Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi

C’è una lista sola, ma a scorrere i nomi sembrano due, a dimostrazione che la casa è in subbuglio. Dentro, per dirla in soldoni, c’è chi ambisce a che tutto resti com’è: Nicola Maione presidente, Luigi Lovaglio amministratore delegato, ovvero la continuità dei vertici di Mps, di coloro che hanno vinto la battaglia di Mediobanca e ora vogliono godersi gli allori. Ma ci sono anche i potenziali sostituti, nomi pesanti: Corrado Passera, Fabrizio Palermo, Carlo Vivaldi. Quest’ultimo, dettaglio non trascurabile, è stato il capo di Lovaglio in UniCredit. Chiaro il messaggio. Mettere il tuo ex superiore nella lista che potrebbe defenestrarti è un mirabile esercizio di sottile perfidia la cui regia, inutile girarci intorno, è di Francesco Gaetano Caltagirone, di gran lunga il più scatenato tra i tre azionisti forti del Monte.

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Per Caltagirone la fusione non s’ha da fare, per Lovaglio è un’ossessione

Il Mef, ovvero il governo, dopo essere stato sfiorato dall’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita di azioni Mps (pacchetto finito nelle mani di Caltagirone, Delfin e Anima in circostanze che ai pm milanesi hanno fatto drizzare le antenne), e dopo che un suo dirigente nonché consigliere a Siena si è dimesso con l’accusa di insider trading, ha optato per il basso profilo, postura più consona alla situazione. Delfin, ovvero la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio, è alle prese con beghe ereditarie assai più urgenti da sbrogliare che non infervorarsi in una sanguinosa contesa. Resta lui, il signore dei mattoni capitolini, che sulla questione chiave, ovvero la totale incorporazione di Mediobanca da parte di Mps, ha le idee chiarissime: assolutamente no, neanche a parlarne. Mentre Lovaglio quella fusione la insegue come un’ossessione, convinto che sia il coronamento della sua stagione a Rocca Salimbeni, e che ridurre Piazzetta Cuccia a succursale togliendola dal mercato lo protegga, visto il calibro degli interlocutori milanesi, da future sorprese. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Pr in trincea: Comin & Partners contro Image Building

La scadenza è il 5 marzo, data entro cui la lista ufficiale va depositata. Dopodiché, sarà l’assemblea a decidere. Nel mezzo, una guerra che non si combatte solo nelle stanze ovattate dei palazzi finanziari ma anche, e forse soprattutto, sulle colonne dei giornali, dove una frase o un aggettivo in più o in meno possono valere quanto una delibera. Le pubbliche relazioni sono sempre state un’arma tattica di prim’ordine. E infatti al fronte le trincee sono già presidiate manu militari. Con Mps c’è Image Building, che arriva ringalluzzita dai recenti successi: nel suo palmares la società di pierre vanta tre presidenti di Confindustria sugli ultimi quattro, e ha appena accompagnato Chiara Ferragni fuori dal pantano del pandoro-gate con un’assoluzione che ha avuto la sua bella copertura mediatica. Con Caltagirone c’è Comin & Partners che, ironia della sorte, è la stessa che fino a poco tempo fa lavorava a fianco di Mediobanca, cioè in difesa di colei che il costruttore voleva annientare. Cambiare casacca è un’operazione scevra da sentimentalismi, una medaglia da appuntarsi al petto perché vuol dire che l’avversario riconosce la bontà del tuo combattere. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Il ritorno di Passera nella lista di Mps

L’editore del Messaggero, del resto, si è ispirato a un metodo collaudato, quello berlusconiano: se il tuo avversario è bravo, portalo dalla tua parte. Il Cav ci provò con Passera, che nella trattativa sulla Mondadori rappresentava Carlo De Benedetti. Non ci riuscì, anche perché “comprarsi” una manager si rivelò un filino più complicato che convincere Mike Bongiorno e Pippo Baudo a disertare la Rai per approdare a Mediaset. Oggi, e la cosa ha sorpreso non poco, proprio Passera ricompare nella lista del Monte. Dopo la sfortunata avventura con Illimity, banca digitale che nelle ambizioni del fondatore doveva rivoluzionare il credito alle imprese e che invece ha avuto una parabola ben più modesta delle aspettative, eccolo di nuovo sulla scena, alle prese con un istituto che con la modernità ha sempre avuto un rapporto complicato. Nel gran bazar del potere i nomi hanno la natura dei fiumi carsici: spariscono, sembrano dimenticati, poi riemergono là dove meno te lo aspetti intrecciandosi con altri nomi, portato di differenti stagioni e battaglie. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Corrado Passera (Imagoeconomica).

