Kyiv colpisce ancora nel Mediterraneo: affondata una metaniera russa tra Libia e Malta

La metaniera russa Arctic Metagaz, che stava trasportando gas naturale liquefatto, è affondata nel Mar Mediterraneo tra la Libia e Malta. Le autorità di Tripoli parlano di «improvvise esplosioni di origine sconosciuta», ma il ministero dei Trasporti riferisce che si è trattato di un attacco condotto da droni navali ucraini, partiti dalla Libia. Salvi i 30 membri dell’equipaggio.

La nave era stata sanzionata da Usa e Regno Unito

La Arctic Metagaz, varata nel 2003, era soggetta dal 2024 a sanzioni da parte di Stati Uniti e Regno Unito. Secondo i dati di tracciamento delle navi sulla piattaforma MarineTraffic, la nave era salpata il 24 febbraio dal porto russo di Murmansk, dopo aver caricato merci presso un’unità di stoccaggio galleggiante, ed era diretta verso il Canale di Suez. Poi era transitata attorno al Regno Unito e poi alla Spagna, prima di entrare nel Mediterraneo, segnalando la sua posizione al largo delle coste di Malta il 2 marzo. Poi l’attacco nella notte tra il 3 e il 4 marzo. Secondo le autorità libiche il relitto si trova a circa 130 miglia nautiche a nord del porto di Sirte: scattato l’allarme per possibili rischi ambientali legati alla potenziale fuoriuscita di gas naturale liquefatto o carburanti.

A dicembre l’attacco a una petroliera tra Creta e Malta

L’Ucraina aveva già dimostrato di essere in grado di colpire le risorse navali e logistiche russe ben oltre il Mar Nero. A dicembre infatti ha attaccato con droni tra Creta e Malta la petroliera Qendil, nave battente bandiera dell’Oman ma facente parte (come la Arctic Metagaz) della “flotta ombra” di Mosca. L’operazione aveva causato danni strutturali tali da rendere la nave inutilizzabile, ma senza sversamenti di greggio in quanto la petroliera era vuota al momento dell’attacco.

Gedi ha venduto La Stampa a Sae

Gedi ha annunciato di aver sottoscritto con il Gruppo Sae un contratto preliminare per la cessione del quotidiano La Stampa: l’operazione, spiega una nota congiunta, «riguarda anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale dedicata alla raccolta pubblicitaria locale, oltre alle strutture di staff e ai servizi di supporto alla redazione». Il passaggio verrà formalizzato entro il primo semestre del 2026, dopo l’espletamento delle procedure sindacali e burocratiche.

Gedi ha venduto La Stampa a Sae
Protesta dei giornalisti de La Stampa contro la cessione del quotidiano (Imagoeconomica).

Previsto l’ingresso di investitori legati al Nord Ovest

Il quotidiano torinese si separa dunque dalla famiglia Agnelli e da Repubblica, che finirà nelle mani dei greci di Antenna. L’acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione controllato dal Gruppo Sae di Alberto Leonardis, che è già editore de Il Tirreno, La Gazzetta di Modena, La Provincia Pavese, La Nuova Ferrara, La Gazzetta di Reggio e la Nuova Sardegna. Previsto anche l’ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest: possibili gli ingressi di Fondazione Crt di Torino, Fondazione Cassa di risparmio di Biella e Fondazione Banca popolare di Novara.

Lacrime e applausi a Nola per l’addio a Domenico. La madre: “paghi solo chi ha sbagliato” …

AGI - Folla al Duomo di Santa Maria Assunta di Nola, dove è arrivato da Napoli il feretro di Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto lo scorso 21 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di un cuore danneggiato. Tanti mazzi di fiori sono stati sistemati davanti all’ingresso della chiesa, mentre alcune persone indossano una maglia bianca con il volto di Domenico e la scritta ‘Il nostro guerriero’. Il rito funebre sarà celebrato alle 15 di questo pomeriggio dal vescovo di Nola, Francesco Marino

Oltre 170 le testate giornalistiche accreditate, tra cui anche la Bild e l’agenzia di stampa turca Anadolu. Lungo l'applauso che ha salutato l'arrivo della bara. Ai funerali partecipa anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

L'applausi all'arrivo del feretro in Chiesa a Nola 

Il feretro bianco è stato sistemato davanti all’altare. Sopra la bara è stata poggiata la foto di Domenico, ritratto con il suo orsacchiotto di peluche preferito, la stessa immagine utilizzata nei manifesti funebri che tappezzano la città. Davanti, un mazzo di fiori bianchi donati dalla nonna.

