Colpito a Teheran anche il quartier generale dei Basij

Israele ha condotto una serie di attacchi aerei contro decine di obiettivi militari a Teheran: lo ha annunciato il portavoce in lingua araba dell’IDF, Avichay Adraee. I raid hanno preso di mira anche il quartier generale dei Basij, la forza paramilitare legata ai pasdaran, «oltre a piattaforme di lancio missilistiche e sistemi di difesa». L’esercito di Tel Aviv, ha assicurato Adraee, «continuerà a intensificare i suoi attacchi» contro le infrastrutture del regime degli ayatollah. Numerose le esplosioni e colonne di fumo che si levano da alcune aree di Teheran.

La forza Basij fu fondata per volere di Khomeyni nel 1979

I Basij sono una forza paramilitare fondata per disposizione dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni a novembre del 1979, dopo la rivoluzione che trasformò la monarchia del Paese in una repubblica islamica sciita, con una costituzione ispirata alla legge coranica. Attualmente fungono come forza ausiliaria per la sicurezza interna, il controllo della morale islamica, la gestione di emergenze sociali e – soprattutto – la repressione del dissenso.

Colpito a Teheran anche il quartier generale dei Basij
Membri della forza paramilitare Basij (Ansa).

LEGGI ANCHE: La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari

I Basij non hanno divisa e permeano la società iraniana

Fondati per islamizzare la società, difendendo le rigide regole su cui si fonda la teocrazia iraniana, i Basij inizialmente venivano reclutati tra le classi più povere ed erano esclusivamente giovani uomini. Negli anni della lunga guerra con l’Iraq (1980-1988) furono tantissimi i minorenni mandati a morire in attacchi kamikaze contro le truppe di Saddam Hussein, meglio addestrate e armate. Dagli Anni 90 la “Milizia del popolo” fu inglobata sotto il comando del Corpo dei guardiani della Rivoluzione, da cui dipende, e da allora impiegata soprattutto come polizia religiosa per reprimere il dissenso e le manifestazioni di piazza. Addestrati a usare la forza contro i cortei, i Basij non hanno divisa e permeano ogni ramo della società, con una folta presenza nelle università, nelle professioni, nella pubblica amministrazione. Secondo l’agenzia Irna il Basij conta su 12,5 milioni di membri: 5 milioni sono donne.

Confiscato l’ultimo covo del boss stragista Messina Denaro

AGI - L'ultimo covo di Matteo Messina Denaro passa definitivamente nel patrimonio dello Stato. Eseguito un provvedimento di confisca nei confronti di uno dei favoreggiatori della latitanza del boss di Castelvetrano. I finanzieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito il decreto emesso dal Tribunale di Trapani - Sezione Misure di Prevenzione, che fa seguito al sequestro eseguito a marzo 2025 e ha riguardato l'appartamento di Campobello di Mazara utilizzato come ultimo covo del latitante catturato il 16 gennaio 2023 e morto nel settembre successivo, nonché l'auto di cui il padrino stragista si serviva per i suoi spostamenti.

Con lo stesso provvedimento, il Tribunale ha applicato nei confronti dell'indagato anche la misura personale di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di quattro anni, accompagnata dall’obbligo di soggiorno nel comune di residenza.

La fine normale di un boss sconfitto dallo Stato 

C'era tutto un mondo che ruotava attorno a lui: Matteo Messina Denaro, quando fu catturato,  la mattina del 16 gennaio 2023, appena fuori la clinica La Maddalena di Palermo, aveva 60 anni, circa la metà dei quali trascorsi in latitanza e tra sentenze di condanna in contumacia per stragiomicidiestorsioni.

Viaggi, relazioni sentimentali, rapporti mafiosi anche internazionali, uno stretto legame con i familiari nonostante decenni di ricerche condotte con i mezzi tecnologici più sofisticati disponibili, avevano scandito una vita segreta e impenetrabile ai tanti esponenti delle istituzioni che si erano impegnati per cercare di interrompere una fuga cominciata a giugno del 1993.