I fantasmi che agitano Rocca Salimbeni

Caltagirone e Lovaglio, nel frattempo, si detestano sempre di più. Non è una supposizione giornalistica: è la sintesi di un rapporto che era cominciato all’insegna dell’idillio e si è trasformato, con la velocità tipica delle relazioni tra potenti, in qualcosa che rasenta il rancore. In finanza, come in politica, l’amore dura fino al primo conflitto d’interessi. Poi restano i comunicati, le indiscrezioni, i pizzini e le liste con i nomi in codice. Il Monte dei Paschi, l’istituto di credito più antico del mondo per definizione statutaria e  vocazione alla catastrofe ciclica, aspetta di capire la sua sorte. E anche se ha visto di peggio, ora teme il ripetersi di un passato turbolento e drammatico, preso tra l’aspirazione a tornare a essere una banca come le altre o restare, ancora una volta, lo specchio fedele delle sue eterne geometrie variabili, dove le amicizie si trasformano in ostilità, i nemici in alleati, i trionfi apparenti in sconfitte certe. Tutto incorniciato in una governance, contaminazione e spesso maldestra sintesi di pubblico e privato, che assomiglia a una trama già vista e mai davvero conclusa. 

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni

Ci sono fusioni che sembrano matrimoni dinastici e altre dove invece i parenti della sposa mugugnano sottotraccia perché lo standing dello sposo delude le loro aspettative. Quella tra Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca appartiene alla seconda categoria. Il consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha deliberato all’unanimità la fusione e dunque il delisting di Piazzetta Cuccia. Fine di un’epoca: Mediobanca esce dalla Borsa dove stava ininterrottamente dal 1956, quando il termine salotto denotava senza incertezza semantica la crème dei capitalisti senza capitali (copyright Enrico Cuccia) e non un talk show televisivo. Segno dei tempi, dirà qualcuno, inutili sentimentalismi. Però non si può non avere un piccolo sussulto nel dare l’addio a una società protagonista, nel bene e nel male, di tre quarti di secolo della finanza italiana.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Rocca Salimbeni, sede di Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

La linea di Lovaglio ha prevalso su quella di Caltagirone

Alla fine la linea di Luigi Lovaglio, 70enne coriaceo banchiere temprato nelle filiali oltrecortina di Unicredit e provvisto di spigoloso carattere, ha prevalso su quella di Francesco Gaetano Caltagirone. Il primo deciso a chiudere il cerchio, anche a costo di sborsare i due e passa miliardi necessari per accompagnare Mediobanca fuori dal listino. Il secondo incline a lasciarla quotata, ufficialmente per preservarne un briciolo di autonomia, in realtà per evitare che il Monte si alleggerisse di una cifra che, in tempi di tassi ballerini e vigilanti sospettosi, non è esattamente una mancia.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Ha vinto invece la logica dell’incorporazione totale: niente doppie anime, niente ambiguità, una sola catena di comando. È così che Piazzetta Cuccia scompare dal tabellone di Piazza Affari come una vecchia insegna smontata nella notte.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

Melzi d’Eril dovrà spiegare ai mercati che non si tratta di retrocessione

Dopo l’amorevole scambio di complimenti al termine dell’operazione che ha portato alla conquista di Milano, tra Lovaglio e Caltagirone era sceso il gelo. In finanza bisognerebbe diffidare dei convenevoli, spesso forieri di futuri contenziosi: finché serve si brinda, quando non serve più ci si guarda in cagnesco. L’Ingegnere non è entusiasta, eufemismo, e nemmeno i vertici di Mediobanca. L’amministratore delegato Alessandro Melzi d’Eril, che di Piazzetta Cuccia è un neofita, dovrà ora spiegare ai suoi uomini e ai mercati che non di retrocessione si tratta, ma di «integrazione strategica».

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Alessandro Melzi d’Eril (foto Imagoeconomica).

Il presidente Vittorio Grilli, che ha lasciato JP Morgan, ossia la più grande banca al mondo, avrà contezza del fatto che guidare Mediobanca come filiale d’investimento del Monte non è esattamente la stessa cosa di prima? Lo stipendio sicuramente non soffre, ma il blasone sì.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).

Il delisting riporta Mediobanca dentro una logica più verticale

La questione però non è sentimentale, ma sistemica. Mediobanca è stata per decenni il luogo dove il capitalismo italico si parlava allo specchio: partecipazioni incrociate, patti di sindacato, moral suasion più o meno esplicite. Delistarla significa sottrarla al giudizio quotidiano del mercato e riportarla dentro una logica più verticale, più bancaria e meno da boutique e scrigno prezioso che custodisce il controllo delle Assicurazioni Generali.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

L’ennesima riscrittura di una storia che non manca mai di far discutere

Montepaschi, la banca più antica del mondo, sopravvissuta a granduchi, guerre, acquisizioni sciagurate e aumenti di capitale, oggi ingloba l’istituzione che ha dettato a una generazione di capitalisti e financo di politici le regole del gioco. È una nemesi o semplicemente il portato di un’evoluzione naturale di fronte a contesti che sono cambiati? Per ora è una scelta su cui servirà tempo per saggiare le conseguenze. Ma che per intanto comporta il voltare pagina e insieme l’ennesima riscrittura di una storia, quella di Mediobanca, che non manca mai di far discutere.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse

Ci siamo, anche se il forse è d’obbligo finché una firma non lo trasformi in certezza. E finché non si trova un accordo definitivo sul prezzo (alla finestra c’è sempre Leonardo Maria Del Vecchio in agguato), che non è un nodo di poco conto ma che i due attori della trattativa sembrano determinati a sciogliere per non tirarla alle Calende, greche come l’acquirente designato Theodore Kyriakou, patron del gruppo Antenna, di cui Tony Blair è appena diventato senior advisor. Ma sulla cessione di tutta Gedi, compresa La Stampa, che però è oggetto di una trattativa in esclusiva fino ad aprile con la Sae di Alberto Leonardis, si intravede il traguardo di primavera.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il ceo di Exor John Elkann (foto Ansa).

