AGI - "È una cosa che speriamo di archiviare nel più breve tempo possibile, ieri notte per la prima volta sono riuscita a dormire per due ore filate, mi è sembrato un sogno". A parlare all'AGI, a poche ore dal volo che ha riportato a casa diversi italiani bloccati a Dubai, è Silvia Savio, mamma di Nicolò, uno studente padovano dell'Istituto Tecnico Calvi che al momento dell'avvio dell'azione militare americana contro l'Iran si trovava a Dubai per un progetto scolastico denominato "Ambasciatori del futuro".
"Nicolò sarebbe dovuto ripartire per tornare a casa il 28 ma mi ha chiamato dicendomi: "Mamma, hai sentito?" - racconta - io sono corsa ad accendere la tv, ho visto quello che stava accadendo. Ho cercato di minimizzare e di tranquillizzarlo ma per me è iniziato un vortice di ansie più totali, qualcosa di mai provato prima. Non si capiva niente, sono iniziate le cancellazioni dei voli, il caos più totale".
Il caos dei voli e la paura negli hotel
"Poi per fortuna - prosegue - è intervenuto il preside della sua scuola, il sindaco, il governatore Stefani e mi è arrivato anche il numero di telefono del console. Sono stati tutti meravigliosi".
Una disponibilità tangibile che non ha però ridotto l'ansia e l'incertezza. Il gruppo di studenti aveva infatti fatto il check-out prima di scoprire che il volo era stato cancellato e non poteva quindi rientrare nella struttura.
"Allora sono stati divisi in due hotel ma uno non era sicuro - continua a raccontare la mamma - e dopo una notte sono ritornati al primo hotel. Dormivano assiemeper farsi coraggio, tutti assieme nelle stanze più basse perché quelle ai piani più alti erano troppo pericolose. Noi ci sentivamo con le videochiamate, cercavamo di farlo ridere e scherzare in ogni modo ma era sempre più serio. Mi ci ha confidato di aver avuto davvero paura".
Il volo per Milano e il ritorno in Italia
Per tornare alla vita normale il più rapidamente possibile, poche ore dopo il suo rientro in Italia Nicolò è partito per una gita di classe a Roma. Poche ore di sonno e una levataccia alle 5.30, pur di tornare a ridere con gli amici di sempre.
Ma i segni di quelle ore di terrore sono ancora tangibili. "Mi ha confidato che mentre si imbarcavano per tornare in Italia hanno sentito il cicalino della retromarcia di un furgone che somigliava tantissimo all'alert dei bombardamenti - racconta la mamma - è bastato un suono, un secondo e c'è stato il panico tra i ragazzi".
Due droni Arash 2 lanciati dall’Iran si sono schiantati in Azerbaigian. Uno ha raggiunto un edificio dell’aeroporto di Nakhchivan, mentre un altro è esploso nei pressi di una scuola nell’adiacente villaggio di Shakakabad, nella regione di Babek.
#Azerbaiyán .. aeropuerto en Najicheván . Un dron iraní / ruso Geran2 cayó en el aeropuerto local.
* se ve qua Aliev no le es suficiente que los rusos derriben un avión civil azerí y los iraníes le ataquen el aeropuerto con drones rusos para cortar las relaciones… pic.twitter.com/cK6QNNaUvE
L’aeroporto di Nakhchivan si trova a 10 chilometri dal confine con l’Iran
L’aeroporto si trova a una decina di chilometri dal confine con la Repubblica Islamica: si tratta dello scalo internazionale che serve la Repubblica Autonoma di Nakhchivan, exclave azera confinante con Armenia, Turchia e, appunto Iran (per 179 chilometri). Non ci sono stati morti, ma due persone sono rimaste ferite. Baku ha condannato quanto accaduto, evidenziando il «comportamento inadeguato dell’Iran» e che l’Azerbaigian «si riserva il diritto di rispondere a questa azione». Il ministero degli Esteri ha inoltre convocato l’ambasciatore iraniano. Secondo il media indipendente Qazetchi, le Forze armate dell’Azerbaigian sono state poste in stato di allerta e dispiegate lungo il confine con l’Iran. Secondo alcuni esperti il rafforzamento militare potrebbe essere legato anche alla gestione di un possibile afflusso di rifugiati in caso di ulteriore deterioramento della situazione nella Repubblica Islamica.
AzerTAc published photos from the site of the drone attack on Nakhchivan Airport
Il patron di TelePordenone Mario Ruoso è stato ucciso nella sua abitazione nella mattinata di mercoledì 4 marzo 2026. Figura di spicco nel mondo imprenditoriale e automobilistico, aveva 87 anni ed era anche lo storico proprietario del Garage Venezia, concessionaria di automobili in posizione strategica sulla Pontebbana. Cavaliere del Lavoro, era stato tra i fondatori dell’emittente televisiva che ha fatto la storia di Pordenone dal 1980 al 2024, quando il segnale è stato spento.
