Daniela Santanchè si è dimessa da ministra del Turismo

Dopo il pressing di Giorgia Meloni, che aveva auspicato pubblicamente le sue dimissioni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha ceduto e si è dimessa. Nonostante avesse confermato la sua agenda di mercoledì 25 marzo per dar prova di non voler lasciare la poltrona, alla fine ha deciso di farsi da parte. Di seguito la lettera integrale che ha scritto alla premier.

La lettera integrale con cui Santanchè ha rassegnato le dimissioni

«Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del Turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto, solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio. Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio. Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Delmastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco” e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento».

Applauso delle opposizioni in Aula

Alla notizia delle dimissioni di Santanchè, è scattato un applauso dai banchi delle opposizioni in Aula alla Camera. «Non capivo, pensavo applaudiste me…poi ho visto le agenzie e ho capito», ha detto il vicepresidente di turno Giorgio Mulè. Intanto sono arrivati anche i primi commenti da parte degli esponenti del centrosinistra. Parlando con i cronisti davanti a Montecitorio, Nicola Fratoianni di Avs ha affermato: «Finalmente si è concluso questo indegno teatrino con le dimissioni della ministra del Turismo che per oltre un giorno e mezzo ha tenuto sotto scacco l’intero governo Meloni e l’intera maggioranza di destra. Un altro segno della crisi politica che in tutta evidenza si è aperta dopo la batosta referendaria».

L’Iran respinge la proposta di Trump e rilancia: le cinque condizioni per il cessate il fuoco

L’Iran ha respinto la proposta degli Stati Uniti in 15 punti definendola «eccessiva», rilanciando le sue cinque condizioni per un eventuale cessate il fuoco. Lo ha riferito la televisione iraniana, citando un alto funzionario del regime di Teheran. La prima condizione è «uno stop completo ad aggressione e uccisioni» da parte di Usa e Israele. La seconda è «l’istituzione di meccanismi concreti per garantire che una guerra non sia nuovamente imposta alla Repubblica Islamica». Seguono «il pagamento garantito e chiaramente definito dei danni e delle riparazioni di guerra» e «la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati». Quinta e ultima condizione il «riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz». L’Iran «porrà fine alla guerra quando lo deciderà e quando saranno soddisfatte le sue condizioni». Prima, fa sapere Teheran, «non si terranno negoziati».

President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump

Donald Trump ha annunciato i primi 13 membri del nuovo President’s Council of Advisors on Science and Technology (PCAST), comitato consultivo composto da esperti esterni che forniscono consulenza diretta al presidente degli Stati Uniti su questioni cruciali di scienza, tecnologia, istruzione e innovazione. Deciso a spingere sull’intelligenza artificiale, Trump ha reclutato alcuni tra i nomi più influenti dell’industria tecnologica e della finanza a stelle e strisce. Nelle prossime settimane saranno annunciati altri membri del PCAST, fino a un massimo di 24, assieme alla data della prima riunione del consiglio. Da Sergey Brin a Mark Zuckerberg, fino a Jensen Huang, ecco le prime 13 figure scelte da The Donald.

President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
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Nordio: «La frase sul Csm paramafioso il rammarico più grande»

Il «rammarico più grande» di Carlo Nordio non è stata la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia, ma la frase sul Csm «paramafioso». L’ha affermato lo stesso Guardasigilli durante il question time alla Camera. «Ho smentito almeno una cinquantina di volte quella frase, che non era affatto mia ma di un magistrato del Consiglio superiore della magistratura (Nino di Matteo, ndr) di cui ho citato parola per parola la dichiarazione. Quella frase è stata attribuita a me e diciamo costituisce un rammarico, forse il rammarico maggiore di questo momento referendario, forse anche peggiore della riconosciuta sconfitta che abbiamo subito», ha detto.

«Fiducia confermata dal governo e dalla premier»

Nordio ha poi affrontato il tema delle dimissioni, nel suo ministero, del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, rispondendo a chi vorrebbe anche le sue: «Non è previsto in nessun ordinamento che il ministro della Giustizia si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum di questo tipo. La fiducia è già stata confermata dal governo e in prima persona dal presidente del Consiglio. Bartolozzi ha svolto le sue funzioni con dignità e onore e il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità. Confido che cessino definitivamente le polemiche strumentali che hanno investito la sua persona e tutto il ministero».

