Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina

«La Cina deve aiutarci e inviare le sue navi da guerra, perché il 90 per cento del petrolio che riceve passa dallo Stretto di Hormuz». Parola di Donald Trump, nel suo “invito” a Pechino di fornire assistenza per garantire sicurezza alle rotte petrolifere del Medio Oriente. Volutamente o no, il presidente degli Stati Uniti ha dato però un dato errato. Quella percentuale si aggira infatti intorno al 45 per cento, circa la metà, ed è assai più bassa di quella che riguarda gli alleati asiatici degli Usa come Giappone e Corea del Sud, in entrambi i casi anche superiore al 90 per cento. La sensazione è che a Washington esagerino la portata dell’impatto della guerra sulla Cina, che vede senz’altro compromessi diversi interessi rilevanti, ma non vitali.

Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa).

La resilienza energetica di Pechino

L’Iran e i Paesi del Golfo restano una fonte fondamentale per l’approvvigionamento di petrolio di Pechino, ma la struttura del sistema energetico cinese è molto più diversificata e resiliente di quanto si pensi. Partiamo dalla provenienza delle importazioni. Una quota significativa proviene sì dal Golfo Persico, ma la Cina ha progressivamente ampliato il numero di fornitori e le rotte di approvvigionamento. L’Arabia Saudita, l’Iraq e l’Iran restano partner importanti, ma non sono più gli unici pilastri del sistema di approvvigionamento. Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti con produttori africani, latinoamericani e con la Russia, che oggi rappresenta uno dei principali partner energetici del Paese. Si guarda anche a Brasile, Indonesia e Canada, in un mosaico di forniture che rende molto più complesso immaginare uno shock energetico immediato e totale provocato da una crisi regionale.

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Xi Jinping con Luiz Inacio Lula da Silva a Pechino (Ansa).

La rete di pipeline terrestri riduce la dipendenza dalle rotte marittime

Questo processo di diversificazione ha anche una dimensione infrastrutturale. La Cina ha sviluppato una rete crescente di oleodotti e gasdotti terrestri che riducono la dipendenza dalle rotte marittime. I collegamenti energetici con la Russia e con l’Asia centrale permettono di trasportare petrolio e gas direttamente via terra, aggirando i cosiddetti “colli di bottiglia” marittimi come Hormuz o lo Stretto di Malacca. In un eventuale scenario di crisi nel Golfo Persico, queste infrastrutture rappresenterebbero un canale alternativo fondamentale. Un lusso che vicini asiatici come Giappone e Corea del Sud non si possono permettere, visto che dipendono del tutto dalle importazioni via mare. Anche Seul, infatti, amministra un territorio che è insulare de facto, visto che l’unico confine terrestre è quello invalicabile con la Corea del Nord.

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Petroliere al porto di Tianjin (Ansa).

Il maxi progetto del gasdotto Power of Siberia 2

Proprio in tal senso, nel nuovo piano quinquennale 2026-2030 appena approvato da Pechino, compare la previsione del completamento dei «lavori preparatori per il percorso centrale del gasdotto Cina-Russia». Secondo molti analisti, si tratta di un riferimento implicito al Power of Siberia 2, il maxi progetto che punta a collegare i giacimenti della Siberia occidentale direttamente al mercato cinese attraverso la Mongolia, creando una delle più grandi infrastrutture energetiche del mondo. Il presidente russo Vladimir Putin ha promosso con forza questo progetto negli ultimi anni, presentandolo come il pilastro di una nuova architettura energetica eurasiatica. Finora, Xi Jinping aveva mantenuto un atteggiamento prudente senza dare il via libera definitivo. Il nuovo conflitto e l’instabilità del Medio Oriente potrebbero portare alla luce verde.

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Vladimir Putin e l’allora vice primo ministro cinese Zhang Gaoli all’inaugurazione del primo tratto del Power of Siberia in Yakuzia nel 2014 (Ansa).

Stoccaggi strategici e riserve petrolifere contro gli shock energetici

La Cina ha la possibilità di attutire l’impatto della crisi iraniana anche grazie alla sua capacità di stoccaggio strategico. Negli ultimi anni ha ampliato enormemente le proprie riserve petrolifere, costruendo grandi depositi destinati a garantire la sicurezza energetica del Paese in caso di shock improvvisi. Queste scorte permettono di compensare eventuali interruzioni temporanee delle importazioni e di stabilizzare il mercato interno. Secondo le stime della Rystad Energy, la Cina ha accumulato riserve strategiche di petrolio equivalenti a circa 430 mila barili al giorno. Un livello di scorte che, in caso di shock nelle forniture internazionali, permetterebbe a Pechino di affrontare la situazione con una relativa tranquillità per un periodo stimato intorno ai quattro mesi.

