Addio a Saturn, l’alligatore sopravvissuto alla dittatura nazista e comunista: aveva 84 anni


L'alligatore Saturn è morto di vecchiaia all’età di 84 anni nello zoo di Mosca. Nato in Mississippi e regalato a Berlino per i giochi olimpici del 1936, è sopravvissuto a ben due dittature, quella nazista e sovietica, scampando anche a un devastante bombardamento durante la seconda guerra mondiale. "Ha visto molti di noi da bambini. Speriamo di non averlo deluso” hanno scritto dallo Zoo di Mosca.
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Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

I segnali positivi non mancano. E il 2020 può portare a un riavvicinamento. Ma la pacificazione resta lontana. Dalla questione del gas allo scambio di prigionieri: perché non bisogna essere (troppo) ottimisti.

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio.

IL CONTRATTO SUL GAS NON RISOLVE TUTTI I PROBLEMI

In primo luogo la questione del gas: dal primo gennaio è in vigore il nuovo contratto tra Mosca e Kiev, firmato in zona Cesarini, che evita un’ennesima guerra energetica e le prevedibili conseguenze per mezza Europa. In sostanza però è stata messa solo una pezza temporanea, valida per i prossimi cinque anni, e al di là dei dettagli (ripianamento dei debiti di Gazprom, riduzione del transito e ridefinzione delle tariffe) è evidente che si tratta solamente di una tregua che non appiana certo le contraddizioni di fondo. In attesa di vedere come andrà a finire il caso Nordstream 2, il progetto russo-tedesco per aggirare Europa centrale e Ucraina, che a causa delle sanzioni americane è bloccato. La partenza sarà ritardata, ma da quando potrà funzionare a pieno regime è ancora un’incognita.

IL DONBASS E LE RESISTENZE DEI FALCHI

In secondo luogo la questione del Donbass: a fine anno si è svolto lo scambio di prigionieri, concordato il 9 dicembre nel vertice di Parigi, in cui si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia il presidente ucraino Volodymir Zelensky e quello russo Vladimir Putin. Non è stato semplice, viste soprattutto le resistenze dei falchi ucraini – l’ala radicale nazionalista composta in parlamento dal partito dall’ex presidente Petro Poroshenko e fuori dal variegato spettro della destra radicale e paramilitare – nel rilasciare alcuni membri delle forze speciali Berkut in carcere con l’accusa di aver partecipato al massacro di Maidan nel febbraio del 2014. Se alla fine l’ha spuntata la diplomazia e la volontà di dare uno slancio al processo di pace da troppo tempo in stallo, in realtà c’è poco da sorridere. Già negli accordi di Minsk firmati nel 2015 era in programma lo scambio totale di prigionieri: è arrivato con quasi cinque anni di ritardo e non si sa nemmeno se sia stato davvero completo. Fonti ucraine hanno parlato ancora di decine se non centinaia di persone rinchiuse nelle carceri delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk.

Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia

Nel summit di Parigi è stata inoltre accennata una road map per intensificare nei prossimi mesi il processo di pacificazione, dalla demilitarizzazione della linea di contatto fino alle elezioni locali nel Donbass. Anche in questo caso non si tratta altro che di indicazioni riprese dagli accordi di Mnsk che sino ad oggi nessuno, da Mosca a Kiev passando per i leader separatisti che sottostanno in parte agli ordini di Putin e in parte giocano la loro partita, ha voluto veramente rispettare. Ad aprile è previsto un nuovo incontro in formato normanno (Putin, Zelensky e i due arbitri Angela Merkel ed Emmanuel Macron), ma le speranze che qualcosa cambi davvero sono al minimo. Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia. Se a questo si aggiunge il fatto che il cessate il fuoco è tutt’altro che duraturo e il conflitto continua sottotraccia, con il numero dei morti che ha già oltrepassato le 13 mila unità, non è difficile intuire che l’ottimismo è fuori luogo.

