Uccide l’ex compagna a coltellate. Era già ai domiciliari ma senza braccialetto: lo strume…

AGI - Il cadavere di una donna, Daniela Zinnanti, di 50 anni, è stato ritrovato martedì sera nella sua abitazione a Messina. La donna è stata raggiunta da diversi fendenti che non le hanno lasciato scampo mentre si trovava nell'appartamento in cui abita in via Lombardia nella zona sud della città. Gli investigatori della Squadra Mobile hanno fermato un uomo di 67 anni, Santino Bonfiglio, ex compagno della vittima. L'uomo era stato portato negli uffici della questura dove è stato sentito fino a notte fonda.

Gli accertamenti sono scattati in serata subito dopo il rinvenimento del cadavere. A lanciare l'allarme la figlia della vittima che non aveva riusciva a contattarla. La donna sarebbe stata colpita con una lama, forse un coltello, in diverse parti del corpo. Gli investigatori della Squadra Mobile e della polizia scientifica hanno effettuato controlli sia nell'appartamento che nella zona attorno all'appartamento alla ricerca dell'arma. Sono state acquisite anche le telecamere di sorveglianza del condominio e della zona per visionare i filmati. Sul posto sono intervenuti anche il magistrato di turno e il medico legale per una prima ricognizione sul corpo. Subito gli agenti hanno concentrato l'attenzione sull'uomo che è stato interrogato fino a notte fonda ed è stato poi portato nel carcere di Gazzi.

Bonfiglio era ai domiciliari ma senza 'braccialetto'

Era stato arrestato e posto ai domiciliari dopo la nuova denuncia per maltrattamenti, Santino Bonfiglio. Era stato disposto, come previsto, il braccialetto elettronico, ma non gli era stato applicato perché lo strumento non era disponibile

L'uomo, sentito dagli investigatori alla presenza del suo legale, l'avvocato Oleg Traclò, ha fatto alcune ammissioni. Ha raccontato di essersi recato dalla donna per un chiarimento, poi è nata una lite sfociata nel femminicidio. Tra i due c'era stata una relazione tormentata, lei lo aveva denunciato, ma poi aveva rimesso la querela. Dopo una nuova brutale aggressione, le cure all'ospedale "Piemonte", la decisione di denunciarlo ancora e di lasciare definitivamente quell'uomo violento che era stato posto agli arresti domiciliari dopo l'ultima aggressione, ma senza braccialetto elettronico, come confermato dal legale, perché al momento non c'era per un problema di tempi tenici tra la richiesta e la consegna. Il fratello Roberto ha confermato la circostanza di una relazione fatta di alti e bassi e di continue violenze, che alla fine lei aveva deciso di troncare definitivamente: "Aveva denunciato, ma il sistema non funziona - accusa - e adesso siamo disperati". 

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare

Il mare si ritirò per un attimo, come se stesse trattenendo il respiro. Poi arrivò il muro d’acqua. L’11 marzo 2011, alle 14.46, un terremoto di magnitudo 9 scosse il Nord-Est del Giappone, piegando strade, ponti e città. Pochi minuti dopo, uno tsunami gigantesco si abbatté sulle coste della regione del Tohoku, trascinando con sé case, automobili, fabbriche e vite umane. Le immagini fecero presto il giro del mondo: barche trasportate nell’entroterra, quartieri spazzati via, incendi e colonne di fumo che si alzavano all’orizzonte. A pochi chilometri dalla costa, nella centrale atomica di Fukushima Dai-ichi, il disastro si trasformò in una drammatica crisi nucleare. Esattamente 15 anni dopo, il Giappone commemora le circa 18 mila vittime del terremoto e dello tsunami con cerimonie ufficiali nelle prefetture di Fukushima, Miyagi e Iwate. Proprio mentre la memoria della tragedia viene onorata con momenti di silenzio e riflessione, Tokyo sta compiendo un deciso ritorno all’energia nucleare. Un cambiamento che riflette sia una trasformazione strutturale delle esigenze energetiche del Paese, sia l’orientamento politico dell’attuale governo guidato dalla premier conservatrice Sanae Takaichi.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Le onde dello tsunami dell’11 marzo 2011 in Giappone (foto Ansa).