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Un campo petrolifero a Gudong (Ansa).

L’autosufficienza energetica e la «Grande muraglia sotterranea»

Il tema delle riserve è tornato con forza anche nelle discussioni politiche interne. Durante le recenti “due sessioni”, le riunioni plenarie annuali del cosiddetto “parlamento cinese” che si sono chiuse giovedì 12 marzo, il perseguimento dell’autosufficienza energetica è emerso come una delle priorità strategiche per il prossimo ciclo di pianificazione economica. Il nuovo piano quinquennale 2026-2030 prevede ulteriori investimenti nella capacità di stoccaggio e nella protezione delle infrastrutture energetiche. In tal senso, nelle scorse settimane il gigante statale PowerChina ha avanzato la proposta di creare quella che i media cinesi hanno ribattezzato «Grande muraglia sotterranea». In sostanza, il progetto immagina la creazione di un sistema di infrastrutture sotterranee capace di collegare e proteggere centrali idroelettriche, depositi di petrolio e gas e strutture di stoccaggio strategico. L’obiettivo è duplice: aumentare la capacità di accumulo e rendere più difficile colpire queste infrastrutture in caso di crisi o conflitti. La Cina ha già esperienza nelle infrastrutture sotterranee, visto che negli ultimi anni ha ampliato la presenza di bunker per la conservazione del proprio arsenale nucleare. D’altronde, la sicurezza energetica è ormai legata alla sicurezza nazionale, visto che l’energia diventa sempre più bersaglio militare come sta accadendo nella guerra in Medio Oriente.

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Xi Jinping (Ansa).

Il mix energetico tra carbone e rinnovabili

Un altro fattore di relativo vantaggio della Cina è la struttura stessa del suo mix energetico. Nonostante resti il maggiore importatore mondiale di petrolio, l’economia cinese è alimentata da una combinazione molto più ampia di fonti. Il carbone continua a rappresentare una componente importante del sistema energetico nazionale, mentre negli ultimi anni Pechino ha investito massicciamente nello sviluppo delle energie rinnovabili. La Cina è oggi di gran lunga il più grande produttore mondiale di energia solare ed eolica: la dipendenza dalle importazioni di petrolio non è eliminata, ma il peso relativo del greggio nel sistema energetico complessivo è in diminuzione. Tradotto: uno shock petrolifero avrebbe conseguenze economiche rilevanti, soprattutto qualora la crisi dovesse essere prolungata, non paralizzerebbe però il sistema energetico e produttivo della Cina.

Dal Poke al Burrito, la mappa dei nuovi gusti dei romani

AGI - Il "trapizzino" e il Poke all'Esquilino. Supplì e margherita in centro storico e nell'estrema periferia. Lo smash burger al Nomentano. È la mappa dei vecchi e nuovi gusti alimentari dei romani, o almeno di quelli che non amano cucinare a casa, disegnata da Deliveroo. La pizza mantiene saldamente il primo posto, con la Margherita che risulta l'ordine più frequente in varie zone della città. Tuttavia, nonostante le preferenze complessive siano per i grandi classici, sono le cucine internazionali a segnare il passo in termini di crescita. Tra le novità più interessanti, la cucina messicana, che ha registrato nell'ultimo anno una crescita esplosiva. Burrito e quesadilla, infatti, sono i piatti che più di altri stanno conquistando i cuori e i palati nella Capitale, con un incremento significativo rispetto al 2024. Anche la cucina cinese e greca hanno visto un aumento considerevole.

I piatti più ordinati

I piatti più ordinati in queste categorie includono i ravioli alla griglia, gli involtini primavera e la pita greca, che sono sempre più richiesti in tutta la città. Andrea Zocchi, managing director di Deliveroo in Italia spiega che "Roma dal punto di vista gastronomico e della ristorazione ha delle unicità difficili da ritrovare: un grande attaccamento ai sapori tradizionali, unito a una tendenza naturale verso le cucine internazionali". Nel dettaglio, la mappa dei 'sapori' della Capitale vede all'Esquilino, quartiere multietnico per eccellenza, dominare il Trapizzino seguito dal Poke e dal Supplì.

