L’ultima tornata delle elezioni regionali 2025 ha visto la prima vera battuta d’arresto di Giorgia Meloni da quanto siede a Palazzo Chigi. Da tre anni a questa parte la premier ha navigato a vele spiegate, con il suo partito, Fratelli d’Italia, che nei sondaggi veleggia costantemente intorno al 30 per cento. Nel primo round di votazioni, un mese fa, Meloni aveva mantenuto le Marche con Francesco Acquaroli, nonostante molti ipotizzassero una vittoria del dem Matteo Ricci. Scontate poi le altre due partite, con la vittoria del centrosinistra in Toscana con Eugenio Giani e del centrodestra con Mario Occhiuto in Calabria.
La batosta di Cirielli: ora Meloni non salta più
Le regioni andate alle urne lo scorso weekend – nonostante l’astensione i tre candidati hanno vinto con oltre il 60 per cento dei consensi – sembrano però aver interrotto la corsa di Meloni. In Campania pesa la sconfitta netta del ‘suo’ candidato, il fedelissimo Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri, che la premier ha imposto agli alleati in zona Cesarini. Su di lui Meloni si era spesa parecchio: è scesa a far comizi a Napoli al grido di «chi non salta comunista è» e ha impegnato l’esecutivo a varare la riapertura di un condono edilizio del 2003 di cui beneficerebbero soprattutto i campani.
Parallelamente, la stampa di destra si era scagliata con la sua potenza di fuoco contro la barca di Roberto Fico ormeggiata «a prezzo di favore». Risultato: il cinquestelle ha stravinto col 60,6 per cento mentre Cirielli si è fermato a un misero 35,7 (anche se va considerata l’altissima astensione, al 44 per cento). Ma è soprattutto FdI ad aver accusato il colpo. Il partito della premier è crollato all’11,9 per cento contro il 18,1 per cento delle ultime Politiche e il 19,4 per cento delle Europee 2024. In Campania i meloniani ora sono tallonati da Forza Italia, al 10,8 per cento. Dall’altra parte, è andato benino il Pd (18,6 per cento) e male i 5 stelle (9,11) anche se andrebbero conteggiati ai pentastellati pure i voti della lista Fico che ha ottenuto il 5,4 per cento.

FdI perde il derby interno con la Lega in Veneto
L’altra débâcle meloniana si è registrata in Veneto nel derby interno con la Lega. Ebbene, non c’è stata partita, soprattutto grazie ai quasi 200 mila voti di Luca Zaia, che hanno iniettato benzina al partito padano (e ora si è capito perché Matteo Salvini non ha voluto una lista Zaia). Risultato: Alberto Stefani ha vinto con il 64,4 per cento, con la Lega al 36,3 e Fdi al 18,7. Il risultato veneto pone due questioni non di poco conto. In primis, potrebbe riaprire la partita in Lombardia, perché il segretario, forte dei numeri, potrebbe rimangiarsi la parola data e tornare alla carica reclamando la candidatura per il dopo-Fontana “ceduta” a FdI. Ma, a meno che non si anticipi il voto, mancano ancora tre anni, un’era geologica in politica. In seconda battuta rafforza enormemente Zaia, che ora potrà fare il bello e cattivo tempo nel partito. E dovrà decidere per il suo immediato futuro. In molti lo indicano come candidato sindaco a Venezia, anche se il Doge (o ex Doge) potrebbe insistere nel perseguire il suo obiettivo: dare vita a una Lega lombardo-veneta sul modello della Csu che Salvini vede come la peste.

La Campania e la Puglia “consacrano” il campo largo di Schlein
Il voto pugliese ha invece consacrato con il 64 per cento Antonio Decaro, che ha subito escluso di avere ambizioni nazionali, ma del resto che poteva dire nel giorno del suo trionfo in Regione? Qui sono andati molto bene il Pd (26 per cento) – anche se veniva dal 33 per cento delle Europee – e le due liste del governatore (12,7 e 8,5 per cento), mentre il M5s si è fermato all’8,2 per cento. Nel centrodestra FdI ha perso quasi 10 punti rispetto alle Europee 2024, ed è calato anche rispetto alle Politiche, fermandosi al 18,7 per cento. A Bari e Napoli, oltre al tracollo di Meloni, il dato politico è il successo del campo largo. Una sorta di benedizione per Elly Schlein e Giuseppe Conte per proseguire sulla strada dell’alleanza «testardamente unitaria».

Il risultato è dunque positivo, anche se a livello locale è assai più facile andare d’accordo, perché al massimo si litiga su un termovalorizzatore, mentre a livello nazionale le divisioni su politica estera e corsa agli armamenti sembrano ancora montagne invalicabili per creare una proposta veramente alternativa alla destra e una coalizione in grado di governare. Ma un dato è significativo: anche se M5s perde voti, sembra che gli elettori pentastellati abbiano ormai introiettato l’alleanza con i dem dem e gli altri, compreso Matteo Renzi. Tanto più che in Toscana, Conte ha accettato di appoggiare un ex nemico come Giani e in Campania ha scelto di ingoiare il “rospo” De Luca, che ha contribuito non poco alla vittoria travolgente di Fico. Segnali, indizi, fotogrammi su cui Conte e Schlein dovranno ancora lavorare molto, ma che provano l’esistenza di un terreno comune. Anzi di un campo. Resta da vedere quanto largo. Nel frattempo il centrosinistra si gode le vittorie di Fico e Decaro e la prima vera sconfitta di Meloni da quando siede sulle comode poltrone in pelle di Palazzo Chigi.
