AGI - E' stata di magnitudo 4,1 la scossa di terremoto avvertita distintamente questa mattina alle 9,40 in provincia di Pistoia. L'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ha infatti calcolato la fascia esatta del sisma che, sempre secondo l'istituto, ha avuto il suo epicentro sette chilometri a nord di Pistoia, a una profondità di 52,1 chilometri. La scossa è stata avvertita a Pistoia, ma anche a Firenze, Prato e fino alle località della costa tirrenica a nord della Toscana.
Una petroliera turca è stata attaccata nel Mar Nero: cosa sappiamo
Una petroliera battente bandiera turca, che «aveva caricato petrolio greggio dalla Russia», è stata attaccata nel Mar Nero, probabilmente da «un veicolo di superficie senza equipaggio a livello dell’acqua». Lo ha reso noto Abdulkadir Uraloglu, ministro dei Trasporti turco. Segnalata un’esplosione nella sala macchine, «presa di mira specificamente». Illesi i 27 membri dell’equipaggio.

L’attacco è avvenuto a 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo
Secondo l’emittente turca Ntv, al momento dell’attacco la petroliera partita dalla Russia trasportava 140 mila tonnellate di petrolio e si trovava a circa 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo: il raid è avvenuto dunque non troppo lontano da Istanbul.
La petroliera è stata sanzionata da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito
Il portale turco Haber Denizde scrive che la petroliera è stata sanzionata tra ottobre 2025 e febbraio 2024, nell’ordine, da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito. La nave, che in precedenza operava nella flotta della Besiktas Maritime con il nome di ‘Besiktas Dardanelles’, è stata acquisita a maggio del 2024 dalla Kayseri Shipping (con sede a Panama) e ribattezzata ‘Kayseri’. A novembre del 2025 la nave è stata comprata dalla Pergamon Maritime, con sede a Istanbul: da allora si chiama ‘Altura‘.
Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè
Giovanni Malagò, già presidente del Coni e patron delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, apprezzato al’estero e con agganci importanti non solo nel mondo dello sport, sarebbe perfetto come ministro del Turismo dopo l’addio di Daniela Santanchè, che si è dimessa cedendo al pressing di Giorgia Meloni. Malagò però non è l’unico candidato. E nemmeno il favorito. Ecco chi c’è il pole e gli altri nomi in lizza.
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Il favorito è il deputato meloniano Caramanna
Più che Malagò, al momento è in pole Gianluca Caramanna, deputato di Fratelli d’Italia, considerato una figura di riferimento del partito proprio sulle politiche turistiche e culturali. Classe 1975, nato in Germania e laureato in Economia del Turismo, Caramanna ha lavorato nel settore alberghiero ricoprendo importanti incarichi manageriali, anche nel gruppo Hotel Domus. Eletto alla Camera nel 2022, è attualmente capogruppo di FdI in Commissione X e membro della Commissione di Vigilanza Rai. Finora ha anche ricoperto il ruolo di consigliere di Santanché per i rapporti istituzionali. L’ipotesi forte è quella di interim del Turismo a Meloni, con successivo passaggio del timone del dicastero a Caramanna, nel frattempo promosso sottosegretario.
Gli altri nomi in lizza, da Nembrini a Sallemi
Come riporta Adnkronos, per il ministero del Turismo circola poi il nome di Elena Nembrini, attuale direttrice generale dell’Enit, ovvero l’Agenzia Nazionale del Turismo. Nembrini è componente di organi di controllo e organismi di vigilanza di istituti bancari e società, anche quotate, e di fondazioni. Un altro candidato -seppur con minori possibilità di investitura – è Sandro Pappalardo, che da gennaio 2025 è presidente di ITA Airways. Girano poi altri due nomi, entrambi pescati da Palazzo Madama: Lucio Malan, attuale presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, e Salvo Sallemi.
Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Il rapporto di Donald Trump con la Borsa è da sempre borderline, visti i numerosi interessi finanziati dell’inquilino della Casa Bianca, uomo d’affari prima che presidente degli Stati Uniti, e le possibili ripercussioni a Wall Street (e non solo) di ogni sua singola decisione. Come ha evidenziato il Financial Times, poco prima dell’annuncio da parte di Trump del rinvio degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane – in virtù di «discussioni costruttive», poi smentite da Teheran – investitori non identificati hanno venduto contratti sul petrolio per un controvalore di 580 milioni di dollari, per poi ricomprarli a un prezzo inferiore dopo che la notizia aveva causato un crollo delle quotazioni del greggio. Insomma: o qualcuno ha fatto soldi grazie a un incredibile colpo di fortuna, oppure era in possesso di informazioni privilegiate.