Suicidio assistito: è morta “Libera”, utilizzato per la prima volta il dispositivo con com…

AGI - Dopo due anni di attesa, ricorsi, verifiche tecniche e continui rinvii, “Libera” – 55enne toscana affetta da sclerosi multipla in fase avanzata – ha potuto accedere alla procedura di suicidio medicalmente assistito. La donna è morta oggi, mercoledì 25 marzo, nella sua abitazione, autosomministrandosi il farmaco letale tramite un dispositivo con comando oculare predisposto dal Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) su ordine del tribunale. È la 14esima persona in Italia ad aver ottenuto l’accesso alla procedura e la seconda in Toscana, seguita dall’Associazione Luca Coscioni.

Il dispositivo, collegato a una pompa infusionale, ha permesso a “Libera” di attivare autonomamente l’infusione endovenosa del farmaco nonostante la tetraparesi spastica che le impediva qualsiasi movimento volontario, compreso quello necessario per premere il pulsante normalmente utilizzato in questi casi.

Il messaggio di “Libera”: “La mia battaglia è una richiesta di dignità”

Pochi giorni prima della morte, “Libera” aveva affidato all’Associazione Luca Coscioni un messaggio che è diventato il simbolo della sua lunga battaglia:

"Spero, con tutta me stessa, che nessuno debba più aspettare due anni per poter esercitare un diritto che gli appartiene già. Nessuno dovrebbe essere costretto a lottare così a lungo per ciò che dovrebbe essere garantito. Se la mia storia servirà ad aprire una strada o ad accorciare un’attesa, allora avrà avuto senso".

La donna ha ringraziato l’Associazione Luca Coscioni e il suo medico, Paolo Malacarne, sottolineando come la sua vicenda rappresenti «una richiesta di dignità» che non dovrebbe più richiedere battaglie giudiziarie.

La lunga vicenda legale

“Libera” aveva ottenuto il via libera della USL Toscana Nord Ovest nel luglio 2024, ma non essendo in grado di autosomministrarsi il farmaco aveva chiesto che fosse il medico a farlo. La richiesta aveva aperto un complesso contenzioso: il giudice di Firenze aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale sull’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente.

La Corte costituzionale, nel luglio 2025, aveva chiesto di verificare a livello nazionale e internazionale l’esistenza di dispositivi che consentissero l’autosomministrazione anche a persone completamente paralizzate. Dopo mesi di accertamenti, il 20 novembre 2025 il CNR ha ricevuto l’incarico di realizzare il macchinario, collaudato e consegnato a marzo 2026.

Le reazioni dell’Associazione Luca Coscioni

Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretaria nazionale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, hanno espresso gratitudine e vicinanza:

"A ‘Libera’ va il nostro grazie per aver lottato non solo per sé, ma per tutte le persone nelle sue condizioni, contribuendo ad aprire una strada che potrà essere percorsa anche da altri".

La famiglia di “Libera” ha chiesto il massimo rispetto della privacy in questo momento.

Famiglia nel bosco, gli effetti della vittoria del No su La Russa

Alla fine Ignazio La Russa ha accolto a Palazzo Giustiniani i genitori della cosiddetta famiglia nel bosco. Faccia a faccia che era stato annunciato in piena campagna referendaria con scia di polemiche annessa. Già perché come Garlasco, gli stupratori liberi, l’invasione di immigrati, pure il caso dei Trevallion è finito nel minestrone della propaganda. Argomento buono per attaccare una magistratura che nel caso di Nathan e Catherine e dei loro tre figli «ha dimenticato i suoi limiti» (cit. Giorgia Meloni), si è accanita ingiustamente (cit. Lucio Malan), e produce ordinanze assurde (cit. La Russa).

Famiglia nel bosco, gli effetti della vittoria del No su La Russa
Ignazio La Russa con i Trevallion (Ansa).

La Russa voleva solo «stemperare il clima»

Poi è arrivata l’inaspettata sconfitta al referendum. Davanti ai 15 milioni di No, Giorgia Meloni è corsa ai ripari spingendo alle dimissioni i finora intoccabili (almeno per Carlo Nordio) Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. E chiedendole in modo esplicito alla ministra del Turismo Daniela Santanchè che ora, ironia della sorte, per difendere il suo posto si aggrappa alla “Costituzione più bella del mondo”. Ma l’effetto del No deve avere colpito anche la seconda carica dello Stato. Che dopo l’incontro con i Trevallion ha dichiarato: «Era mia intenzione cercare di stemperare il clima che si è creato intorno a questa vicenda». Il presidente del Senato ha quindi ammesso candidamente di non avere «né titoli né l’intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tanto meno voglio giudicare lo stile di vita di Nathan e Catherine». Toni ben diversi da quelli usati durante la campagna elettorale. La Russa si è limitato a una moral suasion: «Quello che spero possa essere utile è invitare tutti affinché vengano eliminate le rigidità di tutti in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita con i figli che come è naturale possano stare con il padre e la madre».