Fino al 2011, il Giappone era stato uno dei più convinti sostenitori dell’energia nucleare: prima del disastro, i 54 reattori del Paese producevano circa un terzo dell’elettricità nazionale. L’atomo era considerato un pilastro della sicurezza energetica in una nazione povera di risorse naturali, costretta a importare quasi tutto il petrolio, il gas e il carbone che consuma. L’incidente di Fukushima ha cambiato improvvisamente il clima politico e sociale. Nel giro di pochi mesi tutti i reattori sono stati spenti per controlli di sicurezza, mentre il governo annunciava l’intenzione di uscire gradualmente dal nucleare.

Ci fu una pressione senza precedenti da parte dell’opinione pubblica

La decisione aveva risentito di una pressione senza precedenti da parte dell’opinione pubblica. Le immagini delle esplosioni negli edifici dei reattori, l’evacuazione di circa 150 mila residenti e il timore che una nube radioattiva potesse raggiungere persino Tokyo avevano scosso profondamente la fiducia nella sicurezza tecnologica del Giappone. Un’inchiesta parlamentare pubblicata nel 2012 aveva peraltro accusato l’operatore della centrale, Tokyo Electric Power Company (Tepco), i regolatori e il governo di non aver predisposto adeguate misure di sicurezza contro eventi estremi.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare

Per anni è sembrato che l’energia nucleare fosse destinata a diventare un capitolo chiuso della politica energetica giapponese. Ma con il passare del tempo la realtà economica e geopolitica ha iniziato a spingere Tokyo verso una pragmatica retromarcia. Senza il contributo delle centrali nucleari, il Giappone si è trovato infatti a dipendere massicciamente dalle importazioni di combustibili fossili. Nel 2023 quasi il 70 per cento dell’elettricità nazionale proveniva da centrali a carbone, gas e petrolio, con un aumento significativo delle emissioni e dei costi energetici.

La nuova guerra nel Golfo rafforza l’idea del ritorno all’atomo

La crisi energetica globale degli ultimi anni ha reso ancora più evidente questa vulnerabilità. Il Giappone importa circa il 95 per cento del petrolio dal Medio Oriente e grandi quantità di gas naturale liquefatto da fornitori esteri, tra cui la Russia. Le tensioni geopolitiche e l’instabilità delle rotte energetiche hanno rafforzato la convinzione, in molti settori dell’establishment politico e industriale, che la sicurezza energetica sia ormai una questione strategica paragonabile alla sicurezza nazionale. La nuova guerra nel Golfo non può fare altro che rafforzare la convinzione che il ritorno all’atomo sia necessario e da compiere il più rapidamente possibile.

Il Giappone punta alla neutralità carbonica entro il 2050

È in questo contesto che si è inserita l’accelerazione del governo Takaichi. La premier sostiene con decisione la riattivazione dei reattori e lo sviluppo di nuove tecnologie nucleari, sostenendo che il Giappone non possa permettersi di rinunciare a una fonte energetica stabile e a basse emissioni di carbonio. La sua amministrazione ha collegato il ritorno all’atomo anche agli obiettivi climatici del Paese, che punta alla neutralità carbonica entro il 2050.

Il primo reattore della Tepco tornato in funzione dopo il disastro di Fukushima

Il segnale più evidente di questa nuova fase è arrivato giusto un mese fa, con il riavvio di uno dei reattori della centrale di Kashiwazaki-Kariwa, nella prefettura di Niigata. Con i suoi sette reattori e una capacità installata che la rende la più grande centrale nucleare del mondo, l’impianto rappresenta il simbolo più evidente del ritorno del Giappone all’energia atomica. Anche perché si tratta della prima struttura della Tepco a tornare in funzione dopo il disastro di Fukushima.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
La premier giapponese e leader del LPD, Sanae Takaichi (Ansa).

