Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?

C’è un classico della politica italiana che non tradisce mai: più il Colle mantiene il suo proverbiale silenzio, più qualcuno giù in pianura giura di aver captato maliziose interferenze. L’ultimo allarme lo ha lanciato La Verità, raccontando con dovizia di particolari di un presunto intrigo per ostacolare l’eventuale rielezione di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Un noir istituzionale? Forse. Ma è un noir in cui l’unico appiglio narrativo non è un complotto di poteri forti, ma un’imperdonabile leggerezza verbale. Perché, a differenza di altri casi analoghi, qui un movente e una parvenza di verosimiglianza esistono davvero, e convergono sul consigliere Francesco Saverio Garofani, il quale – intervistato dal Corriere della sera – candidamente ha ammesso di essersi lasciato andare a qualche parola di troppo in una conversazione tra amici («Ci vorrebbe un provvidenziale scossone», avrebbe detto secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro). Ed è esattamente questo dettaglio, minimo ma potentissimo per il nostro ipersensibile sistema politico-mediatico, a innescare le polveri. Non serve immaginare Sergio Mattarella in versione congiurato: basta un suo stretto collaboratore che parla, quando non dovrebbe, con le persone sbagliate, in un contesto che lui ritiene rassicurante ma in realtà non lo è. Il pretesto c’è, la narrazione si costruisce da sola, il giornale la cavalca e la politica ci si tuffa.

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Mattarella parla con Meloni alla riunione del Consiglio supremo di Difesa. Nel cerchio rosso, Garofani li osserva (foto Imagoeconomica).

Troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare

La trama, insomma, non sta nei Palazzi. Sta nell’imprudenza di chi è troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare. È una storia molto meno raffinata di un complotto. E proprio per questo molto più credibile. Mattarella non trama. Non lo fa, non gli serve, non è nel suo repertorio. La faccenda non riguarda lui, ma qualcosa di molto più semplice e più scivoloso che sono le parole in libertà. Quelle che il consigliere Garofani ha derubricato a «conversazioni tra amici». E già qui si capisce che qualcosa non ha funzionato. Perché, al Quirinale, «tra amici» è un concetto complicato. Non per snobismo, ma per fisica ambientale: qualunque frase spesa in privato può ritrovarsi, per proprietà transitiva, impressa in un titolo di giornale. Non è un mistero, è il mestiere. E se c’è un luogo dove la leggerezza verbale produce effetti collaterali immediati, è proprio la casa della prudenza istituzionale.

Un comportamento che non si perdona, altro che chiacchiera privata

Garofani non ha tramato nulla, ma ha abbassato il livello di guardia. E quando siedi accanto al presidente della Repubblica è un comportamento che non si perdona: non c’è più distinzione reale tra chiacchiera off the record e microfono aperto. Succede tutto in un secondo, in un incrocio di segnali, in un «te lo dico così» che arriva alle orecchie sbagliate. Il resto lo fa l’ecosistema: qualcuno pubblica, qualcuno amplifica, qualcuno monta la retorica del complotto. Meloni, che non si dissocia, ha mandato avanti Galeazzo Bignami a registrare il punto, mentre pontieri e pompieri cercano di spegnere l’incendio sul nascere. Ma non basta a diradare la scia di imprudenza che mette in imbarazzo il Colle senza motivo.

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Galeazzo Bignami (foto Imagoeconomica).

Può continuare a svolgere la sua funzione senza essere di disturbo?

È qui che il caso diventa un tema di percezione. Il Quirinale non può vivere di sfumature o, peggio, di insinuazioni: ogni parola pesa, ogni confidenza rimbalza, ogni leggerezza fa rumore. Non perché la politica sia crudele, ma perché è fatta così. Ingigantisce, deforma, ingoia. A questo punto la domanda è inevitabile, e tocca più il ruolo che la persona: Garofani può continuare a svolgere la sua funzione senza diventare lui stesso un elemento di disturbo?

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Il consigliere di Mattarella Francesco Saverio Garofani (foto Imagoeconomica).

In un Paese normale, come direbbe Massimo D’Alema, la risposta sarebbe breve e poco drammatica: deve fare un passo indietro, non per espiare chissà quale peccato, ma per evitare che l’istituzione paghi il prezzo della sua superficialità. Da noi, come sempre, ogni centimetro diventa un atto politico, ogni uscita un caso, ogni parola la stura di un possibile putiferio. Resta il fatto che tutto questo non è nato da un complotto, ma da una conversazione che non avrebbe mai dovuto esistere. A volte l’Italia non ha bisogno di intrighi per agitarsi. Le bastano due chiacchiere rilasciate malamente in una conversazione tra amici.

Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio

Erano in due, ma sembravano infinite. Alice ed Ellen Kessler: gambe chilometriche, sorriso sincronizzato, l’arte di essere identiche eppure inconfondibili. Sono morte insieme, come hanno vissuto: speculari, disciplinate, inseparabili fino all’idea che l’una non potesse esistere senza l’altra. Si portano via un’epoca della televisione dove regnava l’illusione che il piccolo schermo potesse essere il contenitore ideale per esprimere un esercizio di aggraziato divertimento serale. Sebbene promettessero di spingersi oltre, in quella notte troppo piccolina dove c’è poco tempo per ballar e per cantar. Le Kessler non furono solo due ragazze tedesche con un passo elegante. Furono la prima fabbrica dell’immaginario televisivo italiano. In Studio Uno divennero la sigla vivente di un Paese che si affacciava, tra una timida trasgressione e una censura, all’età dell’immagine: «Hello boys/ Traversando tutto l’Illinois/ Valicando il Tennessee/ Senza scalo fino a qui/ È arrivato il da-da-um-pa». Quattro sillabe per far partire ovunque il tormentone, e trasformarle in mito.  

Le loro gambe disegnavano geometrie tali da far tremare la pruderie democristiana

Le loro gambe, celebrate e sorvegliate, disegnavano geometrie tali da far tremare la pruderie democristiana e spalancare una finestra su un’Italia che voleva sognare anche solo guardando. Il mito nacque così: una modernità importata, filtrata, coreografata, resa accessibile dal loro incedere che catalizzava la scena. Gambe come un compasso che misurava l’ampiezza del desiderio nazionale. Truffaut, nell’Uomo che amava le donne, fece dire al suo protagonista che le gambe delle donne servono a misurare la circonferenza del mondo. Le Kessler, senza saperlo, la tracciavano in diretta. La loro grandezza stava nell’ambiguità. Erano due, ma per sintonia una soltanto: pensavano, respiravano, si muovevano come un unico meccanismo perfetto. Libere, ma dentro una gabbia estetica che contemplava il sogno dell’ordine in un Paese appena affacciatosi al disordine televisivo. In quel bianco e nero di luci sparate e fondali di cartone, la Rai sembrava imparare a parlare osservandole mentre danzavano: simmetria, ritmo, ripetizione. La grammatica del varietà nasceva lì. 

Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio

La loro doppiezza da trucco scenico è diventata metafora culturale

Le Kessler furono il prototipo di tutto ciò che sarebbe venuto poco dopo: la soubrette esotica e via via più conturbante, la bellezza funzionale a trasformarla puntata dopo puntata in telediva. Non era solo spettacolo: era una dichiarazione d’intenti. La televisione italiana, ancora pudica e moralista, trovò nei passetti del Da-da-un-pa un compromesso alto tra desiderio e decoro. Movenze sinuose ma mai sfrontate, sensualità filtrata dalla regia di Antonello Falqui e dalla voce di Mina. Insomma, tutto l’erotismo che si poteva mandare in onda alle 21. Poi arrivò il colore, e la fine dell’incanto bidimensionale. Le Kessler continuarono a ballare, recitare, cantare, ma il mondo cambiò ritmo. Il varietà diventò talk, l’applauso si fece audience, la scena cedette il posto al format. Alice ed Ellen restarono impeccabili, pur nel loro evidente anacronismo. Anche quando la televisione cominciò a sgualcirsi, cercarono fino all’ultimo di stirarla. 

Il paradosso è che la loro doppiezza da trucco scenico è diventata metafora culturale. Erano il riflesso di un Paese che cominciava a guardarsi allo specchio: voleva la liberazione sessuale ma restava cattolico, inseguiva la modernità ma temeva lo scandalo, amava la libertà purché vestita da coreografia. Le Kessler hanno vissuto oltre la fine di quella televisione che le rese possibili: lenta, elegante, orchestrale, dove il tempo di un inchino valeva più di mille parole. Ora la chiusura del cerchio, la morte in coppia con la sincronia di un colpo di teatro perfettamente riuscito. Come volessero concedersi (e concederci) l’ultimo ballo insieme, ma senza più sipario né applausi. 

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno

In Italia il Natale non comincia con l’albero o con le luminarie. Comincia con Bruno Vespa che presenta ovunque il suo nuovo libro. È la nostra stella cometa editoriale, il rito collettivo che unisce il Paese più del discorso del presidente o, per chi crede, della messa di mezzanotte. Anche quest’anno, puntuale come la caduta delle foglie, eccolo tornare con Finimondo. Come Hitler e Mussolini cambiarono la Storia. E come Trump la sta riscrivendo. Un titolo (dovrebbe essere il suo quarantesimo, però se chiedi il numero preciso anche Google allarga le braccia impotente) che promette l’apocalisse ma intanto garantisce la continuità del rito vespiano. Poi comincia il pellegrinaggio. Ogni talk show si apre come un presepe: la Madonna dell’audience, il bue dell’ideologia, l’asinello della coerenza e Bruno al centro, col microfono in mano e libro in grembo, pronto a spiegare per la milionesima volta che la Storia è una cosa seria, ma la promozione editoriale ancora di più.

