Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori

Non è la macchina che ci spaventa. È quando sbaglia. Chi usa l’intelligenza artificiale ogni giorno non teme davvero di essere sostituito. Teme di essere tradito, di fidarsi quando non dovrebbe, credendo a una risposta solo perché suona plausibile. Ci sono naturalmente differenze geografiche. Nei Paesi occidentali l’IA suscita preoccupazioni, altrove viene vista soprattutto come un’opportunità. Ma non è solo questione di confini. È questione di fiducia e di come interpretiamo ciò che vediamo sullo schermo.

Le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso

Una ricerca di Anthropic, basata su quasi 81 mila interviste in 159 Stati, conferma una cosa semplice. L’ansia non è futuristica, è operativa. Circa un quarto degli intervistati indica come rischio principale le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso. Una quota che sale intorno a un terzo tra chi teme che l’IA ostacoli le decisioni in modo specifico. Il resto viene dopo. Circa uno su cinque indica le ricadute su lavoro e occupazione tra le principali preoccupazioni, altrettanti temono per la propria autonomia di giudizio, e solo uno su sei il rischio di perdere capacità di pensiero critico. Intendiamoci, non si tratta di una gerarchia definitiva, ma di un’indicazione.

Sequenza di risposte coerenti, ma progressivamente errate

Eppure un terzo degli intervistati afferma che l’intelligenza artificiale ha già migliorato il proprio lavoro. Più veloce, più ampio, più produttivo. È l’idea di potenziamento più che di sostituzione. Il confine però resta instabile e quasi uno su cinque sostiene che le promesse non sono state mantenute. L’IA aiuta, ma non sempre, e soprattutto può convincere anche quando sbaglia. Un intervistato parla di «un’allucinazione lenta», una sequenza di risposte coerenti, sicure, ma progressivamente errate. Non un errore evidente, ma un errore che si costruisce nel tempo.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
Intelligenza artificiale che sbaglia (foto creata con Grok).

I due scenari per un finale comunque catastrofico

Non è che prima fosse tutto limpido, sia ben chiaro. Come ci ricorda qualcuno online, «anche le persone allucinano, per ignoranza, incompetenza o intenzione. L’IA aggiunge solo un altro strato». Mentre un altro la butta sul catastrofico: «O l’IA smette di sbagliare e allora milioni perderanno il lavoro, la politica diventerà estrema e il sangue potrebbe scorrere. O non può migliorare e allora distruggiamo migliaia di miliardi di dollari di capitale. Disastro in ogni caso». Che è una tesi perfetta da fine cena, quando nessuno ha davvero voglia di contraddirti.

Quanto siamo disposti a dare credito all’IA?

La verità, più banalmente, è che siamo nel mezzo di una transizione. E che il problema non è tanto quanto l’IA sia intelligente, ma quanto siamo disposti a darle credito. Ed è qui che il discorso si sposta. Non più solo tecnologia, ma epistemologia, se vogliamo usare una parola impegnativa senza sentirci in colpa. Come si distingue il vero dal plausibile, quando il plausibile è scritto meglio del vero? Il paradosso è che proprio chi la usa di più lo sa benissimo. Gli avvocati, per esempio, raccontano di errori diretti, ma anche di benefici altissimi. Insomma, la stessa cosa che ti aiuta è quella che ti frega. Non c’è contraddizione. C’è convivenza.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Ed è forse questa la parte più interessante. Non ci sono solo ottimisti e pessimisti. Ci sono persone che nello stesso momento pensano entrambe le cose: la uso e mi aiuta, la uso e mi preoccupa. Una relazione, più che uno strumento. E la dimensione emotiva è parte di questa storia, anche se spesso viene ignorata.

C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita

Lo studio raccoglie infatti testimonianze di persone che hanno usato l’IA come supporto durante la guerra in Ucraina o per elaborare un lutto. E più in generale, a emergere è un caleidoscopio di possibilità che riguarda le nostre vite. C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita quotidiana, chi la sfrutta per liberare tempo da dedicare a famiglia e hobby, chi la vede come strumento di imprenditorialità e chi se la immagina come una leva per grandi cambiamenti sociali, dalla salute alla giustizia.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
IA (Igor Omilaev via Unsplash).