A DETTARE LE REGOLE RIMANE IL CREMLINO

È vero comunque che qualcosa si è mosso, soprattutto sul versante ucraino, dopo l’elezione alla Bankova di Zelensky. Il nuovo presidente, sebbene continui sostanzialmente il corso del suo predecessore Poroshenko, ha aperto un minimo dialogo con Putin che si è mostrato più disposto all’ascolto. Zelensky è stato eletto a furor di popolo con la promessa di mettere la parola fine alla guerra ed è disposto a più compromessi rispetto a Poroshenko. A dettare le regole rimane comunque il Cremlino: la soluzione definitiva per il Donbass rimane lontana e i rapporti tra le due ex repubbliche sovietiche non potranno certo più tornare quelli di prima. Kiev ha scelto di stare sotto l’ombrello occidentale, con gli Stati Uniti a fare da guardaspalla, e Mosca farà sempre fatica ad accettarlo, tentando in ogni modo di condizionare il vicino, con cui i rapporti rimangono, anche solo per ragioni geografiche. L’Ucraina resta spaccata, tra il centro e le regioni dell’Ovest che tendono verso l’Europa e quelle orientali verso la Russia. Se alla guerra non verrà davvero posta la parola fine, il rischio è che il paese si possa ancora lacerare.

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TurkStream, il patto del gas tra Erdogan e Putin

Operativa la pipeline che corre dalla Russia all'Europa, passando per la Turchia. Un tassello in più nella cooperazione tra Mosca e Ankara.

Il gasdotto TurkStream è ufficialmente operativo. Alla cerimonia di battesimo, oltre al presidente russo Vladimir Putin e al suo omologo Recep Tayyip Erdogan, hanno preso parte anche il primo ministro bulgaro Boyko Borisov e il presidente serbo Aleksandr Vucic. Tutti i quattro leader hanno girato la valvola che dà il via alle forniture. La nuova linea è la seconda a collegare Russia e Turchia dopo il BlueStream e punta a portare il gas in Europa passando per il Mar Nero e per la parte europea della Turchia, bypassando l’Ucraina. La Turchia riceverà 15,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno; altrettanti andranno in Europa.

ERDOGAN: «UN PROGETTO DI PORTATA STORICA»

«L’implementazione della costruzione del gasdotto transmediterraneo è la prova del partenariato strategico tra Russia e Turchia che ha prodotto risultati significativi e tangibili», ha dichiarato Putin alla cerimonia. «La cooperazione tra Russia e Turchia sta andando avanti in quasi tutti i segmenti. Nonostante la complicata situazione globale e i tentativi di alcuni attori internazionali di impedire l’espansione della cooperazione tra i nostri Paesi, i nostri sforzi continuano», ha osservato Putin. TurkStream, ha sottolineato Mosca, è un progetto «strategico» che contribuirà «alla stabilità della regione». Erdogan, da parte sua, ha commentato: «Il TurkStream, per cui abbiamo fatto molti sforzi con i nostri amici russi, è un progetto di importanza storica sia a livello delle nostre relazioni bilaterali che della mappa energetica».

LE CRISI SUL TAVOLO DEI DUE LEADER

Prima dell’inaugurazione del gasdotto, Putin ed Erdogan hanno avuto un faccia a faccia. Sul tavolo le crisi in Siria, Libia e Iraq. Putin è giunto in Turchia proprio dalla Siria, dove si è recato per un incontro a sorpresa con Bashar al Assad e ha fatto tappa per la prima volta dall’inizio della guerra anche a Damasco. Un colloquio preparatorio in vista di quello con Erdogan su Idlib, principale nodo irrisolto del conflitto, dove l’intensificarsi dei raid di Mosca e Damasco contro l’ultima roccaforte ribelle ha provocato nelle ultime settimane una nuova ondata migratoria di circa 250 mila persone verso la frontiera turca. L’altro capitolo chiave riguarderà la Libia, dove Erdogan ha annunciato l’invio “graduale” di truppe a sostegno del governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj contro l’offensiva delle forze del generale Khalifa Haftar, appoggiate da Putin. Una tregua aprirebbe la strada a una spartizione di fatto del Paese tra le regioni di Tripolitania e Cirenaica.