Alla fine dovremmo dunque avere un armatore ed editore televisivo straniero che entra nella carta stampata di un altro Paese, immune ai sovranismi e ai golden power che il suo governo ipersensibile al tema ha già detto di non voler esercitare. Il pre-accordo arriverà a breve, il closing è una formalità: la casa editrice è interamente controllata dalla Exor di John Elkann, e Elkann ha deciso da tempo di voler fuggire mille miglia lontano da ciò che ha sentore di editoria.

Resta il nodo di una zavorra: Stardust

Il perimetro dell’operazione comprende le radio, la Repubblica, Huffington Post, i pochi periodici rimasti, Limes in testa, e la concessionaria pubblicitaria Manzoni. Sulla carta, un pezzo ancora significativo dell’ecosistema informativo italiano. La trattativa ha accumulato settimane di due diligence così minuziose che, al confronto, La Recherche di Marcel Proust sembra un romanzo breve. Si parla di 160 mila pagine, cifra che cresce nel passaggio da un testimone all’altro, come nella migliore tradizione del racconto orale. Perché il nodo non era la valutazione dei giornali, settore dove i multipli ormai sono retaggio del passato, ma la zavorra che Gedi si porta dietro. Una zavorra con un nome preciso: Stardust.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il logo di Gedi e quello di Stardust.

Acquisita nel pieno dell’euforia per la creator economy e l’influencer marketing, Stardust era stata presentata come la porta d’accesso al futuro: contenuti nativi per social, community verticali, brand integration, engagement. Tutto in inglese, tutto promettente e destinato a lauti dividendi. Il prezzo d’acquisto si aggirava attorno ai 30/40 milioni, con valutazioni fondate su crescite a doppia cifra e prospettive da Silicon Valley in salsa meneghina.

Margini compressi, costi più alti del previsto: un buco nero

Poi però quando, come dice il guru dell’immobiliare Roberto Carlino, si è trattato di passare dai sogni alla solida realtà, si è scoperto il disastro. Margini compressi, costi più alti del previsto, una dipendenza strutturale dalle piattaforme che decidono algoritmi e visibilità come un sovrano assoluto. Risultato: rettifiche, svalutazioni, impairment che tra scritture contabili e aggiustamenti di goodwill hanno pesato per decine di milioni sui conti consolidati. Un buco nero, appunto.

Kyriakou sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti

Ed è su questo buco, da cui man mano che si procedeva nell’analisi dei conti uscivano sgradite sorprese, che la trattativa si è incagliata per settimane. Kyriakou, uomo di televisione e sport – sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti, si suppone pescati tra gli esuberi di Gedi – sa che i contenuti contano. Ma sa anche che i bilanci contano di più. Ed è per questo che sta tirando sul prezzo.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Dazn (Ansa).

Quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga?

La discussione non è stata su Repubblica, brand ancora forte nel suo ineluttabile declino strutturale, né su Manzoni, asset strategico in un mercato pubblicitario sempre più concentrato. Il braccio di ferro è stato sulla quantificazione del passato: quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga? Lo paga Kyriakou, ma con un cospicuo sconto sull’ammontare complessivo dell’operazione, sulla quale si erano sentite le cifre più disparate, anche 140 milioni, nell’ottica del venditore che vuole far pesare l’indubbio valore della parte radiofonica.

Il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un modello di business

La domanda che ora tutti si fanno è se Kyriakou saprà gestire Repubblica, quotidiano preda di una crisi conclamata di copie e lettori. Ma la vera domanda è se l’editoria italiana abbia finalmente capito che il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un nuovo modello di business. Senza il quale, finché si resta sospesi tra nostalgia della carta e dipendenza dagli algoritmi, ogni cessione verrà presentata come una rinascita. E vissuta come una resa.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

C’è qualcosa di grottesco nella scena che si ripete, con puntualità liturgica, sulle colonne del Corriere della sera: Marina Berlusconi, tono da azionista di maggioranza che misura le parole, ricorda ad Antonio Tajani che dentro Forza Italia il tempo scorre e il rinnovamento non è più eludibile. E il finto mite segretario, con aplomb democristiano riverniciato d’azzurro, replica che il rinnovamento è già in corso. Tradotto in metafora immobiliare: la proprietaria manda continui avvisi di sfratto all’inquilino, lui risponde che i lavori di ristrutturazione dell’appartamento stanno procedendo. E intanto non si schioda. Anzi, vi si accomoda sempre meglio.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
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Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

Forza Italia è un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario

A questo punto Marina, se non vuole che i suoi inviti finiscano sommersi da ironici sorrisetti, dovrebbe cambiare approccio. Partendo dalla consapevolezza che Forza Italia non è un attico in centro né il cda di una delle sue aziende. È un partito. E come tale, anche quando sopravvive come proiezione carismatica del fondatore, non è un asset patrimoniale ma un organismo fatto di correnti, sottocorrenti, capibastone, tessere, pacchetti di voti, feudi territoriali. Un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario.