I movimenti del 23 marzo sono stati anomali per volume e tempistica
Aleggia così il sospetto di insider trading, cioè la compravendita di titoli da parte di soggetti che, grazie alla loro posizione lavorativa o societaria, sono venuti in possesso di informazioni riservate, non ancora pubbliche. Si tratta di una pratica illegale, perché altera la trasparenza del mercato, consentendo un profitto sleale a danno degli altri investitori. Quanto accaduto la mattina del 23 marzo appare sicuramente anomalo, se non altro per la tempistica. Tra le 6.49 e le 6.50, ora di New York, sono stati scambiati 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore di 580 milioni di dollari. Movimenti insoliti per l’orario e anche per il volume. Il fatto è che alle 7.04 è arrivato, puntualissimo, il post di Trump via Truth sulle presunte negoziazioni positive con l’Iran, che ha innescato un flusso di vendite sul greggio, con conseguente calo del prezzo.

Il petrolio Wti, prima dell’annuncio, era quotato a circa 99 dollari al barile e dopo ha pesantemente ritracciato, attestandosi attorno agli 86. Stesso movimento per il Brent che, partito da 112 dollari, è crollato in pochi minuti a 99. La speculazione non si è limitata al greggio: anche i future sull’indice S&P 500 hanno registrato movimenti inconsueti per l’orario, pre-mercato.

C’erano già stati scambi sospetti in concomitanza con gli annunci di Trump
A questo è seguito il riacquisto a un prezzo più basso. La sensazione è che qualcuno fosse in possesso di questa notizia market sensitive, come si definiscono le indiscrezioni capaci di far schizzare o deprimere i corsi azionari. Il fatto è che non è la prima volta che si verificano scambi sospetti in concomitanza con importanti decisioni o dichiarazioni di The Donald. Che non sempre corrispondono a realtà: da qui le passate accuse di aggiotaggio, cioè la manipolazione dei prezzi di titoli tramite notizie false. Era già accaduto ad aprile 2025 quando il presidente, commentando lo stop ai dazi precedentemente imposti a tutto il mondo, aveva candidamente parlato di «momento giusto per comprare».

Ma, come ha evidenziato il Financial Times, lo schema si era già verificato il 10 marzo, giorno che ha visto un rimbalzo dei mercati dopo la dichiarazione di Trump sul conflitto iraniano «praticamente finito» e la successiva smentita del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Il 20 marzo, Wall Street aveva perso l’1,8 per cento durante la giornata, appesantito dalle indiscrezioni su un possibile intervento di terra in Iran. Poi, poco prima della chiusura degli scambi, sono arrivate la parole del presidente americano sulla riduzione graduale degli attacchi: perdite appianate in pochi minuti. E non si può non citare la scommessa da 32 mila dollari su Polymarket sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro: effettuata in un momento in cui era considerata improbabile, ne ha fruttati circa 400 mila.

La Casa Bianca ha ovviamente smentito: «Accuse infondate»
Sembra esserci un pattern. Ma è difficile, anzi praticamente impossibile, provare il nesso tra il comportamento di Trump e quanto accaduto il 23 marzo nelle compravendite del petrolio. Da parte sua, la Casa Bianca ha – ovviamente – negato l’uso improprio di informazioni privilegiate, parlando di «accuse infondate». Eppure in questo caso specifico, insistono gli analisti, la massiccia vendita dei future sul greggio si è verificata nelle prime ore di una giornata che non prevedeva né la pubblicazione di dati economici importanti, né discorsi da parte di esponenti della Federal Reserve. Mercoledì 25 marzo, dopo l’annuncio da parte dell’Iran della riapertura dello Stretto di Hormuz alle navi ritenute «non ostili» e la trasmissione di un piano di pace Usa all’Iran, i prezzi del petrolio sono continuati a scendere. Nessun sospetto di insider trading. Quanto a due giorni fa, come diceva qualcuno (cioè Giulio Andreotti), a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
Altro che semplici “pulizie di primavera” per rilanciare l’azione del governo. La battaglia ingaggiata da Palazzo Chigi, all’indomani della sconfitta al referendum, che ha fatto vittime in via Arenula e in via di Villa Ada, ha il suo fulcro in via della Scrofa. La crisi innescata dall’esito deludente della consultazione del 22 e 23 marzo nasconde una “guerra tra bande” all’interno di Fratelli d’Italia, che Giorgia Meloni sta tentando di nascondere e governare.