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Perché le tensioni tra Usa e Iran possono rafforzare la Russia

Mosca non vuole l'escalation. E potrebbe ergersi a mediatore tra Washington e Teheran. Sfruttando il ruolo di pivot delle crisi mediorientali conquistato in seguito alla campagna siriana. Un ruolo che questa mossa di Trump contribuisce a rafforzare.

È esattamente il tipo di «azione sconsiderata» che la diplomazia di Mosca temeva da parte di un Donald Trump nervoso per l’impeachment e teso a rafforzare il suo gradimento interno anche con mosse imprevedibili sull’arena internazionale. Ora ci si aspetta una pericolosa escalation. La Russia potrebbe offrire la sua mediazione per frenarla.

«Consideriamo l’uccisione di Qassem Soleimani in seguito al raid missilistico Usa nelle vicinanze di Baghdad come un passo all’insegna dell’avventurismo che porterà a un aumento della tensione in tutta la regione», è stato il primo commento del ministero degli Esteri russo. Secondo il presidente della Commissione esteri del senato Konstantin Kosachev «si è realizzato lo scenario più pessimistico possibile». La conseguenza immediata sarà quella di «nuovi scontri fra gli americani e il radicalismo sciita in Iraq», ha detto Kosachev in un’intervista all’agenzia Ria Novosti. Sottolineando poi su Facebook che gli Usa «hanno bombardato» ogni speranza di un controllo sul programma nucleare iraniano, e che Teheran potrebbe ora andare avanti nella costruzione di armi nucleari «anche se prima non ne aveva l’intenzione».

Uno dei maggiori esperti russi di politica internazionale, Dmitri Trenin prevede un surriscaldamento: «L’uccisione di Soleimani non sarà un deterrente per l’Iran», ha scritto su Twitter. «Molto più probabilmente, intensificherà i conflitti nella regione, a partire dall’Iraq». Trenin nota come, dopo essersi sostanzialmente ritirato dai conflitti mediorientali, Trump ora rischi un coinvolgimento militare diretto in luoghi che per gli Usa hanno «meno significato di quanto lo avesse in passato».

LA COLLABORAZIONE MILITARE TRA IRAN E RUSSIA

Con l’Iran la Russia ha stabilito una stretta collaborazione militare fin dall’inizio del suo intervento in Siria a supporto del regime di Bashar al-Assad. Negli ultimi giorni dello scorso anno, i due paesi hanno effettuato manovre navali congiunte insieme alla Cina nell’Oceano Indiano e nel golfo di Oman. Nella guerra siriana, le truppe di Hezbollah armate e dirette da Teheran e la stessa Guardia Rivoluzionaria di cui fanno parte le forze speciali dell’unità Qods di cui il generale ucciso era al comando hanno combattuto sotto la copertura aerea fornita da Mosca. Soleimani era stato coinvolto in prima persona dagli esperti militari russi nella messa a punto delle operazioni. «È andato a più riprese sul fronte, per assicurare il coordinamento con gli alleati», ha confermato una fonte del ministero della Difesa russo al quotidiano Vedemosti.

È improbabile che si arrivi a una guerra su vasta scala, ma Teheran, oltre ad annullare ogni accordo sul suo programma nucleare, potrebbe per esempio reagire bloccando lo stretto di Hormuz

Fonti diplomatiche sentite dallo stesso giornale definiscono «imprevedibili» le conseguenze dell’uccisione di Soleimani: «È improbabile che si arrivi a una guerra su vasta scala, ma Teheran, oltre ad annullare ogni accordo sul suo programma nucleare, potrebbe per esempio reagire bloccando lo stretto di Hormuz». Nell’azione statunitense «non c’è una logica visibile». Secondo Maxim Shepovalenko, analista del think tank moscovita Cast e coautore del volume Persian Bastion sul potenziale militare dell’Iran,  gli Stati Uniti non possono certo illudersi che l’Iran non sia in grado di sostituire adeguatamente Soleimani, e l’obiettivo del raid è stato probabilmente quello di «dimostrare la forza di Trump sullo sfondo dell’impeachment».