La dinamica dell’omicidio
Mario è stato trovato morto nella sua abitazione dal nipote Alessandro, pilota di enduro, che ha subito lanciato l’allarme ai soccorsi e alle forze dell’ordine. Secondo le prime analisi, sarebbe stato colpito più volte con un oggetto contundente, probabilmente una spranga. Nella caduta avrebbe battuto la testa contro lo spigolo di un mobiletto. A quel punto l’assassino avrebbe infierito con altri colpi al capo, fino a provocarne la morte. La ricostruzione, fondata sulle ferite riscontrate e sui primi accertamenti tecnici, delineerebbe un’aggressione improvvisa e feroce.
Una persona sospettata del delitto
Non è ancora noto chi sia l’autore del delitto, ma le autorità hanno portato in questura a Pordenone una persona «sulla quale si nutrono forti sospetti». L’ha riferito il procuratore della Repubblica Pietro Montrone all’Ansa. «Tecnicamente non è ancora in stato di fermo», ha precisato, «stiamo completando gli accertamenti. Non abbiamo ancora elementi sul possibile movente».
Una petroliera all’ancora nelle acque al largo del Kuwait è stata oggetto di un attacco, che è stato di fatto rivendicato dall’Iran: i pasdaran hanno infatti affermato di aver colpito una nave americana di questo tipo nel nord del Golfo Persico. L’equipaggio dell’imbarcazione è in salvo. La petroliera ha però imbarcato acqua e dal serbatoio del carico è stata rilevata una fuoriuscita di greggio, con possibili conseguenze ambientali. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto spiega che il comandante «ha udito una grande esplosione a babordo, per poi vedere una piccola imbarcazione allontanarsi». Il ministero degli Interni del Kuwait ha dichiarato che l’esplosione è avvenuta «al di fuori delle acque territoriali» dell’emirato, ad almeno 60 chilometri dal porto di Mubarak Al-Kabeer.
La petroliera colpita al largo del Kuwait è la sesta imbarcazione attaccata nelle ultime 24 ore nelle acque del Mar Arabico e del Golfo Persico. La prima nave a essere stata colpita è stata la portacontainer Safeen Prestige, al largo dell’Oman. Dove si trovava, ma ben più lontana (a 137 miglia nautiche dalla costa) anche la portarinfuse Pelagia. Al largo di Dubai, nel Golfo Persico, è stata colpita la nave cargo MSC Grace. Due gli incidenti nelle acque di Fujairah, Emirati Arabi Uniti: coinvolte la portarinfuse Gold Oak, battente bandiera panamense, e la petroliera VLCC Libra Trader, battente bandiera delle Isole Marshall.
The Islamic Revolutionary Guard Corps said on Thursday that under “international laws and resolutions,” wartime transit rules through the Strait of Hormuz would be under the control of the Islamic Republic.
— Iran International English (@IranIntl_En) March 5, 2026
La minaccia dei Guardiani della rivoluzione
I Guardiani della rivoluzione, che hanno dichiarato di avere il controllo completo dello Stretto di Hormuz, hanno spiegato che il passaggio attraverso il budello chiave per il commercio mondiale di petrolio è precluso solo alle navi provenienti da Stati Uniti, Israele, Europa e altri alleati dell’Occidente. E queste imbarcazioni, se individuate nel Golfo Persico, «verranno sicuramente colpite».
La premier Giorgia Meloni si è detta preoccupata per le ripercussioni sull’Italia del conflitto mediorientale che, «in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, che sta bombardando tutti i Paesi vicini compresi quelli che si erano spesi per un accordo sul nucleare iraniano, comporta un rischio di escalation che può avere conseguenze imprevedibili». Intervenuta al programma radiofonico Non stop news su Rtl 102.5, ha ribadito che «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci».
Per l’utilizzo delle basi americane l’Italia si attiene agli accordi bilaterali
Per quanto riguarda l’utilizzo delle basi militari americane, Meloni ha affermato che l’Italia si attiene agli accordi bilaterali. Nel nostro Paese ce ne sono sono tre, concesse agli americani in virtù di accordi del 1954 che sono sempre stati aggiornati. «Ci sono delle autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, semplificando, operazioni di non bombardamento. Se poi arrivassero richieste uso basi italiane per fare altro, la competenza sarebbe del governo decidere se concedere un nuovo utilizzo più esteso, ma io penso che in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento», ha aggiunto.
L’invio di aiuti ai Paesi del Golfo e l’attenzione sulla minaccia terroristica
«L’Italia, come Regno Unito, Francia, Germania, intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo. Parliamo chiaramente di difesa aerea, non solo perché sono nazioni amiche ma perché in quell’area ci sono decine di migliaia di italiani, e circa 2 mila militari che dobbiamo proteggere. E il Golfo è vitale per gli approvvigionamenti», ha continuato la Meloni. Sulterrorismo islamico, infine, «non bisogna mai abbassare la guardia, siamo totalmente mobilitati, sono mobilitati tutti i servizi di sicurezza». «Il ministro Piantedosi ha già convocato il comitato per l’ordine e la sicurezza, il comitato analisi strategica antiterrorismo si riunisce in modo cadenzato, abbiamo delle eccellenze. Non siamo distratti, la guardia è altissima».
La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).
Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione
I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.
Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).
Da tempo il patto con il lettore è morto
Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo?
L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani
Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.
Fabrizio Corona (foto Ansa).
La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato
Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare. La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).
Fine di una concezione del giornalismo
La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.