Incidenti stradali: a Roma muore un 17enne, a Milano due ventenni

AGI - Incidente stradale all'alba a Milano dove nello schianto tra un taxi e una moto sono morti una ragazza e un ragazzo di 20 e 23 anni. Sempre nella notte a Roma un 17enne è deceduto dopo che la microcar che guidava si è scontrata con una vettura. 

Incidente stradale a Milano: morti due giovani 

Incidente stradale all'alba a Milano. Nello schianto tra una moto e un taxi questa mattina alle 4 sono morti due giovani. Una ragazza di 20 anni e un ragazzo di 23 anni sono morti dopo che la motocicletta a bordo della quale viaggiavano si è scontrata in viale Mugello con un taxi  guidata da un uomo di 61 anni, rimasto ferito in modo non grave.

La dinamica 

Sul posto, oltre ai soccorritori del 118 e i vigili del fuoco, anche gli agenti della Polizia locale per ricostruire la dinamica e le responsabilità dell'incidente stradale.

I due giovani morti sul colpo dopo un violento urto con un taxi erano in sella a una moto Kawasaki.
Dalla prima ricostruzione della polizia locale il guidatore della moto sarebbe passato con il rosso in viale Campania mentre da corso XXII marzo arrivava un taxi. Il tassista di 61 anni non è riuscito a evitare l’impatto.

Incidente stradale a Roma, deceduto un 17enne 

Le pattuglie della polizia locale di Roma Capitale sono intervenute all’altezza del chilometro 12.600 di via Cristoforo Colombo, nella carreggiata centrale con direzione Ostia, dove poco prima delle ore 2 di stanotte si è verificato un grave incidente stradale tra una Toyota Yaris e una microcar Ligier.

Deceduto sul posto il conducente della Ligier, un ragazzo italiano di 17 anni, mentre il passeggero è stato condotto in ospedale per le cure mediche del caso. Ferito l’uomo alla guida dell’autovettura, un 53enne italiano, trasportato presso l’ospedale San Camillo, dove è stato sottoposto anche agli accertamenti di rito.

Dopo l'incidente sono stati sequestrati i due veicoli 

Entrambi i veicoli coinvolti sono stati sequestrati dagli agenti del IX Gruppo Eur, tuttora impegnati a ricostruire l’esatta dinamica di quanto accaduto.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più

C’è un momento preciso in cui una narrazione costruita per decenni comincia a sgretolarsi. Per gli Emirati Arabi Uniti, quel momento è adesso, e si misura in droni, impianti di gas in fiamme, spread bancari e liquidità d’emergenza. Il 16 marzo, un attacco con droni ha innescato un incendio nello Shah gas field ad Abu Dhabi, il primo attacco diretto a un giacimento produttivo emiratino dall’inizio della guerra. L’impianto fornisce circa il 20 per cento dell’approvvigionamento interno di gas degli UAE e il 5 per cento del solfato granulato mondiale. Il giorno dopo, lo stesso copione: un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah, una petroliera colpita a 23 miglia nautiche a est del porto, la raffineria di Ruwais fermata come misura precauzionale dopo un precedente attacco con droni. 

La Banca centrale emiratina ostenta sicurezza ma vara pacchetti di emergenza

Il 18 marzo, la banca centrale emiratina ha convocato una riunione straordinaria del consiglio e approvato un pacchetto d’emergenza per l’intero sistema bancario. Le misure consentono agli istituti di credito di accedere fino al 30 per cento dei saldi delle riserve obbligatorie e di attingere a linee di liquidità a termine in dirham (AED) e dollari, mentre le ricadute della guerra con l’Iran si ripercuotono sui mercati regionali e intaccano il sentiment degli investitori. Il pacchetto è strutturato su cinque pilastri: accesso ampliato alle riserve, allentamento temporaneo dei ratio di liquidità e funding, rilascio del Countercyclical Capital Buffer e del Capital Conservation Buffer, flessibilità nella classificazione dei crediti deteriorati per i clienti colpiti dalle «circostanze straordinarie». Abu Dhabi ha reagito con la comunicazione rodata delle petromonarchie in stato d’emergenza: tutto sotto controllo, i fondamentali sono solidi, il sistema regge. Riserve valutarie superiori a un trilione di AED (270 miliardi di dollari), monetary base cover ratio al 119 per cento, settore bancario da 5,4 trilioni di AED, liquidità totale delle banche presso la banca centrale vicina ai 920 miliardi di AED. Numeri reali. Ma che non spiegano perché si sia dovuto rilasciare simultaneamente entrambi i capital buffer (le riserve di capitale) e ammorbidire le regole sugli NPL. Queste sono misure che si usano quando il sistema mostra crepe. Non si mobilita tutto questo arsenale regolatorio «per precauzione».