Le condizioni poste da Delmastro
Certamente, è stata la presidente del Consiglio a pretendere le dimissioni di Andrea Delmastro e della fidata Giusi Bartolozzi dal ministero della Giustizia. Il primo ha dovuto lasciare per lo scandalo della società di cui faceva parte insieme alla figlia di Mauro Caroccia, legato al clan Senese. Mentre la capo di gabinetto di Carlo Nordio, nel mirino per il caso Almasri, ha fatto un passo indietro per le parole usate in campagna elettorale contro i pm definiti «plotone di esecuzione», dopo aver promesso che avrebbe lasciato l’Italia in caso di vittoria del Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Alla fine, insieme a Delmastro, non ha lasciato il Paese ma via Arenula.

L’addio non è stato indolore. Stando a quanto risulta a L43, il sottosegretario di FdI ha posto una condizione netta alle sue dimissioni. Spalleggiato da Giovanbattista Fazzolari e Giovanni Donzelli, Delmastro ha puntato i piedi: «Io non me ne vado se non salta anche la Santanchè» (rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per truffa aggravata e per due ipotesi di bancarotta). «Se devo lasciare per un fatto per cui non sono neanche indagato, la Santanchè, plurindagata con accuse gravi, deve dimettersi contestualmente».
Il motivo della resistenza di Santanchè
La richiesta è stata inoltrata al ministero di via di Villa Ada. Probabilmente, Meloni non aspettava altro. Ma la ministra, sostenuta da un pezzo da novanta come Ignazio La Russa, non ha voluto cedere, rifiutando la pretesa, a suo giudizio, scomposta avanzata dalla ‘banda’ di Delmastro & Co. E da qui è nata quella nota assai strana in cui Meloni esprimeva «apprezzamento» per la scelta di Delmastro e Bartolozzi di dimettersi e, contestualmente, auspicava che, «sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta fosse condivisa da Santanchè». Perché tirare in ballo la ministra del Turismo, che non c’entrava nulla con il referendum? Si è trattato – si apprende – di un comunicato nato dalla necessità, avanzata da Delmastro, di tracciare un parallelo tra la sua ‘cacciata’ e quella dell’esponente della corrente avversa. Un parallelo rifiutato poi esplicitamente dalla ministra, che nella lettera di dimissioni presentata il giorno dopo – scritta insieme a La Russa – ha tenuto a sottolineare come il suo certificato penale sia «immacolato».

Di chi sono i conti «pagati per errori degli altri?»
«Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità a una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio», ha scritto nella missiva indirizzata all’amica Giorgia. «Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente e assai diversa che ha riguardato Delmastro che pure paga un prezzo alto», ha continuato. «Chiarito questo, non ho difficoltà a dire ‘obbedisco‘ e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», ha concluso. «I miei conti e quelli degli altri»: una frase al vetriolo. E di chi saranno questi conti che Santanchè dice di pagare per errori degli altri? Di Delmastro? O della stessa Meloni? Di sicuro non è finita qui.

Violenza di genere, in 1 caso su 2 è colpa del partner
AGI - Ha in media 38 anni, viene aggredita di notte e nel 48% dei casi l'autore è il partner. È il profilo che emerge dall'analisi di oltre 10.000 accessi in Pronto Soccorso per violenza contro le donne, da parte degli uomini, in 16 Paesi europei, coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità e pubblicata oggi su Lancet Public Health.
I dati, raccolti tra il 2008 e il 2023 nel Database Europeo degli Infortuni (European Injury Database), di cui ISS è capofila, mostrano un "orologio" preciso della violenza: il 35% degli episodi si concentra durante le ore notturne, tra le 20 e le 4 del mattino, una quota quasi doppia rispetto ad altri tipi di infortunio femminile. In quasi due casi su tre l'aggressione avviene in casa. E oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero. "Numeri che trasformano i Pronto Soccorso in una sentinella strategica per intercettare un fenomeno ancora in larga parte sommerso - dichiara Marco Giustini, uno degli autori dello studio - e che delineano per la prima volta un pattern clinico distintivo della violenza di genere in Europa".
Il profilo delle vittime e il contesto delle aggressioni
Le donne che arrivano in Pronto Soccorso dopo un'aggressione nell'80% dei casi hanno tra i 15 e i 49 anni (in media 38 anni), cioè sono in piena età riproduttiva. Una concentrazione che indica come la rete sanitaria territoriale, consultori, medici di famiglia, servizi di salute riproduttiva, possa svolgere un ruolo decisivo nell'individuazione precoce della violenza, prima che si trasformi in emergenza. Secondo lo studio i casi aumentano sensibilmente nelle ore serali e notturne. Non è un dettaglio statistico: è il riflesso della natura prevalentemente domestica del fenomeno. Quasi due terzi delle aggressioni avvengono in ambiente domestico, in soggiorno, in cucina, in camera da letto o nelle immediate vicinanze dell'abitazione.