L’ARMA DELLA DIPLOMAZIA

L’attacco americano all’aeroporto di Baghdad «non sposta niente nei rapporti tra la Russia e Teheran», dice a Lettera43 Nikolay Kozhanov, docente all’Istituto del Medio Oriente di Mosca. Nel caso di un conflitto aperto tra Usa e Iran, il Cremlino non potrebbe che appoggiare diplomaticamente e semmai con aiuti militari indiretti il partner persiano. Ma «non ha a disposizione le risorse che sarebbero necessarie per un vero e proprio coinvolgimento bellico». Quindi cercherà di arginare per quanto possibile l’escalation «perché non sarebbe in linea con gli interessi russi». Mosca, pur condannando sonoramente ogni azione di Washington contro Teheran,   potrebbe mediare «offrendo canali di comunicazione» per impedire il peggio, sfruttando il ruolo di pivot delle crisi mediorientali conquistato in seguito alla campagna siriana. Un ruolo che questa mossa di Trump potrebbe paradossalmente contribuire a rafforzare. 

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Luci e ombre del ventennio targato Vladimir Putin

L'ascesa al potere da semi-sconosciuto. Gli anni d'oro, suoi e della Russia. Le crisi economiche e quelle diplomatiche. Com'è cambiato il capo del Cremlino dal 1999 a oggi.

Il fatto che fosse già primo ministro non rendeva la scelta poi così ovvia. Di primi ministri Boris Yeltsin ne aveva già consumati parecchi. Ma quando il presidente, il 31 gennaio del 1999, si dimise e lo nominò suo successore ad interim, Vladimir Putin non era più un premier qualsiasi. Durante i cinque mesi scarsi del suo governo era diventato molto popolare. Dopo gli attentati agli edifici residenziali che in settembre avevano provocato oltre 300 morti e un migliaio di feriti nella capitale e in due altre città della Russia, Putin aveva immediatamente accusato i separatisti della Cecenia e ordinato il bombardamento di Grozny. «Li annienteremo anche giù per il cesso, se è il caso», aveva dichiarato mentre scatenava la seconda e definitiva guerra di Mosca contro la repubblica caucasica ribelle.

Lo stile di Putin era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss

Il suo stile “da gangster” ai russi era piaciuto. Era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss e di uscire dagli sconvolgimenti politici, economici e sociali che negli Anni 90 avevano devastato la vita dei cittadini. Una certa dose di brutalità si confaceva ai tempi: poteva esser considerato un prezzo da pagare in vista di una futura normalità

L'”OPERAZIONE SUCCESSORE” DI YELTSIN

Le ipotesi secondo cui gli attentati ai condomìni fossero stati organizzati dai servizi di sicurezza per chiudere i conti con la secessione cecena e per portare Putin alla presidenza sono circostanziate. Il Cremlino anziché fugare i dubbi li ha alimentati intralciando la ricerca della verità. Comunque stiano le cose, in seguito a quegli eventi l’uomo che nell’ultimo giorno del millennio fu messo a capo della Russia aveva ormai un gradimento sufficientemente alto da far prevedere un’agevole conferma elettorale alle presidenziali che ci sarebbero state in primavera. L’”operazione successore”  studiata da Yeltsin e dal suo entourage poteva dirsi riuscita. 

Vladimir Putin è al quarto mandato da presidente della Federazione Russa.