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Tajani si difende con la carta dei congressi, tanto odiata da Silvio

Il paradosso è che Tajani si difende invocando democrazia interna e congressi. Cioè prerogative a cui Silvio Berlusconi, che si considerava monarca assoluto, era allergico. Per il Cav la parola congresso era un concetto filosofico. Si faceva quando serviva, ossia quando decideva che servisse. Cioè mai. Forza Italia era lui, il congresso pure. Il sornione Tajani invece si trincera dietro la liturgia democratica: assise regionali, confronto interno, pluralismo. Una prassi che ai vecchi tempi sarebbe apparsa, se non sovversiva, irriguardosa nei confronti del padre fondatore.

Puoi possedere il marchio, ma non comandi così da Milano…

Forse nelle varie peregrinazioni dei maggiorenti azzurri a casa di Marina, qualcuno dovrebbe spiegare alla presidente di Fininvest che la creatura politica di famiglia ha sviluppato un proprio sistema immunitario. Puoi possederne il marchio, le fideiussioni, custodirne la memoria, rivendicarne l’eredità simbolica. Ma non comandi da Milano il vertice di una piramide fatta di gruppi parlamentari, delegati, coordinatori regionali, notabili con pacchetti di preferenze e variegati interessi da rappresentare.

Occhiuto si è ritirato per evitare una sconfitta plateale

Ecco perché il rinnovamento langue. E gridare al lupo che non arriva mai rischia di diventare un siparietto stucchevole. Infatti il lupo indicato dalla famiglia come volto nuovo, Roberto Occhiuto, ha fatto un passo indietro tornandosene nel bosco. Ufficialmente per evitare lacerazioni. In realtà perché la designazione rischiava di trasformarsi in una sconfitta plateale.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Antonio Tajani e Roberto Occhiuto durante un evento del 2021 (Imagoeconomica).

Tajani e Barelli giocano in proprio anche sulle nomine nelle partecipate

E mentre dal Nord arrivano risentiti mugugni – linea troppo romana, laconicamente ministeriale, poco identitaria – il partito resta saldamente a conduzione capitolina. I congressi regionali si celebrano, le mozioni si votano, ma il baricentro non si sposta. Roma decide, il territorio ratifica, il rinnovamento resta un titolo buono per un’intervista. Tajani e Paolo Barelli, Stanlio e Ollio come li chiamano i detrattori, giocano in proprio anche al tavolo delle nomine nelle partecipate.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Marina probabilmente pensa che un partito personale possa restare tale anche dopo la scomparsa del fondatore. Ma quando il carisma del capo svanisce, a comandare sono le procedure. Lente, opache, spesso irritanti, una burocrazia efficacissima nel difendere chi è già seduto al tavolo e respingere chi ambisce a prendervi posto. Risultato? La primogenita del Cav invia segnali, Tajani risponde con rassicurazioni, Occhiuto attende tempi migliori, mentre Forza Italia continua la sua navigazione controllata. Non è una marcia trionfale ma, complici gli sbandamenti della Lega e qualche scivolone dei Fratelli, una postura che solo un intervento più deciso della primogenita del Cav potrebbe ravvivare. Sempre che, al di là del consunto refrain sul nuovo che non avanza, lo voglia far avanzare davvero.

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit

C’è un’ipotesi di reato, non un reato acclarato. Dettaglio tecnico che però non cambia la sostanza: Stefano Di Stefano, alto dirigente del Mef e consigliere Montepaschi, avrebbe comprato azioni della banca senese e di Mediobanca alla vigilia dell’Ops, intascando 8.700 euro per sé e 1.300 per suo figlio. Insider trading d’antan, versione low cost. Insomma, poraccitudine. Se proprio devi sporcarti le mani, almeno fallo per cifre che valgano la pena (si scherza, naturalmente). Oltreoceano, sul possesso di informazioni riservate, c’è chi accumula fortune colossali. Qui ci si accontenta di briciole che ti mandano comunque a processo, compromettendoti carriera e reputazione. 

LEGGI ANCHE: Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia

La marcia trionfale di Mps sta segnando il passo

Ma il punto non è il reato. È il simbolo. Perché la marcia trionfale dell’estate scorsa con Montepaschi a far da ariete, Mediobanca come porta d’accesso e Generali come premio finale, sta segnando vistosamente il passo. Il copione era scritto: relazioni, patti sottobanco, convergenze più di potere che industriali. Solo che adesso i protagonisti sono fermi al Piave. Tutti indagati, tutti che giurano di non aver concertato nulla, e che soprattutto hanno cominciato a litigare tra di loro sotto la spada di Damocle della Procura. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Piazzetta Cuccia (Imagoeconomica).