Il Paese, a ridosso del Natale, sospende le ostilità per inginocchiarsi davanti a Bruno

Perché più che un’uscita editoriale, quella di Vespa è una liturgia del sistema mediatico. Appena il suo libro appare in libreria, l’intera televisione italiana scatta sull’attenti. Nessun conduttore, da quelli di destra che ora comandano ai sopravvissuti del centrosinistra televisivo, riesce a dirgli di no. È come se il Paese, a ridosso del Natale, sospendesse le ostilità per inginocchiarsi davanti a Bruno o ai suoi avatar, vista la miracolosa e a volte contemporanea presenza in diversi programmi.

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno
Bruno Vespa (foto Imagoeconomica).

E il presepe, ovviamente, ha una stalla fissa: Porta a porta. Che non è una trasmissione, ma un’istituzione, un pezzo d’arredo nazionale. Da trent’anni, destra e sinistra ci entrano in punta di piedi, come si entra in una sacrestia, agghindati e deferenti di fronte al suo tenutario, l’unico capace di intervistare un papa al mattino e un imputato al pomeriggio con la stessa temperatura emotiva. In un Paese dove la politica cambia ogni sei mesi, Bruno resta immobile: come il tavolo di ciliegio del nonno, che non serve più ma nessuno ha il coraggio di buttare.

Scende da Saxa Rubra come Mosè dal Sinai

Ogni anno, nel suo personalissimo Avvento mediatico, appare ovunque. Scende da Saxa Rubra come Mosè dal Sinai, solo con più share e meno tavole della legge, e distribuisce il Verbo dell’analisi storica. Ogni canale gli offre uno spazio, ogni conduttore una genuflessione. Solo i più incoscienti provano a interromperlo. Perché Vespa non si contesta: si contempla.

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno
Bruno Vespa su Rete 4 per la promozione del suo libro.

Il libro di Vespa è il dono perfetto e non ha l’obbligo di lettura

In fondo il suo è un talento raro. È riuscito a trasformare la promozione editoriale in un genere televisivo a sé: il vespismo narrativo. Una forma di comunicazione che unisce storia, cronaca e gossip con la stessa disinvoltura con cui si passa dal fascismo a Donald Trump mantenendo lo stesso tono di voce. Non importa se il libro parli di Hitler, Kennedy o della Meloni: nelle sue mani ogni argomento diventa un pretesto per ricordarci che la memoria serve, ma la seconda serata ancora di più. E serve soprattutto che anche quest’anno in libreria il Natale sia salvo, perché il libro di Vespa è il dono perfetto: elegante, voluminoso, si fa bella figura evitando al contempo l’obbligo di lettura.

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno
Bruno Vespa davanti agli studi della Rai (foto Imagoeconomica).

Meno male dunque che Bruno c’è, la televisione pure, e l’Italia si sente rassicurata. Finimondo? Magari. Il vero finimondo sarebbe un dicembre senza il suo sorriso calibrato, le mani sul volume in bella mostra appena uscito e un conduttore che, con un sussulto di irriverenza, dicesse: «Ne parliamo dopo la pubblicità. Ma senza il libro».

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra

C’è una strana distorsione in questi giorni tra l’immagine internazionale di Giorgia Meloni e come viene percepita a casa sua. All’estero la premier è diventata un modello: il Financial Times l’ha di fatto incoronata leader più solida d’Europa, esempio di pragmatismo in un continente che sbandiera austerità e pratica il deficit, e che gli altri grandi azionisti dell’Unione dovrebbero seguire. A Roma, però, la musica cambia e introduce note dissonanti. Qui non è il Financial Times a parlare, ma Bankitalia, Istat e l’Ufficio parlamentare di bilancio: tre entità refrattarie alla retorica, le uniche che non si lasciano smuovere dai selfie di Palazzo Chigi. E il loro giudizio sulla manovra economica appena varata è una bocciatura senza appello: favorisce i ricchi o, per essere precisi, la parte ricca del ceto medio, e non riduce le disuguaglianze. È una legge di bilancio pensata non per redistribuire, ma per rassicurare. Tradotto in linguaggio politico: una manovra più da campagna elettorale che da economia reale.

Panetta, il governatore di Bankitalia a suo tempo caldeggiato da Palazzo Chigi

Così nasce un corto circuito interessante: la Meloni che il più autorevole dei giornali economici descrive come regina d’Europa viene rimessa in riga da chi, in Italia, i conti li fa per mestiere. E in un Paese dove le manovre si scrivono più col rosario che con la calcolatrice, il fatto che a dubitare siano proprio i custodi dei numeri – in primis Fabio Panetta, il governatore di Bankitalia a suo tempo caldeggiato da Palazzo Chigi – è una piccola rivoluzione copernicana.

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra
Fabio Panetta, n.1 di Bankitalia (foto Imagoeconomica).

Il Giubileo fiscale, un condono travestito da gesto di equità

Nel mirino, oltre al taglio dell’Irpef, c’è la solita rottamazione delle cartelle: un condono travestito da gesto di equità. Ogni governo, quando la cassa piange, apre una porta santa per gli evasori. È il Giubileo fiscale, il rito più longevo della politica italiana: perdona e incassa. Si chiama rottamazione, ma è sempre la stessa carezza della clemenza all’elettorato, quello che ha più paura del commercialista che del governo.