Tutte aspirazioni legittime, che parlano di noi e ci mettono allo specchio, mostrando che l’IA non è solo uno strumento, ma un ecosistema cognitivo ed emotivo. Che raccoglie anche questo: «Avevo cominciato a raccontare a Claude cose che non dicevo nemmeno al mio compagno. Come se stessi avendo una relazione.» Come se fosse un amante, insomma. Ma credergli può diventare pericoloso.

Anarchici sfidano il divieto del questore, 91 fermi preventivi

AGI - Sono stati identificati e rilasciati una sessantina di anarchici che questa mattina hanno commemorato a Roma i due militanti morti in seguito all'esplosione di un ordigno in un casale nel Parco degli Acquedotti, nella zona dell'Appio Claudio. Gli attivisti si sono ritrovati intorno alle 9.30 in zona Tuscolana per rendere omaggio a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano. Alcuni mazzi di fiori sono stati legati a un palo.

Il presidio, che era stato vietato, si è svolto sotto il controllo di un nutrito schieramento di forze dell'ordine, con diversi mezzi e agenti a cavallo. Digos e Carabinieri di Roma hanno identificato i 58 partecipanti al sit-in ma non ci sono stati fermi.

L'omaggio ai militanti deceduti

Dalle prime ore del mattino, alcune decine di aderenti a movimenti anarchici, provenienti anche da altre province del Paese, hanno raggiunto il Parco degli Acquedotti per un omaggio ai due militanti deceduti il 19 marzo mentre confezionavano un ordigno rudimentale. I gruppi sono stati bloccati su vari ingressi dal contingente del Reparto a cavallo della Polizia di Stato e dai reparti inquadrati delle Forze dell'Ordine.

Fermo preventivo e identificazione

Per 91 persone ritenute pericolose e sospette, valutati i presupposti condivisi dal Pm di turno, è scattato il fermo preventivo come previsto dal nuovo decreto sicurezza. Alcuni avevano il volto coperto e molti hanno rifiutato l'identificazione. I fermati sono stati accompagnati negli uffici della Questura per il fotosegnalamento e l'adozione, ove opportuno, dei fogli di via obbligatori. Le operazioni si sono svolte senza turbative per l'ordine pubblico. 

 

Alessio, il santo dei barboni

AGI - È il santo dei barboni. Alessio per 17 anni ha dormito nel sottoscala. Voleva scomparire da questo mondo per trovare Dio nell’altro. E alla fine il mendicante - nato a Roma nel IV secolo d.C. - pare ci sia riuscito. È salito agli onori degli altari a furor di popolo, è stato proclamato dalla Chiesa protettore degli accattoni (festa il 17 luglio) e nel 1217 papa Onorio III gli ha dedicato una basilica costruita nel quartiere Aventino a Roma, che porta il suo nome e quello del martire Bonifacio.

Il santo sembra un vagabondo dei giorni nostri. Non di quelli che con una mano implorano e con l’altra magari versano soldi sul proprio conto corrente milionario (è successo). Ma di chi preferisce starsene ai margini, rannicchiato sul marciapiede sotto cumuli di coperte perché sgomitare in mezzo alla vita lo disumanizza più della povertà.

Le leggende e le contraddizioni

Va subito detto che sul personaggio di leggende ne fioccano diverse. Ne esistono almeno tre: siriaca, greca e latina. C’è un filo rosso però che le unisce tutte: la trama generale della storia. Punto primo, Alessio avrebbe vissuto sempre nella contraddizione apparente, nel paradosso. Proveniva da una famiglia ricca e famosa (il padre era un senatore dell’impero), eppure ha scelto di essere anonimo e malmesso. Possedeva molto ma si è fatto bastare poco: l’abito vecchio, lo spicciolo nella tasca degli altri, un minimo di carità. Chiedeva l’elemosina e poi dava tutto ai miserabili.

La grande fuga e il prodigio

Secondo, la grande fuga. La tradizione latina racconta che il giorno del suo matrimonio (o della sua prima notte di nozze) il giovane non ce l’ha fatta ad accontentare sposa e genitori. Scappa. Arriva fino a EdessaSiria settentrionale, oggi Turchia - dove trascorre diciassette anni da accattone davanti a una chiesa. Fino al giorno del prodigio, quando la Madonna ritratta in un quadro avrebbe parlato al custode dell’edificio dicendogli di ospitare quell’uomo di Dio.

