Dietrofront delle calciatici della Nazionale femminiledi calcio iraniana, che prima della partita contro l’Australia in Coppa d’Asia hanno cantato l’inno e fatto anche il saluto militare. Al debutto nel torneo contro la Corea del Sud erano invece rimaste in silenzio: in assenza di spiegazioni – le calciatrici e la ct si erano rifiutate di fare commenti sulla guerra e sulla morte di Ali Khamenei – il gesto era stato perlopiù interpretato come un segno di protesta contro il regime degli ayatollah.
W niedawnym meczu z Koreą Płd. Iranki nie odśpiewały hymnu. Niektórzy pisali, że to nie manifestacja, tylko efekt żałoby/radadanu/zakazu śpiewania hymnu przez kobiety.
Oczywiście, że była to manifestacja. A dziś kolejna – zupełnie inna – przed meczem z Australią. pic.twitter.com/zHuNFX3vzm
Durante la conferenza stampa alla vigilia di Iran-Australia, l’attaccante Sara Didar e l’allenatrice Marziyeh Jafari hanno parlato della guerra in corso, esprimendo preoccupazione per la situazione nel Paese e per le loro famiglie.
"Siamo tutte preoccupate per ciò che sta accadendo in #Iran, per le nostre famiglie e i nostri cari."
Sara Didar, attaccante dell'Iran femminile, commossa durante la conferenza stampa di ieri in Australia, dove si svolge la Coppa d'Asia.
Il centrodestra ha presentato una risoluzione sugli “aiuti” militari ai Paesi del Golfo nell’ambito del conflitto mediorientale che da sabato 28 febbraio ha subito un’escalation. In dettaglio, l’Italia è pronta a fornire supporto, in particolare di difesa antiaerea, anti missilistica e antidrone, agli Stati del Golfo minacciati dagli attacchi dell’Iran. È inoltre disponibile a garantire agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, in forza dell’accordo bilaterale del 1954 tra i due Paesi, come ribadito anche dalla premier Meloni. Il testo verrà votato in Parlamento dopo le comunicazioni dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani.
Aiuti militari al Golfo, sostegno ai Paesi Ue e basi Usa
Secondo quanto si legge nel testo, la risoluzione impegna il governo:
a rafforzare tempestivamente le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane nei teatri operativi del Medio Oriente, con particolare riferimento al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata, attraverso il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza, nel perimetro di quanto autorizzato nell’area geografica di intervento, a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali. Quanto sopra, anche in relazione alla necessità di contrastare una crisi energetica per i cittadini e le imprese italiane;
a partecipare con assetti nazionali allo sforzo comune in ambito Unione Europea per sostenere, in caso di richiesta, Stati membri Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana;
a confermare il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico.
AGI - I Carabinieri del Nas di Parma, coordinati dalla Procura della Repubblica di Reggio Emilia, hanno arrestato in flagranza un dirigente medico, responsabile di più Strutture Complesse di ospedali della provincia, con l’accusa di peculato e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, entrambi contestati in forma continuata.
L’intervento è avvenuto nel pomeriggio di lunedì, all’interno di un ospedale pubblico reggiano, subito dopo che il medico aveva ricevuto 100 euro in contanti da una paziente come pagamento per una prestazione sanitaria. Secondo gli investigatori, l’intera somma sarebbe stata trattenuta indebitamente, senza essere versata all’Azienda USL di Reggio Emilia.
L’attività investigativa dei carabinieri, avviata nel settembre 2025, ha permesso di ricostruire un presunto sistema di prestazioni mediche private non registrate. Pur essendo autorizzato alla libera professione intramoenia, il dirigente avrebbe: effettuato visite private senza inserirle nell’applicativo informatico aziendale; incassato i compensi esclusivamente in contanti, senza comunicarli all’Amministrazione; gestito direttamente le richieste di appuntamento, aggirando i canali istituzionali previsti.