Si chiamano misure per la crescita, ma somigliano a cerotti sulla stagnazione

Dietro le critiche dei santuari economici non c’è solo un dissenso contabile, ma un sospetto più profondo: che la manovra non abbia un disegno, né un’anima. Che si limiti a distribuire bonus e sconti come coriandoli, sperando che l’effetto ottico somigli a una visione strategica. Si chiamano misure per la crescita, ma somigliano a cerotti sulla stagnazione. È la vecchia arte italiana di chiamare riforma ciò che evita di cambiare, e di confondere il movimento con il progresso.

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra
La premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Il paradosso di sempre: l’Italia piace quando sembra tedesca

Il fatto che fuori dai confini l’immagine di Meloni continui a riscuotere credito (l’Europa e l’alleato americano la vedono pragmatica, disciplinata, rassicurante) è il paradosso di sempre: l’Italia piace quando sembra tedesca, anche se, viste le condizioni in cui oggi versa Berlino, la metafora è obsoleta. Ma dietro il profumo di stabilità resta l’aroma acre della disuguaglianza, e la sensazione che la premier «modello di stabilità e disciplina per l’Unione europea» abbia costruito la sua solidità più sulla sabbia del consenso che sul cemento della crescita.

L’accoltellamento a Milano e la nostra resa all’imponderabilità del destino

La donna accoltellata a Milano è viva. Per pochi centimetri, per un colpo che ha sviato dal suo percorso letale. E la mente torna ad altri due episodi di cronaca del 2024: quello della turista padovana uccisa da una statuina caduta da un balcone nei Quartieri Spagnoli, a Napoli, e l’omicidio di Sharon Verzeni, accoltellata a Terno d’Isola da un uomo che l’aveva scelta a caso. Casi lontani che si parlano, come se la vita e la morte giocassero la stessa partita, tirando a sorte chi resta e chi va. E ogni volta che accade, scatta implacabile la stessa reazione: trovare un colpevole.

L’accoltellamento a Milano e la nostra resa all’imponderabilità del destino
I carabinieri in Piazza Gae Aulenti, a Milano (foto Ansa).

Chi doveva vigilare, chi doveva impedire, chi avrebbe potuto evitare, chi non ha mosso un dito per arginare la proliferazione delle lame. Ci mancherebbe che una società non debba assicurare ai suoi cittadini condizioni di massima sicurezza, ma siamo sicuri che se piazza Gae Aulenti fosse stata presidiata dall’esercito in armi quel proditorio e fulmineo accoltellamento sarebbe stato evitato?

Non sempre l’imprevisto è riducibile a una mancata sorveglianza

Forse crederlo è rassicurante, un modo per ridurre l’imprevisto a una mancata sorveglianza. Ci consola pensare che tutto abbia un responsabile, anche quando non ce l’ha. E che si possa piegare la vita al regolamento che le si vorrebbe imporre. Che essa non sia invece un teatro dell’assurdo che colpisce alcuni e risparmia altri. L’imponderabilità del destino è una verità che ci rifiutiamo di considerare perché non la sappiamo gestire. E così trasformiamo ogni evento in un processo, ogni caso in una colpa, ogni tragedia in un talk show.

La vita non è crudele, non è giusta: semplicemente accade

Ci disturbano le cose che accadono senza motivo. Abbiamo bisogno di un ordine, di una catena di concause, di un perché. Ma la vita non sempre collabora alla comprensione dei fatti, e la morte ancora meno. Non è crudele, non è giusta, semplicemente accade. Si aggira sulla scena del mondo senza giustificarsi. Forse non dovremmo chiedere spiegazioni, ma imparare a conviverci. Non per rassegnazione, ma per misura. Per ricordarci che ogni giorno che finisce bene non è la norma, ma un regalo della fortuna.

L’accoltellamento a Milano e la nostra resa all’imponderabilità del destino
I rilievi dei Carabinieri in Piazza Gae Aulenti, a Milano, dove è stata accoltellata una donna di 43 anni (foto Ansa).

La donna di Milano è viva, le altre due no. È tutto qui. Destini che si sfiorano senza toccarsi, un lancio di dadi che decide per tutti. E noi, come sempre, a cercare un senso dove non c’è, per non ammettere che viviamo sospesi tra una lama che devia di un soffio e una statuina che cade dal cielo proprio nel momento sbagliato.

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini

C’è un momento, nella comunicazione di Matteo Salvini, che precede ogni verifica, ogni cautela e ogni senso della misura: quello in cui il dito parte. È un riflesso pavloviano, quasi una contrazione muscolare: accade qualcosa, e il ministro subito twitta. Il salvataggio, la tragedia, l’arresto, l’indignazione del giorno: tutto serve a rinnovare il contatto quotidiano con il proprio pubblico. L’ultimo esempio, quello dell’operaio estratto vivo dalle macerie della Torre dei Conti e morto poco dopo, è solo l’ennesimo caso in cui la realtà ha la cattiva abitudine di correggere la narrativa.

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini
Il tweet di Matteo Salvini.