La scommessa di Mohammed bin Zayed: accreditarsi come hub neutro del Medio Oriente

I mercati hanno reagito in modo rivelatore: Dubai ha guadagnato fino al 3,4 per cento nella seduta successiva all’annuncio, prima di ripiegare a un più modesto +0,8 per cento, con Emirates NBD che aveva toccato un rally intraday di oltre il 9 per cento per poi chiudere quasi invariata. Un rimbalzo tecnico da panico assorbito, non da fiducia ritrovata. La differenza è sottile nei grafici, enorme nella sostanza. Il problema non è congiunturale. È strutturale. E radica in una scommessa geopolitica che Mohammed bin Zayed ha fatto negli ultimi cinque anni, una scommessa che la guerra sta presentando al tavolo per il pagamento. Gli UAE hanno costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’hub neutro del Medio Oriente: la piattaforma dove i capitali del mondo arabo, dell’Asia e dell’Occidente si incontravano senza chiedersi troppo da dove venissero o a chi appartenessero. Dubai era il luogo dove un oligarca russo, un imprenditore iraniano, un fondo sovrano saudita e un family office israeliano potevano sedersi allo stesso tavolo, fare affari e rientrare nei propri Paesi. La neutralità era il prodotto. La fiducia era il capitale vero, quello non iscritto in bilancio.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

La prima incrinatura è arrivata con gli Accordi di Abramo

Gli Accordi di Abramo del settembre 2020 hanno segnato la prima incrinatura visibile di quella costruzione. La normalizzazione dei rapporti con Israele ha aperto la strada a nuove partnership commerciali bilaterali e a un accordo di partenariato economico complessivo firmato nel 2023, il più grande tra Israele e qualunque Paese arabo, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale oltre i 10 miliardi di dollari in cinque anni. Il calcolo emiratino era razionale e, all’epoca, difendibile: sicurezza garantita dagli americani, accesso a tecnologia militare e civile israeliana, vantaggio competitivo rispetto ai vicini, un’assicurazione sulla vita pagata in cambio di legittimità geopolitica occidentale. Ma c’era un costo che Abu Dhabi aveva scelto di non contabilizzare: la percezione nel mondo arabo e islamico allargato. Già nel settembre 2025, dopo che l’aviazione israeliana aveva bombardato un edificio a Doha dove si erano riuniti leader di Hamas, MBZ aveva convocato una riunione d’emergenza per valutare le opzioni di risposta degli UAE, furioso per il fatto che Israele si fosse scatenato «con i suoi aerei» dove voleva. L’opzione di congelare gli Accordi di Abramo era arrivata sul tavolo, per poi essere accantonata. Un anno dopo, quella scelta di non rompere pesa come un macigno.

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Donald Trump alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo con Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrain, lo sceicco Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Alzayani (Ansa).

La strategia iraniana: dimostrare che Dubai non è più un porto sicuro

Poi è arrivata la guerra aperta con l’Iran. E con la guerra è arrivato il conto. Teheran non ha bisogno di conquistare Dubai. Non deve nemmeno farla collassare. Le basta dimostrare, colpo dopo colpo, settimana dopo settimana, che Dubai non è più un porto sicuro. Con lo Shah gas plant fermo per la valutazione dei danni e la conseguente tensione sul mercato globale dei fertilizzanti – dato che il solfato di Shah viaggiava via ferrovia fino al terminal di Ruwais per l’export – il messaggio non è energetico, è politico: avete scelto da che parte stare, e ora ne pagate le conseguenze; i capitali lì depositati non dormono sonni tranquilli, l’hub ha smesso di essere neutro. Secondo Hussein Ibish, senior scholar all’Arab Gulf States Institute di Washington, la guerra ha convinto molti Paesi del Golfo che Israele è diventato «una fonte primaria di insicurezza e instabilità in Medio Oriente, almeno al pari di Teheran». Una valutazione che, pronunciata da un analista del Golfo, vale quanto un declassamento del rating.

