaca di Firenze, Sara Funaro, ha ammesso che qualcosa non va: «Su Firenze rispetto alle Comunali abbiamo perso il 3 per cento come Pd, questo ci porta a una riflessione, a un’analisi più approfondita, consapevoli che ci sono dei temi in città da affrontare. Avvieremo questa riflessione nei prossimi giorni e poi prenderemo le decisioni e le scelte politiche che ne conseguono». In città, ha detto ancora la sindaca, «sappiamo benissimo che ci sono problematiche, a partire dai cantieri, la sicurezza e tante altre questioni ma sono abituata a guardare, analizzare, approfondire e prendere le decisioni conseguenti». Forse volerà qualche cenciata nel Pd fiorentino nelle prossime settimane. 

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Sara Funaro (Imagoeconomica).

Giani, la vittoria dell’usato sicuro in barba ai populisti

L’inossidabile Eugenio Giani. L’inafferrabile Eugenio Giani. L’intoccabile Eugenio Giani. Hai voglia a dire rottamiamo qui, rottamiamo là, hai voglia a prenderlo in giro per l’abilità di essere ovunque; a inaugurare, a presenziare, a parlare, a stringere mani. Nell’epoca dell’online come surrogato dell’intelligenza naturale, Giani rappresenta la vecchia politica che sta sul territorio, l’esserci come alternativa alla crisi dei partiti.

Giani, la vittoria dell’usato sicuro in barba ai populisti
Eugenio Giani celebra la vittoria alle Regionali (X).

Giani ha convinto tutti. Persino il Pd

Il presidente della Regione Toscana, che lunedì ha vinto le elezioni battendo l’avversario Alessandro Tomasi, è arrivato al secondo mandato e potrebbe per la prima volta governare senza l’urgenza del consenso. D’altronde ha già convinto tutti, persino quelli che fischiettano. Il Pd nazionale. Che fino ad agosto voleva sostituirlo con il primo che passava, magari facendo leva sull’insofferenza del M5s e di Avs, che però non sono stati in grado di tenere alta la tensione nei confronti del candidato proposto dal Pd. Qualcuno ci sperava, tra gli schleiniani; sperava di poter mollare Giani per interposta ostilità populista. E invece il presidente toscano ha mantenuto fede alle regole dello statuto, era pronto a invocare le primarie sapendo che nessuno nel Pd avrebbe mai avuto la forza di sfidarlo, men che meno gli alleati, che avrebbero rimediato una sonora sconfitta. 

Giani, la vittoria dell’usato sicuro in barba ai populisti
Eugenio Giani (Imagoeconomica).

La lista personale colonizzata dai renziani di Casa Riformista

«Il Giani è il Giani», ama ripete lui con un vezzo. Il Giani è un brand, è l’usato sicuro, il Giani si può permettere persino una lista, chiamarla Eugenio Giani Presidente Casa Riformista, metterci il nome e lasciare però che venga colonizzata dai renziani con una marcia in più nelle preferenze. Con il risultato che fa concorrenza al partito di Elly Schlein, soprattutto a Firenze, dove nel collegio 1 (che corrisponde al Comune) il Pd è al 27,76 per cento, il peggiore risultato di tutti i collegi toscani, mentre la lista di Casa Riformista è al 15,25. Così impara il Pd a non fargli fare la lista Giani – 100 per cento Giani – che avrebbe voluto lui. Così impara il Pd a fare il campo largo, lasciando per strada – secondo calcoli di attenti dirigenti dem – ben sette seggi in Consiglio regionale rispetto alle elezioni di cinque anni fa. Stando ai conti che girano nel centrosinistra, al Pd toccherebbero 15 seggi (erano 22 dopo le elezioni del 2020), ad Avs tre seggi, al M5s due, a Casa Riformista quattro.

Giani, la vittoria dell’usato sicuro in barba ai populisti
Eugenio Giani con Matteo Renzi (Ansa).

Il M5s riuscirà a entrare in Giunta con i voti di altri

Giani alla fine potrebbe aver ottenuto tutto quello che voleva. Ha accontentato il Pd schleiniano facendo un’alleanza testardamente unitaria, ha digerito l’accordo con i cinque stelle, che grazie alla generosità del Pd riusciranno a entrare in Giunta con i voti di altri, dal basso del loro 4,34 per cento, che li colloca all’ultimo posto della coalizione. Certo, ora ci sarà da governare, sull’aeroporto di Firenze già ci sono problemi, ma i governisti del Pd puntano sul fatto che tanto è tutto quasi pronto, non si può tornare indietro. I cinque stelle possono adesso governare una Regione che li ha sempre rifiutati, visti come un corpo estraneo, tranne in qualche città, come Livorno, dove sono durati appena un mandato e poi basta, secondo l’adagio che se li conosci li eviti.