Le lesioni specifiche della violenza di genere
Anche le lesioni raccontano una storia precisa. Rispetto agli altri infortuni, la violenza di genere presenta un profilo clinico riconoscibile: contusioni ed ematomi nel 48% dei casi, quasi il doppio rispetto agli incidenti non intenzionali; traumi alla testa e al volto nel 49% dei casi, oltre tre volte più frequenti; lesioni al collo e alla gola 2,4 volte più comuni, spesso compatibili con tentativi di soffocamento; e lesioni da asfissia 10 volte più frequenti, un segnale di allarme gravissimo, poiché lo strangolamento è riconosciuto come predittore di escalation letale. Al contrario, le fratture ortopediche sono meno comuni (11% contro 26% negli altri infortuni), confermando un pattern distinto: la violenza intenzionale colpisce aree vulnerabili e visibili del corpo, mentre gli incidenti coinvolgono più spesso gli arti.
Asimmetria di genere e aggressori
I dati mostrano inoltre una netta asimmetria di genere tra vittime e aggressori. Oltre il 56% delle donne subisce violenza nella cerchia familiare ristretta: nel 48% dei casi l'autore è il partner, nel 7% un altro familiare, nel 2% un genitore. La violenza contro le donne è quindi prevalentemente relazionale e domestica. Diverso il quadro per gli uomini vittime di aggressione, che risultano più spesso colpiti da sconosciuti in contesti esterni alla famiglia.
La gravità degli esiti e i ricoveri
La gravità non è marginale. Oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero, una quota superiore rispetto agli altri infortuni femminili (18,7%). Anche a parità di età e Paese, la violenza perpetrata da uomini contro donne comporta una probabilità del 22% superiore di ricovero o esiti gravi, con il picco tra i 25 e i 64 anni.
Il quadro italiano della violenza
I dati italiani sono in linea con quelli degli altri Paesi europei. "In Italia sono stati analizzati circa 2.000 accessi al pronto soccorso di donne vittime di violenza maschile - dichiara Anna Carannante, co-autrice dello studio - con un'età media di 40 anni. In quasi il 60% dei casi, l'aggressore era un partner o un familiare, ovvero una persona appartenente alla sfera intima della vittima. La forma di violenza più frequente è stata quella fisica, che ha rappresentato circa i tre quarti dei casi (72,6%), mentre nel 4% si è trattato di violenza sessuale. Particolarmente significativa è la quota di lesioni al capo e al volto, riportate nel 30% dei casi. A conferma del fenomeno della violenza domestica, nell'80% degli episodi l'aggressione si è consumata tra le mura di casa".
Limiti della rilevazione e violenza invisibile
Lo studio evidenzia però anche i limiti dell'attuale sistema di rilevazione: in oltre il 35% dei casi mancano informazioni contesto dell'aggressione nei registri ospedalieri e i Pronto Soccorso intercettano solo una parte del fenomeno, principalmente quella con lesioni fisiche evidenti. Restano in gran parte invisibili la violenza psicologica, il controllo coercitivo e gli abusi senza segni fisici.
Azioni urgenti e ruolo dei pronto soccorso
"Proprio per questo i risultati indicano azioni concrete e urgenti - prosegue Anna Carannante - serve innanzitutto rafforzare la formazione del personale sanitario per riconoscere anche i segnali meno evidenti, introdurre protocolli standardizzati di raccolta dati in tutta Europa, potenziare l'integrazione tra Pronto Soccorso e servizi specialistici di supporto, estendere lo screening sistematico anche ai servizi territoriali e alla medicina di base". "Il messaggio è chiaro - conclude Giustini - se raccolti e analizzati con metodo, i dati dei Pronto Soccorso possono trasformare i servizi di emergenza da semplici luoghi di cura in presidi fondamentali per l'individuazione precoce e la prevenzione della violenza di genere. Rendere visibile l'invisibile non è solo una sfida scientifica. È un imperativo di salute pubblica e una responsabilità collettiva che richiede investimenti, coordinamento europeo e un impegno strutturale nel tempo".