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Esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai, il 16 marzo 2026 (Ansa).

L’erosione della fiducia produce effetti irreversibili

Ed è esattamente questo il messaggio che sta circolando nelle sale dei grandi fondi e delle banche private internazionali. Non è un crollo, almeno non nei termini che si misurano sugli spreadsheet di domani mattina. È qualcosa di più sottile e più duraturo: l’erosione della parola. Quella di MBZ, che aveva garantito stabilità, neutralità, affidabilità a chiunque portasse capitali nel suo emirato. Quella di un sistema che si era venduto come impermeabile alle turbolenze regionali, come il luogo dove la geopolitica si fermava al confine e il business continuava indisturbato. La storia insegna che queste erosioni non producono effetti istantanei. Producono effetti irreversibili. Chi diversifica da Dubai oggi raramente torna. Chi apre un conto a Singapore o trasferisce la holding a Ginevra invece che al Dubai International Financial Centre non si risposta facilmente. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita, e la memoria degli investitori istituzionali è straordinariamente lunga quando si tratta di sicurezza patrimoniale.

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H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

L’allineamento con Washington e Tel Aviv non ha assicurato stabilità, anzi

La mossa della Banca centrale — tecnicamente corretta, probabilmente necessaria — ha il difetto di confermare ciò che voleva smentire. Il resilience package è la prova documentale che c’è qualcosa da cui difendersi. L’emissione di comunicati che proclamano solidità del sistema mentre si rilasciano contemporaneamente tutti i buffer disponibili è una contraddizione che gli analisti finanziari sanno leggere benissimo. MBZ ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura a fronte di qualche attrito con il mondo arabo. Quella scommessa prevedeva un Iran sconfitto rapidamente, un Medio Oriente riconfigurato attorno all’asse americano-israeliano-sunnita, e gli UAE come snodo indispensabile di quel nuovo ordine. Nessuno di questi scenari si è materializzato. L’Iran colpisce le infrastrutture emiratine con droni e non paga alcun prezzo diretto per farlo. Israele «si scatena con i suoi aerei dove vuole» — parole di MBZ stesso — e gli UAE incassano le ripercussioni senza potersi sfilare dall’alleanza per non perdere la copertura americana. Una trappola perfetta.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Donald Trump (Ansa).

Il castello narrativo di MBZ sta perdendo pezzi

C’è una parola in arabo che nel mondo del commercio e della finanza del Golfo pesa quanto una sentenza: wajh, che significa letteralmente “faccia”, ma traslata vale reputazione, credibilità, la parola che vale più di qualsiasi contratto scritto. MBZ ha costruito per 20 anni il wajh degli Emirati come garante affidabile, interlocutore equidistante, porto sicuro per i capitali di chiunque. Quella costruzione non collassa in una settimana. Ma si incrina. E le crepe, nel cemento come nella reputazione, tendono ad allargarsi da sole. Ci vorranno anni prima che il conto finale sia visibile. Ma chi si fida ancora della parola del beduino di Abu Dhabi sa già che quella parola ora ha un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano caro.

Forti scosse di terremoto in Sicilia, paura a Messina e Palermo

AGI - Due scosse di terremoto avvertite chiaramente a Messina e Palermo a pochi minuti di distanza con epicentro in entrambi i casi nel Mar Tirreno meridionale di fronte a Messina.

La scossa delle 2:46 di magnitudo 4.6 è avvenuta a una profondità di 29 km. Quella delle 2:49, di magnitudo 4.3, è avvenuta nella zona delle Isole Eolie (Messina) a una profondità di 11 km.