Famiglia nel bosco, gli effetti della vittoria del No su La Russa
Catherine Birmingham e Nathan Trevallion con Ignazio La Russa (Ansa).


 

Offensiva Usa sui medici di Cuba. Trema la sanità in Calabria

AGI - Le brigate mediche di Cuba tornano al centro di uno scontro politico e diplomatico che coinvolge di sponda anche l'Italia. Da una parte L'Avana rivendica da oltre sessant'anni l'invio di migliaia di medici e operatori sanitari all'estero come una prova di solidarietà verso i Paesi del Sud globale; dall'altra Washington denuncia un sistema coercitivo, definendolo una forma di "lavoro forzato" e perfino di "tratta di esseri umani".

Il programma, nato nei primi anni della rivoluzione, ha portato personale sanitario cubano in decine di Paesi, soprattutto in comunità povere, rurali o scarsamente servite. Negli anni le missioni hanno raggiunto nazioni come Angola, Guatemala e Venezuela, ma anche Paesi ad alto reddito: durante la pandemia da Covid, per esempio, una squadra cubana fu inviata in Italia e circa 400 medici sono ancora presenti in Calabria, dove sono andati a sanare le falle causate dalla scarsità cronica di personale sanitario. Secondo Granma, quotidiano ufficiale del Partito comunista cubano, nel 2024 oltre 20 mila operatori sanitari dell'isola erano attivi in più di 50 Paesi. La metà era in Venezuela, ma molti dopo la caduta di Maduro hanno già lasciato il Paese.

 

 

La dimensione economica delle missioni

Dietro la questione umanitaria, però, c'è anche una dimensione economica decisiva. Gli accordi stipulati con i governi ospitanti prevedono infatti pagamenti consistenti a favore dello Stato cubano per ogni professionista inviato, mentre ai medici spetta solo una quota limitata. Per un'isola stretta dalla crisi economica e dalla scarsità di valuta estera, si tratta di una delle principali fonti di entrate.

L'offensiva degli Stati Uniti

Ed è proprio su questo punto che si concentra l'offensiva dell'amministrazione Trump sostenuta dal segretario di Stato Marco Rubio. Washington, riporta l'NPR, ha aumentato la pressione sui Paesi che impiegano medici cubani, spingendoli a rivedere o cancellare gli accordi. Tra quelli che stanno progressivamente smantellando o riconsiderando il modello ci sono Guatemala, Guyana, Giamaica, Saint Vincent e Grenadine, Paraguay e Honduras.

Nell'agosto 2025 gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato restrizioni sui visti e revoche nei confronti di funzionari governativi di Brasile, Grenada e di alcuni Paesi africani, accusati di collaborare con il sistema delle missioni sanitarie cubane. Di recente è stata anche approvata una legge che consente a Washington di imporre sanzioni ai Paesi che continuano a lavorare con i medici inviati da L'Avana.

Secondo William LeoGrande, docente di governo all'American University, diversi governi che hanno interrotto i contratti lo stanno facendo per timore di ritorsioni americane.

Le testimonianze degli ex partecipanti

Le accuse statunitensi trovano eco nelle testimonianze di alcuni ex partecipanti. Leyani Perez Gonzalez, medico cubano inviata in Venezuela nel 2008, ha raccontato all'NPR di aver scelto la missione per ragioni economiche: a Cuba, dice, un medico guadagnava all'epoca circa 20 dollari al mese, troppo poco persino per beni essenziali. All'estero lo stipendio poteva quadruplicare. Ma Gonzalez ha descritto l'esperienza in termini durissimi: condizioni difficili, forte controllo da parte delle autorità cubane e ritiro del passaporto per impedire diserzioni. Oggi vive in Florida, dove si è riqualificata come infermiera specializzata, e definisce quelle missioni "una forma di schiavitù".

Una lettura controversa e i nodi sui diritti

La lettura del fenomeno, tuttavia, resta controversa. Stephanie Panichelli-Batalla, docente di sviluppo sostenibile globale all'Università di Warwick, sostiene che il sistema sia "molto più complesso" di quanto sostenga Washington. Da un lato, osserva, Cuba usa i medici come una risorsa economica strategica; dall'altro, i professionisti partono volontariamente e, pur ricevendo compensi modesti rispetto a quanto versato dai Paesi ospitanti, guadagnano molto più di quanto percepirebbero restando sull'isola. Per molti, una missione all'estero significa poter poi ristrutturare casa o migliorare sensibilmente il proprio tenore di vita.