La mappa dei sapori quartiere per quartiere

Al Centro il podio vede Margherita al primo posto e ancora Poke e Supplì. Il Nomentano è il regno dello smash burger. Il Poke è primo nelle preferenze dei romani dell'Eur che non disdegnano nemmeno la Margherita, al secondo posto, e il classico hamburger. Il Flaminio premia la pizza e il classico panino componibile, ma si stanno affermando anche Ravioli alla griglia. Ci si sposta nella periferia est di Roma, a Tor Bella Monaca dove il podio è più italiano che mai: i tradizionali Supplì sono seguiti da due gusti di pizza: Margherita e Diavola. Più internazionale Ostiense dove alla Margherita segue il Poke e la Pita greca. Il Messico ha invece conquistato Trastevere con Burrito e Quesadilla che seguono a ruota l'immarcescibile Margherita, ancora al primo posto.

Camminare nella storia, gli studenti di Roma nei campi di Birkenau e Auschwitz

AGI - Un pugno nello stomaco. Si è concluso il Viaggio della Memoria a Birkenau e Auschwitz per i 132 liceali di Roma che hanno in qualche modo “toccato” le sofferenze e l’orrore dello sterminio nazista. Con rispetto, il silenzio è calato subito tra i giovani, abituati al rumore e agli scherzi della vita quotidiana. Davanti ai binari di Birkenau che sembrano non finire mai, nessuna parola. Ma la consapevolezza del dolore, “dell’abisso e della bestialità”, come ha affermato il sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri sottolineando l’importanza del viaggio che ogni anno viene organizzato per rendere vivo il ricordo di una pagina storica buia. Gualtieri ha deposto una corona di fiori davanti al muro delle fucilazioni di Auschwitz ringraziando le testimonianze dei sopravvissuti che tramandano la memoria (Sami Modiano e le sorelle Tatiana e Andra Bucci).

Arrivati sulla Judernrampe, il luogo dove arrivavano i convogli dei deportati ad Auschwitz e avveniva la selezione dei nazisti, i ragazzi sono rimasti attoniti davanti al racconto della perfetta macchina della morte nazista.

L'impatto emotivo a Birkenau

Il vento freddo di Birkenau attraversava i cappotti, ma in nessuno di loro è calata l’attenzione o la voglia di conoscere. Con gli occhi sbarrati e lo stomaco sottosopra non hanno mai abbassato lo sguardo davanti a quelle baracche, ai resti dei crematori e al filo spinato. A guidare i ricordi della memoria lo storico Marcello Pezzetti. Ai ragazzi ha parlato della vita del campo di concentramento e delle procedure dello sterminio. Storie non di numeri ma di volti, famiglie e vite spezzate senza un perché.

Una ragazza si è fermata, ha chiuso gli occhi per un istante. “Non è giusto”, ha sussurrato. E in quelle parole c’era tutto: lo sgomento, la rabbia, la costernazione.

Il passaggio ad Auschwitz

La visita è proseguita ad Auschwitz. L’ingresso sotto la scritta “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi) segna un passaggio che nessuno dei ragazzi dimenticherà. Se Birkenau li aveva colpiti per l’immensità dello sterminio, Auschwitz li costringe a confrontarsi con la dimensione più concreta e tangibile della sofferenza.

La violenza quotidiana e le vite spezzate

I corridoi stretti, le celle, i muri segnati dal tempo raccontano una violenza quotidiana, sistematica. Camminando tra i blocchi di mattoni, tutti uguali eppure ognuno carico di storie, si percepisce la presenza di milioni di vite spezzate. Non sono numeri. Erano persone: bambini che non hanno più rivisto e abbracciato i loro genitori, madri che hanno stretto le mani dei figli fino all’ultimo momento, uomini che hanno cercato di conservare un briciolo di dignità in mezzo alla disumanità più totale.

Poi le sale del museo. Le scarpe, le valigie, gli occhiali, i capelli. Oggetti semplici, quotidiani, che improvvisamente diventano testimonianze potentissime. Ogni paio di scarpe racconta una vita interrotta, ogni valigia, un viaggio che doveva portare altrove.