Una lunga fila per l'ultimo saluto a Domenico 

Subito dopo l’ingresso in Duomo a Nola del feretro, si è creata una lunga fila di persone che si stanno avvicinando all’altare per dare l’ultimo saluto a Domenico e per abbracciare la madre, Patrizia Mercolino, e il padre Antonio.    

Altre corone di fiori sono state lasciate all’esterno della chiesa dai compagni di scuola dei due fratelli di Domenico, dalle maestre e dai gruppi organizzati del Nola Calcio.    

Arrivato in Cattedrale anche il sindaco di Napoli e della Città Metropolitana, Gaetano Manfredi, che ha raggiunto subito l’altare per portare le condoglianze alla famiglia.

Tra le autorità è previsto anche l’arrivo del presidente della Regione Campania Roberto Fico, del presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi, del vicesindaco della Città metropolitana Giuseppe Cirillo. Attesa anche la premier Giorgia Meloni

Manifesti e fiori bianchi lungo le strade. Le serrande abbassate dei negozi. E tante mamme in piazza con i loro piccoli. Oggi per Nola è lutto cittadino

La mamma di Domenico, "paghi solo chi ha sbagliato" 

Un lungo abbraccio tra la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, e Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico morto all’ospedale Monaldi di Napoli, che dell'azienda ospedaliera fa parte.     
Iervolino è arrivata nel Duomo di Nola, dove è allestita la camera ardente per il piccolo Domenico Caliendo, ha raggiunto i primi banchi, dove sono seduti i genitori del piccolo. Le due donne si sono subito abbracciate e sono scoppiate in lacrime.   

“Nessuno lo dimenticherà – ha ripetuto più volte Iervolino - abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti”.     La madre di Domenico, tra le lacrime, ha risposto: “Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi”.

ll legale della famiglia, fare chiarezza su lesioni al cuore per congelamento

“Siamo contenti che nel corso dell’autopsia non sia stata riscontrata una lesione in fase di espianto, perché sarebbe stato un ulteriore scempio al corpo di Domenico e poi erano un po’ ambigue le dichiarazioni rese dall’equipe medica austriaca in merito”. Lo dice Francesco Petruzzi, l’avvocato della famiglia di Domenico. 

“Quello che ora dovrà essere valutato a livello macroscopico – aggiunge il legale all’esterno del Duomo di Nola, dove alle 15 sono in programma i funerali del bambino – sono le lesioni da congelamento ed eventuali lesioni riportate dall’organo in seguito alla congestione che ha avuto durante la fase dell’espianto, il famoso ingrossamento del cuore che avrebbe potuto ledere le camere interne”.

Questo aspetto, sottolinea Petruzzi, sarà chiarito dal lavoro che sarà svolto dagli anatomopatologi, che “con tanta forza la difesa ieri ha cercato e ottenuto di far nominare all’interno del collegio di parte. Gli esami degli anatomopatologi saranno fondamentali all’interno di questo incidente probatorio, perché loro vanno a studiare al microscopio le lesioni sui tessuti dovute ai traumi”.

La corona di fiori inviata dalla premier Giorgia Meloni 

Una corona di fiori inviata dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata appena sistemata sull’altare del Duomo di Nola.     Sulla corona, composta da anthurium rossi e bianchi, è presente un nastro tricolore e la scritta in oro ‘Il Presidente del Consiglio dei Ministri’.
 

Santa messa all'ospedale Monaldi

In contemporanea con i funerali del piccolo Domenico sarà celebrata una Santa Messa anche all’ospedale di Napoli Monaldi, dove è stato operato il piccolo il 23 dicembre dello scorso anno e dove è morto il 21 febbraio.

"Con questo momento di raccoglimento e preghiera", spiega l'ospedale, "l’intera comunità dell’Azienda Ospedaliera dei Colli desidera stringersi con rispetto e partecipazione al dolore della famiglia, condividendo un lutto che ha profondamente colpito operatori sanitari, professionisti e personale tutto".

"La scelta di celebrare la funzione nello stesso orario delle esequie nasce dalla volontà di essere vicini alla famiglia nella preghiera. L’iniziativa vuole anche lanciare un segnale di unità e responsabilità: nel rispetto del dolore dei familiari e della comunità, l’Azienda rinnova la fiducia nel lavoro degli organi competenti e ribadisce l’auspicio che si possa fare piena e tempestiva chiarezza su quanto accaduto".