Tra l’11 novembre 2025 e il 2 marzo 2026 sarebbero state eseguite 25 prestazioni non tracciate, con pazienti non prenotati e pagamenti variabili. Le richieste di appuntamento venivano gestite direttamente dal medico, eludendo completamente i canali istituzionali previsti per l’attività intramoenia.
Le investigazioni, supportate anche da intercettazioni telefoniche e ambientali, avrebbero inoltre documentato l’utilizzo, in alcune circostanze, di farmaci appartenenti alla dotazione dello studio ospedaliero, poi somministrati a pazienti visitati privatamente.
Dopo le formalità di rito, il medico è stato posto agli arresti domiciliari. In seguito, il GIP del Tribunale di Reggio Emilia ha convalidato l’arresto, disponendo però l’immediata rimessione in libertà e applicando: sospensione dall’esercizio di pubblico ufficio o servizio per 12 mesi; interdizione per 12 mesi dall’attività di medico dirigente in strutture sanitarie pubbliche dell’ASL; divieto temporaneo di esercitare la libera professione intramoenia in qualsiasi struttura pubblica, sempre per 12 mesi.
Dopo quello condotto da Ixè a un mese dal voto, un altro sondaggio fotografa il vantaggio del “no” sul “sì” in vista del referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo. Ecco che cosa è emerso dall’ultima indagine Ipsos illustrata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera.
Solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare
La consultazione non sembra attrarre grande interesse. Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos per il Corsera, l’affluenza si aggirerà attorno al 42 per cento. E solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare. In questo scenario, che vede una mobilitazione maggiore soprattutto tra gli elettori dell’opposizione, il “no” viene dato in vantaggio con il 52,4 per cento. Il fronte del “sì” si fermerebbe al 47,6 per cento: meno 1,8 per cento rispetto a un mese fa.
Nando Pagnoncelli (Imagoeconomica).
Con un’affluenza maggiore il “sì” potrebbe vincere
Per Pagnoncelli la tendenza alla crescita della contrarietà sembra acquisita, ma è ancora presto per affermare che vincerà il “no”. Secondo il sondaggista, il “sì” potrebbe infatti spuntarla se l’affluenza raggiungesse (o superasse) il 49 per cento, in virtù di una maggiore partecipazione da parte degli elettori di centrodestra. In tale scenario, la partita si giocherebbe sul filo del rasoio, con una differenza di pochi decimi tra i due schieramenti: il “sì” è dato al 50,2 per cento e il “no” al 49,8.
C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).
Hormuz: il collo di bottiglia del mondo
Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.
Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).
Lo shock che l’Europa non si può permettere
Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.
L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta
Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.
La strategia di logoramento dell’Iran
Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.
Il lancio di un missile iraniano (Ansa).
Perché l’economia europea è la più vulnerabile
Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.
Mfe-MediaforEurope adotta una nuova organizzazione del top management, scelta che segna il passaggio da una holding di controllo finanziario a una media company operativa. Il cda del gruppo ha deliberato di attribuire al ceo Pier Silvio Berlusconi il ruolo di chairman e Group chief executive officer. Fedele Confalonieri, storico presidente di Mediaset prima e di Mfe dopo, rimane statutory chairperson. La nuova struttura, che prevede diverse nomine interne e la creazione di due nuove aree, nasce per «coordinare e indirizzare direttamente le proprie società in tutti i Paesi, valorizzando le migliori risorse e competenze interne al gruppo e rafforzando l’innovazione con nuovi presidi organizzativi e manageriali». Nella pratica, sotto la guida di Pier Silvio Berlusconi, la nuova struttura di vertice di Mfe prevede il passaggio da un’organizzazione verticale a una orizzontale per integrare tutte le funzioni di staff nell’ambito della holding. Nell’ambito della riorganizzazione, Marco Giordani, chief finance e international business officer, avrà la responsabilità della supervisione finanziaria e dello sviluppo internazionale del business. Simone Sole sarà nominato chief financial officer.