Il governo insiste che il livello di sicurezza è massimo. In seguito a regole imposte negli scorsi anni, le centrali devono ora disporre di sistemi di raffreddamento ridondanti, barriere più alte contro gli tsunami, protezioni antisismiche rafforzate e strutture capaci di resistere anche all’impatto di un aereo.

Una leggera maggioranza dei giapponesi è oggi favorevole alle centrali atomiche

Nonostante queste garanzie, l’opinione pubblica resta divisa. In diverse comunità locali colpite dalla tragedia, il ricordo di Fukushima è ancora vivo e alimenta diffidenza verso l’energia nucleare. Secondo recenti sondaggi, però, una leggera maggioranza dei giapponesi è oggi favorevole alla riattivazione dei reattori. E il sostegno più forte arriva dalle generazioni più giovani, che non hanno vissuto direttamente lo shock del 2011 e tendono a valutare la questione in termini più pragmatici, legati al costo dell’energia e alla lotta ai cambiamenti climatici.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Proteste a Tokyo contro il nucleare (foto Ansa).

Un altro fattore che sta spingendo il Giappone verso il nucleare è la trasformazione dell’economia digitale. L’esplosione dell’intelligenza artificiale e dei data center richiede enormi quantità di elettricità stabile e continua. Proprio attorno alla centrale di Kashiwazaki-Kariwa sono allo studio progetti per sviluppare grandi infrastrutture digitali e impianti di produzione di idrogeno, sfruttando la disponibilità di energia nucleare.

La gestione delle acque radioattive accumulate resta complessa

Tutto ciò non cancella però le ferite ancora aperte di Fukushima. Migliaia di persone evacuate nel 2011 non sono mai tornate nelle loro case. Intere comunità sono state disperse e la bonifica dell’area contaminata richiederà ancora diverso tempo. La gestione delle acque radioattive accumulate nella centrale e il lento processo di smantellamento dei reattori fusi restano questioni tecnicamente complesse. Tra memoria e pragmatismo, la visita di Takaichi in occasione del 15esimo anniversario della tragedia è mirata a proiettare il Giappone in un futuro dove il nucleare è visto come una scelta quasi inevitabile.

I “dolori” del giovane italiano. Il 24% si ritiene “Sfiduciato sotto pressione”, solo il 1…

AGI - Il 24% dei ragazzi italiani risultano "sfiduciati sotto pressione", ovvero giovani che vivono il mondo come spaventoso, si sentono sopraffatti e poco capaci di agire, faticano nelle relazioni, interiorizzano il disagio senza chiedere aiuto e provano forte stanchezza e inadeguatezza, pur riconoscendo il valore del supporto psicologico.

Al contempo solo il 17% dei giovani nel nostro Paese risultano essere "fiduciosi propositivi" cioè aperti e attivi, con un buon equilibrio emotivo e relazionale, poca ansia e nessun senso di inadeguatezza, vedono il mondo come pieno di opportunità e affrontano la complessità senza timori.

Sono questi alcuni dei dati più significativi della prima iniziativa dell'Osservatorio permanente sulla condizione giovanile in Italia promosso da Fondazione Unhate, realtà del Terzo Settore ideata da Alessandro Benetton e supportata da Edizione SpA, Mundys e Aeroporti di Roma.

Una mappa della nuova generazione 

La ricerca, guidata dal professor Mauro Magatti e intitolata "FRAGILE - mappae mundi di una nuova generazione", analizza come i giovani italiani - tra i 13 e i 24 anni - reagiscono a un contesto caratterizzato da opportunità e da una libertà senza precedenti. Questa "apertura" estrema (più accesso all'informazione, maggiore mobilità, orizzonti globali, possibilità culturali e di espressione), se non supportata da reti educative, si trasforma spesso in un fattore di pressione e spaesamento, in un vero e proprio "blocco".