Quando il rumore da traffico è un fattore di rischio di infarto e ictus
AGI - Il rumore prodotto da traffico stradale, treni e aerei non è solo un fastidio quotidiano, ma un fattore di rischio concreto per la salute cardiovascolare. È quanto emerge da uno studio presentato all'Annual Scientific Session dell'American College of Cardiology (ACC.26), secondo cui vivere in aree con elevati livelli di rumore da trasporto è associato a un aumento significativo del rischio di eventi cardiaci maggiori. L'analisi, condotta su oltre 1,2 milioni di adulti nell'area di Houston tra il 2016 e il 2023, ha rilevato che le persone esposte a livelli di rumore più elevati hanno una probabilità superiore del 17% di andare incontro a eventi cardiovascolari gravi, come infarto, ictus o necessità di interventi per liberare le arterie coronarie, oltre a un aumento della mortalità complessiva.
I ricercatori hanno classificato l'esposizione al rumore in base ai decibel: sotto i 45 decibel come ambiente 'silenzioso', tra 45 e 54 come moderato e sopra i 55 come elevato. Anche livelli apparentemente non dannosi per l'udito, come 55 decibel - paragonabili a una conversazione normale - possono però avere effetti fisiologici rilevanti se costanti o fuori dal controllo dell'individuo, in particolare disturbando il sonno. Tra le diverse fonti, il rumore stradale mostra l'associazione più forte con il rischio cardiovascolare, mentre quello ferroviario presenta un impatto peculiare: ogni aumento di 10 decibel è collegato a un incremento del rischio del 14%, rispetto al 3% per il traffico su strada.
Meccanismi e strategie di prevenzione
Secondo gli autori, ciò potrebbe dipendere dalla natura intermittente e improvvisa dei rumori ferroviari, soprattutto durante la notte, che attivano risposte di stress nell'organismo anche in assenza di risveglio. Il meccanismo alla base di questi effetti non è stato direttamente analizzato nello studio, ma evidenze precedenti suggeriscono che l'esposizione cronica al rumore possa attivare una risposta fisiologica allo stress, contribuendo nel tempo allo sviluppo di malattie cardiovascolari. Anche le vibrazioni associate al traffico ferroviario potrebbero avere un ruolo. Importante è che l'associazione tra rumore e rischio cardiaco rimane significativa anche dopo aver considerato altri fattori noti, come età, condizioni socioeconomiche, fattori metabolici e inquinamento atmosferico. Questo rafforza l'ipotesi che il rumore sia un fattore di rischio indipendente e modificabile.
Gli autori sottolineano che il rumore ambientale dovrebbe essere preso in considerazione al pari dei fattori di rischio tradizionali, come dieta, attività fisica e fumo. Interventi di pianificazione urbana - come una migliore insonorizzazione degli edifici, barriere naturali come alberi o una gestione più attenta dei corridoi di trasporto - potrebbero contribuire a ridurre l'esposizione e migliorare la salute pubblica. Anche a livello individuale è possibile adottare alcune misure, come migliorare l'isolamento acustico delle abitazioni o ridurre l'ingresso di rumori durante la notte. I risultati evidenziano quindi come un elemento spesso sottovalutato, come il rumore, possa avere un impatto rilevante sulla salute del cuore, aprendo nuove prospettive per la prevenzione cardiovascolare.
La famiglia nel bosco ricevuta da La Russa: “Vogliamo ritornare tutti insieme”
AGI - La famiglia nel bosco entra a Palazzo Madama in tarda mattinata. Poco meno di un'ora per un incontro voluto dal presidente del Senato, Ignazio La Russa. Tanto è durato, a palazzo Giustiniani, il colloquio fra la seconda carica dello Stato con Catherine e Nathan, i due genitori della 'famiglia del bosco' che chiedono di poter tornare insieme ai loro figli.
Famiglia nel bosco: l'appello della madre
Sono arrivati a palazzo Giustiniani in macchina con uno dei loro legali, Danila Solinas, e un'interprete. Con la voce rotta dal pianto, Catherine Birmingham, - stivali marroni, gonna e camicia di colore bianco, un cestino di vimini per borsa - ai cronisti assiepati e in attesa, alla fine, ha letto una lettera che sa di appello.
Al suo fianco il marito, Nathan Trevaillon, una mano che le accarezzava la spalla. Segno di condivisione e di conforto in questi giorni che non negano essere "difficili e dolorosi".