Giani, la vittoria dell’usato sicuro in barba ai populisti
Giuseppe Conte (Ansa).

Il flop di Vannacci e la sfida di Tomasi

Dall’altra parte è proprio quello che è accaduto alla Lega del generale in pensione (GiP) Roberto Vannacci, responsabile della campagna elettorale leghista in Toscana. La Lega di Matteo Salvini, un tempo maggioritaria nel destra-centro, è diventata un incidente di percorso. Non sarà tutta colpa di GiP Vannacci, ci mancherebbe, il declino era cominciato prima. Di sicuro il vicesegretario federale con la passione per le incursioni non ha aiutato né la Lega né tantomeno Tomasi, che ora ha quantomeno la possibilità di costruire un’alternativa non berciata a destra. Sempre che il suo partito, Fratelli d’Italia, glielo faccia fare. Già gli hanno tirato la sòla facendogli fare una campagna elettorale ufficiale di un mese e mezzo, già gli hanno dato il compito di fare il coordinatore regionale di un partito, proprio quando lui voleva investire energie maggiori nelle liste civiche che portavano il suo nome (nessuna delle due ha superato il quorum). Epperò Tomasi ha cinque anni a disposizione per imparare il mestiere da Giani: scopra da lui come si fa a tenere a bada il proprio partito quando si fa troppo invadente. 

Giani, la vittoria dell’usato sicuro in barba ai populisti
Roberto Vannacci (Ansa).

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola

È giovedì 9 ottobre e a Firenze, al Teatro Cartiere Carrara, sono arrivati un po’ tutti, dal Pd, a salutare Eugenio Giani, candidato alle elezioni regionali di domenica 12 e lunedì 13 ottobre. Elly Schlein, Stefano Bonaccini, c’è persino Arturo Scotto, che dopo la Flotilla è salito di grado nella ciurma dei Democratici. Ora basta un passaggio o una citazione del discorso della segretaria per far scattare l’ovazione.

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Elly Schlein, durante la chiusura della campagna elettorale di Eugenio Giani (Ansa).

Tomasi agita i dem toscani: «Sa parlare alla gente»

Nella sala, non del tutto piena a dire il vero (le balaustre sono mezze vuote; sarà la noia per la campagna elettorale), spuntano bandiere del Pd, della pace e della Palestina. I notabili ci sono tutti, c’è la sindaca di Firenze, Sara Funaro, c’è l’europarlamentare Dario Nardella, c’è il deputato-segretario regionale Emiliano Fossi, che prova a mobilitare il pubblico facendo leva sull’orgoglio toscano-democratico. Nessuno si aspetta che il campo largo fallisca anche questa prova, dopo il flop nelle Marche e in Calabria, anche se c’è una strana tensione a sentire la gente che chiacchiera. Si dice che Alessandro Tomasi, candidato della coalizione Meloni, che venerdì pomeriggio chiuderà la campagna elettorale in piazza San Lorenzo proprio con la presidente del Consiglio e i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, si sia fatto notare nei dibattiti televisivi. «Non è un estremista», «studia i dossier», «non è la Ceccardi», «sa parlare alla gente». Queste definizioni non se le è inventate il cronista, vengono da amministratori e dirigenti dem rimasti forse un po’ sorpresi dal sindaco di Pistoia. Il suo problema, ammettono dal Pd, sono gli alleati che si porta appresso (il generale in pensione Roberto Vannacci) e il fatto che è stato per mesi il candidato in pectore senza esserlo ufficialmente se non per un mese e mezzo.

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Alessandro Tomasi con Arianna Meloni, Pierluigi Biondi e Giovanni Donzelli a Firenze (Ansa).

Pesa l’incompatibilità tra i partiti del campo largo

Il Pd, a sentire l’intervento di Giani e quello di Fossi, sembra essere preoccupato dall’astensionismo. Non essendoci l’ansia di cinque anni fa – quando il Pd sembrava davvero poter perdere contro contro la gioiosa macchina da guerra della Lega – c’è il rischio che qualcuno possa prenderla sotto gamba e magari restare a casa. Il partito non ha dovuto rispolverare l’allarme fascismo, perché Tomasi – che ha fatto tutta la carriera amministrativo-politica dentro An – non si è prestato al giochino. La campagna in effetti non è stata palpabile, anche se qua e là si intravedono dei problemi per la futura maggioranza di centrosinistra: il principale è la (in)compatibilità fra i partiti del campo largo. In Toscana la sinistra infatti non litiga sulla Flotilla ma su un argomento più utile, almeno per gli elettori che voteranno alle prossime Regionali: le infrastrutture e lo sviluppo dell’aeroporto di Firenze, al centro del dibattito pubblico da anni.