Il ritorno a Roma e il non riconoscimento

Quindi in giro si comincia a parlare di Alessio il Pio. Però lui non vuole: ha scelto di essere niente e non qualcuno. Così scappa di nuovo. E qui comincia il terzo tempo del film sul santo. Per le strane rotte del destino – si dirà della Provvidenza – il mendicante si ritrova a Roma. E a quale porta va a bussare per chiedere ospitalità? A quella di casa sua. I genitori però non lo riconoscono. Negli anni passati lo hanno fatto cercare ovunque dai loro servi: in città, in Italia, all’estero, fino a Edessa (casualità della leggenda). E ora che lo hanno davanti agli occhi non si accorgono di lui. Un altro paradosso. Il padre non lo caccia, gli offre il sottoscala dove il santo dormirà ogni notte per diciassette anni.

La morte e il rotolo

L’ultimo fotogramma parla di un Alessio stanco, consapevole di essere arrivato al termine della sua vita. E con le forze che gli sono rimaste decide di scriverla. Ci riesce. Poi si abbandonerà alla morte (intorno al 412). Il resto è abbellito dalla meraviglia. L’agiografia dice che sono state le campane di Roma che improvvisamente si sono messe a suonare avvisando della sua dipartita. Nel sottoscala si fiondano tutti, persino il pontefice (qualche fonte parla anche dell’imperatore). Sarà lui a sfilare il rotolo dalla mano di Alessio e a leggere l’odissea.

Il monumento e il paradosso finale

Oggi la storia del venerabile è simboleggiata nel monumento marmoreo del XVIII secolo conservato nella basilica che porta il suo nome (assieme a quello di Bonifacio). Si tratta di un’opera policroma firmata dall’artista berniniano Andrea Bergondi. La scultura immobilizza l’istante tra la vita e la morte: in alto i gradini (conservato anche un frammento dell’antica struttura lignea), sotto il santo disteso e ai lati, a mezz’aria, due angeli che lo assistono nel momento del trapasso. Nella Capitale la chiesa è un luogo ricercato per celebrare il proprio matrimonio, proprio il giuramento che Alessio non ha voluto pronunciare per scegliere di promettere fedeltà a un Altro. Ancora un paradosso.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra

Sicurezza e scorte strategiche. Sono due delle parole chiave che emergono dal nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Cina. Il pensiero va subito all’energia e al petrolio, soprattutto dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in Medio Oriente, oppure alla tecnologia e ai microchip, per schermarsi dalle restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate. Tutto giusto, ma quelle due parole chiave vanno applicate anche a un altro ambito, snodo cruciale della competizione tra Pechino e gli Usa: le terre rare.

Serve un rafforzamento durante turbolenze e incertezze globali

Nel piano quinquennale, approvato durante le recenti “due sessioni” dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo, la Cina pone la «sicurezza dei materiali strategici» sullo stesso livello della sicurezza energetica e alimentare. Questo cambiamento riflette la consapevolezza che, in tempi di turbolenze e incertezze globali, il controllo delle materie prime critiche equivale al controllo delle tecnologie, della produzione industriale avanzata. E, dunque, anche del potere politico.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Il rafforzamento dell’approvvigionamento interno e la creazione di scorte strategiche sono il risultato di una strategia di lungo periodo che Pechino porta avanti da almeno due decenni. Già dallo scorso decennio e dalla prima guerra commerciale lanciata da Donald Trump, la leadership cinese ha identificato con precisione quelli che definisce i «punti deboli» della propria catena di approvvigionamento: la dipendenza da tecnologie straniere, l’esposizione a controlli all’export imposti da altri Paesi e la vulnerabilità a shock geopolitici.

Accumulare risorse minerarie fa parte di una precisa strategia

Allo stesso tempo, Pechino ritiene di avere un’arma fondamentale: le terre rare, appunto. La scelta di accumulare risorse minerarie e rafforzare la produzione domestica è una logica conseguenza di una strategia portata avanti da tempo. Questi elementi, fondamentali per la produzione di magneti permanenti, semiconduttori, batterie e sistemi militari avanzati, sono alla base dell’intera economia digitale e della transizione energetica.