"Con l'Italia abbiamo gli stessi valori"
"Dopo mesi di completo silenzio, Nathan e io vogliamo esprimere la nostra sincera gratitudine a chiunque ci abbia supportato in questi giorni lunghi e profondamente difficili, pieni di dolore e tristezza per i nostri bambini. Abbiamo scelto l'Italia perché aveva gli stessi valori con cui volevamo crescere i nostri bambini e cioè la famiglia, l'amore, lo stare insieme, il vivere e il mangiare in maniera naturale e più di tutto un'esistenza piena d'amore e pace, dove le persone si supportano", ha detto la donna, madre dei tre bambini allontanati dalla famiglia.
"Vogliamo tornare ad essere una famiglia"
"Ciò che Nathan e io siamo venuti a offrire qui oggi era la nostra verità e il nostro continuo impegno a essere i genitori responsabili, rispettosi e amorevoli che siamo e con questa verità nel dolore più insopportabile siamo venuti qui a tendere una mano a chiedere di essere ascoltati e a chiedere di tornare a essere di nuovo una famiglia", ha spiegato Catherine.
La famiglia nel bosco: "Abbiamo sempre rispettato le regole"
Per poi sottolineare: "Siamo sempre stati rispettosi delle leggi e delle regole, non abbiamo mai giudicato, litigato né abbiamo mai instillato nei nostri bambini odio o sfiducia nei leader e nelle autorità giuridiche e istituzionali intorno a noi. Abbiamo vissuto in pace e in armonia, abbiamo vissuto nel rispetto delle leggi dello Stato e della Costituzione italiana e non abbiamo mai fatto del male ai nostri bambini, non li abbiamo mai privati dei loro bisogni o abbiamo mai fatto danno ai nostri vicini, al nostro comune e alla terra in cui viviamo".
Ha quindi ringraziato La Russa: "le istituzioni quando ascoltano e oggi hanno dato dimostrazione di questo, il nostro sincero e sentito ringraziamento al presidente del Senato italiano per averci ricevuto e supportato". E ha usato l'italiano: "grazie di cuore", ha detto per accomiatarsi dai giornalisti.
La Russa: "Occorre stemperare il clima"
L'obiettivo dell'incontro lo ha poi spiegato lo stesso La Russa: "Era mia intenzione cercare di stemperare il clima che si è creato intorno a questa vicenda. Non ho né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell'autorità giudiziaria né tanto meno voglio giudicare lo stile di vita di Nathan e Catherine. Quello che spero possa essere utile è invitare tutti - è la mia moral suasion - affinché vengano eliminate le rigidità di tutti e tutte le rigidità in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita con i figli che come è naturale possano stare con il padre e la madre", ha detto la seconda carica dello Stato che nei giorni scorsi aveva 'respinto al mittente' i j'accuse con i quali venivano avanzate ipotesi di possibili strumentalizzazioni dell'incontro, visto il referendum sulla giustizia alle porte.
La Russa critica il tribunale dei minorenni dell'Aquila
In un'intervista a 'IL Centro' il presidente del Senato aveva peraltro osservato: "I giudici del tribunale per i minorenni dell’Aquila hanno inventato il reato di speranza. Contestano a una madre il fatto stesso di augurarsi di poter riavere presto i propri figli con sé. Mi ha lasciato interdetto. Sapete perché questo provvedimento è sbagliato? Hanno separato i bimbi dalla madre, dicendo che lei era incompatibile. Del padre, invece, parlano benissimo. A questo punto, mi chiedo: perché non affidarli fin da subito al padre, visto che con lui, per stessa ammissione dei giudici, i bambini hanno un rapporto bellissimo?".
Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
«Non ho né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tanto meno voglio giustificare lo stile di vita di Nathan e Catherine (Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori al centro dell’ormai gettonatissimo caso della famiglia nel bosco, n.d.r.). Spero possa essere utile invitare tutti, con la mia moral suasion, affinché vengano eliminate le rigidità di tutti e tutte le rigidità in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita». Così ha dichiarato il presidente del Senato Ignazio La Russa in un video diffuso dopo l’incontro con i due cittadini stranieri al centro della controversa vicenda, ricevuti il 25 marzo a Palazzo Giustiniani.