L’affaire Di Stefano è un boomerang per il Mef

Partiamo dal convitato di pietra: il ministero dell’Economia. L’affaire Di Stefano gli si ritorce contro come un boomerang. Doveva fare l’arbitro di un consolidamento rispettoso delle regole, invece si è tolto giacca e cravatta ed è sceso in campo. Il problema prima che giudiziario è di credibilità. Il Mef doveva garantire il mercato, non giocare per una squadra. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Caltagirone e Lovaglio dall’idillio al gelo

Nel frattempo Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio, ad di Mps, sono passati dall’armonia alla glaciazione in tempo record. Dall’idillio all’indomani del successo dell’Ops su Mediobanca allo scontro frontale sui suoi destini. Le grandi intese durano finché non si capisce chi comanda davvero. E probabilmente il pugnace Lovaglio ha realizzato che lasciare Piazzetta Cuccia come repubblica indipendente dentro il Monte significava consegnarle le chiavi del regno. Merchant bank batte banca commerciale: l’aura prevale sulla forza bruta. Meglio che a Milano non abbiano troppi Grilli per la testa. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Milleri intrappolato nella guerra dei Del Vecchio

Sullo sfondo la saga dei Del Vecchio. Una guerra di successione tra gli eredi di Leonardo che tiene Francesco Milleri con le mani legate: azionista forte ma non abbastanza, decisore potenziale ma con il freno a mano tirato. Dettaglio non marginale: pure lui indagato, insieme a Caltagirone e Lovaglio, per concerto nell’inchiesta milanese sulla vendita di azioni Mps da parte del Mef. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mentre gli indagati litigano si allunga l’ombra di UniCredit

Il risultato è un cortocircuito perfetto. L’operazione che doveva dimostrare che un certo capitalismo italiano sa ancora fare sistema si è trasformata in una masterclass su come non farlo. Generali, la vera posta in gioco, resta sempre più lontana. Trieste – sede, simbolo e agognato feticcio – sta diventando un miraggio. E mentre gli indagati litigano tra procure e cda, cresce l’ombra di UniCredit, l’outsider silenzioso. Quello che non parla di scalate patriottiche, ma di numeri, che non ha bisogno di concerti perché suona da solo. Vuoi vedere che alla fine, nonostante le smentite di rito, sarà proprio la banca guidata da Andrea Orcel a prendersi Mps e (Intesa permettendo) tutto quel che gli vien dietro? 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera

Tecnicamente, nella struttura del racconto, si chiama messa in abisso. È quel dispositivo della narrazione per cui si parte da una storia che ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra ancora e poi un’altra, fino a trasformare il tutto in una sorta di specchio infinito. Tutto questo per dire che la vicenda che ha coinvolto Andrea PucciSanremoGiorgia Meloni e oppositori, Pd in testa, è una messa in abisso perfetta. Non voluta, non progettata, ma i cui esiti ben ne ricalcano il funzionamento. Si dirà che anche il Festival di Sanremo, con il suo spasmodico centellinare da mesi prima personaggi e modalità dell’evento, è una messa in abisso. E infatti questa è un’altra storia nella storia, da sfogliare nei suoi molteplici livelli. 

La protesta dell’opposizione trasforma l’invito di Pucci in un caso

Primo livello. Il comico Pucci, campione del politicamente scorretto, viene invitato alla kermesse canora. Un comico sul palco: accade da sempre, spesso con esiti imbarazzanti, raramente memorabili, anche perché quella platea è irta di insidie, lo sa bene Maurizio Crozza quando dileggiò Silvio Berlusconi tra fischi e grida di disapprovazione. E qui scatta la prima reazione: l’opposizione protesta, l’invito diventa un caso e lo showman, che aveva postato sui social una foto col sedere di fuori annunciando il suo arrivo, si ritira. Partita chiusa? Macché, siamo solo all’inizio. 

L’intervento di Meloni e il solito vittimismo destrorso

Secondo livello. Giorgia Meloni, invece che lasciar scatenare i suoi, interviene in prima persona. Parla di censura, di clima illiberale, di artisti intimiditi, di satira accettabile solo quando la dileggia. In altre parole, trasforma un invito televisivo saltato in una questione di censura. 

Ammettiamo che l’occasione, prendere un episodio ed estrapolarlo dal contesto per farlo diventare simbolico, era troppo ghiotta. La destra, quando fiuta aria di vittimismo, non sbaglia quasi mai il colpo. E la premier, ovvero la sua massima rappresentante, ha voluto (a nostro parere sbagliando) ribadirlo. C’è una schiera di adepti pronta a difendere Pucci e la discriminazione subita, lascia fare a loro: de minimis non curat praetor

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Giorgia Meloni (Ansa).

Il cortocircuito narrativo del Pd

Terzo livello. Il Pd pavlovianamente risponde. Un po’ nel merito, denunciando Pucci e le sue battute sessiste che fanno apparire Pio e Amedeo, altri campioni della satira di destra, delle educande. Ma soprattutto sull’intervento a sua difesa di Meloni che si occupa di Sanremo e non di cose più serie come il ruolo impone. Una considerazione apparentemente spendibile, ma che in realtà è un assist narrativo. Perché sancisce che questa vicenda non è una cosa seria nel momento in cui tutti ne parlano, si indignano e si sfogano sui social. Il Pd insomma denuncia l’irrilevanza della questione di fronte ai grandi problemi che affliggono il Paese e l’universo mondo nel momento in cui la cavalca. Ma così facendo fa diventare l’irrilevanza rilevante. 