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola

Resta il nodo dell’aeroporto di Firenze

Mentre Giani saluta i suoi al teatro, nel centrosinistra largo già ci si divide. Su Peretola, per la precisione. «Sull’espansione di Peretola pendono ancora 13 prescrizioni: se dovessero confermare le nostre perplessità, Giani sarà tenuto a rispettare gli impegni presi. Tra i 23 punti sottoscritti con il Movimento 5 stelle figura infatti quello che lo vincola a rimettere in discussione l’opera», dice la coordinatrice regionale del M5s e capolista nella circoscrizione di Pisa, Irene Galletti. Sinistra Italiana, che fa parte del campo largo, è su analoghe posizioni. Lo ha ribadito anche il sindaco di Sesto Fiorentino, Lorenzo Falchi, che è di Sinistra Italiana e potrebbe diventare vicepresidente della Regione dopo le elezioni. Italia Viva però non concorda: «Il prossimo Consiglio regionale non avrà più la possibilità di tornare indietro sull’ampliamento dell’aeroporto di Peretola: l’iter è avanzato fino alla fase di attuazione, fortunatamente. Adesso serve avviare i lavori e serve farlo nel più breve tempo possibile», replica il candidato in Consiglio regionale di Casa riformista Francesco Casini. «Il presidente Giani è stato chiaro e categorico sull’importanza di quest’opera, e noi saremo al suo fianco. Continueremo a sostenere con convinzione questa posizione, perché l’ampliamento di Peretola è un’opera fondamentale per Firenze, per la Toscana, per i cittadini, per le imprese e lo sviluppo della regione».

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Lorenzo Falchi (Imagoeconomica).

Il M5s mette in guardia il Pd

Ma non è soltanto con Italia Viva che sono nati i primi problemi. Il M5s ce l’ha anche con il Pd: «È uno sgarbo politico senza precedenti quello messo in scena dai candidati Pd Cristina Giachi e Andrea Vannucci, che in piena campagna elettorale promettono ai cittadini il nuovo aeroporto di Peretola, violando apertamente uno dei punti cardine dell’accordo per il campo largo», si legge in un comunicato del M5s di qualche giorno fa. Insomma, le promesse di Giachi e Vannucci dimostrano «che per il Pd l’intesa sul campo largo è carta straccia. È inaccettabile», insistono Roberto De Blasi ed Eleonora Colucci, candidati consiglieri regionali per il Movimento 5 stelle nel collegio Firenze 1. I due candidati ricordano che il punto 4 dell’accordo, firmato dal presidente Eugenio Giani, è chiarissimo. Dunque se il Pd pensa di prendersi gioco del Movimento, dicono i cinque stelle, «ha sbagliato strada. Non arretreremo di un millimetro: noi siamo qui per vigilare e per difendere gli impegni presi con i cittadini. Se qualcuno nel Pd non vuole il campo largo, lo dica chiaramente e se ne prenda la responsabilità. Pensano forse di vincere le Regionali da soli senza il voto decisivo (ma quale voto decisivo?, ndr) del M5s? Il campo largo non è un mercato delle promesse: o si rispettano gli accordi o si rompe».

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Occhi sul risultato della lista Giani

Ma di tutto questo non si parla, nella serata per Giani. Non ne parlano i vertici nazionali, non parlano i vertici regionali. I cinque stelle vengono presentati come un incidente di percorso, tale è la loro marginalità in Toscana; saranno in Giunta solo perché la segretaria ha detto che questa coalizione va riproposta ovunque, anche a livello nazionale, un giorno; saranno in Giunta con i voti e la generosità del Pd. Tanto sull’aeroporto non si potrà tornare indietro sulle scelte già fatte, dicono dal Pd, e il M5s alla fine dovrà farsene una ragione. Vediamo però intanto quanta gente andrà a votare e se la lista civica di Giani – dove sono candidati i renziani della Casa Riformista – toglierà effettivamente voti al Pd, preoccupato com’è di non essere abbastanza performante. Per Giani, in ogni caso, l’occasione è unica: se vince non si deve più preoccupare troppo del consenso. Potrà concentrarsi sul governo. Dopo il secondo mandato, forse ci sarà la pensione oppure potrà pensare di realizzare il vecchio sogno: diventare sindaco di Firenze

La batosta in Calabria avvicina la resa dei conti nel Pd

È finita così. È finita che il campo largo, anzi ultra largo, anzi grandangolare, ha perso pure in Calabria. Ha rivinto Roberto Occhiuto dopo aver già conquistato la Regione nel 2021. A niente sono servite le promesse alla Cetto La Qualunque di Pasquale Tridico, già presidente dell’Inps, che per settimane si è concentrato sulle disavventure giudiziarie di Occhiuto per rimarcare la sua presunta diversità antropologica (onestà onestà onestà).