Un Presidente del Senato tuttologo
Detto che il presidente del Senato ha tutto il diritto di incontrare chi vuole e quindi esprimersi sull’argomento che vuole, colpisce comunque questo suo ennesimo esercizio di eclettismo, un eclettismo che lo ha portato, e lo porta ormai con sempre più frequenza, a rilasciare dichiarazioni pubbliche (esternazioni, si sarebbe detto al tempo del presidente Cossiga) su qualsiasi tema e argomento, quasi in maniera compulsiva. La sua si potrebbe definire una sorta di incontinenza verbale. Dalla politica estera al problema dell’immigrazione, con annessi e connessi (dal diritto d’asilo alla lotta a scafisti e trafficanti), dalla proposta di alleggerire il sistema carcerario alla difesa del sottosegretario Andrea Delmastro («Non conosco la vicenda, ma per una foto non si è mai dimesso nessuno», ha commentato qualche giorno fa) ai femminicidi, dalla storia patria ad argomenti meno istituzionali, come Sanremo – il Festival – o San Siro – lo stadio -, non vi è praticamente giorno che la seconda carica dello Stato non si esibisca in qualche commento. Peraltro non sempre inappuntabile.

Uno sguardo, distorto, sul fascismo
Non sono per esempio inappuntabili alcune uscite sulla più o meno recente storia patria, spesso proposta in versione opportunamente rivisitata ad usum Delphini (leggi ad usum Mussolini). Come è accaduto martedì. Nel giorno dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ha pubblicato un post sui social in cui, ricordando «una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione», ha parlato di «crimine nazista» evitando di citare le responsabilità dei fascisti.
In occasione dell’82esimo anniversario dell’eccidio onoriamo le 335 vittime delle Fosse Ardeatine, una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione. Un crimine nazista che richiama tutti al dovere della memoria e alla responsabilità di difendere, ogni giorno, i valori della… pic.twitter.com/gSwOShdoCw
— Ignazio La Russa (@Ignazio_LaRussa) March 24, 2026
Nel dicembre 2025, in un video, celebrando la fondazione del Msi – Movimento Sociale Italiano, diretto erede del fascismo salotino, cioè la versione più incarognita, se possibile, dell’avventura politica mussoliniana, – l’ha definito una forza che aveva «accettato la democrazia per sensibilità d’animo», e qualificato come un partito che «marciava verso il futuro». Mentre l’anno precedente, discettando sull’opportunità di mantenere nel simbolo di FdI la fiamma, aveva sostenuto che il Msi non fosse fascista. E sempre in tema di revisionismo è celebre la sua uscita (aprile 2023) sull’eccidio di via Rasella, dove, a sprezzo del ridicolo era riuscito a definire la vicenda «una pagina non nobilissima della Resistenza», dato che «quelli che vennero uccisi non erano biechi nazisti delle SS, ma era una banda di semipensionati, una banda musicale».

Tra patriarcato e gaffe
Tra una dichiarazione e l’altra contro i femminicidi e le violenze di genere, c’è anche tempo per qualche esternazione non proprio in linea col femminismo, per esempio quella del gennaio 2024, quando, intervistato in tv da Nunzia De Girolamo, disse che Giorgia Meloni, «non è la classica donna che ha avuto bisogno di un uomo per emergere; non ha avuto bisogno di Pigmalioni, non ha avuto bisogno d’aiuto». Comunque un passo avanti rispetto a qualche anno prima. Era il 2011 e da ministro della Difesa, La Russa a proposito della presenza femminile nelle file del centrodestra a trazione berlusconiana, dichiarò: «Con Berlusconi solo donne belle? Non è vero, ci sono donne non belle anche da noi, anche se non raggiungiamo l’apice della sinistra». Ma almeno sulla bellezza, non si può mettere in discussione la competenza del presidente del Senato che, ancora di recente, a margine dell’inaugurazione della mostra a Palazzo Madama Il volto delle Donne – 80 anni di Repubblica: Storie di ingegno fino alle madri costituenti, si è rivolto a Roberta Benvenuto, giornalista di Piazzapulita, con un: «E tu chi sei? Sei carina», salvo poi correggere il tiro: «Ma soprattutto brava. Perché oggi le donne valgono soprattutto se brave».

Un cuore nero (azzurro)
Tra una commemorazione di Craxi e un intervento sulla vicenda del poliziotto di Rogoredo, La Russa trova spesso il tempo per esternare sulla sua materia prediletta: il calcio. Di incrollabile fede interista, il presidente del Senato non perde occasione per prendersela con la Juventus, antagonista storica della squadra milanese (e che nel 2012 aveva addirittura osato chiedere che ai nerazzurri venisse impedito di disputare la Championship, per le note vicende legate a Calciopoli) o con gli arbitri, accusati di mettere spesso l’Inter nel mirino. Mentre definisce un orrore la decisione di un eventuale abbattimento dello stadio di San Siro. Oltre al nerazzurro, anche l’azzurro diviene fonte di intervento, e così, nel novembre 2025 Ignazio La Russa trova il tempo per polemizzare con il neo CT della nazionale, Rino Gattuso che si era lamentato per i fischi ricevuti dalla sua squadra durante l’incontro con la Moldavia, definendoli una vergogna. «Mai dire vergogna a chi fischia», aveva detto pubblicamente La Russa, anzi «va ringraziato».