AGI - Si chiama Luna ed è la nuova arrivata al Safari Park di Pombia (NO): nata nell’ottobre 2025, la cucciola di leopardo melanico è il primo esemplare nato nel parco dopo l’arrivo di Bagheera, Diana e Lilith la scorsa estate. Luna, nome scelto dai keeper per l’associazione frequente dell’esemplare alla notte, comune in diverse culture, simboleggia e incarna un importante traguardo per il progetto avviato dal Safari Park per la salvaguardia delle specie più vulnerabili.
La nascita di Luna è stata caratterizzata da un momento delicato: nei primi giorni di vita la piccola non è stata riconosciuta dalla madre, una circostanza che può verificarsi anche in natura. L’équipe di keeper del parco è intervenuta prontamente, non appena rilevata la criticità della situazione; e con cura, monitoraggio costante e contatti diretti ma limitati allo stretto necessario è riuscita ad assicurare alla cucciola uno sviluppo il più naturale ed equilibrato possibile. Superata la fase più complessa, Luna ha intrapreso un percorso graduale di inserimento nell’area dedicata ai leopardi melanici, realizzata su misura per rispondere alle esigenze etologiche della specie. Oggi la cucciola si sta integrando nel gruppo e si muove all’interno dell’habitat con curiosità e sicurezza.
I leopardi melanici: caratteristiche e minacce
I leopardi melanici, comunemente noti come pantere nere, non costituiscono una specie distinta, ma una rara variante genetica del leopardo comune. La loro caratteristica colorazione scura è dovuta al melanismo, una mutazione legata a un gene recessivo che determina un’elevata concentrazione di melanina nel pelo. In natura, come altri grandi felini quali leoni, tigri e leopardi delle nevi, sono minacciati dal bracconaggio, dalla progressiva riduzione dell’habitat e dalla diminuzione delle prede. Proprio per questo, la nascita di Luna assume un valore particolarmente significativo nel percorso di conservazione e sensibilizzazione portato avanti dal Safari Park.
Orari di apertura del Safari Park
Per vedere da vicino Luna e tutte le altre specie ospitate, il Safari Park di Pombia è aperto fino a venerdì 27 marzo tutti i giorni dalle 10:30 alle 16:30, mentre successivamente sarà aperto tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 17:00 e nei weekend dalle 10:00 alle 18:00.
AGI - "È una cosa che speriamo di archiviare nel più breve tempo possibile, ieri notte per la prima volta sono riuscita a dormire per due ore filate, mi è sembrato un sogno". A parlare all'AGI, a poche ore dal volo che ha riportato a casa diversi italiani bloccati a Dubai, è Silvia Savio, mamma di Nicolò, uno studente padovano dell'Istituto Tecnico Calvi che al momento dell'avvio dell'azione militare americana contro l'Iran si trovava a Dubai per un progetto scolastico denominato "Ambasciatori del futuro".
"Nicolò sarebbe dovuto ripartire per tornare a casa il 28 ma mi ha chiamato dicendomi: "Mamma, hai sentito?" - racconta - io sono corsa ad accendere la tv, ho visto quello che stava accadendo. Ho cercato di minimizzare e di tranquillizzarlo ma per me è iniziato un vortice di ansie più totali, qualcosa di mai provato prima. Non si capiva niente, sono iniziate le cancellazioni dei voli, il caos più totale".
Il caos dei voli e la paura negli hotel
"Poi per fortuna - prosegue - è intervenuto il preside della sua scuola, il sindaco, il governatore Stefani e mi è arrivato anche il numero di telefono del console. Sono stati tutti meravigliosi".
Una disponibilità tangibile che non ha però ridotto l'ansia e l'incertezza. Il gruppo di studenti aveva infatti fatto il check-out prima di scoprire che il volo era stato cancellato e non poteva quindi rientrare nella struttura.
"Allora sono stati divisi in due hotel ma uno non era sicuro - continua a raccontare la mamma - e dopo una notte sono ritornati al primo hotel. Dormivano assiemeper farsi coraggio, tutti assieme nelle stanze più basse perché quelle ai piani più alti erano troppo pericolose. Noi ci sentivamo con le videochiamate, cercavamo di farlo ridere e scherzare in ogni modo ma era sempre più serio. Mi ci ha confidato di aver avuto davvero paura".