Non fu una latitanza da eremita 

In alcuni periodi, soprattutto a cavallo della cattura di Bernardo Provenzano, si era pensato a una latitanza da eremiti, come quella dello "Zu Binu", che viveva in una masseria, come si disse, tra ricotta e cicoria. Questa immagine bucolica per "Matté" svanì presto, però, nella mente degli investigatori che si affannavano nel tentativo di dare un volto all'ultimo grande latitante di Cosa nostra: polizia, guardia di finanza e carabinieri (alla fine la spuntarono questi ultimi, col Ros) avevano ben chiaro che Messina Denaro, originario di Castelvetrano (Trapani), nella sua provincia aveva una rete di protezione impermeabile a tutti i tentativi di infiltrazione da parte di chi gli dava la caccia.

La vita segreta di 'Iddu'

Una persona relativamente giovane come "Iddu" (lui) - così come veniva chiamato, senza mai nominarlo, nelle conversazioni intercettate di familiari e fiancheggiatori - non si privava di nulla, nella vita, soprattutto i mezzi tecnologici all'avanguardia e le donne.

La conferma di avere di fronte un enigma, più di un "normale" boss latitante, venne dal carteggio che "Alessio", nom de plume di Messina Denaro, intrattenne a metà degli anni Duemila con "Svetonio", alias Tonino Vaccarino, l'ex sindaco, oggi scomparso, di Castelvetrano, condannato per traffico di stupefacenti ma assolto dalle accuse di mafia e di omicidio di un altro ex sindaco, Vito Lipari.

Le confidenze della primula rossa di Cosa nostra 

Scambi intellettuali, sforzi culturali, insomma un personaggio particolare. Nemmeno con le confidenze di Vaccarino ai Servizi segreti su questi scambi epistolari si riuscì a risalire alla prudente (ma nemmeno troppo) primula rossa di Cosa nostra. Capace anche di procreare, durante la lunga fuga, e di avere una figlia - chiamata Lorenza, come la nonna, e riconosciuta prima di morire - in latitanza, una giovane dal rapporto tormentato col padre e considerata "fuori razza", visto che non accettava di avere un genitore criminale e mafioso.

La strategia degli inquirenti

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, sotto la guida di vari procuratori, aveva mantenuto il coordinamento delle ricerche in mano a Paolo Guido, nominato aggiunto con Francesco Lo Voi e rimasto anche con l'attuale capo della Dda, Maurizio de Lucia. La strategia del magistrato, oggi procuratore di Bologna, era stata quella di "togliere l'acqua al pesce": e così, operazione dopo operazione, retata dopo retata, arresto dopo arresto, era stata assottigliata la rete di chi lo aiutava.

La scoperta della malattia 

Eppure "il pesce" non veniva fuori. Fino a quando una accuratissima perquisizione in una una delle abitazioni della sorella del latitante, Rosalia Messina Denaro, a Castelvetrano, non aveva dato l'esito sperato: nella gamba metallica cava di una sedia era stato trovato un "pizzino" con una serie di appunti riferiti a una probabile malattia molto grave, un carcinoma in stadio avanzato.

Erano partite così le verifiche su pazienti in età compatibile con quella di Messina Denaro e si era arrivati a un tale Andrea Bonafede, nato nel 1963 e residente a Campobello di Mazara (Trapani), che - pur scoppiando apparentemente di salute - risultava essere stato operato a Mazara del Vallo (Trapani) ed essersi recato più volte a fare cicli di chemioterapia nella clinica palermitana conosciuta in tutta la Sicilia. Proprio alla Maddalena, la mattina del 16 gennaio 2023, trent'anni e un giorno dopo la cattura di Totò Riina (15 gennaio 1993, Palermo), scattò un nuovo blitz dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, lo stesso corpo di eccellenza investigativa che aveva preso "il capo dei capi".

La cattura del boss 

Il primo e l'ultimo grande latitante di mafia finiti nelle mani del Ros e dello Stato, un ciclo che si chiudeva. Dopo, soltanto dopo, si scoprirono amori, cellulari, conversazioni, messaggi vocali, automobili rombanti, soprattutto una rete di personaggi collusi come medici, impiegati, insegnanti (tutte donne) affascinati dal boss inafferrabile, con molte signore che se ne innamoravano perdutamente, venendo sostanzialmente "cedute" dai mariti al loro capo.