Mentre i rating e la salute del capo andavano a picco e si faceva sempre più concreta la possibilità di azioni penali legate alle liberalizzazioni selvagge che avevano messo l’economia ex-sovietica in mano agli oligarchi, si trattava di dare il potere a qualcuno in grado di garantire che il presidente uscente e le persone a lui vicine non fossero perseguite, e che gli asset creati da quella che è stata definita “la svendita del secolo” non fossero messi in discussione. Fu scelto un burocrate con un background nei servizi segreti, di cui erano noti efficienza, pragmatismo scevro da pretese ideologiche e assoluta fedeltà ai superiori. Ma senza alcuna esperienza politica. Non aveva quasi mai parlato in pubblico ed era sconosciuto ai cittadini. In meno di 150 giorni da premier, Putin aveva ovviato a questi svantaggi. 

UN REGIME CHE NON SI È FATTO STATO

Vent’anni dopo, Putin è il leader di un regime diventato il faro dei populismi e delle destre alternative mondiali, impegnato in un confronto politico con l’Occidente condito di idee sovraniste e tradizionaliste, a scapito di ogni tentativo serio di modernizzare e sviluppare l’economia. Lo zar ha raggiunto gli obiettivi di preservare l’unità della Russia, costruendo una verticale del potere sulle basi autoritarie proprie della tradizione nazionale, e di ristabilirne il ruolo di grande potenza. Ha fallito nel creare una classe dirigente che abbia a cuore i reali interessi del paese. Come ha scritto lo storico Dmitri Trenin, «il regime politico che ha rimpiazzato il caos degli Anni 90 non è  riuscito a maturare in uno Stato a pieno titolo: è prevalentemente al servizio di una stretta élite che sfrutta le risorse seguendo interessi personali e collettivi». E gli interessi dei siloviki, gli uomini legati ai servizi di sicurezza a cui Putin ha messo in mano la Russia, hanno avuto la meglio sull’esigenza di dare prospettive strutturali alla forte crescita economica coincisa con i primi due mandati del presidente. 

UN VENTENNIO SPACCATO IN DUE

«Se Putin avesse lasciato nel 2008 sarebbe passato alla storia come uno dei leader russi di maggior successo», notava il politologo Kirill Rogov in un articolo sul quotidiano Vedemosti. Dal 1999 al 2008 la ricchezza nazionale crebbe del 94%, e il Pil pro capite raddoppiò. Soprattutto grazie all’aumento dei prezzi petroliferi, ma anche alle riforme fiscali e alle facilitazioni per l’apertura di nuove imprese introdotte da Putin. L’inizio delle trattative per l’entrata della Russia nel Wto spinse gli investimenti stranieri e contribuì al rafforzamento del rublo. Il presidente si presentava come uno statista pragmatico e orientato al mercato. In politica internazionale, era dichiaratamente filo-occidentale. Chiese di partecipare alla Nato, assicurò supporto a Washington nella campagna militare in Afghanistan seguìta all’11 settembre; in un discorso in tedesco al Bundestag auspicò la costruzione di una grande Europa «da Lisbona a Vladivostok».

Putin è nato a San Pietroburgo nel 1952.

La seconda parte del ventennio putiniano può essere letta come l’opposto della precedente, ed è all’insegna delle crisi. Due furono crisi economiche: nel 2009 e nel 2015, quando  andamenti al ribasso dei corsi del greggio punirono la mai risolta dipendenza dell’economia russa dalle esportazioni di idrocarburi. Di fronte a un modello di crescita chiaramente esaurito, e all’obsolescenza di impianti produttivi e infrastrutture, sarebbe servito accelerare le riforme. Che invece si sono sostanzialmente fermate. I decreti per i ”progetti nazionali” firmati dal Putin nel maggio 2018 prevedono investimenti statali su larga scala che costeranno ai contribuenti migliaia di miliardi di rubli e che rischiano di essere poco efficaci, in un Paese dove la corruzione è imperante. Esperti e finanzieri internazionali hanno poca fiducia. «La soluzione ai problemi della Russia va proprio nella direzione opposta», secondo Sergey Guriev, capo economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo: «Servirebbe implementare riforme lungamente promesse per la protezione dei diritti di proprietà, per la concorrenza, per la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, per la lotta alla corruzione e per la reintegrazione nell’economia globale», ha scritto Guriev su Vedemosti. Intanto, dalla crescita vertiginosa della ”prima era” di Putin, nella seconda si è passati alla stagnazione: nel 2008 il Pil pro capite era arrivato ad essere pari al 22,5% di quello Usa e al 32% di quello della media Ue, nel 2018 le percentuali erano rispettivamente del 21,5 e del 31. 