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per la politica satira e censura diventano il pretesto per parlarsi addosso

A questo punto, per non perdersi, è bene riassumere gli elementi di questo perfetto esempio di messa in abisso: un comico che viene invitato a Sanremo fa scattare una polemica che provoca un intervento della premier che provoca una contro-polemica dell’opposizione che genera prese di posizione, post denigratori, editoriali che inducono Pucci a ritirarsi dal Festival, che al mercato mio padre comprò. Una polemica a generazione spontanea. In questo bailamme infatti non si intravvede un burattinaio, una regia che tiri le fila della trama. C’è solo un sistema mediatico che funziona per autoriproduzione. Ogni livello non definisce il precedente, ma lo moltiplica. Ogni intervento sul tema non chiude il discorso, ma lo rilancia. È un ipertesto involontario in cui ciascun attore recita una parte che crede autonoma, ma che invece è totalmente asservita alla logica del meccanismo. In tutto questo Sanremo è solo lo sfondo, un luogo virtuale dove il fatto in sé perde di significato rispetto alle sue conseguenze. Satira e censura diventano il pretesto offerto alla politica per commentare se stessa. La messa in abisso trasforma il dibattito nella proiezione di un sistema che alimenta all’infinito la propria rappresentazione.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Poco attese, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina sono arrivate in città. Anzi, nelle città. E si è scoperto, con sommo rammarico degli organizzatori, che ai milanesi dell’evento importa il giusto, tendente al poco. Stesso andazzo a Cortina, cui il New York Times ha dedicato un articolo con quella curiosità un po’ antropologica che anima gli stranieri quando trattano le cose dell’Italia: la perla delle Dolomiti non vibra, non scalpita, quasi si annoia. Figurarsi Milano.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Qualcuno ha tirato in ballo lo snobismo della sua borghesia, che il vertiginoso schizzare in alto del tasso di ricchezza dei suoi abitanti (indigeni o fiscalmente acquisiti) ha accentuato. È uno snobismo che sconfina nell’insofferenza, che al primo sentore di disagio raccoglie armi e bagagli e si ritira nelle seconde case. Milano funziona così: celebra gli eventi con l’identico approccio che si ha verso le ristrutturazioni dei palazzi: «Bellissimo. Ma fate pure, io torno quando è finito».

Alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue?

Peraltro questa è una faccia dello snobismo. L’altra consiste nella malcelata soddisfazione di vedere le strade del centro mezze vuote (ma non sarà perché piove a dirotto o perché un cappuccino costa 10 euro?), i B&B col lucchetto non così pieni, il tutto esaurito nei teatri delle gare un’ottimistica chimera. Da lì alla profezia-anatema il passo è breve: alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue. Ipotesi che certo riguarda le tasche di tutti, un po’ meno quelle di chi per orrore del caos si è rifugiato nelle dimore vista lago.

La Milano performante non tollera più il minimo fastidio

Ma ridurre tutto a una posa chic sarebbe consolatorio. Il problema è più complesso. La Milano urbana, performante, metropoli iper organizzata, non tollera più anche il minimo fastidio. Il disagio è diventato una colpa, il rallentamento un’offesa. La variegata agenda di apertura e chiusura di vie e quartieri, effimera quanto il tempo dei Giochi, è vissuta come una violazione dei diritti civili, l’olimpico eccesso di movida come un attentato alla qualità della vita. Abbiamo interiorizzato l’idea che la città debba funzionare come un’app: veloce, fluida, invisibile, senza intoppi. E soprattutto senza sorprese, nemmeno quella di una strada chiusa per qualche ora.

L’indifferenza è diventata una forma di superiorità

C’è poi un altro elemento, più sottile e molto milanese: l’indifferenza come forma di superiorità. Milano non si oppone certo alle Olimpiadi, ma le guarda con l’aria di chi ha già visto tutto: Expo, Fashion Week, Design Week, Salone, Fuorisalone, settimane a raffica di qualcosa che non le lasciano un attimo di respiro. Da tempo la capitale economica è diventata uno show room permanente che ha anestetizzato l’eccezione. E quando ogni cosa viene venduta come straordinaria, finisce che niente più lo è. Olimpiadi comprese, che invece una loro eccezionalità ce l’hanno davvero, visto che da noi le ultime datano 2006 e le prossime, se il mondo ancora ci sarà, chissà quando.

I Giochi vissuti solo come un problema logistico

Alla fine ne esce una narrazione scoraggiante. I Giochi, che dovrebbero essere racconto, epica, identità condivisa, vengono vissuti dai milanesi solo come un problema logistico. La città che si vanta di essere capitale morale e locomotiva del Paese si scopre fragilissima sul piano simbolico. Prevale l’irritazione di perdere tempo per qualcosa che come ritorno immediato porta solo fastidi.