Restano però i nodi sui diritti. Un relatore speciale che ha esaminato il sistema per l'Ufficio dell'Alto commissario ONU per i diritti umani ha segnalato criticità legate alle condizioni di vita e di lavoro dei partecipanti, oltre a possibili punizioni nei confronti dei familiari rimasti a Cuba nel caso in cui un medico abbandoni il proprio incarico all'estero.

La posizione della Calabria e il futuro delle missioni

"Avevo in animo, in questo 2026, di incrementare la missione dei medici cubani fino a 1.000 camici bianchi caraibici. Nelle ultime settimane, però, anche in ragione di una proficua collaborazione instaurata con il Dipartimento di Stato USA e con il consolato americano, abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici e lo abbiamo fatto attraverso la pubblicazione - avvenuta a metà gennaio - di una manifestazione di interesse che si rivolge a tutti i camici bianchi UE ed extra UE che vogliano venire a lavorare in Calabria" ha spiegato Occhiuto nel corso di un incontro avvenuto nello scorso febbraio a Catanzaro, nella sede della Regione, all'ambasciatore Mike Hammer, incaricato d'affari statunitense a Cuba, che era accompagnato da Terrence Flynn, console generale degli Stati Uniti d'America a Napoli.

"Quindi, in conclusione, - ha aggiunto Occhiuto - ho detto ad Hammer che i medici stranieri sono assolutamente necessari, ma che la nostra regione è disponibile ad accogliere tutti i medici - comunitari, extracomunitari, cubani non vincolati alla missione già esistente - che in autonomia vogliano venire a lavorare in Calabria, ed è disponibile a dare loro tutto il supporto logistico ed economico che abbiamo già garantito ai medici cubani che da qualche anno vivono da noi".

L'importanza dei medici cubani per la Calabria

Occhiuto ha anche detto ad Hammer che i professionisti cubani stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i pronto soccorso della Calabria "e sono ancora una necessità per la nostra regione, perché - ha spiegato - la mia priorità assoluta è quella di assicurare il diritto alla cura dei cittadini calabresi che già hanno un sistema sanitario in condizione di grande difficoltà".

 

Cosa succede se la ministra Santanchè non si dimette

Nonostante il pressing della premier Meloni, che ha auspicato pubblicamente le sue dimissioni in un comunicato, la ministra Daniela Santanché non sembra intenzionata a farsi da parte. Mercoledì 25 marzo 2026 si è regolarmente presentata in ufficio e se ne è andata senza rilasciare dichiarazioni. Cosa succede se non si dimette? La presidente del Consiglio ha la facoltà di rimuoverla dal suo incarico?

Il premier non può chiedere al capo dello Stato la revoca di un ministro

Secondo l’articolo 92 della Costituzione, «il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri». La Carta non prevede però la possibilità opposta, ovvero che il premier proponga al capo dello Stato la revoca di un ministro. Dunque, se non riuscirà a ottenere il passo indietro della titolare del Turismo, Giorgia Meloni ha una sola via per sollevarla dalla poltrona senza passare per una crisi di governo, ovvero votare una mozione di sfiducia individuale in Parlamento. Le opposizioni l’hanno già presentata e la discussione in Aula inizierà lunedì 30 marzo. Potrebbe passare o con l’astensione dei gruppi di maggioranza oppure, addirittura, con un voto favorevole degli stessi.

Il precedente di Mancuso

Non sarebbe la prima volta. Nel 1995 Filippo Mancuso, già procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma e ministro della Giustizia del governo Dini, venne sfiduciato dalla coalizione che sosteneva l’esecutivo. In quel caso fu la stessa maggioranza a presentare la mozione, che fu approvata in Senato con 173 voti favorevoli, tre contrari e otto astenuti. Nel mirino erano finite le sue ispezioni giudiziarie sul pool di Mani Pulite e le sue contestazioni alle mancate indagini della procura di Palermo sulla mafia, che avevano scatenato polemiche e critiche da parte della maggioranza. Mancuso si era rifiutato di dimettersi sostenendo di essere nel giusto e di aver svolto indagini che gli erano concesse secondo il suo ruolo dalla Costituzione. Il suo è il primo e unico caso di membro del governo costretto a farsi da parte a seguito dell’approvazione di una mozione di sfiducia da parte dal Parlamento. Nessun’altra mozione di sfiducia ha infatti mai ottenuto i voti necessari per essere approvata.