Da San Siro a Sanremo
Da un paio d’anni, anche la kermesse sanremese sembra attrarre l’attenzione di Ignazio La Russa che anche su questo ha trovato tempo e modo di esibirsi. Nel 2023, per esempio, il bacio tra Rosa Chemical e Fedez e qualche testo non proprio ortodosso di alcuni brani avevano sconcertato una buona parte del pubblico più conservatore e benpensante, e così il presidente del Senato chiese un intervento riparatore, o, almeno riequilibratore. Ottenne così uno spazio per ricordare la tragedia delle foibe (tema principe del revisionismo storico della destra), senza però esserne completamente soddisfatto perché il conduttore Amadeus aveva tralasciato di dire che i titini erano comunisti. Nel febbraio 2026 come da tradizione è scoppiata una nuova polemica: a pochi giorni dall’inizio del Festival, è storia nota, il comico – considerato di destra – Andrea Pucci ha rinunciato a partecipare, e la seconda carica dello Stato che ha fatto? Ha esternato, ovviamente. In un video pubblicato sui propri canali social, La Russa ha definito «intollerabili accuse, minacce e aggressioni» le pressioni e le ostilità pubblicate sui social contro il comico. Di più: gli ha espresso la propria solidarietà, dicendo di «comprendere la sua scelta di non voler mettere a rischio il proprio equilibrio», rivolgendosi allo stesso tempo al conduttore Carlo Conti per chiedere una sorta di gesto riparatore. Un altro.
Nasce l’Assistente spirituale generale della Protezione civile e dei Vigili del Fuoco
L’intesa definisce un nuovo quadro di collaborazione tra Stato e Chiesa cattolica, con l’obiettivo di garantire un accompagnamento spirituale strutturato ai volontari impegnati nelle attività della Protezione civile, non solo durante le emergenze ma anche nella vita associativa ordinaria.
Un Assistente spirituale con competenza nazionale
L’accordo prevede la nomina di un Assistente spirituale generale con competenza su tutto il territorio nazionale, incaricato di: accompagnare la componente volontaria cattolica con attività pastorali; promuovere momenti di raccoglimento e supporto spirituale; curare celebrazioni liturgiche, catechesi e formazione cristiana; organizzare iniziative dedicate anche al di fuori delle situazioni emergenziali.
L’incarico sarà conferito tramite decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, sulla base della designazione della CEI. Avrà durata annuale, sarà rinnovabile e potrà essere revocato secondo le stesse modalità.
L’Assistente spirituale svolgerà il proprio ruolo a titolo gratuito, ricevendo esclusivamente il rimborso delle spese di missione autorizzate dal Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Una scelta che sottolinea il carattere di servizio e volontariato dell’incarico, in linea con lo spirito della Protezione civile.Un passo formale che riconosce il ruolo del volontariato cattolico
Con questa intesa, la Presidenza del Consiglio e la CEI consolidano un rapporto già radicato nella storia del volontariato italiano, riconoscendo il contributo della componente cattolica nelle attività di assistenza, soccorso e supporto alle comunità colpite da calamità.
L'assistenza spirituale dei fedeli cattolici nei comandi dei VVF
Analogamente il ministro dell'Interno, Piantedosi, e il presidente della Cei Cardinale Zuppi, hanno sottoscritto l'intesa per la nomina di un sacerdote per il coordinamento dei religiosi che si dedicano all'assistenza spirituale dei cattolici in servizio presso i comandi dei Vigili del fuoco.
L'accordo, siglato dal titolare del Viminale in qualità di delegato del Consiglio dei ministri, ha l'obiettivo, nello spirito concordatario e della Costituzione italiana, di garantire agli operatori dei Vigili del fuoco interessati l'esercizio della libertà religiosa e la possibilità di adempiere alle pratiche del culto.
Il sacerdote incaricato è nominato dal ministro dell'Interno su designazione della Cei. Avrà il compito di curare tutto ciò che riguarda, oltre l'assistenza spirituale, le celebrazioni liturgiche, la catechesi, la formazione cristiana, le commemorazioni, nonché l'organizzazione di attività pastorali a supporto degli altri religiosi che svolgono il loro ministero nei comandi dei Vvf.
L'incarico, di durata annuale, rinnovabile, viene svolto a titolo gratuito.