Salvini ringrazia (e ci mancherebbe) i vigili del fuoco per il salvataggio, ma purtroppo la cronaca si incarica presto di smentire il lieto fine. Il tweet resta lì, a testimoniare l’eterno scarto fra propaganda e realtà: la prima corre, la seconda cammina. E viene corretto otto ore dopo con un altro tweet, dove il salvataggio prontamente derubricato a tentativo lascia spazio al cordoglio.

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini
Il secondo tweet di Matteo Salvini sulla morte di Octay Stroici.

È la forma digitale del comizio: meno verifica, più visibilità

Non è un incidente, è un metodo. Il commento a caldo è da sempre la cifra politica di Salvini: anticipare i fatti, colonizzare l’emozione, presidiare la timeline prima che la notizia si stabilizzi. O prima che sia qualcun altro ad annunciarla. È la forma digitale del comizio: meno verifica, più visibilità. E se poi i dettagli cambiano, i vivi diventano morti o viceversa, pazienza. L’importante è aver marcato il territorio con la consueta triade di parole chiave: eroi, orgoglio, italiani. Negli anni si è visto con i casi di cronaca nera, con gli sbarchi, con i processi ancora in corso, con l’elezione del presidente della Repubblica: la logica è sempre la stessa. L’urgenza di dire «ci sono anch’io» prevale su tutto, in primis sulla piega dei fatti che da una accadimento può scaturire. È la politica ridotta a feed, dove ogni tragedia è un’occasione di posizionamento e ogni riflessione tardiva un lusso che non si converte in like. 

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Salvini capitalizza l’attimo, anche quando l’attimo è pieno di macerie e incertezze

In fondo Salvini e i suoi numerosi imitatori non comunicano: reagiscono. Come un algoritmo umano programmato per capitalizzare l’attimo, anche quando l’attimo è ancora pieno di macerie, ambulanze e incertezze. E la realtà lenta, scomoda, verificata, arriva sempre un post dopo. Verrebbe da dire che nella Repubblica del retweet la prudenza è l’unica virtù veramente rivoluzionaria. Il politico che resiste alla tentazione del post a caldo per aspettare i bollettini ufficiali, i referti medici, gli aggiornamenti della Protezione Civile, perde un’onda di engagement, ma guadagna credibilità. Salvini, che da anni fa della velocità il suo marchio, continua a essere prigioniero del suo stesso format: primo a parlare, ultimo a correggere. E ogni volta che la realtà cambia spesso ribaltando la sua primigenia epifania, il suo post rimane lì, come un cartellone pubblicitario dimenticato ai bordi una strada che non porta da nessuna parte. 

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo

C’è un momento nel film in cui il protagonista – un rivoluzionario logorato, con la barba da profeta in pensione e lo sguardo di chi ha smesso di credere ma non di odiare – si interroga sul senso della sua vita. Lo fa tenendo in braccio la figlia appena nata, a cui, a differenza della madre, vorrebbe risparmiare il destino di crescere tra le macerie delle proprie convinzioni. La risposta, suggerisce il regista Paul Thomas Anderson, è un gigantesco non lo so.
Ed è proprio lì che Una battaglia dopo l’altra trova la sua grandezza: nel dubbio, in quella zona grigia dove ideali, fallimenti e affetti si mescolano in un impasto di polvere e sangue.

Il film vive in un presente alterato, popolato dagli echi distorti delle antiche rivolte. Lotte civili, attivismo digitale, guerriglie mediatiche, tutto ridotto a un rumore di fondo. Alterato sì, ma non tanto da non evocare la feroce eco della caccia all’immigrato che oggi contamina il paesaggio urbano delle grandi città americane. Anderson costruisce un mondo dove la rivoluzione è un franchising fallito, e i suoi ex protagonisti sono diventati uomini di mezza età che sopravvivono di sensi di colpa e rendite simboliche.

La parabola di un uomo che scopre che il sistema non si abbatte, si imita

Leonardo DiCaprio interpreta uno di loro, è un ex attivista che ha perso tutto, tranne l’istinto di combattere. Non si sa più per cosa, ma l’importante è non fermarsi. L’eroe post-eroico per eccellenza, uno che sa di aver perso, ma non riesce a deporre le armi. In questo senso Una battaglia dopo l’altra non è un film politico. È un film sull’impossibilità di smettere di esserlo, quando la politica diventa un’estensione della propria identità. La parabola di un uomo che scopre che il sistema non si abbatte, si imita. E che chi voleva distruggerlo finisce, inevitabilmente, per desiderare un posto nella sua sala riunioni.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Leonardo DiCaprio (foto Ansa).

Anderson non predica, osserva. Il suo cinema fatto di silenzi, rallentamenti, volti che dicono più dei dialoghi, ha sempre avuto il coraggio di lasciare lo spettatore senza istruzioni. Qui si spinge oltre e mette in scena una guerra senza eroi e senza morale, dove la redenzione è solo un modo elegante di chiamare la resa.