Futuro da metropoli efficientissima. E mortalmente noiosa

Seppellita la chimera della città a misura d’uomo, non ci garba che il trambusto olimpico intralci quella a misura Duomo. La Milano in cui viviamo assume sempre più le sembianze di uno stentoreo luna park dove il copioso avvento di capitali lascia intravedere, per chi se lo potrà permettere, un futuro vissuto in una città efficientissima. E insieme mortalmente noiosa.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Qualcuno l’ha letta come una sorta di sgarbo postumo per l’accoglienza non certo entusiastica riservata dagli analisti di Banca Intesa all’ops di Montepaschi su Mediobanca. Ma sicuramente è solo malizioso gossip. Sta di fatto però che, all’indomani della pubblicazione dei risultati 2025 e del piano di impresa della banca guidata da Carlo Messina (utili per 9,3 miliardi, il miglior risultato di sempre, e una proiezione che li porterà a oltre 11,5 nel 2029) dall’istituto di Piazzetta Cuccia, per mano dell’analista Andrea Filtri, è arrivato un giudizio freddino. «Sì, tutto bene. Ma vediamo che il titolo sta già scontando gli effetti del nuovo piano», è la sintesi di Filtri. Il quale, sempre nello stesso report, tesse l’elogio di Generali, di cui non manca di sottolineare «la qualità elevata degli utili, la forte gestione di cassa, la forte generazione di cassa… che supportano rendimenti interessanti per gli azionisti».

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Andrea Filtri, analista di Mediobanca.

Insomma, tradotto come lo direbbe la casalinga di Voghera, se dovete investire piuttosto che a Milano guardate a Trieste. Su cui per altro niente da dire, visto che il Leone sotto la gestione di Philippe Donnet ha registrato performance brillantissime. In questo senso il giudizio di Mediobanca coincide con quello di altre banche d’affari, ma il diavolo si annida sempre nei dettagli, e qui il dettaglio non è da poco e sta nel fatto visto che che Piazzetta Cuccia è il socio di riferimento delle Generali.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Certo, l’invalicabile muraglia tra chi fa analisi e chi investe…

D’accordo, ci sono i chinese walls, le barriere che dentro le società finanziarie dovrebbe erigere una invalicabile muraglia tra chi fa analisi da chi investe, in modo da scongiurare il rischio di insider trading e conflitti di interessi. E nessuno dubita che Filtri rispetti in pieno la regola. Resta il fatto però che, per evitare la sindrome dell’oste che elogia come migliore il suo vino, bisognerebbe – là dove possibile – apprezzarlo con sobrietà.

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi

La regola, almeno fino a ieri, era che a destra non ci si divide ma ci si sopporta. Per trovare l’unica eccezione bisogna andare indietro al 2010, con l’icastico «Che fai, mi cacci?» di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi che sancì la rottura tra i due. Per questo l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega non è solo una resa dei conti tra il Generale e il Capitano, ma un’anomalia

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Il post della Lega.

Il ‘tradimento’ dei sacri valori dei patrioti

Storicamente lo scissionismo è prerogativa della sinistra: lì ci si separa per eccesso di pensiero, per sovrabbondanza di distinguo, per incapacità di sintesi. A destra si resta insieme anche quando non si è d’accordo su quasi nulla, vedi la politica estera dell’attuale governo. Prevale l’istinto di conservazione, la paura di perdere un potere faticosamente conquistato. Andandosene dalla Lega dopo poco più di un anno, Vannacci viola una consuetudine antropologica. Lo fa spostandosi da destra verso destra, movimento raro (di solito è il centro che fa da grande catalizzatore degli estremi), accusando Matteo Salvini di aver compromesso i sacri valori dei patrioti. Accusa interessante, visto che fino a ieri il leader del Carroccio occupava posizioni non troppo dissimili da quelle oggi considerate impresentabili. 

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il generale Salvini si è piegato al compromesso

Certo dietro la rottura ci sono anche beghe più terra terra: poltrone, visibilità, il controllo dell’elettorato sovranista che Vannacci rivendica come suo. La scissione è anche, banalmente, una questione di spazi e di soldi. Ma la tenzone sui principi appare stavolta più interessante. Il generale non rompe perché Salvini è diventato improvvisamente moderato, ma perché si piega al compromesso per restare a Palazzo Chigi. La destra di governo, che lo ha accolto tra le sue fila, non rinnega le sue roboanti parole d’ordine ma le depotenzia. Non le condanna, ma ne diluisce l’impatto. Cosa che per un militare tutto d’un pezzo equivale a tradimento. 