Le scosse successive

Dopo le forti scosse di terremoto con epicentro il Mar Tirreno meridionale tra Messina e Palermo, di magnitudo 4.6 e 4.3, prosegue lo sciame sismico: una scossa di 3.0 si è avvertita nel Mar Tirreno meridionale alle 2:53 a una profondità di 11 km. Altre nove invece alle Isole Eolie tra le 2:55 e le 3:32 di magnitudo 2.7 (profondità 17 km), 2.9 (27 km), 2.22.1, 2.1, 2.6, 2.0, 2.8 (10 km) e 2.7 (16 km).ù

Tanta paura ma nessun danno di rilievo

Lo sciame sismico prosegue ancora, sempre con epicentro le isole Eolie. A parte tanta paura per il terremoto che ha svegliato gli abitanti della costa settentrionale della Sicilia tra Palermo e Messina, non si registrano danni a cose o persone. 

Pulp, Benetton: «Azzeccata la scelta comunicativa della premier Meloni»

Quella della premier Giorgia Meloni di partecipare a Pulp Podcast, il format digitale condotto da Fedez e Mr. Marra, «è una scelta comunicativa coerente con i tempi». A dirlo è Alessandro Benetton, presidente di Edizione, che sui social ha commentato la partecipazione della premier al podcast, senza entrare nel merito politico dei contenuti, ma soffermandosi sul significato del mezzo utilizzato. In un reel pubblicato sul suo profilo Instagram, all’interno di una nuova rubrica, il manager osserva come il dibattito pubblico si sia concentrato sul contesto dell’intervista più che sul messaggio: «Ma davvero crediamo ancora che il mezzo cambi il messaggio? Che sedersi su un divano invece che dietro un leggio renda meno valide le parole?». Secondo l’imprenditore-innovatore, la comunicazione istituzionale sta vivendo una trasformazione profonda, legata al cambiamento delle abitudini del pubblico: «Per decenni abbiamo misurato la credibilità di un leader dal contesto in cui parlava, e nel frattempo le persone hanno smesso di guardare la televisione, hanno smesso di leggere i comunicati e hanno iniziato ad ascoltare chi sa parlare in modo diretto, senza filtri».

Da anni il manager porta avanti un dialogo diretto sui social

Alessandro Benetton è stato tra i primi in Italia ad aver avviato, già dal 2018, un dialogo diretto attraverso i social, utilizzando video e piattaforme digitali come strumento di confronto non mediato con il pubblico, contribuendo a diffondere tra i manager italiani un approccio più diretto e personale alla comunicazione. Negli anni ha costruito una presenza digitale tra le più rilevanti nel panorama imprenditoriale italiano, con oltre 111 mila follower su Instagram, circa 120 mila su LinkedIn, più di 32 mila iscritti al canale YouTube e una community in crescita anche su TikTok, numeri che lo hanno reso un punto di riferimento per molti colleghi che hanno successivamente scelto di utilizzare i new media in modo più strutturato. Proprio attraverso un video online, nel 2022, Alessandro annunciò il suo ingresso nelle attività di famiglia – dopo una lunga carriera indipendente – con la nomina a presidente di Edizione, segnando l’avvio del nuovo corso della holding dei Benetton, a conferma di un uso della comunicazione digitale non solo come strumento di visibilità, ma come leva strategica.

«La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo»

Nel reel pubblicato sull’argomento Meloni-Pulp, Benetton ha sottolineato come la scelta di canali non tradizionali, oggi, non indebolisca l’autorevolezza di chi parla, ma richieda maggiore trasparenza: «La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo, si perde quando hai qualcosa da nascondere». Il riferimento, conclude, non riguarda la politica in sé, ma un cambiamento più ampio che coinvolge istituzioni, imprese e leader. Oggi, spiega, l’impatto non dipende dal palcoscenico, ma dalla capacità di parlare alle persone nel modo più diretto e onesto possibile.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum

«Grande incertezza». È il sentimento comune, trasversale a tutti i partiti della coalizione, con cui il centrodestra si affaccia al referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. Il voto di domenica 22 e lunedì 23 marzo segna uno scoglio importante per la maggioranza, ultima consultazione nazionale prima delle elezioni politiche della primavera del 2027. I sondaggi – fino a quando si potevano pubblicare, ma anche quelli che circolano riservati – sono tutti concordi sul trend favorevole al “no“. Motivo per cui la coalizione guidata da Giorgia Meloni attende con particolare ansia il responso delle urne.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Una veduta dall’alto di Piazza del Popolo e il grande NO con lettere di oltre 20 metri realizzato dalla Rete degli Studenti Medi e dell’Unione degli Universitari per l’evento di chiusura della campagna referendaria del Comitato società civile per il no (foto Ansa).