Le parole del vescovo

"In questa chiesa cattedrale e casa comune - ha detto il vescovo di Nola, Francesco Marino, nell'omelia - sentiamo anche noi il vostro immane dolore. Il vostro bambino Domenico in queste atroci e lunghe settimane è diventato un figlio di tutti noi e, se è vero che i figli so piezz' 'e core, anche quello di ciascuno di noi, come quello vostro di mamma e papà, si è spezzato nel dolore di questa insensata tragedia". 

"I sentimenti umani che si agitano in questo momento - ha ricordato il vescovo - sono di rabbia, di delusione, di atroce spasimo. Ci chiediamo 'perchè?', vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa, perchè ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta". 

"La caccia ai colpevoli - ha aggiunto - per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d'amore".

"E' per questo che - ha proseguito Francesco Marino - come vescovo e testimone del Vangelo della morte e resurrezione di Gesù, sento dal cuore il bisogno e il desiderio di indicarvi quell'altro corteo che vediamo nell'annuncio che abbiamo ascoltato: il corteo della Pasqua con a capo il Figlio di Dio, il Giovane di Nazareth con i suoi discepoli che si avvicinano al ragazzo di Nain. Vi chiedo, con delicatezza e paternità, il coraggio della scelta: vogliamo continuare a tormentarci nel corteo della morte o vogliamo trovare ora la forza di metterci dietro il nostro Maestro che accosta questa piccola bara bianca da un'altra prospettiva, quella della vita?".

"Mi pare che Domenico ci parli ancora, continuando a incoraggiarci sul delicato tema della donazione degli organi. La sua storia ci racconta la generosità di genitori che hanno donato un cuore e di altri che ne hanno sperato da tempo la compatibilità. Incoraggiamo la donazione degli organi come gesto di grande amore e generosità. Continuiamo a credere nella buona medicina nella formazione scientifica ed etica e non permettiamo agli errori umani, che pur ci sono stati, di spezzare quell'alleanza fiduciaria tra medico e paziente che è un valore necessario e che, come sappiamo, si rivela occasione di salvezza per tantissimi ammalati nei nostri ospedali, i quali sono delle eccellenze sanitarie".

Il vescovo ha ricordato che "i miracoli li fa solo il Signore", mentre "noi siamo fragili e quando ci sentiamo troppo sicuri di noi stessi diventiamo fallaci. Se tutti possiamo sbagliare, questa dolorosa vicenda deve insegnarci l'umiltà di non sentirci mai onnipotenti, anche quando siamo molto competenti". 

Il messaggio ai genitori di Domenico

"Carissimi Antonio e Patrizia, ci avete ricordato che il dolore ha bisogno di essere condiviso, perchè da soli non si può portare un peso così grande. Domenico, poi, ci ha ricordato la fragilità del cuore umano. Bisogna aver cura di ogni cuore, accostare la vita degli altri con delicatezza e sensibilità. Dobbiamo riscoprire la responsabilità di farci carico del cuore degli altri e dobbiamo sapere che quando si mette mano ai sentimenti altrui, si sta toccando un 'organo' delicatissimo, per il quale ci vuole competenza, prudenza e amore". 

 

Sánchez risponde a Trump: «Non saremo complici della guerra in Iran»

Il premier spagnolo Pedro Sánchez risponde a Donald Trump dopo le minacce di quest’ultimo di interrompere le relazioni commerciali con la Spagna. «Non saremo complici di qualcosa di pessimo per il mondo semplicemente per paura delle rappresaglie di qualcuno. Non possiamo giocare alla roulette russa con il futuro di milioni di persone. Ripudiamo il regime degli ayatollah, ma rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. È ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. La Spagna esige la fine delle ostilità», ha detto. E ancora: «Chiediamo che Stati Uniti, Israele e Iran cessino le ostilità e risolvano diplomaticamente questa guerra. Dobbiamo esigere che si fermino prima che sia troppo tardi. A un atto illegale non si può rispondere con un altro, è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità».

Sánchez risponde a Trump: «Non saremo complici della guerra in Iran»
Pedro Sánchez (Ansa).