Un latitante normale 

Un latitante normale, normalissimo, dunque, che proprio della normalità aveva fatto il suo mantra: "Un albero se si nasconde nella foresta non si trova", aveva detto Messina Denaro al procuratore de Lucia e all'aggiunto Guido durante un interrogatorio nel carcere di L'Aquila: "E se non fosse stato per la malattia - aveva aggiunto sprezzante - non mi avreste trovato mai".

La morte in carcere 

La malattia, dopo soli otto mesi di carcere, a fronte di trent'anni di latitanza, se lo portò via, il 25 settembre 2023, nel penitenziario del capoluogo abruzzese. Una morte normale, per un capomafia che aveva trascorso la vita a cercare di dimostrare al mondo di non essere "uno qualsiasi", dopo avere commesso omicidi e stragi in nome di una mafia sanguinaria e potente, tornata - grazie al lavoro di magistrati e investigatori - a essere una mafia normale, che lo Stato riesce a frenare.

Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps

Il comitato nomine di Banca Monte dei Paschi di Siena finalizzerà oggi la lista di 26 candidati per il nuovo consiglio di amministrazione, di cui a sorpresa non farà parte l’attuale ceo Luigi Lovaglio, indagato a Milano per azione di concerto assieme ai primi azionisti Caltagirone e Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) nella scalata a Mediobanca. Lo riporta Reuters, citando fonti informate.

LEGGI ANCHE Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza

Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps
Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps
Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps
Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps

Passera, Palermo e Vivaldi: i possibili successori di Lovaglio

La proposta include 26 nomi, che andranno ristretti a 20 dal cda: il board dovrà approvare l’elenco con almeno 10 voti favorevoli su 14 e potrebbe anche indicare il possibile successore di Lovaglio alla guida dell’istituto. Tra i profili considerati ci sono Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo economico e già alla guida di Intesa Sanpaolo; Fabrizio Palermo, ceo di Acea – giunto a fine mandato – ed ex numero uno di Cassa depositi e prestiti; e Carlo Vivaldi, ex dell’ex co-chief operating officer di Unicredit, di cui è stato responsabile per l’Est Europa. Secondo quanto riporta Adnkronos, la posizione del presidente Nicola Maione non risulta al momento in discussione.

LEGGI ANCHE Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi

Mojtaba Khamenei, chi è il principale candidato a nuova guida suprema dell’Iran

Mojtaba Hosseini Khamenei è la nuova guida suprema dell’Iran, secondo quanto riferito da Iran International. Figlio di Ali Khamenei, ucciso durante un attacco degli Stati Uniti e di Israele sabato 28 febbraio 2026, era considerato tra i favoriti per diventare il suo successore. La sua nomina non è ancora stata ufficializzata, ma è la più papabile secondo i media locali.

Dal servizio nella guerra con l’Iraq al sostegno ad Ahmadinejad

Politico e religioso con ottime relazioni con i pasdaran, è nato a Mashhad nel 1969 e ha prestato servizio durante l’ultimo periodo della guerra Iran-Iraq dal 1980 al 1988. L’anno successivo, suo padre fu nominato leader supremo, in sostituzione del defunto ayatollah Ruhollah Khomeini. Ha sostenuto l’ex presidente iraniano Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del 2009 e, secondo i media, potrebbe aver svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrarne la vittoria elettorale. Assegnare a Mojtaba quello che un tempo era il ruolo di suo padre potrebbe far arrabbiare gli iraniani che negli ultimi mesi sono scesi in piazza, trasformando le proteste in un referendum sul regime. Ma questa scelta invierebbe il messaggio, secondo alcuni analisti, che gli estremisti legati alle Guardie rivoluzionarie rimarrebbero al potere, suggerendo che poco cambierà. La moglie di Mojtaba, sua madre e suo figlio sono stati uccisi insieme al padre durante gli attacchi.

È già nel mirino di Israele

Intanto il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha avvertito che anche Mojtaba è un bersaglio da eliminare. «Qualsiasi leader nominato dal regime terroristico iraniano per continuare a guidare il piano per distruggere Israele, minacciare gli Stati Uniti, il mondo libero e i paesi della regione e opprimere il popolo iraniano, sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare», ha affermato in una nota.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?