La batosta in Calabria avvicina la resa dei conti nel Pd
Pasquale Tridico (Ansa).

In Calabria FI resta il primo partito

Forza Italia rimane il primo partito della Regione, mentre al secondo posto c’è la lista civica Occhiuto Presidente, che – mentre finiamo di scrivere questo pezzo – è sopra il 12 per cento. Terzo posto per Fratelli d’Italia mentre al quarto c’è la Lega di Matteo Salvini che non è ancora riuscito a cavalcare il tanto atteso effetto Vannacci (anche se il Carroccio è cresciuto dall’8,3 per cento del 2021 al 9,4).

La batosta in Calabria avvicina la resa dei conti nel Pd
Roberto Occhiuto con Antonio Tajani (Ansa).

Il campo largo punta su Toscana, Puglia e Campania

Ma i problemi più grossi ce li ha il campo largo, che ha trovato la sua strategia nella minimizzazione dei risultati elettorali. La linea del Pd infatti è: chissenefrega delle Marche o della Calabria, tanto si vince nelle Regioni più popolose. «Come abbiamo detto fin dal primo giorno, i conti di questo turno elettorale andranno fatti alla fine», ha detto lunedì Igor Taruffi, responsabile Organizzazione nella segreteria nazionale del Pd. «Marche e Calabria sono due importanti Regioni che insieme contano circa 3 milioni di abitanti. Nelle prossime settimane voteranno regioni come Toscana, Puglia che contano oltre 4 milioni di abitanti ciascuna. O la Campania, con 6 milioni di abitanti, la seconda regione più popolosa d’Italia e la prima del Mezzogiorno. Solo dopo il 23 novembre potremo fare una valutazione politica e un bilancio più compiuto».

La batosta in Calabria avvicina la resa dei conti nel Pd
Igor Taruffi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Nel Pd di Schlein sta per scattare la resa dei conti

Tra pochi giorni si voterà in Toscana e il Pd sicuramente trarrà maggiore giovamento dalle urne che consegneranno la vittoria a Eugenio Giani, presidente di Regione uscente. Anche se alla fine dovesse finire 3-3, il computo di queste elezioni non sarebbe la risoluzione di tutti i problemi del campolarghismo. Anche perché nel partito di Elly Schlein sta per scattare una resa dei conti. Il 24 ottobre a Milano i riformisti del Pd organizzeranno un incontro dal taglio economico sociale per rilanciare la sfida alla segretaria. Ma non è l’unico appuntamento. Il 31 ottobre si svolgerà a Livorno il convegno “Le politiche di sicurezza dell’Unione europea”, organizzato da Libertà Eguale. In programma, gli interventi di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, Stefano Ceccanti, già parlamentare del Pd e professore di diritto pubblico comparato all’Università di Roma La Sapienza, Lia Quartapelle, deputata del Pd e membro della commissione Esteri della Camera. Le conclusioni sono affidate a Enrico Morando, presidente nazionale di Libertà Eguale. «Bisogna superare un divario tra le coalizioni», dice il professor Ceccanti a Public Policy. «Quella di centrodestra ha posizioni interne assolutamente eterogenee su questi temi non meno del cosiddetto campo largo, ma alla fine, favorita anche dai vincoli esterni più forti per chi sta al governo, riesce in qualche modo a disciplinarsi. All’opposizione il Pd quale maggior partito, anche per la sintonia con i capi di Stato che si sono susseguiti, non mostra ancora una forza tale da disciplinare il proprio campo su chiare posizioni euroatlantiche».

La batosta in Calabria avvicina la resa dei conti nel Pd
Elly Schlein (Imagoeconomica).

La Leopolda ‘riformista’ applaude Bonaccini

Come si capisce, il clima è frizzante: Stefano Bonaccini, presidente del Pd e capo di Energia Popolare, va alla Leopolda e strappa gli applausi caricando a testa bassa destra e governo. Forse prendendo applausi da un pubblico cambiato. Un pubblico che qualche tempo fa non lo avrebbe applaudito così fragorosamente. Ma visto il clima che c’è nella Casa Riformista, ultima invenzione di Renzi, forse alla Leopolda avrebbero applaudito persino Giuseppe Conte