Le minacce di Trump dopo il rifiuto di Madrid all’uso delle basi americane in Spagna

Pur senza citare direttamente Trump, Sánchez ha quindi fatto riferimento alla possibile “rappresaglia” degli Stati Uniti per la sua posizione anti bellica e per il rifiuto di Madrid all’uso delle basi americane nel territorio spagnolo per le operazioni militari in Medio Oriente. «La Spagna è un pessimo alleato. Infatti ho detto a Scott (Bessent, segretario al Tesoro, ndr) che stiamo tagliando tutti i legami con loro. Hanno detto che non possiamo usare le loro basi. Possiamo usare qualsiasi base che ci interessi. Possiamo semplicemente volare lì e usarle. Decideremo cosa non usare», aveva detto il presidente americano.

Sánchez risponde a Trump: «Non saremo complici della guerra in Iran»
Donald Trump (Ansa).

In dettaglio, il governo spagnolo ha vietato l’uso delle basi militari statunitensi di Rota e Morón, con gli Usa che ora stanno cercando alternative per i loro aerei come la Germania. Madrid ha invocato l’articolo dell’accordo bilaterale di difesa con Washington che consente alla parte spagnola di chiudere entrambe le basi militari in caso di dispiegamento aereo in una situazione di guerra. «Le basi utilizzate congiuntamente con gli Stati Uniti sono basi sotto la sovranità spagnola, soggette a un trattato con gli Stati Uniti e rientrano in questo quadro. La nostra sovranità e il trattato stabiliscono come possono essere utilizzate», ha spiegato il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares.

Anziani morti in ambulanza: il numero dei casi sospetti sale a otto

AGI - Potrebbe allargarsi l'inchiesta nel Forlivese sui decessi di pazienti trasportati in ambulanza, che finora ha visto coinvolti cinque anziani: secondo quanto emerge, i magistrati starebbero valutando nuovi accertamenti su altri tre casi sospettiLuca Spada, 27enne autista della Croce Rossa, accusato di omicidio continuato aggravato dalla premeditazione e dall'uso di sostanze venefiche continua però a dichiararsi innocente e, per bocca del suo legale, Gloria Parigi, si dice pronto a non temere alcunché se la Procura dovesse chiedere la riesumazione dei corpi.

Il procuratore Enrico Cieri e il pm Andrea Marchini stanno considerando infatti di disporre analisi sulle salme di quattro anziani deceduti tra febbraio e ottobre scorsi (il 24 febbraio, l'8 luglio, il 12 settembre e il 13 ottobre). Finora, un'autopsia è stata eseguita solo sulla donna di 85 anni morta il 25 novembre, i cui familiari, assistiti dagli avvocati Max Starni e Antonio Mambelli, hanno chiesto di fare piena luce sui fatti. "Mi definisco pienamente innocente. Quando, a novembre, ho ricevuto l'avviso di garanzia mi è cascato il mondo addosso. Fin dal primo momento ho portato la documentazione", ha detto oggi Spada a Ore14 su Raidue.

Le accuse all'autista e la sua difesa

L'indagine contesta all'autista di aver somministrato una sostanza letale, forse aria in vena, ai pazienti trasportati, deceduti durante il tragitto o successivamente in ospedale. "Dopo tanti anni, tanti interventi, stiamo parlando di cinque persone su 200 in un anno, i numeri sono questi. Spero che la Procura faccia luce", ha aggiunto l'indagato. Alla domanda se fosse preoccupato, Spada ha risposto: "No, male non fare, paura non avere".

Le indagini e le prove

La Procura di Forlì mantiene il massimo riserbo. Le indagini, condotte dai carabinieri del reparto operativo e del Nas, proseguono con l'analisi del materiale sequestrato. Tra le prove già disponibili ci sono le registrazioni delle telecamere installate sull'ambulanza, che avrebbero evidenziato comportamenti sospetti dell'autista, sospeso cautelativamente dalla Croce Rossa.

 "Ci si attende uno sviluppo significativo delle indagini, anche perché la Procura di Forlì dispone di strumenti e competenze adeguate. I magistrati che stanno seguendo il caso sono molto preparati e sono certo che analizzeranno ogni aspetto della vicenda, coinvolgendoci sia sul piano personale sia su quello professionale". Lo ha dichiarato l’avvocato Max Starni, legale di una delle famiglie delle persone decedute nel Forlivese durante un trasporto di routine verso una struttura ospedaliera.