Nei giorni scorsi Lettera43 ha posto una serie di domande sul viaggio negli Emirati Arabi Uniti del ministro della Difesa Guido Crosetto. Le spiegazioni fornite nelle ultime ore hanno chiarito alcuni passaggi, ma ne hanno aperti altri: soprattutto sul piano dei protocolli istituzionali, del coordinamento tra apparati dello Stato e della natura reale della trasferta.

«Come ministro forse avrò sbagliato»: un’ammissione che pesa

La vicenda di Dubai non è una polemica finita male. Non è un errore di comunicazione. Non è nemmeno soltanto un problema di opportunità politica. È un cortocircuito istituzionale che tocca il cuore della catena di comando della Difesa italiana. Guido Crosetto davanti alle Commissioni riunite ha pronunciato una frase che merita di essere presa sul serio: «Come ministro forse avrò sbagliato». È un’ammissione che pesa più di molte polemiche. Perché se l’errore è stato «da ministro», allora il viaggio non era un fatto privato. Le due dimensioni non sono intercambiabili a seconda della convenienza narrativa.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Guido Crosetto alla Camera (Imagoeconomica).

Chi ha fatto la valutazione del rischio?

Le versioni che si sono succedute nell’arco di 48 ore raccontano una storia che si fatica a tenere insieme. Prima il viaggio esclusivamente privato per riportare in Italia la famiglia. Poi l’emergere di un incontro istituzionale ad Abu Dhabi. Poi la valutazione del rischio «non fatta da solo». Poi l’attacco «non prevedibile». Ogni passaggio apre un nodo ulteriore. Se era solo un viaggio familiare, perché c’era un incontro ufficiale? Se c’era un incontro ufficiale, perché non attivare una missione istituzionale formale, con i protocolli previsti per un ministro della Difesa in un’area sensibile? Se l’attacco non era prevedibile, perché nei giorni precedenti risultavano NOTAM, avvisi e tensioni che perfino il mercato assicurativo aveva già trasformato in premi maggiorati e procedure di cancellazione? E soprattutto: se la valutazione è stata fatta «non da solo», con chi è stata fatta? Con l’AISE, che raccoglie informazioni all’estero? Con il DIS, che coordina e analizza? Con il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega ai Servizi? In ogni caso, la responsabilità politica resta in capo al ministro. E lasciare intendere che l’eventuale sottovalutazione non fosse sua significa, implicitamente, spostare il peso sugli apparati che non possono replicare pubblicamente.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Alfredo Mantovano con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’incontro con Al Mazrouei, ma l’omologo di Crosetto è Al Martoum

C’è poi il capitolo Abu Dhabi. Il ministero della Difesa degli Emirati ha comunicato l’incontro con Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei che ricopre il ruolo di ministro di Stato per gli Affari della Difesa. Negli Emirati Arabi Uniti il ministro della Difesa è una figura distinta e gerarchicamente superiore (dal 2024 è lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum).

Il ministro di Stato per gli Affari della Difesa è membro del governo con delega specifica, ma non coincide con il titolare pieno del dicastero: si tratta di una figura assimilabile, per ordinamento comparato, a un ministro senza portafoglio con delega settoriale o a un sottosegretario di rango elevato. Non esercita la funzione di vertice politico-militare nel senso proprio del termine. Assimilarlo all’“omologo” del ministro della Difesa italiano non è tecnicamente corretto. Un ministro della Difesa di un Paese G7 e NATO rappresenta il vertice politico-militare. La simmetria istituzionale negli incontri non è un dettaglio.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, con il suo omologo emiratino, lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum, a bordo dell’Amerigo Vespucci, ormeggiato al porto di Abu Dhabi, il 30 dicembre 2024 (Ansa).