Dalla ricerca emerge tuttavia come oltre i due terzi dei giovani abbiano comunque una visione positiva di sé, della propria vita e del futuro (ad esempio guardano con fiducia verso l'Europa e verso la scienza e la tecnologia), anche se, allo stesso tempo, emergono segnali diffusi di stanchezza, pressione e inadeguatezza, soprattutto nella fascia 17-19 anni.

I quattro profili generazionali

Lo studio mappa i ragazzi in base alla loro capacità di aprirsi al mondo e di agire attivamente, e identifica complessivamente quattro profili generazionali: oltre ai "fiduciosi propositivi", gli unici a gestire con successo la complessità, e agli "sfiduciati sotto pressione", che percepiscono il mondo come spaventoso, tendendo al ritiro sociale e al blocco, vengono identificati anche i "moderati in transizione" (34%), il gruppo più vasto, caratterizzato da un equilibrio fragile e bisognoso di costante supporto per non scivolare nella crisi, e gli "irrequieti in bilico" (25%).

Questi ultimi, spinti dall'ansia da prestazione, oscillano tra grande attivismo e rischio di crollo per sovraccarico. In questo contesto, i fattori discriminanti sono per tutti la disponibilità di risorse culturali, relazionali ed economiche, mentre la scuola emerge come snodo decisivo nei percorsi di fragilità e attivazione.

L'Osservatorio di Fondazione Unhate

Con l'obiettivo di rafforzare la capacità sistemica di accompagnare i giovani verso l'età adulta, l'Osservatorio di Fondazione Unhate propone quindi cinque linee di azione e intervento: ricostruire relazioni educative stabili e luoghi di appartenenza; trasformare l'orientamento in un percorso continuo che aiuti a dare senso alle scelte; gestire meglio le transizioni scolastiche e lavorative; integrare il benessere psicologico nei contesti educativi con presidi accessibili e non stigmatizzanti; valorizzare il protagonismo dei giovani attraverso spazi reali di partecipazione e corresponsabilità.

Alessandro Benetton: "Uno strumento per contrastare odio e violenza"

"Con questo Osservatorio Permanente abbiamo voluto dotarci di uno strumento coerente con la missione di Fondazione Unhate: contrastare odio e violenza intervenendo sulle loro cause profonde e generando opportunità concrete per le giovani generazioni - commenta Alessandro Benetton, presidente di Edizione e della Fondazione Unhate -. Una modalità di lavoro basata sui dati, pensata per offrire una fotografia puntuale della condizione in cui vivono, comprenderne necessità, disagi e bisogni reali, e mettere queste evidenze a disposizione di istituzioni, servizi educativi, imprese e territori."

"Ho sempre creduto che i giovani siano il presente, oltre che il futuro, del nostro Paese e del pianeta - conclude Benetton -. Come imprenditore, ma prima di tutto come uomo, cittadino e padre, voglio continuare a fare la mia parte affinché essi vengano ascoltati, coinvolti e accompagnati a scoprire ed esprimere il proprio talento. In un contesto globale così complesso e segnato dall'inverno demografico, investire in relazioni, orientamento e continuità educativa non è solo una responsabilità sociale: è una scelta strategica. Ogni energia che resta inespressa è valore che l'Italia non riesce a trasformare in crescita, innovazione e impatto positivo. Ringrazio le ragazze e i ragazzi che hanno reso possibile questo studio, che mettiamo a disposizione delle istituzioni come contributo per aumentare la consapevolezza degli adulti sulle difficoltà, le potenzialità e le aspirazioni dei nostri giovani".

Piano Mattei, Acea vince la gara per un importante progetto idrico in Congo

Acea ha vinto la gara per il progetto Saep Djoué volto a potenziare l’infrastruttura idrica della capitale congolese Brazzaville, a fronte della crescente domanda di acqua nelle aree urbane della città. L’aggiudicazione da parte della United nations development programme (Undp) va all’associazione temporanea di imprese guidata da Acea Infrastructure.