Il parà in divisa è rimasto tale in doppiopetto

Il paradosso è che Salvini viene accusato di annacquare una destra che lui stesso ha radicalizzato. E ora è come se il neofita rimproverasse al politico navigato di non credere più alle parole d’ordine che con lui aveva condiviso. Così Vannacci diventa un problema non perché estremista, ma perché coerente. L’uomo era parà in divisa e tale è rimasto in doppiopetto: ripete sempre le stesse cose anche quando il contesto cambia. Al contrario di Salvini che, obbedendo alla sua demagogia, piega il contesto alla convenienza del momento sperando di passare inosservato. Peccato che i social non perdonino e basti un clic per riesumare vecchi post che enfatizzano le sue contraddizioni

È lo scontro tra due concezioni della stessa ideologia

Non siamo in presenza di una scissione ideologica, ma dello scontro tra due concezioni della stessa ideologia. Vannacci, con i suoi slogan e i richiami al ventennio, la vive alla boia chi molla, come imperitura testimonianza. Salvini come pragmatico adattamento. Lo stesso che alle ultime Europee, sfidando il mal di pancia dei suoi, ha portato a mettere il generale in cima alle liste del partito. E poi a farlo vicesegretario. 

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Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno

C’è stato un momento, durante l’intervista con Lilli Gruber, in cui Leonardo Maria Del Vecchio sembrava chiedersi perché mai fosse lì. La risposta è che l’aveva voluto lui, così come aveva accettato di farsi successivamente intervistare da Report. Non sappiamo se la brutta figura rimediata a Otto e mezzo lo abbia indotto a desistere. Ma poco importa. LMDV ha messo su di recente una nutrita squadra di comunicatori che lo affiancano in questa avventura nell’editoria, un mondo che non conosce. Diciamo, vista la prima uscita, che il lavoro da fare è ancora molto. Il problema non è solo rimediare all’immagine del ricco rampollo che non ha dimestichezza con le parole. È quello che vi sta dietro: un pensiero che latita, l’assenza di una visione su quell’universo dei giornali che dice di voler salvaguardare. Inchiodarlo è stato sparare sulla Croce Rossa. 

È il sistema che ha steso a LMDV un tappeto rosso

Ma siccome bisogna sempre diffidare delle cose facili, proviamo a ribaltare la prospettiva. Spostiamo lo sguardo dall’interlocutore imbarazzante al sistema che gli ha steso un tappeto rosso. Dietro quell’intervista non c’è solo un imprenditore incerto ma voglioso di esibirsi. C’è un’industria che da tempo ha smesso di credere in se stessa, che non investe più su modelli, idee, uomini e prodotti. Un’industria che aspetta che qualcuno arrivi con i soldi a salvarla. Non importa che capisca di giornali, che sappia cosa farsene. L’importante è che paghi. Del Vecchio ha comprato il gruppo Poligrafici: Nazione, Resto del Carlino, Giorno. Testate che affondano nel Novecento le loro radici. Nulla di scandaloso, se non fosse che Andrea Riffeser, il proprietario, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Il messaggio che ne deriva non è dei più commendevoli: chi dovrebbe incarnarlo non crede più che i giornali possano avere un futuro. E appena può se ne libera, ma non della carica di rappresentante della categoria che continua a ricoprire. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Andrea Riffeser (Imagoeconomica).

Il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione

E qui sta il vero cortocircuito. Non nelle frasi sconnesse di Del Vecchio, ma nel silenzio assordante di un settore che finge di scandalizzarsi mentre gli apre le porte. LMDV ha bussato (invano, ma solo perché il gruppo trattava in esclusiva con un armatore greco) anche da Gedi, oggetto conclamato di uno spezzatino che la porterà a sbarazzarsi di Repubblica e Stampa. E dagli Angelucci, che lo hanno fatto entrare con tutti i crismi nel Giornale. Metamorfosi tristemente irreversibile. La figura dell’editore non è più quella di chi lavora al successo della sua impresa, ma di chi non vede l’ora di trovare un acquirente. La linea editoriale non è più una scelta perseguita con coerenza, è un collaterale del bilancio cui tutto si subordina. In primis l’autonomia dell’informazione. Ci sono testate, oramai la gran parte, che rispondono a modelli di business insostenibili. Carta, distribuzione, redazioni sovradimensionate, pubblicità evaporata, lettori che migrano sulle piattaforme. Di fronte alla proprietà che invece che impegnarsi al rilancio getta la spugna, il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione. Non importa quali siano le sue credenziali, se distingue una redazione da un consiglio d’amministrazione, se considera l’informazione un bene pubblico o solo un asset del suo portafoglio. Come l’acqua Fiuggi o il Twiga. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).

Del Vecchio non è un’anomalia, è un sintomo

Del Vecchio non è un’anomalia. È un sintomo. È il capitale che arriva in soccorso di un’industria che non regge, il finanziatore che prende il posto dell’editore. Non ci sono più gli Scalfari, i Caracciolo, i Mondadori, mostri sacri il cui approccio peraltro risulterebbe non replicabile. Oggi nessuno chiede a un editore di essere un visionario. Basta che sia solvente, paghi gli stipendi e ripiani le perdite. In questo contesto le redazioni amano raccontarsi come vittime: di ricchi che non capiscono, di imprenditori che rovinano i giornali. Probabilmente lo sono. Ma c’è anche un’altra verità, più semplice: senza quei ricchi il castello cade. Dire quanto Del Vecchio fosse imbarazzante in televisione è facile. Meno ammettere che, imbarazzante o meno, i suoi soldi servivano. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).