La Dea bendata, o comunque la si voglia chiamare, a Kyiv pare vederci benissimo. Ne sanno qualcosa l’ex premier ed eroina della Rivoluzione arancione del 2004, Yulia Tymoshenko, sbattuta in galera da Victor Yanukovich, e Petro Poroshenko, predecessore di Volodymyr Zelensky, finito prima nei radar dei tribunali ucraini accusato di alto tradimento e poi tornato a sostenere il presidente dopo l’avvio della guerra nel 2022, nel nome della solidarietà nazionale.
La stretta intorno al cerchio magico di Zelensky
Ora che però il conflitto ha preso una brutta piega e l’attuale inquilino della Bankova non è più l’eroe intoccabile dentro e fuori il Paese, la giustizia selettiva pare aver preso proprio di mira il suo cerchio magico: i recenti casi di Timur Mindich e Andrij Yermak, fedelissimi del capo dello Stato invischiati in giganteschi schemi di mazzette milionarie, almeno secondo l’Ufficio e la Procura speciale anticorruzione (Nabu e Sap), sono la dimostrazione che le lotte di potere interne hanno raggiunto il loro apice. Bombe a orologeria scoppiate nel bel mezzo dell’accelerazione diplomatica per la trattativa di pace, data dagli Stati Uniti con il piano in 28 punti presentato da Donald Trump.

Il sistema in carica dal 2019 è arrivato al capolinea
Di fronte a una situazione sul terreno difficilmente recuperabile, a causa sia del disimpegno statunitense sia di quello europeo, al di là della retorica smascherata dai fatti, l’Ucraina è al momento nella condizione peggiore per negoziare la fine della guerra e le faide all’ombra della Bankova sono il termometro di quanto la situazione sia complicata. Soprattutto la vicenda di Yermak è il segnale che il sistema di potere instaurato dal 2019 è ormai giunto al capolinea e resta solo da vedere come e quando avverrà la transizione. Il castello potrebbe crollare in tempi molto rapidi e nella Capitale ucraina i vari gruppi hanno già posizionato le loro pedine.
Cosa farà Zelensky?
Diversi sono gli scenari possibili, anche sul breve periodo, a seconda di quanto si aggraverà la pressione, giudiziaria e politica, sul presidente e dei risultati del processo negoziale in corso. Zelensky potrebbe essere costretto ad abbandonare il suo incarico con la minaccia di procedimenti penali da parte di Nabu e Sap, per lasciare il posto a un presidente ad interim che, secondo la Costituzione, dovrebbe essere il presidente del parlamento; oppure se ne potrebbe andare prima di sua spontanea volontà, mettendo fine alla sua carriera politica. In ogni caso la futura intesa di pace, ammesso e non concesso che il Cremlino opti per la fine della guerra invece di proseguire l’avanzata nel Donbass, sarebbe firmata dal presidente della Rada. Non da quello attualmente in carica, Ruslan Stefanchuk, ma da chi lo sostituirà per diventare capo di Stato ad interim.

Il possibile schema per la transizione
Il modello è quello già utilizzato nel 2014, durante il cambio di regime alla fine della rivoluzione di Euromaidan, quando il filoccidentale Olexandr Turchinov fu nominato presidente del Parlamento al posto del filorusso Volodymyr Rybak e poi divenne temporaneamente presidente prima della vittoria di Poroshenko alle elezioni. Stavolta potrebbe essere il turno di David Arakhamia, leader parlamentare di Servo del popolo, il partito di Zelensky, o dell’eterna Tymoshenko. Non è escluso un passo in avanti del medesimo Poroshenko, anche se il peso che ha alla Rada non è più quello di un tempo. Gli equilibri in parlamento, condizionati anche dal ruolo che potranno assumere figure come quelle del sindaco di Kyiv, Vitali Klitschko, dell’ex generale Valery Zaluzhny e dai soliti oligarchi, da Igor Kolomoisky a Rinat Akhmetov, saranno comunque determinanti in questa fase di assestamento. Per ora bisogna capire da un lato se Zelensky riuscirà o meno a resistere agli attacchi giudiziari e alle pressioni esterne; dall’altro attendere il piano definitivo degli alleati occidentali e vedere se l’offerta di pace potrà soddisfare il Cremlino, irremovibile sulle richieste reiterate sin dall’inizio della guerra.