L’ERA DELLE CRISI E DELLE GUERRE

Alla frenata economica hanno contribuito pesantemente le crisi politiche e diplomatico-militari che hanno caratterizzato la “seconda era” dei venti anni di Putin al potere. Le proteste di massa contro il regime a Mosca nel 2011-2012 determinarono l’inasprimento dei caratteri autoritari del sistema e l’aumento dell’influenza degli apparati di sicurezza nelle decisioni del Cremlino. L’annessione della Crimea a il conflitto nell’Ucraina orientale ne furono in buona parte una conseguenza. Così come il successivo intervento nel conflitto siriano. Il confronto con l’Occidente diventò il tema centrale dell’azione della Russia e della sua narrativa propagandistica. Il costo non è solo quello delle sanzioni internazionali a cui Mosca è oggi sottoposta.

LE RICADUTE SULLA VITA DEI CITTADINI

L’aumento delle spese per la difesa ha ricadute sui servizi sociali e sul tenore di vita dei cittadini. E rischia di diventare esponenziale in seguito allo smantellamento del sistema di controllo sugli armamenti iniziato dagli Usa in questo clima da nuova Guerra Fredda. Putin potrebbe finire per pagarla cara anche politicamente, sullo scacchiere internazionale: «L’assenza di una strategia di lungo termine e il gusto per astuzie opportunistiche e manovre tattiche espone la politica estera a rischi sostanziali», sostiene Trenin. «L’ossessione di Putin per cambiare l’ordine esistente, ovvero per cercare attivamente di eliminare l’egemonia globale degli Usa, è dannoso, perché non rafforza necessariamente le proprie posizioni ma crea problemi aggiuntivi. Quel che è importante per la Russia non è l’ordine globale di per sé, ma il posto della Russia in questo ordine». 

Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto

Putin ha davanti a sé altri quasi cinque anni di mandatoCome minimo. Difficile dar giudizi su un periodo che è ancora in corso. Certamente, il presidente ha dato al suo Paese una relativa stabilità, e su di essa fonda la legittimità del suo regime. Ma non l’ha reso quel Paese finalmente normale che i russi auspicavano alla fine degli Anni 90. Come in quel periodo, la prosperità finanziaria è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza col potere, e la certezza del diritto è aleatoria. E tipica degli Anni 90 è la retorica “da gangster” che accompagna l’azione del Cremlino in politica interna, con la più o meno spudorata repressione di ogni reale opposizione, e in politica estera. Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto. Normalità, giustizia e reale sviluppo continuano a esser relegate a un futuro indefinito. Per non parlar di democrazia. 

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A tu per tu con Lyubov Sobol, l’influencer anti-Putin

Blogger della Fondazione anti-corruzione di Navalny. Tra le 100 donne del 2019 secondo la Bbc. A L43 dice: «La società russa è cambiata. Ci saranno nuove proteste, e scoppieranno all'improvviso». L'intervista da Mosca.