La tragedia oltre i numeri

La tragedia non è un numero a sei zeri (6 milioni furono gli ebrei sterminati e con loro anche zingari, rom e prigionieri politici), ma la somma di milioni di singole colazioni interrotte, di abbracci spezzati, di sogni interrotti.

Nessuno parla molto. Qualcuno respira profondamente, come se avesse bisogno di ricordare a sé stesso cosa significhi essere libero.

Il senso del viaggio

È in quel momento che il senso del viaggio si compie davvero: quei ragazzi non sono più soltanto studenti in gita, ma testimoni. Testimoni di una storia che non hanno vissuto, ma che ora dovrebbero sentire propria. Una storia da custodire e difendere.

 

 

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Peter Thiel sbarca in Italia e immediatamente scatta la sindrome Don Lurio: quella che colpisce americani di un certo talento che arrivano nel nostro Paese per trovare qui l’America che non li ha capiti. Don Lurio fu un ballerino che ebbe un discreto successo negli show del sabato sera con le gemelle Kessler, restò per sempre qui, aprendo anche un negozio di moda a Porto Ercole. Thiel, multimilionario per aver fondato PayPal con Elon Musk e, recentemente, Palantir, l’azienda che sviluppa software di analisi dei dati preferita dai governi, dalle intelligence e dagli apparati di Difesa, non avrà bisogno di buttarsi sull’abbigliamento ma, se viene qui, qualche ragione economica ci sarà. Un po’ come quando Musk ronzava tanto intorno a Giorgia Meloni e poi si scoprì che voleva solo venderle i servizi di Starlink. Questi americani: arrivano millantando amore disinteressato e poi pensano sempre ai soldi.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
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Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Chi ha partecipato agli incontri a Roma

Su Peter Thiel grava questa comica nomea di “illuminista oscuro” perché, come nel film di Christopher Nolan uscito nel 2008, il tycoon si presenta come un cavaliere attanagliato da un dilemma morale: fino a che punto può spingersi per combattere il male senza diventare lui stesso un mostro? Scrive Andrea Venanzoni, giurista ed esperto di tecnologie, che Peter è stato accolto a Roma «da un mix di intellettuali conservatori, imprenditori, analisti politici e figure legate al mondo cattolico internazionale tra cui, oltre a lui stesso, il giornalista Daniele Capezzone, il finanziere Guido Maria Brera, lo storico Giovanni Orsina, l’economista Alberto Mingardi, il diplomatico Antonio Zanardi Landi».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
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Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Il benvenuto di Welcome to Favelas, megafono di Musk e della destra

La pagina social Welcome to Favelas, che dopo aver incontrato i rappresentanti di Musk è diventata, da oltre un anno, megafono della propaganda di destra (persino sul referendum sulla giustizia), ha accolto Thiel con uno striscione col Colosseo sullo sfondo, scrivendo in un post: «In occasione della visita di Peter Thiel a Roma insieme agli amici di @therightside.podcast abbiamo voluto omaggiarlo con uno striscione di benvenuto. Porgiamo i migliori auguri per i lavori che si terranno in questi giorni a tutti i partecipanti, auspicando che le parole di una delle menti più brillanti del nostro tempo trovino terreno fertile proprio qui, nella Città Eterna, sempre più minacciata dai falsi pacificatori e dai predicatori dell’entropia ormai radicati nella politica e nei vecchi media».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
La foto pubblicata sul profilo Instagram di Welcome to Favelas con il benvenuto a Roma al magate fondatore di Palantir, Peter Thiel (foto Ansa).

Le teorie sull’Anticristo e la paura dell’Armageddon

Il cavaliere oscuro voleva andare all’Angelicum o alla Pontificia Università Gregoriana a raccontare la sua teoria sull’Anticristo che, secondo lui, «tornerà sfruttando la paura dell’Armageddon per consolidare il controllo politico e imporre un governo mondiale», ma i preti sveglissimi di quelle prestigiose istituzioni devono aver subito “sgamato” che l’Anticristo dal quale Thiel voleva metterli in guardia era praticamente lui, e si sono affrettati a ribadire più volte che loro non c’entravano nulla con quel «seminario a porte chiuse» annunciato a più riprese, per solleticare la curiosità delle mezze calze.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Flash mob del movimento No Kings contro Peter Thiel davanti al ministero Difesa (foto Ansa).

È più grottesco lui o chi gli dà credito?