 

 

Sottomarino attacca e affonda una nave iraniana al largo dello Sri Lanka: cosa sappiamo

L’esercito dello Sri Lanka ha tratto in salvo 78 persone che erano a bordo della nave da guerra iraniana IRIS Dena, che stava affondando appena al di fuori delle acque territoriali dello Stato insulare asiatico. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Vijitha Herath, durante un intervento in parlamento a Colombo. Sarebbero almeno 101 i dispersi. Almeno 30 i feriti ricoverati in ospedale.

La IRIS Dena potrebbe essere stata attaccata da un sottomarino

Ignote per ora le cause dell’affondamento. C’è però l’ipotesi che l’IRIS Dena, fregata in servizio nella Flotta Meridionale della Marina di Teheran, possa essere stata attaccata da un sottomarino. L’imbarcazione a febbraio aveva preso parte alla “MILAN 2026″, una delle più grandi esercitazioni navali multilaterali dell’Indo-Pacifico, che si è svolta nelle acque del Golfo del Bengala con la partecipazione di India, Sudafrica e, appunto, Iran.

James Talarico ha vinto le primarie dem per il Senato in Texas

Il 36enne James Talarico ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Texas. «Stasera la gente di questo Stato ha dato al nostro Paese un pochino di speranza. La nostra campagna ha scioccato la nazione». Con lui i dem sperano di vincere alle elezioni di mid-term del prossimo novembre, quando Talarico dovrà sfidare il vincitore delle primarie repubblicane che vedono contrapposti il senatore John Cornyn e il procuratore generale Ken Paxton. Un’eventuale vittoria del democratico potrebbe aiutare il partito a riprendersi il Senato (l’ultima volta che i dem hanno vinto in Texas è stato nel 1988). «Non stiamo cercando di vincere un’elezione, stiamo cercando di cambiare la nostra politica in modo fondamentale», ha comunque detto.

James Talarico ha vinto le primarie dem per il Senato in Texas
James Talarico a un comizio (Facebook).

Ha sconfitto Crockett con oltre 7,5 punti di vantaggio

Talarico ha vinto con un vantaggio di 7,7 punti sulla rivale Jasmine Crockett. All’85 per cento dei voti scrutinati ha infatti ottenuto il 53,2 per cento dei consensi contro il 45,5 della sfidante. Politico dalla voce pacata, ha un passato progressista ma ha condotto una campagna elettorale come costruttore di ponti verso gli elettori repubblicani indipendenti e delusi. Ha ottenuto un vantaggio nelle contee a forte presenza latina del Texas meridionale e di El Paso, ottenendo anche una grande vittoria nell’area di Austin. La sua avversaria Crockett, invece, ha ottenuto i risultati migliori nelle contee con un’ampia popolazione nera e in aree urbane come la contea di Harris, che è il fulcro dell’area di Houston.

Colpito a Teheran anche il quartier generale dei Basij

Israele ha condotto una serie di attacchi aerei contro decine di obiettivi militari a Teheran: lo ha annunciato il portavoce in lingua araba dell’IDF, Avichay Adraee. I raid hanno preso di mira anche il quartier generale dei Basij, la forza paramilitare legata ai pasdaran, «oltre a piattaforme di lancio missilistiche e sistemi di difesa». L’esercito di Tel Aviv, ha assicurato Adraee, «continuerà a intensificare i suoi attacchi» contro le infrastrutture del regime degli ayatollah. Numerose le esplosioni e colonne di fumo che si levano da alcune aree di Teheran.

La forza Basij fu fondata per volere di Khomeyni nel 1979

I Basij sono una forza paramilitare fondata per disposizione dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni a novembre del 1979, dopo la rivoluzione che trasformò la monarchia del Paese in una repubblica islamica sciita, con una costituzione ispirata alla legge coranica. Attualmente fungono come forza ausiliaria per la sicurezza interna, il controllo della morale islamica, la gestione di emergenze sociali e – soprattutto – la repressione del dissenso.

Colpito a Teheran anche il quartier generale dei Basij
Membri della forza paramilitare Basij (Ansa).