L’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027

Malgrado qualche recriminazione iniziale, alla fine tutti i partiti si sono impegnati nella campagna a sostegno del ““. Una vittoria al referendum porterebbe a un rafforzamento della maggioranza e rappresenterebbe certamente un volano verso le Politiche. Mentre, se prevalessero i “no”, anche se Meloni ha anticipato che non si dimetterebbe, la coalizione che guida risulterebbe indebolita, e l’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Manifestazione per il no al referendum e contro il governo Meloni (foto Ansa).

Nonostante tutti neghino in pubblico, non è un segreto che dal referendum dipenda tutto il corso dell’ultima parte di legislatura, oltre al destino della modifica della legge elettorale e del premierato, che potrebbero saltare. In privato, intanto, già volano gli stracci tra gli alleati.

Salvini non vuole essere accusato di aver fatto poca campagna elettorale

Matteo Salvini negli ultimi 10 giorni di campagna elettorale ha fatto almeno tre riunioni con segretari regionali e dirigenti per ripetere tutte e tre le volte le stesse raccomandazioni: vi voglio vedere impegnati nella campagna per il “sì”, ogni giorno dovete partecipare a una iniziativa, non dobbiamo dare spazio agli alleati per attaccarci perché non facciamo abbastanza campagna, è stato il refrain del capo leghista. Perché tra il segretario e i dirigenti del partito di via Bellerio serpeggia la convinzione che Meloni sia intenzionata, nel caso perda il referendum, a scaricare tutta la colpa su di loro.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Il ministro Matteo Salvini a un gazebo della Lega per il referendum sulla giustizia (foto Ansa).

«Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio…»

«Non sarà così», sbuffa un big di Fratelli d’Italia, «alla fine si sono impegnati anche i leghisti, le responsabilità sono di tutti». Tra i componenti del partito di Salvini c’è poi chi punta il dito dritto contro Meloni. «Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio come negli ultimi 10 giorni non rischieremmo in questo modo», è la lamentela raccolta tra i dirigenti del Nord.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Un manifestante con una maglietta con il ministro Nordio, durante una manifestazione dei comitati per il no al referendum (foto Ansa).

Tensioni nella maggioranza anche sul prezzo dei carburanti

Altro segnale di tensione arriva dalle modalità con cui si è giunti all’approvazione delle misure di contenimento dei prezzi dei carburanti. Meloni ha impresso un’accelerazione nella mattinata di mercoledì 18 marzo proprio in coincidenza con la convocazione delle società petrolifere da parte di Salvini a Milano. La decisione è arrivata dopo un incontro a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Certamente l’attesa è stata dovuta alla necessità di reperimento delle risorse per la copertura dell’intervento. Ma la coincidenza con l’attivismo di Salvini sullo stesso fronte ha suscitato perplessità tra i più sospettosi. Anche perché è legittimo intuire una certa irritazione da parte della premier, con la corsa a intestarsi le misure. A che titolo infatti il ministro delle Infrastrutture riceve rappresentanti delle imprese nella sede della prefettura di Milano?

«Il solito protagonismo invadente di Salvini»

Il Mit ha competenze di pianificazione, realizzazione delle infrastrutture, sulla sicurezza stradale, disciplina il settore dei trasporti, mobilità sostenibile, edilizia pubblica e urbanistica. Non si occupa di monitoraggio dei prezzi dei carburanti, competenza semmai del ministero delle Imprese e del Made in Italy (citofonare Adolfo Urso). «Il solito protagonismo invadente di Salvini», si commenta dalle parti di via della Scrofa.