L’incontro (privato?) con l’ambasciatore Fanara

Anche il fatto che la comunicazione dell’incontro sia arrivata dal lato emiratino, con un certo ritardo e non con una nota tempestiva del ministero italiano, contribuisce ad alimentare interrogativi sul perimetro reale dell’impegno. Il nodo più delicato, però, riguarda l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi, Lorenzo Fanara. È stato riferito che Crosetto avrebbe cenato con lui venerdì sera. Se questo è avvenuto, la questione non è conviviale ma istituzionale. Un ambasciatore non è un amico che si incontra a titolo personale. È il rappresentante dello Stato italiano nel Paese ospitante. Se incontra il ministro della Difesa, quell’incontro non può essere considerato irrilevante. A questo punto le possibilità sono due. O la Farnesina e gli apparati competenti erano informati della presenza del ministro e quindi il viaggio non era affatto «invisibile», oppure non lo erano, e allora occorre chiedersi come sia possibile che un ambasciatore riceva o frequenti il titolare della Difesa senza informare la propria amministrazione e i vertici politici.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Lorenzo Fanara (Imagoeconomica).

Una questione di fiducia e di responsabilità politica

Esiste una terza ipotesi, ancora più problematica: che vi sia stata una richiesta di mantenere l’incontro fuori dai circuiti informativi ordinari. In ogni caso, la questione non è secondaria. Perché ad Abu Dhabi è presente anche un rappresentante dell’AISE. Se i Servizi sostengono di non essere stati informati, e l’ambasciatore era a conoscenza della presenza del ministro, si crea una frattura difficilmente spiegabile nella catena istituzionale. Il tema, allora, non è solo Dubai. È il principio di comando. Il ministro della Difesa coordina le Forze armate, interagisce con NATO e alleati, riceve analisi di intelligence, prende decisioni in un quadro internazionale che oggi è tra i più instabili degli ultimi decenni. In questo contesto, evocare “deviazioni” dello Stato, suggerire che le valutazioni non fossero proprie, creare un cortocircuito tra Farnesina, Servizi e Palazzo Chigi è un problema strutturale di fiducia. Se un ministro non si fida degli apparati che deve dirigere, o lascia intendere che quegli apparati abbiano sbagliato senza assumersene la responsabilità politica, si pone una questione di coerenza istituzionale. È una richiesta di chiarezza.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
GUIDO CROSETTO, MINISTRO DELLA DIFESA

La guida della Difesa nazionale non può poggiare su versioni sovrapposte, gerarchie improprie e responsabilità che si spostano di volta in volta. In un momento di tensione globale, la credibilità del vertice politico-militare è parte integrante della sicurezza del Paese. La responsabilità non si diluisce. Si assume. E se si ammette di aver «forse sbagliato come ministro», allora occorre spiegare fino in fondo dove è stato l’errore, chi ne ha condiviso le valutazioni e quale sia oggi il rapporto di fiducia tra il ministro e gli apparati che coordina. Uno Stato serio non vive di narrazioni. Vive di catene di comando chiare e di responsabilità politiche nette. Quando queste si incrinano, il problema non è mediatico. È istituzionale. Le domande restano quindi sul tavolo. Alcune hanno ricevuto risposte, altre no. Ma soprattutto le spiegazioni finora fornite non hanno chiuso la vicenda: hanno semmai reso più evidente la necessità di chiarire, fino in fondo, la catena delle decisioni e delle responsabilità istituzionali.

Morde un vigile urbano nel Nisseno, arrestato un automobilista

AGI - Ha aggredito a morsi un vigile urbano di Riesi. Con questa accusa i carabinieri hanno arrestato un 35enne per resistenza e violenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate.

L'episodio si è verificato nei pressi degli uffici della Polizia municipale, dove un ispettore superiore era impegnato in un servizio di controllo del territorio. Secondo quanto ricostruito, l'uomo - sopraggiunto a bordo della propria auto - avrebbe assunto un atteggiamento intimidatorio e offensivo nei confronti dell'agente. Invitato a chiarire la propria posizione negli uffici della Polizia municipale vicina, l'indagato avrebbe improvvisamente aggredito fisicamente il pubblico ufficiale, colpendolo ripetutamente al volto e alla mano e mordendolo a un dito. Il gesto appare verosimilmente riconducibile a un precedente risentimento dell'uomo nei confronti dei vigili urbani.