Nello studio da dove trasmette i programmi che denunciano il malaffare alla corte di Vladimir Putin manca anche il cavalletto: «Ce l’hanno sequestrato, con l’impianto luci e il resto dell’attrezzatura. Ma andiamo avanti lo stesso: la nostra ultima inchiesta è stata vista da 5 milioni di persone». Lyubov Sobol quando si leva gli occhiali dimostra ancora meno dei suoi 32 anni. Avvocato e blogger di punta della Fondazione anti-corruzione (Fbk) di Alexey Navalny, secondo la Bbc è una delle 100 donne più influenti e ispiratrici del 2019. Di sicuro è tra le maggiori influencer della Russia: i suoi live su Youtube hanno oltre 1 milione di sottoscrittori. Bandita dalle elezioni per la Duma di Mosca, ha guidato la campagna per il “voto intelligente” contro Russia Unita, il partito del presidente. Diventando il catalizzatore delle proteste di piazza della scorsa estate. «Non si può fermare l’Amore», gridavano i manifestanti. Lyubov in russo significa “amore”. Prima dell’intervista si scusa di non poterci presentare il direttore di Fbk: «Oggi non è in ufficio, è in prigione. Deve finire di scontare 15 giorni di arresto amministrativo per manifestazione non autorizzata».

DOMANDA. Cosa rimane delle proteste della scorsa estate?
RISPOSTA. Il risultato più importante è che i moscoviti si sono resi conto di avere il potere di cambiar le cose. Ora sanno che Russia Unita può perdere.

Infatti nel parlamentino della capitale ha perso seggi. Andati però a esponenti della cosiddetta “opposizione di sistema”, che non è certo anti-Putin. È davvero cambiato qualcosa, alla Duma di Mosca? 
C’è un’aria nuova. I deputati eletti in seguito alle manifestazioni e alle nostre indicazioni di “voto intelligente” capiscono di avere un mandato per rappresentare davvero i cittadini. Affrontano i problemi reali, in modo indipendente. Hanno contatti con me, con Navalny e con altri attivisti democratici. Questa indipendenza fa paura alle autorità, che cercano di limitarla. 

La tattica del “voto intelligente” potrebbe funzionare anche alle elezioni del 2021 per la Duma federale?  
Sì, per raccogliere il voto di protesta intorno a figure dei partiti di sistema e rendere più difficile a quello di governo raggiungere la maggioranza. Fa parte della nostra strategia. 

Ma prima cercherete di partecipare direttamente?
Certo, lotteremo per esserci. Ma il regime probabilmente non lo permetterà. Al Cremlino sanno bene che il gradimento di Russia Unita non supera il 30%. Leggono i sondaggi. Capiscono che se ci ammettono alle elezioni, e se ci danno accesso alla tivù di stato che finora ci ignora, del loro potere presto non rimarrà niente. 

Lei proverà a candidarsi? 
Ci sto pensando ma non ho ancora deciso. Comunque non è così importante. Io continuo il mio lavoro sociale e politico. Le elezioni sono solo uno degli strumenti per promuovere le idee democratiche e cambiare il Paese.  

Un altro strumento che usate è la piazza. Crede che ci saranno presto altre proteste? 
Ne sono sicura. E scoppieranno all’improvviso. C’è stanchezza nei confronti del potere. La società russa è cambiata: vuole vera rappresentanza politica, certezza del diritto. E non riceve risposte. La situazione non può che esplodere. Le persone torneranno in strada, non appena si verificherà qualche evento catalizzante. Nessuno avrebbe mai immaginato che intorno alle elezioni di Mosca potesse di punto in bianco crearsi un tale movimento. Ma è successo.

E ci sono stati migliaia di arresti, seguìti da processi e condanne anche severe. Un bel deterrente. 
Sono state arrestate e condannate persone per accuse del tutto inconsistenti. Vogliono far vedere che possono sbattere in galera anche chi passava di lì per caso. E le prigioni russe non son proprio quelle della Scandinavia. Ma la gente non si è presa paura. Non vedo in giro la depressione che effettivamente seguì le grandi manifestazioni del 2012. I cittadini oggi sono pronti a farsi sentire, a combattere. 