L’iniziativa nell’ambito del programma Pista

L’iniziativa, volta a raggiungere oltre un milione di cittadini con l’acqua potabile, nasce nell’ambito del programma del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) sviluppato con l’Undp e denominato Pista (Piattaforma per gli investimenti e l’assistenza tecnica), per supportare i Paesi target di cooperazione ambientale ed energetica dell’Italia mediante assistenza ingegneristica avanzata. L’intervento si inserisce nel quadro delle iniziative promosse dal Piano Mattei per l’Africa. Si tratta di un importante affidamento nell’ambito di tale programma a una compagine italiana, traducendo l’indirizzo strategico del governo in un avanzamento operativo concreto. Per la realizzazione del progetto, Acea ha messo a sistema le proprie competenze tecniche, ingegneristiche ed economico-finanziarie, con particolare riferimento alla governance di progetto, alla sostenibilità e alla strategia di procurement.

L’ad Palermo: «Un risultato che consolida la nostra leadership nel settore idrico»

Queste le dichiarazioni di Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Acea: «L’aggiudicazione del progetto Saep Djoué a Brazzaville raggiunge un traguardo importante per la nostra azienda e sancisce l’approdo di Acea nel continente africano. Siamo orgogliosi di essere parte di questo progetto, reso possibile dalla sinergia con le istituzioni nazionali e internazionali. Una sfida e un impegno che consolidano la nostra leadership internazionale in ambito idrico e dimostrano la capacità del know-how italiano di esportare un modello industriale efficace ed efficiente all’insegna dello sviluppo sostenibile».

Omicidio Piersanti Mattarella, la Cassazione annulla gli arresti dell’ex prefetto Piritore

AGI - Con la sentenza che ha accolto il ricorso dei difensori dell'ex prefetto Filippo Piritore, la sesta sezione della Cassazione ha annullato senza rinvio la conferma della misura cautelare, decisa dal tribunale del riesame di Palermo: è così venuto meno il "titolo genetico", l'ordinanza di arresti che era stata emessa dal Gip e che era stata confermata dal collegio. In genere la Suprema Corte annulla con rinvio, disponendo che l'ultima decisione venga emessa dai giudici di merito: ma stavolta la decisione è stata tranchant. La motivazione verrà depositata nei prossimi giorni, ma i difensori, gli avvocati Gabriele Vancheri e Gianluca Tognozzi avevano puntato tutto sulla mancanza di gravi indizi, tesi che - visto il tipo di decisione - potrebbe essere stata accolta dagli ermellini.

L'ex poliziotto era ai domiciliari da ottobre, con l'accusa di avere fatto sparire il guanto usato da uno dei killer del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella (fratello dell'attuale capo dello Stato), ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980, nel capoluogo siciliano. L'indumento era nella Fiat 127 che fu abbandonata a circa un chilometro di distanza dalla via Libertà, in cui fu commesso l'omicidio, da due killer ancora senza nome: dopo che era stata battuta la pista nera, chiusa con l'assoluzione definitiva di Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, oggi sono sotto inchiesta due sicari di mafia, Giuseppe Lucchese e Antonino Madonia.

Il guanto, se fosse stato disponibile, con i mezzi tecnologici attuali avrebbe potuto consentire di risalire al Dna di chi lo aveva indossato. Il depistaggio era avvenuto dunque nell'immediatezza dei fatti, 46 anni fa, ma era stato "rinnovato" tra settembre e ottobre 2024, quando Piritore e altri suoi ex colleghi della Squadra mobile, così come l'allora sostituto procuratore Pietro Grasso, erano stati ascoltati dagli inquirenti. Del guanto infatti erano state trovate tracce nei verbali di perquisizione e sequestro del 1980 e nelle foto scattate dalla scientifica nell'abitacolo dell'utilitaria: ma il reperto non era mai stato conservato e custodito nell'ufficio corpi di reato della Procura, come sarebbe dovuto avvenire. Piritore aveva raccontato ai magistrati palermitani, due anni fa, una versione ritenuta per nulla convincente: le intercettazioni dei suoi colloqui con la moglie avevano confermato i sospetti di depistaggio. Ma ora la Cassazione rimette tutto in discussione.