L'intervento e le conseguenze per l'agente

L'intervento di altri operatori presenti e dei carabinieri ha permesso di immobilizzare l'uomo, evitando ulteriori conseguenze. L'agente aggredito ha riportato lesioni giudicate guaribili in 30 giorni.

Il possesso di un coltello e le misure cautelari

L'indagato è stato inoltre trovato in possesso di un coltello a serramanico, successivamente sequestrato. Il 35enne è stato arrestato e, su disposizione del pm di Caltanissetta, posto ai domiciliari. Il gip ha convalidato l'arresto e disposto la misura dell'obbligo di dimora nel Comune di residenza, con permanenza domiciliare nelle ore notturne.

Terremoto a Catania, la scossa 4.5 avvertita anche a Messina

AGI - È di magnitudo 4.5 la scossa di terremoto registrata a 3 km nord ovest di Ragalna (Catania), stamane alle 7:05. Il sisma è stato localizzato a una profondità di 4 km dalla sala operativa dell'Osservatorio etneo.

La forte scossa ha svegliato Catania e molti comuni della provincia. Il sisma è stato avvertito anche a Messina, nella zona Sud della città. La prima stima provvisoria è stata pubblicata sui canali social dell'Ingv, l'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

Sospensione delle attività didattiche e monitoraggio

A seguito della scossa di terremoto avvertita anche a Catania, con una magnitudo di 4.5 ed epicentro Ragalna, il sindaco del capoluogo etneo Enrico Trantino ha disposto la sospensione delle attività didattiche delle scuole cittadine per motivi precauzionali disponendo verifiche nei plessi scolastici. Pertanto oggi non si svolgeranno lezioni. Lo rende noto il Comune. "Capisco che a quest'ora provocherà tantissimi problemi a molti genitori e sono dispiacutissimo, ma spero comprenderanno che la sicurezza è al primo posto", afferma il primo cittadino. Il dirigente generale della Protezione civile regionale Salvo Cocina ha disposto l'attivazione immediata di un monitoraggio telefonico attraverso il servizio emergenza, al fine di verificare eventuali criticità presso tutti i Comuni nei quali la scossa è stata avvertita.

Crolli a Ragalna, epicentro sisma nel Catanese

Danni nella sede del municipio e crolli parziali in alcuni edifici privati si sono registrati a Ragalna, nel Catanese, cittadina epicentro del terremoto di magnitudo 4.5 che questa mattina ha svegliato la provincia di Catania. Il Comune ha attivato il Coc, il centro di coordinamento comunale presieduto dalla Protezione civile e dal sindaco Nino Caruso. I tecnici comunali hanno predisposto i primi sopralluoghi per verificare l'entità dei danni e la staticità degli edifici.

Terra dei fuochi, maxi confisca ai fratelli Pellini

AGI - Il confisca di un patrimonio del valore superiore ai 205 milioni di euro rappresenta l'ultimo atto di una complessa vicenda giudiziaria che coinvolge i fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, imprenditori di Acerra attivi nel comparto dello smaltimento e riciclaggio dei rifiuti. Il provvedimento di confisca, emesso dal Tribunale di Napoli ed eseguito dai militari del Gico della Guardia di Finanza, colpisce una struttura economica ramificata tra diverse regioni italiane, includendo 8 società, 224 immobili, 75 terreni, 72 veicoli, due elicotteri e tre imbarcazioni.

L'ordinanza depositata il 19 febbraio 2026 giunge dopo un percorso processuale iniziato nel 2017. All'epoca, le indagini avevano evidenziato una sproporzione tra i redditi dichiarati dai tre imprenditori e l'effettivo tenore di vita, portando al primo sequestro di prevenzione. La base dell'accusa poggia sulla condanna definitiva per disastro doloso continuato inflitta ai Pellini, ritenuti responsabili di traffici illeciti di rifiuti industriali e urbani nel territorio campano.

L'annullamento della Cassazione e la nuova indagine

Nonostante una prima conferma della confisca in appello nel 2023, la Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento nell'aprile 2024 a causa di vizi formali, disponendo la temporanea restituzione dei beni. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha tuttavia mantenuto attiva la sorveglianza sul patrimonio, disponendo una nuova ricognizione tecnica volta a dimostrare la persistenza della pericolosità sociale e l'assenza di giustificazioni lecite per l'accumulo di tale ricchezza.

