In FdI la corsa per il Quirinale è già iniziata e rischia di dividere il partito

C’è stato un tempo in cui Fratelli d’Italia si muoveva come una milizia compatta: una sola linea, una sola guida, un’ortodossia scolpita nella pietra. Quel tempo però pare essere arrivato agli sgoccioli. L’ingrasso post-elettorale, la valanga di nuovi quadri, il potere accumulato troppo in fretta hanno trasformato FdI in un partito ipertrofico e sfilacciato, attraversato da correnti, filiere personali, ambizioni private.

Le ombre lunghe sul Colle

In mezzo al caos organizzato, in vista della corsa al Quirinale che, salvo imprevisti, dovrebbe tenersi nel 2029, si muovono due ombre lunghe: quella di Alfredo Mantovano, potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e, si mormora, carta coperta dei meloniani di stretta osservanza, e quella del ministro della Difesa Guido Crosetto, che da settimane si aggira per salotti e retrovie istituzionali come fosse già in campagna per il Colle. Ovviamente nessuno dei due lo ammetterà mai. Ma le confidenze, le battute, le mezze frasi sussurrate ai convegni raccontano un’altra storia: la corsa è iniziata, e dentro FdI lo sanno tutti.

In FdI la corsa per il Quirinale è già iniziata e rischia di dividere il partito
Il Palazzo del Quirinale e, a destra, il Palazzo della Consulta (Imagoeconomica).

Sotto il partito monolite si agitano correnti e personalismi

La narrazione ufficiale vuole che FdI domini incontrastato. Sebbene a livello nazionale i sondaggi premino il partito della premier, le recenti Regionali in Puglia, Campania e Veneto sono state la prima vera battuta d’arresto per Meloni. Tre regioni, tre mondi, un’unica fotografia: il partito nazionale pare non riesca più a replicare la sua presa sul territorio. Segno che, sotto la superficie, il consenso non è uniforme, e soprattutto che chi comanda a Roma non comanda ovunque. L’ordine meloniano si reggeva su un dogma semplice: obbedire. Poi è arrivata la massa critica, e con essa le correnti. C’è il cerchio magico di Meloni, con al centro la sorella Arianna (una stella che stenta a brillare) con Giovanni Donzelli e Giovanbattista Fazzolari a fare da sentinelle ideologiche. C’è il gruppo Difesa, che ruota intorno a Crosetto e ai suoi legami con Nato, Vaticano e industria pesante. Ci sono i La Russa a Milano e in Lombardia, da sempre potentissimi nelle trame del Nord. Lollobrigida, con la filiera agricola e il legame con Coldiretti. I Fitto, europeisti tattici e autonomi nei palazzi di Bruxelles. E poi gli storici rampelliani, ma anche i tecnici arruolati all’ultimo minuto e le bande locali del Sud.

In FdI la corsa per il Quirinale è già iniziata e rischia di dividere il partito
Giovanni Donzelli, Arianna Melono e dietro Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).

Mantovano è perfetto per blindare l’eredità meloniana

In mezzo a questo caos, il cerchio magico ha un piano: prendere il Quirinale. Non con Giorgia Meloni, almeno non per ora. La premier punta ad almeno un altro giro a Palazzo Chigi. Se per l’intera legislatura o solo per una parte è da vedere. Detto questo, il nome che circola con sempre maggiore frequenza è quello di Alfredo Mantovano. Non un politico di piazza o un leader carismatico, piuttosto l’opposto: silenzioso, impenetrabile, controllato, con le mani su dossier di sicurezza, intelligence e cyber come mai nessuno prima di lui sotto un governo italiano. Per Giorgia e Arianna è il candidato perfetto: leale, interno, affidabile, ideologicamente allineato. Sarebbe il presidente ideale per blindare l’eredità meloniana. Il caso Bignami–Quirinale, con il Colle costretto a definire «ridicole» le accuse del capogruppo FdI, ha mostrato chi è il vero mediatore istituzionale del governo: non Meloni, non i suoi falchi, ma proprio Mantovano. Un test, o se si preferisce una prova generale.

In FdI la corsa per il Quirinale è già iniziata e rischia di dividere il partito
Sergio Mattarella con Giorgia Meloni e Alfredo Mantovano (Imagoeconomica).

Per alcuni Crosetto è già in campagna elettorale

Mentre i meloniani doc preparano la via al Presidente perfetto, Crosetto pare muoversi come se il Colle fosse un’opzione naturale. Nei palazzi molti sorridono: «Non lo dice, ma lo fa capire», si mormora. Giri istituzionali, incontri con mondi economici e clericali, confidenze ripetute: Crosetto si considera il profilo più spendibile, quello che potrebbe ottenere voti oltre la maggioranza, quello che rassicura Nato, mercati, Vaticano, persino pezzi dell’opposizione moderata. Il suo è un mistico realismo politico: si vede già nella parte del Presidente di garanzia, forse più stimato all’estero che in via della Scrofa. Il problema? Per la corrente Meloni, Crosetto è troppo indipendente, troppo ingombrante. Deciderebbe in autonomia e per qualcuno, dentro FdI, è la definizione stessa di pericolo. Anche nella pancia del partito, il ministro sarebbe percepito come il Presidente degli altri: dei militari, dei diplomatici, delle industrie, dei moderati. Nei corridoi, qualcuno sintetizza con una battuta perfida: «Se comanda Giorgia, al Colle ci va Mantovano. Se comanda lo Stato profondo, ci va Crosetto. Il punto è capire chi comanderà davvero nel 2029». Fatto sta che in Fratelli d’Italia la corsa al Quirinale è partita molto prima che qualcuno, pubblicamente, potesse anche solo sussurrarla. Ma la sfida Mantovano-Crosetto rischia di picconare il partito che voleva dominare il Paese.

In FdI la corsa per il Quirinale è già iniziata e rischia di dividere il partito
Guido Crosetto (Imagoeconomica).