Una condanna: non ne usciremo mai, ma fingiamo di sì, giusto per tirare a sera

Il titolo stesso, Una battaglia dopo l’altra, suona come una condanna: come dire che non ne usciremo mai, ma fingiamo di sì, giusto per tirare a sera. La struttura del film è circolare: si apre con una rivolta e si chiude con un’altra, uguale, solo più cinica, più stanca, più spettacolare. Cambiano le generazioni, non gli slogan. Saranno forse i figli col telefonino perennemente in mano a rinverdire le parole d’ordine dei padri solo, come i loro video, più sgranate.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Il regista Paul Thomas Anderson (foto Ansa).

Una delle intuizioni più felici del film è l’accostamento fra potere e famiglia. Il protagonista tenta di salvare la figlia, ma lo fa con la stessa logica con cui un tempo voleva salvare il mondo: imponendo, sacrificando, controllando. Anderson ci dice che la vera dittatura non è quella dei governi, ma quella dell’amore incompreso: quando credi di proteggere, in realtà stai solo riscrivendo la tua biografia fallita. È lì che la rivoluzione privata implode. Tutto il resto – attentati, inseguimenti, slogan, tensioni politiche – è puro contorno.

Un cinema che non ti chiede di applaudire, ti mette sotto processo e basta

Anderson non filma mai in modo casuale. Ogni inquadratura è un processo a qualcosa: alla società, al maschio, al cinema stesso. Qui gioca con i codici del kolossal politico, ma li contamina con un senso di smarrimento quasi europeo. I movimenti di macchina sono ampi ma non trionfali, la fotografia, a tratti livida, restituisce un’America svuotata di promesse. La colonna sonora è un blues lento, sporcato di elettronica, che accompagna il racconto come un respiro affannoso. Un cinema che non ti chiede di applaudire, ti mette sotto processo e basta.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Leonardo DiCaprio in una scena del film.

Il regista gira controcorrente in un’epoca di visioni inclusive e rassicuranti, firma un’opera che ti costringe a prendere posizione, a interrogarti assistendo alle gesta dei suoi protagonisti. C’è chi dice che DiCaprio stia diventando la caricatura di se stesso. Può darsi. Ma qui la sua stanchezza serve magnificamente il film: un corpo che non regge più il peso del mito. L’uomo che ha incarnato ogni causa e ora non sa più chi rappresenta. Il suo volto, dall’inizio alla fine, è una mappa della sconfitta. E in quella sconfitta Anderson trova la sua verità: il fallimento come unico territorio morale rimasto.

Sean Penn verso l’Oscar come miglior attore non protagonista

Sean Penn, il suo antagonista, il nemico più realistico che si possa immaginare, è uno che non è cattivo, ma solo stanco di perdere. Inimmaginabile non premiare la rigida fisicità con cui pennella il ritratto del fanatico colonnello suprematista con l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Sean Penn (foto Ansa).

Una battaglia dopo l’altra non offre redenzione. Nessuno vince, nessuno impara, nessuno si salva. È un film che rifiuta la retorica dell’ottimismo ma anche il nichilismo facile, mostra solo come siamo messi. E la verità, come sempre, è più deprimente del previsto: il mondo non cambia, cambia solo il modo di giustificarsi. Anderson sembra dirci che combattiamo ancora, ma solo per non dover ammettere che la guerra è finita da un pezzo. O forse non è mai finita davvero, perché la vita è appunto una battaglia dopo l’altra. E la più lunga resta quella che crediamo di aver vinto, ma solo perché abbiamo smesso di contarne i caduti.

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra

C’è qualcosa che suscita simpatia e umana comprensione nel vedere Giorgia Meloni corteggiare Carlo Calenda con la neanche tanto recondita idea di imbarcarlo nella maggioranza sbarazzandosi di Matteo Salvini. È come se la premier, dopo anni di convivenza tossica con l’uomo del Papeete, avesse deciso di cambiare compagno di viaggio: meno testosterone da comizio, più narcisismo da talk show. Meno ruspe, più numeri e tabelle. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Meloni è alla ricerca di un assetto più europeo

Il primo esperimento in Toscana, con Azione che entra nella Giunta di centrodestra a Lucca. Un episodio apparentemente marginale, ma che in Italia anticipa sempre una mutazione genetica. Da lì al governo il passo può essere breve. Perché Meloni, stanca di farsi logorare dal suo rissoso vicepremier, punta a ristrutturare la sua compagnia. Prima mossa: fuori Salvini, dentro Calenda. Seconda: elezioni anticipate nel 2026 come colpo di teatro e ricerca di un assetto più “europeo”, ritagliato su di lei e sul suo funambolico equilibrio tra Washington e Bruxelles. La miccia l’ha accesa Viktor Orbán. Il premier ungherese è venuto in Italia a ricordarle chi sia il vero amico sovranista di un tempo. Il leader leghista lo ha accolto come un vecchio compagno di militanza. Meloni, irritata, ha alzato il sopracciglio. Un déjà vu di famiglia: lui che gioca a fare l’anti-sistema, lei che si veste da statista. Scontro silenzioso, a denti stretti, ma eloquente. Ed è lì che Giorgia ha capito che la Lega è un non più tollerabile impiccio: troppo populista per Bruxelles, troppo sfiatata per l’Italia. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Viktor Orbàn e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Calenda più parla, meno voti prende, più viene invitato