Poste italiane, numeri da record per l’app P

La nuova app P di Poste Italiane continua a superare record. Con 16 milioni di utenti attivi e più di 4 milioni di utenti giornalieri, è diventata ormai la prima app italiana. Un fatto sottolineato anche dall’amministratore delegato Matteo del Fante durante la presentazione dei risultati del 2025. «Con l’ultimo trimestre del 2025 abbiamo finito la migrazione di tutte le nostre app sulla nostra super app, sulla nostra app unica», ha spiegato. «La somma degli utenti delle app che avevamo prima è inferiore agli utenti che abbiamo oggi sulla nostra super app, quindi vuol dire che, nella migrazione, non solo non abbiamo perso utenti, ma ne abbiamo guadagnati. Questo ci fa molto piacere e oggi siamo di gran lunga l’app italiana di un’azienda italiana più utilizzata nel Paese, con oltre 4 milioni di utenti giornalieri. Per darvi un’idea, la seconda app di un’azienda italiana ne ha circa la metà».

L’app permette anche di ottimizzare il lavoro degli uffici postali

Un risultato che conferma la solidità del progetto che dall’anno scorso ha riunito tutta l’offerta di Poste italiane in un’unica piattaforma, dando vita a un unico punto di accesso digitale per i prodotti del Gruppo. Uno strumento che, come ha ricordato Del Fante, affianca il lavoro degli uffici postali, in linea con la strategia omnicanale di Poste. «La cosa che sta funzionando benissimo della nostra app», ha continuato Del Fante, «è che ci sta aiutando a far lavorare meglio gli uffici postali. Ci serve a prendere gli appuntamenti in ufficio, ma anche a dare delle informazioni base ai clienti che poi vengono in ufficio a chiudere il contratto. Quindi stiamo arrivando a delle percentuali di clienti che noi chiamiamo “scaldati” dall’app molto significative. Il 30/40 per cento di quello che noi chiudiamo nell’ufficio postale viene preparato dall’app, e questo vuol dire aver supportato l’ufficio postale attraverso la tecnologia». Con un voto medio di 4.7 su 5 e oltre 500 mila recensioni, l’app P è stata tra le tre applicazioni più scaricate per iPhone sull’app store nel 2025. Oggi conta 16 milioni di utenti, di cui più di 300 mila con più di 80 anni, a conferma del ruolo giocato da Poste italiane nell’innovazione del Paese e nella chiusura del divario digitale.

Netanyahu gioca a freccette con le facce dei leader nemici uccisi

Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza. Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Sono i tre bersagli centrati con una serie di freccette da Benjamin Netanyahu in un video postato su X dal suo consigliere Topaz Luk. In cui non si può notare un particolare: le freccette sono contrassegnate da due bandiere, quelle statunitense e britannica. Se per gli Usa di Donald Trump la guerra è un videogioco, per il primo ministro di Israele a quanto pare è una partita a freccette.

La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa

Elon Musk consolida il primo posto nella classifica di Forbes dei più ricchi al mondo, con una fortuna stimata di 839 miliardi di dollari. Dietro a Mr Tesla sul podio ci sono Larry Page (257 miliardi) e Sergey Brin (237), cofondatori di Google. Al 22esimo posto un italiano: Giancarlo Devasini, creatore della criptovaluta Tether, con quasi 90 miliardi. L’elenco dei miliardari cresce ancora come numero: nel 2025 erano 3.028 e adesso sono passati a 3.428, per un patrimonio complessivo da record di 20.100 miliardi di dollari, 4 mila in più rispetto all’anno scorso. La lista di Forbes resta dominata dagli Stati Uniti, con 989 super-ricchi di cui 15 dei primi 20. Seguono Cina (610) e India (229). Sono 20 i paperoni che fanno ormai parte del cosiddetto “Club dei 100 miliardi”: tra le nuove entrate spicca Changpeng Zhao, fondatore di Binance. Sono 390 i nuovi miliardari entrati in classifica quest’anno. Alcuni nomi? Dr. Dre, Beyoncé, Roger Federer.