Confermata la natura illecita dei capitali

L'istruttoria camerale conclusasi in questi giorni ha confermato la validità della tesi investigativa. Secondo i magistrati della Sezione Misure di Prevenzione, le memorie difensive prodotte dai legali dei Pellini non sono state in grado di fornire prove documentali plausibili circa la provenienza del capitale utilizzato per l'acquisto di immobili tra Napoli, Salerno, Caserta, Latina e Frosinone. Il tribunale ha dunque ribadito la natura illecita delle risorse impiegate, collegandole direttamente alla gestione del ciclo dei rifiuti nella piana acerrana.

I beni passano sotto il controllo dello Stato

L'operazione odierna chiude il cerchio su una flotta di mezzi e una rete di investimenti finanziari che, secondo la Guardia di Finanza, costituivano il frutto di anni di violazioni ambientali sistematiche. I beni, che includono anche 70 rapporti finanziari, passano ora sotto il controllo dello Stato, segnando uno dei più significativi recuperi patrimoniali nel settore dei reati contro l'ambiente e la salute pubblica in Italia.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari

L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha risposto mettendo nel mirino – oltre allo Stato ebraico e alle basi Usa – anche i Paesi del Golfo, ha rapidamente assunto i contorni di un conflitto regionale. Definizione che col passare dei giorni appare persino riduttiva, visto che un drone iraniano ha già attaccato una base britannica a Cipro. Di sicuro la guerra, che ha portato a una delle maggiori interruzioni delle comunicazioni aeree della storia e stravolto gli equilibri geopolitici mondiali, è destinata ad avere pesanti ripercussioni a livello globale. Gli scenari.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

LEGGI ANCHE: Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai

Lo scenario della caduta del regime

L’obiettivo dichiarato di Donald Trump e dell’alleato Benjamin Netanyahu è un cambio di regime. Lo scenario più roseo, per il presidente Usa e il premier israeliano, è che le annunciate settimane di attacchi aerei contro i centri di potere della Repubblica Islamica possano scatenare una rivolta popolare, ancor più massiccia di quella recentemente repressa nel sangue e in grado di rovesciare il regime. C’è un aspetto da considerare: l’eliminazione di Ali Khamenei è un successo prettamente simbolico per Washington e Tel Aviv, visto che la Guida Suprema non era “un uomo solo al comando”. Innanzitutto, la sua età avanzata aveva già aperto un dibattito interno sulla successione. E poi l’ayatollah rappresentava l’apice teocratico, in un Paese in cui il potere è però distribuito tra più centri: il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (l’organo di garanzia costituzionale che peraltro elegge l’Assemblea degli Esperti), l’apparato del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e il Consiglio di Sicurezza nazionale, che ha come capo Ali Larijani, il quale ha escluso trattative con Usa e Israele.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari

Usa e Israele potrebbero accontentarsi di una mezza vittoria

Lo scenario forse più probabile è che i leader iraniani sopravvissuti sostituiscano il vecchio regime con un altro. In fondo, non tutto il Paese è contro la teocrazia che si è instaurata nel 1979. Inoltre, al netto dei ripetuti appelli all’insurrezione, l’opposizione iraniana è divisa in partiti e fazioni spesso in lotta tra loro, che difficilmente riusciranno a tenere in mano il potere. Ma l’operazione Epic Fury potrebbe comunque avere successo se riuscisse a infliggere un duro colpo alla capacità nucleare, missilistica e militare della Repubblica Islamica, che a quel punto faticherebbe a sostenere i suoi proxy nella regione. Sicuramente, questo potrebbe essere un risultato accettabile per Israele.