Intesa Sanpaolo, al via da Firenze Obiettivo Italia 2026

In uno scenario economico e geopolitico sempre più complesso e mutevole, ha preso il via da Firenze la terza edizione di Obiettivo Italia, il ciclo itinerante di incontri sul territorio italiano promosso dalla divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, che mette a confronto manager della banca, esperti, imprenditori e rappresentanti del settore pubblico per approfondire le principali sfide che attendono il sistema produttivo del Paese. Dopo l’ampio interesse suscitato nella precedente edizione, l’iniziativa torna nel 2026 con un programma rafforzato e capillare, che nel corso dell’anno toccherà otto città italiane. L’obiettivo è consolidare ulteriormente il dialogo diretto con le imprese sui temi che oggi incidono maggiormente sulle strategie aziendali, dalla volatilità degli scenari internazionali alla gestione dei rischi, fino al ruolo sempre più decisivo dell’innovazione come motore di trasformazione e crescita.

La prima tappa ha riunito 50 rappresentanti di imprese del territorio

Il calendario ha preso avvio da Firenze e proseguirà con tappe a Battaglia Terme (Padova), Lonato del Garda (Brescia), Torino, Milano, Napoli, Bologna e Roma, coinvolgendo alcune delle aree più dinamiche del tessuto economico nazionale. Gli incontri rappresentano un momento privilegiato di confronto tra imprese e specialisti della divisione IMI CIB su temi strategici come scenari macroeconomici, evoluzione geopolitica, gestione dei rischi, innovazione e trasformazione dei modelli di business. La prima tappa si è tenuta il 18 marzo riunendo circa 50 rappresentanti di importanti realtà imprenditoriali del territorio. L’incontro è stato aperto dall’intervento di Michele Sorrentino, responsabile Italian network della divisione IMI CIB, seguito da una sessione di approfondimento sugli scenari economici e geopolitici e sul loro impatto sui territori.

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme dopo un attacco di Teheran

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, a circa 350 metri dalla Moschea di Al Aqsa, dopo l’ultimo lancio di missili dall’Iran. Non è chiaro se sia stata causata dall’impatto di un razzo o da frammenti di intercettori: la seconda ipotesi sembra la più probabile, in quanto appare poco realistico che l’Iran abbia deliberatamente puntato contro il quartiere ebraico, confinante con quello musulmano e la Spianata delle Moschee. In ogni caso non sono stati segnalati feriti.

Il ministero degli Esteri di Israele ha definito ironicamente quanto accaduto come un «regalo iraniano per Eid al-Fitr», ovvero la ricorrenza musulmana che segna la fine del mese del Ramadan: «L’attacco ai luoghi santi per tutte e tre le religioni rivela la follia del regime iraniano, che si professa religioso». La Spianata delle Moschee, a breve distanza dall’impatto, è chiusa ai fedeli dall’inizio della guerra a causa delle restrizioni sugli assembramenti.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Il crollo del solaio di un casale abbandonato nel parco degli Acquedotti a Roma è costato la vita a due persone: un uomo e una donna. Sulla vicenda sono in corso indagini della polizia, ma qualcosa è già emerso: le vittime sarebbero due appartenenti al mondo anarchico e tra le ipotesi c’è che stessero maneggiando un ordigno artigianale, in vista di un’azione da mettere in atto nelle prossime settimane.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
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Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Non si esclude, filtra da ambienti investigativi, che nel mirino ci potesse essere la rete ferroviaria e il gruppo Leonardo – società attiva nei settori della difesa -, come anche un rilancio della campagna a favore dell’anarchico Alfredo Cospito: a maggio scade il decreto applicativo di 4 anni alla sua detenzione in 41 bis. L’ordigno sarebbe scoppiato nella serata di giovedì 19 marzo: diversi testimoni hanno infatti raccontato di aver sentito un forte boato. A dare l’allarme è stato poi stamattina un passante, che ha visto il solaio crollato e scoperto uno dei due corpi.