Aumentano le donne e il 67 per cento dei miliardari ha costruito la propria fortuna da zero

La tecnologia e l’IA hanno creato nuove fortune a una velocità senza precedenti, spiega Forbes: almeno 86 miliardari devono gran parte della loro ricchezza all’intelligenza artificiale e il 67 per cento ha costruito la propria fortuna da zero. Cresce anche la presenza femminile, con 481 donne miliardarie nel mondo. È donna, ma certo non si è fatta da sola la più giovane della lista: la brasiliana Amelie Voigt Trejes, appena 20 anni, erede del colosso WEG. Ecco nella gallery i primi 22 della classifica di Forbes, fino a Devasini.

La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
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La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
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La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
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La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
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La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa
La classifica di Forbes dei più ricchi al mondo: Musk sempre in testa

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein

In uno scenario fluido e mai immobile, il compassato Conte rischia di condannarsi all’irrilevanza. I malumori di alcuni dei suoi sono riapparsi in maniera plastica pochi giorni fa alla vigilia dell’elezione del nuovo direttivo al Senato. Nonostante l’ufficializzazione di Luca Pirondini come capogruppo e Stefano Patuanelli come vicepresidente del Movimento, le tensioni e la maretta che hanno preceduto l’evento hanno dipinto il quadro di un Conte che, lungi dall’essere il monarca indiscusso come spesso viene percepito all’esterno, deve fare i conti con una fronda interna che non disdegna di far sentire la propria voce. Le ‘sconfitte’ di questo direttivo sono Dolores Bevilacqua che si è dovuta ‘accontentare’ della tesoreria invece che della vicepresidenza e Alessandra Maiorino, costretta a fare un passo indietro (aveva presentato un suo gruppo di fedelissimi) dopo essersi “vivacemente confrontata” con Paola Taverna.

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein

Conte l’equilibrista in perenne rincorsa

L’avvocato del popolo divenuto leader di un Movimento 5 stelle in perenne mutamento sembra aver assunto il ruolo dell’equilibrista. Un ruolo che, a giudicare dalle recenti evoluzioni, si sta rivelando più precario di quanto si potesse immaginare, con tanto di funambolismi interni e rincorse affannose all’esterno. Elly Schlein, sua sparring partner, sembra aver innescato in Conte una sorta di “rincorsa” politica. Una dinamica che lo vede spesso costretto a inseguire, a posizionarsi in relazione alle mosse altrui, perdendo forse un po’ di quella spinta propulsiva e originale che lo aveva caratterizzato. Il rischio è quello di trasformarsi da protagonista a spalla, in un duetto dove il ritmo lo detta qualcun altro.

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il nodo primarie e i rischi di un’intesa col Pd

E poi ci sono le primarie, quelle benedette primarie che dovrebbero definire la leadership del centrosinistra. Qui, l’ironia della sorte si fa ancora più pungente. Nonostante i buoni uffici e le mediazioni del padre nobile del Pd romano Goffredo Bettini, la sicurezza di primeggiare per Conte appare tutt’altro che garantita. Anzi, l’intervento di Bettini, figura di spicco e tessitore di alleanze, sembra quasi un tentativo di tenere insieme i cocci di un’intesa che, per Conte, potrebbe rivelarsi un boomerang. Un aiuto, insomma, che sa più di stampella che di trampolino di lancio. In definitiva, Giuseppe Conte si trova a navigare in acque agitate, tra la gestione di una base parlamentare irrequieta tutta concentrata sulle candidature delle prossime elezioni, e la necessità di affermare la propria leadership in un campo largo dove gli spazi si fanno sempre più stretti. Un compito arduo, che richiede non solo abilità politica, ma anche una buona dose di autoironia (che a lui manca totalmente) per non soccombere sotto il peso delle aspettative e delle continue, piccole, grandi sfide quotidiane.