Santanché, la mozione di sfiducia in Aula da lunedì

La mozione di sfiducia delle opposizioni a Daniela Santanché approderà in Aula alla Camera lunedì 30 marzo 2026 per la discussione generale. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Intanto da Fratelli d’Italia sono molte le voci che si uniscono a quella della premier Meloni, che ha chiesto le dimissioni della ministra del Turismo.

Donzelli: «Un ministro segue le indicazioni del premier»

«Un ministro segue le indicazioni del presidente del Consiglio», ha detto il responsabile organizzativo di Fdi Giovanni Donzelli, convinto che Santanché farà un passo indietro. «Meloni è concentrata a governare e dare le risposte agli italiani, senza alcun tipo di rallentamenti», ha aggiunto.

Procaccini: «Richiesta di Meloni legittima»

«C’è la necessità, da parte del presidente del Consiglio, all’indomani dell’esito referendario, di fare un’operazione di trasparenza nei confronti del popolo italiano», ha dichiarato l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei conservatori al Parlamento europeo. «Credo che sia legittimo da parte del presidente del Consiglio, che è persona sempre attenta ad avere un rapporto con gli italiani il più trasparente possibile, chiedere alle persone che lei ha nominato di poter garantire questa trasparenza nella maniera maggiore possibile», ha concluso.

Sisto: «Mi auguro che il caso si risolva prima della mozione»

«Questa è la stagione delle dimissioni, il tempo in politica ha la sua rilevanza», ha detto il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto (Forza Italia). «La presunzione di non colpevolezza per noi è regina. Resta il fatto che, per motivi di opportunità, la presidente del Consiglio ha tutte le facoltà per chiedere ai suoi ministri di dimettersi. Io mi auguro che il problema possa essere risolto prima della mozione di sfiducia».

Santanchè, da Visibilia alla presunta truffa Inps: tutti i casi giudiziari della ministra

Un processo per falso in bilancio, un’udienza preliminare per una presunta truffa all’Inps e tre indagini per bancarotta. Sono i casi giudiziari che coinvolgono la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, di cui la premier Giorgia Meloni ha chiesto pubblicamente le dimissioni dopo quelle di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, rispettivamente sottosegretario e capo di gabinetto del ministero della Giustizia.

Il caso Visibilia e la presunta truffa all’Inps

In dettaglio, la senatrice di Fratelli d’Italia è imputata davanti al Tribunale di Milano per i presunti conti truccati delle società della galassia Visibilia fra il 2016 e il 2022. In particolare, Santanché ne era amministratrice ed è accusata di aver truccato i numeri per mascherare le perdite. La sentenza dovrebbe arrivare entro la fine della legislatura. A livello mediatico il procedimento che più ha intaccato l’esponente di Fratelli d’Italia è però quello per truffa aggravata ai danni dello Stato, in cui Santanchè è indagata insieme al compagno Dimitri Kunz. Al centro del procedimento ci sono 126.468,60 euro versati dall’Inps a 13 lavoratori di Visibilia Editore e Visibilia Concessionaria per 20.117 ore di cassa integrazione Covid, in piena pandemia, mentre in realtà i lavoratori avrebbero «continuato a svolgere le proprie mansioni secondo i contratti in corso e in smart working». L’udienza preliminare è in corso da oltre un anno ed è congelata da settembre 2025 in attesa che la Corte Costituzionale decida se la procura di Milano ha o meno ecceduto dai suoi poteri nel farsi consegnare audio, chat e mail, non intercettate ma registrate da ex dipendenti delle società Visibilia, in cui Santanchè compare direttamente o come mittente/destinatario (anche in copia) delle comunicazioni.

Le tre indagini per bancarotta

Il terzo e ultimo filone riguarda i fallimenti delle società di Bioera-Ki Group. La ministra del Turismo è indagata con l’ipotesi di bancarotta per il crac di Bioera e per quello della Ki Group srl, per la quale è stato accertato un «passivo esposto in ambito concordatario» da 8.625.912,96 euro. I magistrati sono poi ancora in attesa delle carte del liquidatore relative al Ki Group Holding, l’ultima azienda del Gruppo dichiarata fallita per lo stato di insolvenza e gravata da oltre 1,4 milioni di debiti. La relazione dovrebbe essere depositata dal curatore fallimentare entro uno o due mesi, al termine dei quali la procura dovrebbe riunire i fallimenti in un unico maxi fascicolo per chiudere le indagini prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.