Omicidio di Rogoredo: Cinturrino aveva 6 telefoni cellulari nell’auto di servizio

AGI - Sono sei i telefoni cellulari analizzati dalla Polizia Scientifica e sequestrati nell'auto di servizio del poliziotto Carmelo Cinturrino, compreso quello che aveva la sera dell'omicidio di Abderrahim Mansouri, il 26 gennaio scorso nella zona del bosco di spaccio di Rogoredo.

Ma sono numerosi gli altri dispositivi elettronici attualmente nella disponibilità della Squadra Mobile e che saranno successivamente oggetto di analisi investigativa. Intanto, l’agente, detenuto a San Vittore, resta in carcere. Nel tardo pomeriggio di venerdì è arrivata la notizia che il Tribunale del Riesame ha confermato la misura cautelare per l'accusa di omicidio volontario premeditato, bocciando così la richiesta di arresti domiciliari avanzata dagli avvocati della difesa Marco Bianucci e Davide Giugno.

 

 

Il pesante quadro delle accuse

Il quadro delle accuse nei confronti del poliziotto sta diventando molto pesante con gli approfondimenti investigativi.

Tra le ipotesi di reato contestate di recente, sulla base di numerose testimonianze di persone che frequentavano la piazza dello spaccio di Rogoredo, ci sono concussionearresto illegalespacciocalunniapercosseestorsionefalso. Nell’inchiesta ci sono altri sei poliziotti indagati.

 

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr

È il 1995. Il caposervizio di un quotidiano milanese chiede a un cronista alle prime armi: «Sei mai stato a un comizio di Bossi? Bene, oggi il Senatùr parla in Porta Venezia, ci vai tu…». Da quel giorno iniziò, per chi scrive, una lunga serie di «comizi di Bossi», a Milano, a Bergamo, a Brescia, dal Varesotto alle valli bergamasche, su e giù per la “Padania”. E poi, naturalmente, a Pontida.

Il rapporto con la stampa

«Ebbene, fummo noi…», era quasi sempre l’attacco, perché il leader leghista la prendeva sempre larghissima e ti teneva lì, appeso ai suoi voli pindarici per oltre un’ora, quando andava bene. Non gli piaceva essere interrotto: se qualcuno dal pubblico osava farlo, anche solo per dargli ragione, s’innervosiva: «Vabbè, il comizio lo sto facendo io, non tu…». Poi, a un certo punto, faceva sempre un inciso sul gruppetto dei giornalisti al seguito: «Eccola lì, c’è anche la stampa di regime…», diceva additandoci a bordo palco e giù fischi dal pubblico. Dopo, però, rispondeva a tutte le domande e anche di più, ti incollava lì un’altra mezz’ora a parlare di politica e a disegnare scenari. Certo, aveva i suoi preferiti: Guido Passalacqua di Repubblica e Fabio Cavalera del Corriere. I due “bossologhi” per antonomasia, ma poi, dopo averti visto due o tre volte, se non avevi scritto delle stupidaggini, ti prendeva sotto la sua ala protettiva. Capiva benissimo, il Senatùr, l’importanza di avere un buon rapporto con la stampa. Un gruppetto di cronisti gli stava sempre dietro, specie alle feste della Lega, e lui un titolo lo regalava sempre, specie nelle ore notturne. Sigari, Coca Cola e chilometri. Sempre col suo autista storico, Pino Babbini. Che, con la sua mole, gli faceva anche da guardia del corpo.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
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Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr

Il ribaltone che fece cadere il Berlusconi I

Il momento più esaltante, per lui, fu quello della corsa in solitaria, dopo la rottura con Silvio Berlusconi: «Non andremo mai al governo con la porcilaia fascista», assicurava. Quel Cav che l’Umberto chiamava «Berluskaiser» o «Il mafioso di Arcore». Erano gli anni della secessione, delle ampolle sul Monviso, delle celebrazioni a Venezia e del Parlamento del Nord. Bossi era allora molto coccolato anche dalla sinistra per il ribaltone con cui fece cadere il Berlusconi I. «La Lega è una costola della sinistra», profetizzò Massimo D’Alema, dopo la scatola di sardine mangiata a casa Bossi con Rocco Buttiglione. Ma si sbagliava.