Il volo per Milano e il ritorno in Italia
Per tornare alla vita normale il più rapidamente possibile, poche ore dopo il suo rientro in Italia Nicolò è partito per una gita di classe a Roma. Poche ore di sonno e una levataccia alle 5.30, pur di tornare a ridere con gli amici di sempre.
Ma i segni di quelle ore di terrore sono ancora tangibili. "Mi ha confidato che mentre si imbarcavano per tornare in Italia hanno sentito il cicalino della retromarcia di un furgone che somigliava tantissimo all'alert dei bombardamenti - racconta la mamma - è bastato un suono, un secondo e c'è stato il panico tra i ragazzi".
Due droni Arash 2 lanciati dall’Iran si sono schiantati in Azerbaigian. Uno ha raggiunto un edificio dell’aeroporto di Nakhchivan, mentre un altro è esploso nei pressi di una scuola nell’adiacente villaggio di Shakakabad, nella regione di Babek.
#Azerbaiyán .. aeropuerto en Najicheván . Un dron iraní / ruso Geran2 cayó en el aeropuerto local.
* se ve qua Aliev no le es suficiente que los rusos derriben un avión civil azerí y los iraníes le ataquen el aeropuerto con drones rusos para cortar las relaciones… pic.twitter.com/cK6QNNaUvE
L’aeroporto di Nakhchivan si trova a 10 chilometri dal confine con l’Iran
L’aeroporto si trova a una decina di chilometri dal confine con la Repubblica Islamica: si tratta dello scalo internazionale che serve la Repubblica Autonoma di Nakhchivan, exclave azera confinante con Armenia, Turchia e, appunto Iran (per 179 chilometri). Non ci sono stati morti, ma due persone sono rimaste ferite. Baku ha condannato quanto accaduto, evidenziando il «comportamento inadeguato dell’Iran» e che l’Azerbaigian «si riserva il diritto di rispondere a questa azione». Il ministero degli Esteri ha inoltre convocato l’ambasciatore iraniano. Secondo il media indipendente Qazetchi, le Forze armate dell’Azerbaigian sono state poste in stato di allerta e dispiegate lungo il confine con l’Iran. Secondo alcuni esperti il rafforzamento militare potrebbe essere legato anche alla gestione di un possibile afflusso di rifugiati in caso di ulteriore deterioramento della situazione nella Repubblica Islamica.
AzerTAc published photos from the site of the drone attack on Nakhchivan Airport
Il patron di TelePordenone Mario Ruoso è stato ucciso nella sua abitazione nella mattinata di mercoledì 4 marzo 2026. Figura di spicco nel mondo imprenditoriale e automobilistico, aveva 87 anni ed era anche lo storico proprietario del Garage Venezia, concessionaria di automobili in posizione strategica sulla Pontebbana. Cavaliere del Lavoro, era stato tra i fondatori dell’emittente televisiva che ha fatto la storia di Pordenone dal 1980 al 2024, quando il segnale è stato spento.
La dinamica dell’omicidio
Mario è stato trovato morto nella sua abitazione dal nipote Alessandro, pilota di enduro, che ha subito lanciato l’allarme ai soccorsi e alle forze dell’ordine. Secondo le prime analisi, sarebbe stato colpito più volte con un oggetto contundente, probabilmente una spranga. Nella caduta avrebbe battuto la testa contro lo spigolo di un mobiletto. A quel punto l’assassino avrebbe infierito con altri colpi al capo, fino a provocarne la morte. La ricostruzione, fondata sulle ferite riscontrate e sui primi accertamenti tecnici, delineerebbe un’aggressione improvvisa e feroce.
Una persona sospettata del delitto
Non è ancora noto chi sia l’autore del delitto, ma le autorità hanno portato in questura a Pordenone una persona «sulla quale si nutrono forti sospetti». L’ha riferito il procuratore della Repubblica Pietro Montrone all’Ansa. «Tecnicamente non è ancora in stato di fermo», ha precisato, «stiamo completando gli accertamenti. Non abbiamo ancora elementi sul possibile movente».