Thiel e Musk vogliono fortissimamente diventare immortali: uno colonizzando Marte, l’altro raccontando alle persone in giro per il mondo che l’Anticristo ha le sembianze di Greta Thunberg. Non si sa cosa sia più grottesco: se lui o quelli che gli danno credito. Thiel vuole “bombardare” questa modernità decadente, la guerra è tornata a essere l’igiene dei popoli e «il bellissimo azzardo che risveglia dal sonno del declino».

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Greta Thunberg (Ansa).

L’ecologia, la Sharia e lo Stato comunista totalitario sono le ideologie da abbattere, dice quest’uomo che si presentò alla convention repubblicana del 2016 per appoggiare Donald Trump dicendo di essere «orgogliosamente gay, americano e innovatore».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Peter Thiel alla convention repubblicana nel 2016 (foto Ansa).

Il patriarca che doveva dare una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley

La sua biografia dice che è nato a Francoforte, ma si è trasferito bambino negli Stati Uniti, passando però alcuni anni «molto formativi» in una colonia tedesca della Namibia, in Africa, nota per accogliere chi non si rassegnò mai a rinnegare gli ideali nazisti. Quando, a fine Anni 90, fondò PayPal con Musk, Roelof Botha e David Sacks (tutti sudafricani) divenne subito, tra i tre, il patriarca ideologico incaricato di imprimere una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley, dove si costruisce il futuro tecnologico dell’umanità.

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La biografia di René Girard.

Avendo studiato a Stanford, pare che abbia avuto tra i suoi maestri René Girard, il filosofo e critico letterario francese del celebre Il capro espiatorio (1982). E provocano ilarità in un certo mondo accademico coloro che, oggi in Italia, lo assecondano disquisendo dottamente di teoria mimetica e analisi dei miti; meno male che Edoardo Camurri, in una delle sue interviste che vanno in onda la domenica su Rai Radio 3, ha interrogato direttamente Girard domandandogli: «È vero che Peter Thiel è stato suo allievo?». Ottenendo dal grand’uomo questa risposta: «Cosa vuole, non ricordo, i miei studenti erano così numerosi».

Sondaggi politici: calano Forza Italia e Lega, bene il M5s

La rilevazione settimanale di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto degli italiani fotografa un quadro relativamente stabile. Fratelli d’Italia è ancora ampiamente il primo partito del Paese, con il 29,4 per cento, dato invariato rispetto al sondaggio del 9 marzo. Scende di un decimo percentuale il Partito democratico: 21,7 per cento. Bene il Movimento 5 stelle, che sale al 12,3 per cento (+0,3). Perdono due decimi di punto Forza Italia (8 per cento), Lega e Alleanza Verdi e Sinistra (6,6 per cento). Guadagnano rispettivamente lo 0,2 e lo 0,1 Azione e Futuro Nazionale, dati al 3,5 per cento. In leggero calo al 2,3 per cento Italia Viva (-0,1). Stabile +Europa all’1,5 per cento. Noi Moderati è dato all’1,1 per cento (+0,1).

Il direttore del Centro antiterrorismo Usa lascia per protesta contro la guerra in Iran

Joe Kent, dal 31 luglio 2025 direttore del National Counterterrorism Center, organizzazione del governo degli Stati Uniti preposto al coordinamento di tutte le attività nazionali e internazionali in materia di antiterrorismo, ha lasciato l’incarico con effetto immediato in segno di protesta contro la guerra in Iran, voluta dall’Amministrazione Trump.

La lettera di dimissioni di Kent (con elogi per Trump)

«Non posso, in coscienza, sostenere il conflitto in corso. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione: è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», ha scritto Kent nella lettera di dimissioni. Poi, rivolgendosi direttamente a Donald Trump: «Sostengo i valori e le politiche in ambito estero che lei ha sostenuto nel 2016, nel 2020 e nel 2024 e che ha attuato nel suo primo mandato. Fino a giugno 2025, lei ha compreso che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che ha privato l’America delle preziose vite dei nostri patrioti e danneggiato la ricchezza e la prosperità della nostra nazione». E ancora: «Nella sua prima Amministrazione, lei ha compreso meglio di qualsiasi presidente moderno come usare in maniera decisiva la potenza militare senza trascinarci in guerre infinite. Lo ha dimostrato uccidendo Qasam Soleimani e sconfiggendo l’Isis». Poi, secondo Kent, sono subentrati i “veri” poteri forti. Infine: «È stato un onore servire sotto la guida del presidente degli Stati Uniti e del direttore generale dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, e guidare i professionisti del National Counterterrorism Center».

Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent

Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.

Trump: «Bene che Kent se ne sia andato»

«Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era. Ogni Paese sapeva quanto fosse una minaccia l’Iran. La questione è se volessero o meno fare qualcosa al riguardo».

Cardinale Becciu, processo da rifare: decretata la «nullità relativa» del primo grado

La Corte d’appello vaticana ha decretato la «nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.

Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali

Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.

La difesa del porporato: «Soddisfatti»

Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».

Attentato alla sinagoga di Roma, identificati dopo 43 anni gli altri componenti del commando

AGI - Dopo oltre quarant'anni sono stati identificati i responsabili dell'attentato del 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga di Roma compiuto da un commando armato di bombe a mano e mitra in cui rimase ucciso Stefano Gaj Taché, di appena due anni, e furono feriti 40 fedeli di religione ebraica. La procura di Roma, al termine di complesse attività, ha emesso l'avviso di conclusione indagini nei confronti di cinque persone per le quali si ipotizza la corresponsabilità nell'attentato con finalità terroristiche.  

Il 415 bis riguarda Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68enne, detenuto in Francia e a giudizio per la strage del 2 agosto del 1982 di Rue des Rosiers a Parigi; Abed Adra Mahmoud Khader, 71enne cittadino palestinese residente in Cisgiordania; Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74enne di origine palestinese residente in Giordania, Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65enne di origine palestinese residente in Giordania; Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66enne di origine palestinese, residente in Giordania. "Si ipotizza che abbiano agito in concorso anche con Alhamieda Rashid Mahmoud alias Fouad Hijazy, Maher Said Al Awad Yousif alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal ora deceduti", si legge nella nota della procura di Roma.

Le indagini e gli accertamenti

"Nel corso delle indagini sono stati sviluppati accertamenti ad ampio spettro, anche con mirate attività tecniche e acquisizione di testimonianze e documentazione, in correlazione con la rilettura, l'analisi e il raffronto con gli atti istruttori e dibattimentali dell'epoca, le fonti diplomatiche e giornalistiche, i documenti di archivi privati e pubblici, sia relativi all'attentato in questione che degli altri compiuti a Roma in quegli anni e riconducibili alla stessa organizzazione", si legge ancora nella nota dei pm.

Le evidenze e i ruoli nell'attentato

"Il complesso delle evidenze ha consentito di confermare la collocazione dell'evento nella strategia dell'organizzazione di Abu Nidal, di far emergere le convergenze oggettive e soggettive tra gli attentati di Roma e Parigi e di individuare quindi gli appartenenti all'organizzazione che si ritiene abbiano contribuito al compimento dell'attentato alla Sinagoga di Roma, concorrendo con diversi ruoli e funzioni: decisione e supervisione, organizzazione e logistica, contributo operativo.

L'organizzazione terroristica Abu Nidal

Sono emersi dal lavoro di ricostruzione i tratti della storia e della collocazione dell'organizzazione terroristica, fondata nel 1974 da Sabri Khalil Abdul Hamid Al Banna alias Abu Nidal nel segno del radicale rifiuto di ogni tipo di dialogo con Israele, a seguito della decisione di Arafat di rinunciare a effettuare azioni violente fuori da Israele e dai Territori Occupati - si legge ancora -. Numerosi furono gli attacchi terroristici, ai danni di obiettivi ebraici e non solo, perpetrati in Europa, Italia compresa, e in Medio Oriente fra la seconda metà degli anni '70 e gli anni '80.

Contesto storico degli attentati

fatti di Parigi e Roma si inserivano in un contesto di fortissima tensione. Solo quattro mesi prima dell'azione omicidiaria condotta presso il Tempio Maggiore di Roma, precisamente il 4 e il 5 giugno 1982, vi era stato un raid aereo delle forze armate israeliane sui campi profughi palestinesi e altri obiettivi dell'OLP a Beirut e nel Sud-Libano, che aveva causato la morte di 45 persone e il ferimento di altre 150, mentre il successivo 6 giugno aveva inizio l'operazione nel sud del Libano nota come 'Operazione Pace per la Galilea'".