Il ritorno nel centrodestra e l’ictus che segnò l’inizio della fine

Al Senatùr piacevano così tanto i giornali che ne fondò uno, la Padania, dove il primo direttore fu un signor giornalista come Gianluca Marchi. E dove lo stesso Senatùr passava spesso, nella redazione in Via Bellerio, verso sera, a fare due chiacchiere sui fatti del giorno coi cronisti politici. Proprio lì muoveva i primi passi anche un giovanissimo Matteo Salvini, prima di essere eletto in Consiglio comunale a Milano, dove poi divenne capogruppo del Carroccio. Oltre al giornale nacquero anche una radio, Radio Padania Libera, e una tv, TelePadania, appunto. Da quelle parti sono transitati, per esempio, Roberto Poletti, oggi volto Mediaset, e Sonia Sarno, ora al Tg1. E poi c’era tutto il resto: dal SinPa, il sindacato padano che a fine Anni 90 servì da trampolino per l’ingresso nel cerchio magico a Rosi Mauro, fino a Miss Padania. Negli anni a seguire Bossi si riavvicinò con Berlusconi, entrando nel 2001 al governo come ministro delle Riforme. Fino a quel maledetto giorno del marzo 2004 quando fu colpito da un ictus che segnò l’inizio della sua fine.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Da maestro venerato a ex leader scomodo

Era un capo-popolo, il Bossi, lo sentivi quando arrivava in una piazza o in una sala piena solo per vederlo. Al suo ingresso l’atmosfera cambiava, l’aria diventava elettrica, mentre la folla scandiva il suo nome: «Bos-si, Bos-si!». E lui, con le sue giacche a quadrettoni e la cravatta storta, parlava da leader. Tutti i suoi fedelissimi si sarebbero immolati per lui. Per questo colpisce molto, almeno chi ha vissuto quell’epoca, il trattamento che gli è stato riservato negli ultimi anni, da quando – nel 2013 – Salvini è diventato segretario. Non se ne può fare una colpa ai nuovi leghisti, giovani scelti da Salvini e fedelissimi solo al Capitano, che Bossi l’avranno visto quasi solo in fotografia. Ma ai vecchi sì. A cominciare da Roberto Calderoli, uno che ha vissuto tutte le stagioni e che è arrivato indenne fino a oggi. E infatti la famiglia in queste ore ha aperto la porta solo a Giancarlo Giorgetti e all’ex leghista Marco Reguzzoni.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Matteo Salvini e Umberto Bossi a Pontida (Imagoeconomica).

L’attaccamento alla ‘sua’ Lega nonostante l’isolamento

Bossi negli ultimi anni era diventato un peso e un problema per Salvini, proprio perché, nonostante la malattia e i malanni, l’Umberto sapeva ancora toccare le corde profonde della Base. E così non gli sono state risparmiate umiliazioni, ad esempio la scelta di togliergli la scorta del partito quando veniva a Roma, in Parlamento. Sì, perché il Senatùr, finché la salute gliel’ha permesso, a Montecitorio scendeva sempre. La raffigurazione plastica del suo isolamento era vedere, fino a ieri, Nicoletta Maggi, la sua storica portavoce, sempre seduta in sala stampa in mezzo ai giornalisti, perché il gruppo della Lega non le aveva fornito una scrivania. Ma era triste anche vedere l’Umberto alle feste della Lega seduto a mangiare da solo, senza nessuno o quasi a fianco. O i mancati inviti a Pontida. Insomma, se ogni nuovo leader politico per emergere deve uccidere metaforicamente il padre politico, questa operazione Salvini l’ha messa in pratica perfettamente, anche troppo.

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Ma, nonostante tutto, Bossi è rimasto attaccato fino alla fine al suo partito, senza andarsene o tanto meno dare la sua benedizione a leghe nuove o parallele. La Lega Nord l’ha fondata lui e l’ha tirata su chilometro dopo chilometro attaccando manifesti, scrivendo “Padania Libera” sui muri con la vernice verde e parlando da banchetti improvvisati nei paesi più sperduti. Per questo, pur annunciando il suo voto a Forza Italia alle Europee 2024, non se n’è mai andato. Né Salvini ha avuto il coraggio di espellerlo, sarebbe stato davvero troppo.