Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina

«La Cina deve aiutarci e inviare le sue navi da guerra, perché il 90 per cento del petrolio che riceve passa dallo Stretto di Hormuz». Parola di Donald Trump, nel suo “invito” a Pechino di fornire assistenza per garantire sicurezza alle rotte petrolifere del Medio Oriente. Volutamente o no, il presidente degli Stati Uniti ha dato però un dato errato. Quella percentuale si aggira infatti intorno al 45 per cento, circa la metà, ed è assai più bassa di quella che riguarda gli alleati asiatici degli Usa come Giappone e Corea del Sud, in entrambi i casi anche superiore al 90 per cento. La sensazione è che a Washington esagerino la portata dell’impatto della guerra sulla Cina, che vede senz’altro compromessi diversi interessi rilevanti, ma non vitali.

Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa).

La resilienza energetica di Pechino

L’Iran e i Paesi del Golfo restano una fonte fondamentale per l’approvvigionamento di petrolio di Pechino, ma la struttura del sistema energetico cinese è molto più diversificata e resiliente di quanto si pensi. Partiamo dalla provenienza delle importazioni. Una quota significativa proviene sì dal Golfo Persico, ma la Cina ha progressivamente ampliato il numero di fornitori e le rotte di approvvigionamento. L’Arabia Saudita, l’Iraq e l’Iran restano partner importanti, ma non sono più gli unici pilastri del sistema di approvvigionamento. Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti con produttori africani, latinoamericani e con la Russia, che oggi rappresenta uno dei principali partner energetici del Paese. Si guarda anche a Brasile, Indonesia e Canada, in un mosaico di forniture che rende molto più complesso immaginare uno shock energetico immediato e totale provocato da una crisi regionale.

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Xi Jinping con Luiz Inacio Lula da Silva a Pechino (Ansa).

La rete di pipeline terrestri riduce la dipendenza dalle rotte marittime

Questo processo di diversificazione ha anche una dimensione infrastrutturale. La Cina ha sviluppato una rete crescente di oleodotti e gasdotti terrestri che riducono la dipendenza dalle rotte marittime. I collegamenti energetici con la Russia e con l’Asia centrale permettono di trasportare petrolio e gas direttamente via terra, aggirando i cosiddetti “colli di bottiglia” marittimi come Hormuz o lo Stretto di Malacca. In un eventuale scenario di crisi nel Golfo Persico, queste infrastrutture rappresenterebbero un canale alternativo fondamentale. Un lusso che vicini asiatici come Giappone e Corea del Sud non si possono permettere, visto che dipendono del tutto dalle importazioni via mare. Anche Seul, infatti, amministra un territorio che è insulare de facto, visto che l’unico confine terrestre è quello invalicabile con la Corea del Nord.

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Petroliere al porto di Tianjin (Ansa).

Il maxi progetto del gasdotto Power of Siberia 2

Proprio in tal senso, nel nuovo piano quinquennale 2026-2030 appena approvato da Pechino, compare la previsione del completamento dei «lavori preparatori per il percorso centrale del gasdotto Cina-Russia». Secondo molti analisti, si tratta di un riferimento implicito al Power of Siberia 2, il maxi progetto che punta a collegare i giacimenti della Siberia occidentale direttamente al mercato cinese attraverso la Mongolia, creando una delle più grandi infrastrutture energetiche del mondo. Il presidente russo Vladimir Putin ha promosso con forza questo progetto negli ultimi anni, presentandolo come il pilastro di una nuova architettura energetica eurasiatica. Finora, Xi Jinping aveva mantenuto un atteggiamento prudente senza dare il via libera definitivo. Il nuovo conflitto e l’instabilità del Medio Oriente potrebbero portare alla luce verde.

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Vladimir Putin e l’allora vice primo ministro cinese Zhang Gaoli all’inaugurazione del primo tratto del Power of Siberia in Yakuzia nel 2014 (Ansa).

Stoccaggi strategici e riserve petrolifere contro gli shock energetici

La Cina ha la possibilità di attutire l’impatto della crisi iraniana anche grazie alla sua capacità di stoccaggio strategico. Negli ultimi anni ha ampliato enormemente le proprie riserve petrolifere, costruendo grandi depositi destinati a garantire la sicurezza energetica del Paese in caso di shock improvvisi. Queste scorte permettono di compensare eventuali interruzioni temporanee delle importazioni e di stabilizzare il mercato interno. Secondo le stime della Rystad Energy, la Cina ha accumulato riserve strategiche di petrolio equivalenti a circa 430 mila barili al giorno. Un livello di scorte che, in caso di shock nelle forniture internazionali, permetterebbe a Pechino di affrontare la situazione con una relativa tranquillità per un periodo stimato intorno ai quattro mesi.

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Un campo petrolifero a Gudong (Ansa).

L’autosufficienza energetica e la «Grande muraglia sotterranea»

Il tema delle riserve è tornato con forza anche nelle discussioni politiche interne. Durante le recenti “due sessioni”, le riunioni plenarie annuali del cosiddetto “parlamento cinese” che si sono chiuse giovedì 12 marzo, il perseguimento dell’autosufficienza energetica è emerso come una delle priorità strategiche per il prossimo ciclo di pianificazione economica. Il nuovo piano quinquennale 2026-2030 prevede ulteriori investimenti nella capacità di stoccaggio e nella protezione delle infrastrutture energetiche. In tal senso, nelle scorse settimane il gigante statale PowerChina ha avanzato la proposta di creare quella che i media cinesi hanno ribattezzato «Grande muraglia sotterranea». In sostanza, il progetto immagina la creazione di un sistema di infrastrutture sotterranee capace di collegare e proteggere centrali idroelettriche, depositi di petrolio e gas e strutture di stoccaggio strategico. L’obiettivo è duplice: aumentare la capacità di accumulo e rendere più difficile colpire queste infrastrutture in caso di crisi o conflitti. La Cina ha già esperienza nelle infrastrutture sotterranee, visto che negli ultimi anni ha ampliato la presenza di bunker per la conservazione del proprio arsenale nucleare. D’altronde, la sicurezza energetica è ormai legata alla sicurezza nazionale, visto che l’energia diventa sempre più bersaglio militare come sta accadendo nella guerra in Medio Oriente.

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Xi Jinping (Ansa).

Il mix energetico tra carbone e rinnovabili

Un altro fattore di relativo vantaggio della Cina è la struttura stessa del suo mix energetico. Nonostante resti il maggiore importatore mondiale di petrolio, l’economia cinese è alimentata da una combinazione molto più ampia di fonti. Il carbone continua a rappresentare una componente importante del sistema energetico nazionale, mentre negli ultimi anni Pechino ha investito massicciamente nello sviluppo delle energie rinnovabili. La Cina è oggi di gran lunga il più grande produttore mondiale di energia solare ed eolica: la dipendenza dalle importazioni di petrolio non è eliminata, ma il peso relativo del greggio nel sistema energetico complessivo è in diminuzione. Tradotto: uno shock petrolifero avrebbe conseguenze economiche rilevanti, soprattutto qualora la crisi dovesse essere prolungata, non paralizzerebbe però il sistema energetico e produttivo della Cina.