E così, mentre Salvini promette di vendere cara la pelle, lei si guarda intorno. E trova Calenda. L’uomo perfetto per sostituire Salvini, se non fosse per un piccolo dettaglio: il capo di Azione è talmente innamorato di sé che l’autostima da tratto caratteriale si trasforma in un palinsesto quotidiano. Basta uno specchio e parte la diretta sui social e poi la sera nei vacui salotti della chiacchiera televisiva. Assieme a Matteo Renzi, è l’unico politico italiano capace di ottenere una visibilità inversamente proporzionale al suo peso elettorale. Più parla, meno voti prende. Ma più viene invitato. Una performance strabiliante, a metà tra coaching motivazionale e soliloquio aristotelico. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Obiettivo Quirinale

Meloni, che il narcisismo lo riconosce al volo, lo corteggia con astuzia: sa che a Calenda basta sentirsi “interlocutore istituzionale” per considerarsi copremier. In vista della fatidica chiamata, lui recita il solito copione: «Non si tratta di alleanze ma di convergenze programmatiche», che in politichese significa: mi sto sistemando la giacca prima di dire sì. Nel frattempo Meloni marcia con determinazione sull’obiettivo: disfarsi del fardello leghista prima che diventi una zavorra elettorale. Sostituire l’estremismo con la rispettabilità, il Papeete con Palazzo Koch. In sostanza, europeizzare la destra italiana per garantirsi un altro giro di giostra a Bruxelles e, in futuro, il trionfale ingresso da prima donna (realtà e metafora coincidono) al Quirinale. Salvini è il passato. Calenda, per quanto insopportabilmente autoreferenziale, è il futuro utile. Anche se parlando di utilità, il compagno Lenin l’avrebbe definita in un altro modo. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority

C’è un momento, nella parabola del potere italiano, in cui la carriera non finisce: semplicemente cambia di casa. Si passa dal partito all’Authority, dal comizio alla delibera, dalla mozione alla sanzione. Eternamente sulla bocca di tutti, il termine indipendenza diventa sinonimo elegante di sistemazione.

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority
Da destra: Agostino Ghiglia, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto durante l’apertura della campagna elettorale di Fratelli d’Italia per le elezioni regionali del Piemonte nel 2014 (foto Ansa).

Ghiglia, ex missino e coordinatore piemontese di Fratelli d’Italia

Prendiamo Agostino Ghiglia. Ex deputato missino, ex coordinatore piemontese di Fratelli d’Italia, oggi membro del collegio che dovrebbe vigilare sulla privacy di tutti noi. L’arbitro dei dati, insomma. Ma pochi giorni prima che l’Authority multasse Report per 150 mila euro, Ghiglia è stato fotografato mentre entrava nella sede del partito di Giorgia e Arianna Meloni. Nulla di penalmente rilevante, certo. Ma l’immagine è di quelle che restano: l’arbitro che passa dagli spogliatoi di una delle due squadre prima del fischio d’inizio.

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Il punto però non è Ghiglia, è il sistema. Le “autorità indipendenti”, nate per garantire distanza dalla politica, in molti casi si sono trasformate nel suo parcheggio dorato. L’ultima spiaggia dei fedelissimi, la clinica di riabilitazione dei reduci. Dovrebbero vigilare, ma troppo spesso si adagiano ubbidienti: cani da guardia con il pedigree di partito.

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority
Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report (foto Imagoeconomica).

Il ricambio non esiste: c’è solo il riciclo. E la riconoscenza dei nominati

Non è un’eccezione: all’Antitrust siedono ex parlamentari, all’Agcom ex portavoce, all’Anac ex consiglieri ministeriali. In teoria tutelano il cittadino, in pratica perpetuano la filiera del potere. La politica non si ritira: si traveste da autorità. La maggioranza nomina, l’opposizione si indigna finché non tocca a lei fare lo stesso. Tutti scandalizzati a turno, tutti complici a rotazione. Il ricambio non esiste: c’è solo il riciclo. E la riconoscenza dei nominati, felici di essere entrati a far parte del museo delle cere: ex ministri, ex portavoce, ex coordinatori regionali imbalsamati con la formaldeide dell’autonomia. Parlano di imparzialità con la stessa passione con cui un tifoso ultrà cita il regolamento.

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority
Agostino Ghiglia (foto Imagoeconomica).