Forse a Mosca. Ma la Russia è grande. E i sondaggi, che pure registrano un aumento della propensione alla protesta, fotografano anche conformismo e apatia…
Più che conformismo, è sfiducia nella politica. In parte è un’eredità sovietica, ma ha radici anche in ciò che successe negli Anni 90, quando chi doveva costruire la democrazia ha costruito solo poche ed enormi ricchezze private. Oggi c’è insoddisfazione per come è governato il Paese, ma molti pensano solo alla loro vita privata. È vero: è un atteggiamento diffuso. Sta a noi democratici creare fiducia in una politica migliore nel futuro.

I ripetuti raid della polizia nelle vostre sedi a caccia di reati finanziari e la recente iscrizione nel registro degli “agenti stranieri” stanno pesando sulle attività della vostra organizzazione?  
È la reazione delle autorità a quel che facciamo, e che evidentemente è efficace. Purtroppo è un anche bell’aggravio per il nostro bilancio: computer e apparecchiature sequestrati, conti correnti bloccati. Ma non abbiamo niente da nascondere, e loro lo sanno. Il fatto che ci abbiano dichiarato “agente straniero” è un sigillo propagandistico. In teoria, se un giornale ci cita deve specificare che siamo “agenti stranieri“. Intanto, dobbiamo inviare un report per ogni singola donazione che riceviamo dai comuni cittadini che ci sostengono. Lavoro burocratico e costi in più. 

Secondo una nuova legge, oltre alle organizzazioni anche un singolo individuo può esser considerato “agente straniero”. Pensa che potrebbe riguardarla?
Può darsi. A quanto pare basta anche solo diffondere media stranieri, per esempio fare un retweet o un re-post di Radio Svoboda (emittente finanziata dal governo Usa, ndr). Ma nessuno ha capito bene come la nuova legge potrà funzionare. Non esiste una procedura scritta. Gli stessi parlamentari che l’hanno approvata dichiarano che sarà applicata in modo selettivo. In pratica si è preparato il terreno giuridico per un’attività repressiva. Contro chi attuarla, verrà deciso di volta in volta dall’alto. 

Suo marito è sopravvissuto a un avvelenamento a colpi di siringa e lei ha subito aggressioni e minacce, dopo la pubblicazione di una sua indagine sulle attività di Yevgeny Prigozhin, uno degli uomini più potenti della Russia. È stato lui il mandante?
Certo che è stato Prigozhin. L’ho sempre sostenuto e ormai nemmeno gli aggressori materiali lo nascondono (Prigozhin ha smentito, ndr). 

E ci sono state altre azioni aggressive contro di lei e la sua famiglia? 
Recentemente no. A quanto ho saputo, Prigozhin ha avuto uno stop dal Cremlino: niente violenza contro Sobol. Putin non vuole perdere la faccia davanti ai leader mondiali. Però io so bene che Prigozhin è uno che non perdona. 

È vero che state per pubblicare un’inchiesta sulle ricchezze accumulate dagli amici di più vecchia data di Putin, come i fratelli Rotenberg (ex sparring partner di judo del futuro presidente diventati imprenditori edili e banchieri, ndr)?
Non posso anticipare niente sulle prossime inchieste. Anche perché non crederà mica che siamo i soli a registrare questa conversazione (indica sul tavolo il registratorino che stiamo utilizzando per l’intervista, ndr)?

Vuol dire che in questo momento siamo intercettati da microfoni dell’Fsb (servizio di sicurezza erede del Kgb sovietico, ndr)?  
Certamente sì. Non abbiamo alcun dubbio che qui nei nostri uffici ci ascoltino. Ma siamo abituati a lavorare in queste condizioni. E non abbiamo niente da nascondere. A parte i risultati delle nostre indagini, fino alla pubblicazione. Posso solo dirle che sicuramente indaghiamo sugli amici di Putin e sui vertici del regime. E continueremo a farlo. 

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