LEGGI ANCHE: La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo

Il rischio di una Libia-bis: vuoto di potere e Paese nel caos

Lo scenario peggiore è quello di una Libia-bis, ovvero di un vuoto di potere in uno Stato distrutto da anni di autoritarismo, che potrebbe portare a violenti scontri tra fazioni o addirittura a una guerra civile, causando una crisi dei rifugiati e lasciando le riserve di uranio arricchito alla mercé di gruppi estremisti. E se da una parte gli statunitensi sono visti (certamente dalla diaspora) come liberatori, dall’altra c’è da considerare un fatto: questo conflitto, destinato a fare migliaia di vittime, alimenterà un forte sentimento anti-americano che potrebbe portare ad attacchi contro le installazioni Usa nella regione.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Europa è sempre più marginale, ma c’è chi si prepara a scendere in campo

Trump ha colpito l’Iran senza chiedere l’avallo del Congresso. E i leader europei sono stati avvertiti solo a cose fatte, confermando la marginalità del Vecchio Continente nella testa di The Donald. La beffa? A differenza – ultimo esempio – del Venezuela, questa guerra scatenata dagli Stati Uniti riguarda l’Europa molto da vicino. Cipro, come detto, è già stata colpita e non si può parlare di attacco all’Ue perché la base della Royal Air Force di Akrotiri è tecnicamente territorio britannico e, dunque, non fa parte dell’Unione europea. La sensazione è che Trump si stia distanziando sempre di più dall’Europa, che potrebbe scendere in campo: i governi di Regno Unito, Francia e Germania hanno annunciato in una dichiarazione congiunta di essere pronti ad adottare misure per difendere i propri interessi e quelli degli alleati nella regione. Londra, tra l’altro, ha concesso (in ritardo secondo Trump) l’uso delle sue basi a Washington per attacchi “difensivi” contro gli attacchi missilistici iraniani. E Keir Starmer ha già inviato cacciatorpediniere ed elicotteri a Cipro. Al netto del fatto che in questo momento è impossibile fare previsioni certe su come la situazione potrà evolvere, nonostante la vicinanza con Teheran al momento appare improbabile il coinvolgimento di Russia, concentrata sull’Ucraina, e della Cina, che tradizionalmente non ha un ruolo militarmente attivo in Medio Oriente.

LEGGI ANCHE: Iran, la guerra che ridisegna il Medio Oriente e scopre la marginalità dell’Italia

L’inevitabile shock petrolifero: a pagare sarà soprattutto il Vecchio Continente

C’è poi la questione energetica. L’Iran sotto attacco ha chiuso lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale via mare e più del 30 per cento del gas naturale liquefatto. Inoltre sono state colpite alcune raffinerie in Arabia Saudita, che ha dichiarato la chiusura degli stabilimenti. Inevitabili le ripercussioni sui costi dell’energia, ma anche su quelli delle materie prime. Lo shock, più o meno breve, ci sarà. E con sempre meno volumi disponibili, a farne le spese sarà soprattutto l’Europa, che a differenza degli Stati Uniti non dispone di una significativa produzione domestica di energia.

Iran, colpita l’Assemblea degli Esperti mentre eleggeva l’erede di Khamenei

Le forze israeliane, assieme a quelle statunitensi, hanno avviato una vasta ondata di attacchi «contro le infrastrutture del regime terroristico iraniano a Teheran», ha reso noto l’IDF. Nel mirino anche la sede del consiglio direttivo dell’Assemblea degli Esperti nella capitale della Repubblica Iraniana, situata presso l’ex palazzo del parlamento. E, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim – affiliata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – gli Stati Uniti e Israele hanno anche colpito la sede dell’Assemblea degli Esperti nella città di Qom, seconda città santa dell’Iran dopo Mashhad.

Iran, colpita l’Assemblea degli Esperti mentre eleggeva l’erede di Khamenei
La sede dell’Assemblea degli Esperti a Teheran.

Cosa è l’Assemblea degli Esperti

L’Assemblea degli Esperti è l’organo clericale responsabile, secondo la costituzione iraniana, della nomina e della supervisione della Guida Suprema, massima carica religiosa e amministrativa del Paese. Secondo il canale Telegram Zed TV, l’attacco ha proprio preso di mira una sessione formale dell’Assemblea degli Esperti, convocata per eleggere l’erede dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid di Israele e Stati Uniti. L’assemblea è – o forse era – composto da 88 giuristi (mujtahid).