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I Basij non hanno divisa e permeano la società iraniana

Fondati per islamizzare la società, difendendo le rigide regole su cui si fonda la teocrazia iraniana, i Basij inizialmente venivano reclutati tra le classi più povere ed erano esclusivamente giovani uomini. Negli anni della lunga guerra con l’Iraq (1980-1988) furono tantissimi i minorenni mandati a morire in attacchi kamikaze contro le truppe di Saddam Hussein, meglio addestrate e armate. Dagli Anni 90 la “Milizia del popolo” fu inglobata sotto il comando del Corpo dei guardiani della Rivoluzione, da cui dipende, e da allora impiegata soprattutto come polizia religiosa per reprimere il dissenso e le manifestazioni di piazza. Addestrati a usare la forza contro i cortei, i Basij non hanno divisa e permeano ogni ramo della società, con una folta presenza nelle università, nelle professioni, nella pubblica amministrazione. Secondo l’agenzia Irna il Basij conta su 12,5 milioni di membri: 5 milioni sono donne.

Confiscato l’ultimo covo del boss stragista Messina Denaro

AGI - L'ultimo covo di Matteo Messina Denaro passa definitivamente nel patrimonio dello Stato. Eseguito un provvedimento di confisca nei confronti di uno dei favoreggiatori della latitanza del boss di Castelvetrano. I finanzieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito il decreto emesso dal Tribunale di Trapani - Sezione Misure di Prevenzione, che fa seguito al sequestro eseguito a marzo 2025 e ha riguardato l'appartamento di Campobello di Mazara utilizzato come ultimo covo del latitante catturato il 16 gennaio 2023 e morto nel settembre successivo, nonché l'auto di cui il padrino stragista si serviva per i suoi spostamenti.

Con lo stesso provvedimento, il Tribunale ha applicato nei confronti dell'indagato anche la misura personale di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di quattro anni, accompagnata dall’obbligo di soggiorno nel comune di residenza.

La fine normale di un boss sconfitto dallo Stato 

C'era tutto un mondo che ruotava attorno a lui: Matteo Messina Denaro, quando fu catturato,  la mattina del 16 gennaio 2023, appena fuori la clinica La Maddalena di Palermo, aveva 60 anni, circa la metà dei quali trascorsi in latitanza e tra sentenze di condanna in contumacia per stragiomicidiestorsioni.

Viaggi, relazioni sentimentali, rapporti mafiosi anche internazionali, uno stretto legame con i familiari nonostante decenni di ricerche condotte con i mezzi tecnologici più sofisticati disponibili, avevano scandito una vita segreta e impenetrabile ai tanti esponenti delle istituzioni che si erano impegnati per cercare di interrompere una fuga cominciata a giugno del 1993.

Non fu una latitanza da eremita 

In alcuni periodi, soprattutto a cavallo della cattura di Bernardo Provenzano, si era pensato a una latitanza da eremiti, come quella dello "Zu Binu", che viveva in una masseria, come si disse, tra ricotta e cicoria. Questa immagine bucolica per "Matté" svanì presto, però, nella mente degli investigatori che si affannavano nel tentativo di dare un volto all'ultimo grande latitante di Cosa nostra: polizia, guardia di finanza e carabinieri (alla fine la spuntarono questi ultimi, col Ros) avevano ben chiaro che Messina Denaro, originario di Castelvetrano (Trapani), nella sua provincia aveva una rete di protezione impermeabile a tutti i tentativi di infiltrazione da parte di chi gli dava la caccia.

La vita segreta di 'Iddu'

Una persona relativamente giovane come "Iddu" (lui) - così come veniva chiamato, senza mai nominarlo, nelle conversazioni intercettate di familiari e fiancheggiatori - non si privava di nulla, nella vita, soprattutto i mezzi tecnologici all'avanguardia e le donne.

La conferma di avere di fronte un enigma, più di un "normale" boss latitante, venne dal carteggio che "Alessio", nom de plume di Messina Denaro, intrattenne a metà degli anni Duemila con "Svetonio", alias Tonino Vaccarino, l'ex sindaco, oggi scomparso, di Castelvetrano, condannato per traffico di stupefacenti ma assolto dalle accuse di mafia e di omicidio di un altro ex sindaco, Vito Lipari.

Le confidenze della primula rossa di Cosa nostra 

Scambi intellettuali, sforzi culturali, insomma un personaggio particolare. Nemmeno con le confidenze di Vaccarino ai Servizi segreti su questi scambi epistolari si riuscì a risalire alla prudente (ma nemmeno troppo) primula rossa di Cosa nostra. Capace anche di procreare, durante la lunga fuga, e di avere una figlia - chiamata Lorenza, come la nonna, e riconosciuta prima di morire - in latitanza, una giovane dal rapporto tormentato col padre e considerata "fuori razza", visto che non accettava di avere un genitore criminale e mafioso.