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Elly Schlein con Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum

«Sono solo canzonette», cantava il pirata Bennato, quando voleva scanzonarsi di dosso il peso del mondo. Eppure, a Palazzo Chigi, hanno capito che una riforma della giustizia non la spieghi con le slide, la risolvi con un do di petto.

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Edoardo Bennato (Ansa).

Il neomelodico si fa jingle di Stato

La scena è una sceneggiata di quelle fatte bene: Giorgia Meloni, stretta tra un dossier sul Medio Oriente e una crisi del greggio, ha alzato la cornetta e ha arruolato Salvatore Michael Sorrentino, per tutti Sal Da Vinci. Non è stata una telefonata di cortesia, ma un’operazione di esproprio sentimentale, un sequestro di persona e di spartito: «La tua Per sempre sì è pure un regalo per il referendum», avrebbe detto la premier poco prima che l’ugola d’oro di Napoli iniziasse il suo giro di campo al Maradona. E zac: il pop si fa linea politica, il neomelodico si fa jingle di Stato.

Se la riforma non scalda i cuori almeno può far muovere i piedi

Dalle parti di via della Scrofa hanno intuito il trucco: se la riforma della giustizia non scalda i cuori, può almeno far muovere i piedi. Il piano è semplice: trasformare il comizio in un varietà del consenso. Si parte giovedì al Teatro Parenti di Milano, che per un giorno si presterà a fare da scenografia alla Politica Karaoke. In scaletta giuristi di peso come Sabino Cassese, ma il sospetto è che il pubblico aspetti solo il momento in cui le casse sputino il motivetto. Perché, diciamocelo: chi ha voglia di sentire parlare di separazione delle carriere quando puoi gridare un Sì a squarciagola seguendo un giro di Do?

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Sabino Cassese (Imagoeconomica).

Per La Russa il Sì ha già vinto (almeno a Sanremo)

Il ministro Francesco Lollobrigida ha già iniziato la marcatura a uomo, piazzando strofe da innamorato sotto i post di Instagram, mentre Ignazio La Russa ironizza sul fatto che, dopotutto, a Sanremo il Sì ha già vinto. È un’appropriazione che non sappiamo se definire indebita o semplicemente disperata. Perché se un governo con una maggioranza blindata sente il bisogno di aggrapparsi a un ritornello per far digerire una riforma, significa che la sostanza scarseggia. I sondaggi non sorridono, il prezzo della benzina scotta e l’entusiasmo spontaneo per il voto del 22 e 23 marzo è pervenuto solo nelle chat dei parlamentari. Così Fratelli d’Italia punta sul Sud-washing melodico. Napoli è il fronte dove il No morde più forte, e allora cosa c’è di meglio che provare a scardinare il fortino meridionale con il sentimento? Lo si impacchetta e lo si serve a tavola come se fosse dottrina giuridica.

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Il post di Francesco Lollobrigida.

Sal rischia di trasformarsi in un Jovanotti di destra

E Sal? Lui, vecchio lupo di mare, prova a fare melina. «Non ho mai dichiarato nulla, è una fake news», diceva a Sanremo a proposito di un meme che lo voleva arruolato tra le fila del No. Sa bene, Salvatore Michael, che il bacio della politica, a volte, è un bacio della morte. Certo, a livello di diritti Siae e SCF, chi organizza paga e canta, e il parere dell’artista conta quanto il due di picche. Ma il rischio morale c’è: trasformarsi nel Jovanotti di destra per una stagione referendaria significa ipotecare la propria trasversalità. Resta da capire se il Paese reale, quello che fa i conti col pieno alla pompa, avrà voglia di ballare questa sceneggiata referendaria. Perché alla fine, spenti i riflettori e riposte le bandiere, resterà il dubbio: abbiamo riformato la giustizia o abbiamo solo cambiato la playlist a un sistema che continua a stonare?

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Sal Da Vinci a Sanremo (Ansa).