Comunità ebraica riconoscente agli inquirenti

La Comunità Ebraica di Roma "accoglie con amarezza" la notizia della chiusura delle indagini sull'attentato del 9 ottobre 1982 davanti al Tempio Maggiore. Dopo oltre quarant'anni, l'avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone segna un passaggio importante nel percorso di accertamento della verità e di restituzione della giustizia. La Comunità "esprime riconoscenza agli inquirenti, alla magistratura e alle istituzioni che hanno lavorato in questi anni, anche in cooperazione internazionale, per riaprire e sviluppare le indagini. L'attentato colpì famiglie inermi, segnando una delle pagine più tristi e dolorose della storia della nostra Comunità e della Repubblica".

Lo sconcerto per il tempo trascorso

"Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità", dice il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun.

"Per troppo tempo la verità è rimasta ostacolata da silenzi, protezioni e ambiguità che non possono essere accettati. Oggi si compie un passo avanti, ma resta il dovere di andare fino in fondo. Chiediamo che la ricerca della verità prosegua senza esitazioni e che tutti i responsabili vengano finalmente portati davanti a una corte di giustizia. È un diritto delle vittime e delle loro famiglie, ma è anche un dovere dello Stato".

Una ferita che riguarda l'intero Paese

L'attentato del 9 ottobre 1982 non è una pagina chiusa: è una ferita che riguarda l'intero Paese. La morte di Stefano Gaj Taché, come ricordato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, "un nostro bambino, un bambino italiano", e il ferimento di decine di innocenti restano un monito che interpella ancora oggi le istituzioni e la società.

La giustizia come dignità e forza democratica

"Non ci fermeremo finché non sarà fatta piena luce su ogni responsabilità. La giustizia, anche dopo tanti anni, è l'unico modo per restituire dignità alle vittime e forza ai valori democratici su cui si fonda il nostro Paese", prosegue Fadlun.

Appello contro antisemitismo e terrorismo

La Comunità Ebraica di Roma continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi giudiziari "nel ricordo di Stefano Gaj Taché e di tutte le vittime dell'odio e della violenza antisemita, con la determinazione a non lasciare che il tempo cancelli verità e responsabilità. E facciamo appello all'intera comunità nazionale - conclude il Presidente CER -, contro il rischio di abbassare la guardia e sottovalutare l'aumento degli episodi concreti di antisemitismo e gli indizi di attività terroristica".

 

Referendum, il Pd contro lo «scandaloso monologo di Meloni su Rete 4»

Protesta dei parlamentari dem in Commissione di Vigilanza Rai contro la puntata di lunedì 16 marzo di Quarta Repubblica, su Rete 4, che ha dato spazio a una lunga intervista a Giorgia Meloni, definita «uno scandaloso monologo di mezz’ora in prima serata senza contraddittorio» a favore del Sì, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. «Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban», hanno denunciato i membri del Pd della Commissione di Vigilanza Rai, parlando di «copione provato e recitato» e chiedendo all’Agcom «una sanzione esemplare» e un intervento immediato di riequilibrio della par condicio.

La puntata del programma di Nicola Porro («conduttore primo fan» di Meloni per il Pd) è iniziata con 15 minuti dedicati alla storia del presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato erroneamente nell’estate del 1983 di associazione camorristica e traffico di droga: in studio la figlia Gaia, giornalista e conduttrice. Poi l’intervista a Meloni (che è stata pure da Fedez), seguita da un altro quarto d’ora sul caso Tortora, con riferimenti diretti alla riforma su cui gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo. Dopo un momento di confronto tra il fronte del Sì e quello del No, osservano i parlamentari dem, la trasmissione è poi tornata a ospitare praticamente solo figure a favore della riforma della giustizia. In chiusura altri 25 minuti con Giuseppe Cruciani, anche lui per il Sì.

Nel mirino del Pd è finito non solo il programma Quarta Repubblica, ma l’intero palinsesto Mediaset. Sulle reti del Biscione, per riequilibrare i tempi di parola, viene sì dato spazio a servizi dedicati alle ragioni del No. Ma solo formalmente: gli interventi di chi è contro la riforma costituzionale vengono da diversi giorni (anzi notti) confinati nelle fasce con meno pubblico, ovvero tra l’1:30 e le 6. Quando la maggior parte degli elettori, ovviamente, sta dormendo.