Ci si abitua a tutto, anche all’idea che i controllori siano i controllati

Per continuare a governare anche quando non governa, la politica si è inventata la governance: il potere senza voto, il potere che non risponde a nessuno. E il bello è che non fa più scandalo. Ci si abitua a tutto, anche all’idea che i controllori siano i controllati. Così la fiducia evapora, la trasparenza si scolora, e la parola garante perde la maiuscola per diventare un’etichetta come un’altra. Mentre la carriera pubblica non finisce mai: cambia solo forma. Da onorevole a commissario, da sottosegretario a garante, da spin doctor a vigilante della privacy. Ogni sconfitta elettorale è una candidatura alla resurrezione istituzionale. E quando il riciclo è così perfetto, il problema non è la politica che occupa tutto: è che non se ne va mai.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori

C’è un momento preciso in cui molti italiani smettono di amare i propri eroi, ed è quando lo diventano davvero. Jannik Sinner, il ragazzo che gioca a tennis come fosse un’equazione di fisica quantistica, ha deciso di saltare la Coppa Davis per preservarsi dopo una stagione da numero uno morale e numero due reale. Tanto è bastato perché, da Bruno Vespa al Codacons passando per un nutrito drappello di odiatori, si aprisse la caccia al traditore della patria.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori

Vespa crede che l’identità nazionale sia incompatibile col bilinguismo

Il conduttore di Porta a porta, supremo custode del galateo patriottico, con un tweet (e se nel farli non sbagliasse i nomi non sarebbe disdicevole) gli ha rimproverato di non essere abbastanza italiano. Colpa del tedesco che Sinner parla con naturalezza, essendo nato in Alto Adige, a un tiro di fucile dai confini austriaci. Evidentemente Vespa deve essersi convinto che l’identità nazionale sia incompatibile col bilinguismo.

Poi è arrivato il Codacons, la sentinella del populismo etico, che ha chiesto il ritiro delle onorificenze perché un atleta che rinuncia alla Davis non è degno della Repubblica. È il ritorno di un’antica malattia italiana: confondere il servizio con il servilismo. Non basta vincere, bisogna anche inginocchiarsi davanti alla platea che ti spia ogni mossa.

Un atleta che eccelle senza diventare carne da macello per la tivù è da punire

Sinner del resto si è macchiato – e non da oggi – di una colpa imperdonabile: rappresenta l’Italia che funziona. Quella che non chiede scuse, che non ha bisogno di un endorsement ministeriale per esistere ed è refrattaria alla piaggeria. È educato, riservato, lavora duro, non urla, non litiga con gli arbitri. In un Paese dove la modestia è sospetta e il successo dev’essere giustificato, un atleta che eccelle senza diventare carne da macello per i palinsesti televisivi diventa un’anomalia da punire.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
Giorgia Meloni abbraccia Jannik Sinner (foto Ansa).

C’è un riflesso pavloviano nel dibattito pubblico: appena qualcuno spicca il volo, bisogna ricordargli che è uno di noi. E se non lo è abbastanza, se non parla con un accento sufficientemente popolare o non si presta alla melassa patriottica, allora ecco che diventa arrogante, freddo, ingrato. Non serve neppure la sconfitta: basta non mostrarsi riconoscente verso la mediocrità.

Sinner colpevole del gran rifiuto del Quirinale e di Sanremo

Dietro le accuse di Vespa, del Codacons e dei patrioti d’occasione che vi si sono accodati c’è un’idea distorta di italianità, tutta televisiva: il Paese come talk show permanente, dove l’unico vero peccato è sottrarsi alla chiacchiera. Sinner, colpevole del gran rifiuto di salire al Quirinale e di aver bellamente rimbalzato Sanremo, è uno che comunica poco, pensa molto, e soprattutto è refrattario ad annegare le sue vittorie in un profluvio di parole. Così facendo, diventa automaticamente un anti-italiano.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
Jannik Sinner con Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Mentre nel resto del mondo il successo di uno sportivo è simbolo d’orgoglio nazionale, da noi si trasforma in un referendum morale. Non importa che Sinner rappresenti l’Italia meglio di mille inni cantati: ciò che conta è l’atto di fedeltà pubblica, la prostrazione rituale. L’atleta moderno, secondo il nostro codice patriottico, dev’essere bravo non solo sul campo, ma anche fedele interprete del carattere nazionale.

Jannik salta la Davis e non ha bisogno del nostro perdono per farlo

Il suo caso racconta qualcosa di più generale, ossia la nostra difficoltà a convivere con l’eccellenza individuale. In Italia la competenza è sempre sospetta, l’autonomia è arroganza, la disciplina è freddezza. Il successo, quando non è fortuito, va punito. Nel profondo, non ce l’abbiamo con Sinner perché salta la Davis, ma perché non ha bisogno del nostro perdono per farlo. È l’indipendenza che irrita, non l’assenza.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
Alcune prime pagine dei quotidiana per la vittoria di Jannik Sinner a Wimbledon 2025 (foto Ansa).

In un ecosistema dove tutto è negoziabile – carriere, fedeltà, convinzioni – un ragazzo che decide da solo è un corpo estraneo. E quando qualcuno osa farlo, ci vuole poco a precipitarlo dall’altare alla polvere. È un tratto fondativo dell’indole nazionale: amare i propri talenti finché restano accessibili, poi demolirli quando diventano modelli. Chi vola troppo alto, da noi, prima o poi viene invitato a tornare giù. Magari per un’intervista nel salotto di Bruno Vespa.