La strategia degli inquirenti

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, sotto la guida di vari procuratori, aveva mantenuto il coordinamento delle ricerche in mano a Paolo Guido, nominato aggiunto con Francesco Lo Voi e rimasto anche con l'attuale capo della Dda, Maurizio de Lucia. La strategia del magistrato, oggi procuratore di Bologna, era stata quella di "togliere l'acqua al pesce": e così, operazione dopo operazione, retata dopo retata, arresto dopo arresto, era stata assottigliata la rete di chi lo aiutava.

La scoperta della malattia 

Eppure "il pesce" non veniva fuori. Fino a quando una accuratissima perquisizione in una una delle abitazioni della sorella del latitante, Rosalia Messina Denaro, a Castelvetrano, non aveva dato l'esito sperato: nella gamba metallica cava di una sedia era stato trovato un "pizzino" con una serie di appunti riferiti a una probabile malattia molto grave, un carcinoma in stadio avanzato.

Erano partite così le verifiche su pazienti in età compatibile con quella di Messina Denaro e si era arrivati a un tale Andrea Bonafede, nato nel 1963 e residente a Campobello di Mazara (Trapani), che - pur scoppiando apparentemente di salute - risultava essere stato operato a Mazara del Vallo (Trapani) ed essersi recato più volte a fare cicli di chemioterapia nella clinica palermitana conosciuta in tutta la Sicilia. Proprio alla Maddalena, la mattina del 16 gennaio 2023, trent'anni e un giorno dopo la cattura di Totò Riina (15 gennaio 1993, Palermo), scattò un nuovo blitz dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, lo stesso corpo di eccellenza investigativa che aveva preso "il capo dei capi".

La cattura del boss 

Il primo e l'ultimo grande latitante di mafia finiti nelle mani del Ros e dello Stato, un ciclo che si chiudeva. Dopo, soltanto dopo, si scoprirono amori, cellulari, conversazioni, messaggi vocali, automobili rombanti, soprattutto una rete di personaggi collusi come medici, impiegati, insegnanti (tutte donne) affascinati dal boss inafferrabile, con molte signore che se ne innamoravano perdutamente, venendo sostanzialmente "cedute" dai mariti al loro capo.

Un latitante normale 

Un latitante normale, normalissimo, dunque, che proprio della normalità aveva fatto il suo mantra: "Un albero se si nasconde nella foresta non si trova", aveva detto Messina Denaro al procuratore de Lucia e all'aggiunto Guido durante un interrogatorio nel carcere di L'Aquila: "E se non fosse stato per la malattia - aveva aggiunto sprezzante - non mi avreste trovato mai".

La morte in carcere 

La malattia, dopo soli otto mesi di carcere, a fronte di trent'anni di latitanza, se lo portò via, il 25 settembre 2023, nel penitenziario del capoluogo abruzzese. Una morte normale, per un capomafia che aveva trascorso la vita a cercare di dimostrare al mondo di non essere "uno qualsiasi", dopo avere commesso omicidi e stragi in nome di una mafia sanguinaria e potente, tornata - grazie al lavoro di magistrati e investigatori - a essere una mafia normale, che lo Stato riesce a frenare.

Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps

Il comitato nomine di Banca Monte dei Paschi di Siena finalizzerà oggi la lista di 26 candidati per il nuovo consiglio di amministrazione, di cui a sorpresa non farà parte l’attuale ceo Luigi Lovaglio, indagato a Milano per azione di concerto assieme ai primi azionisti Caltagirone e Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) nella scalata a Mediobanca. Lo riporta Reuters, citando fonti informate.

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Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps
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Passera, Palermo e Vivaldi: i possibili successori di Lovaglio

La proposta include 26 nomi, che andranno ristretti a 20 dal cda: il board dovrà approvare l’elenco con almeno 10 voti favorevoli su 14 e potrebbe anche indicare il possibile successore di Lovaglio alla guida dell’istituto. Tra i profili considerati ci sono Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo economico e già alla guida di Intesa Sanpaolo; Fabrizio Palermo, ceo di Acea – giunto a fine mandato – ed ex numero uno di Cassa depositi e prestiti; e Carlo Vivaldi, ex dell’ex co-chief operating officer di Unicredit, di cui è stato responsabile per l’Est Europa. Secondo quanto riporta Adnkronos, la posizione del presidente Nicola Maione non risulta al momento in discussione.

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