Pechino controlla la produzione globale e anche la raffinazione

Il fatto che la Cina controlli circa il 70 per cento della produzione globale e una quota ancora maggiore della raffinazione le conferisce un vantaggio competitivo difficilmente replicabile nel breve periodo. Si tratta di un dominio costruito nel tempo con politiche industriali aggressive, investimenti massicci e una pianificazione statale che ha progressivamente integrato l’intera filiera: estrazione, raffinazione, trasformazione, spedizione. Il tutto anche a costo di un impatto ambientale tutt’altro che banale.

Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno, ma…

Ora Pechino punta a rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, già fondamentale per raggiungere la tregua commerciale con Trump e ottenere concessioni dalla Casa Bianca su dazi e restrizioni all’export di software tech. Il programma cinese segue un doppio binario: diversificare le fonti di approvvigionamento estero (soprattutto attraverso accordi con Paesi africani e altre economie emergenti ricche di risorse naturali), ma anche aumentare la capacità interna di estrazione, lavorazione e stoccaggio, creando una sorta di “cuscinetto strategico” contro eventuali interruzioni delle forniture globali. Come già accade sul commercio, Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno senza però rinunciare a sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
L’incontro fra Trump e Xi del 30 ottobre 2025 (foto Ansa).

La dipendenza occidentale dalle terre rare cinesi rappresenta una vulnerabilità strutturale che Pechino è perfettamente consapevole di poter sfruttare. Complice la recente diminuzione delle esportazioni, gli Stati Uniti dispongono di scorte limitate e potrebbero affrontare carenze critiche in caso di ulteriori restrizioni, con conseguenze dirette sulla produzione di sistemi militari avanzati e tecnologie strategiche.

Trump sigla accordi con Paesi alleati, a partire dal Giappone

In questo senso, le terre rare diventano un efficace strumento di “leva geopolitica”, capace di influenzare mercati ed equilibri globali. Quantomeno fino a quando Washington non sarà in grado di erodere quella dipendenza, come sta provando a fare Trump siglando ambiziosi accordi con una serie di Paesi alleati, a partire dal Giappone.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente americano Donald Trump con la premier giapponese Sanae Takaichi (foto Ansa).

La strategia cinese si basa anche su una logica economica ben precisa: massimizzare il valore aggiunto interno. Il sistema fiscale incentiva l’esportazione di prodotti finiti piuttosto che di materie prime o semilavorati. Questo significa che la Cina vuole continuare a essere il principale produttore di terre rare, ma intende dominare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di componenti fino ai prodotti finali come veicoli elettrici, dispositivi elettronici e sistemi di difesa. In questo modo, Pechino non solo controlla le risorse, ma cattura anche la maggior parte dei profitti associati alla loro trasformazione.

Gli altri Stati accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative

Si tratta però di una strategia non priva di rischi. Più la Cina spinge sulle terre rare e più gli altri Paesi accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative. Pechino non pare farsi condizionare. La costruzione di nuove catene di approvvigionamento richiederà tempo e ingenti investimenti, ma è inevitabile nel lungo periodo. Xi crede allora che valga la pena massimizzare i vantaggi fino a quando la Cina si trova in una posizione di forza così evidente. C’è peraltro chi è convinto che la guerra in Medio Oriente possa aver offerto a Pechino una nuova leva strategica nei confronti di Washington. Le terre rare, in particolare quelle pesanti come disprosio e terbio, sono infatti utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni, sistemi radar, componenti per la guida dei missili e sistemi di propulsione fondamentali nelle armi avanzate statunitensi.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Donald Trump col segretario della Difesa Pete Hegseth (foto Ansa).

Attesa per i prossimi colloqui di metà maggio

Secondo il South China Morning Post, la forte dipendenza di Washington dai minerali cinesi per i suoi sistemi d’arma avanzati significa che Pechino potrebbe di fatto influenzare la durata degli attacchi statunitensi contro l’Iran. È assai probabile che il dossier sia al centro dei prossimi colloqui commerciali tra Pechino e Washington. Soprattutto in vista del summit tra Xi e Donald Trump, posticipato a metà maggio proprio a causa del conflitto.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Esiste una fisica del potere che non risponde alle urne, ma una legge gravitazionale non scritta: nell’istante esatto in cui Federico Lucia, in arte Fedez, decide di poggiare la sua mano tatuata su una poltrona o una causa, scatta inesorabile il conto alla rovescia del disastro. Non chiamatela sfortuna, sarebbe un’offesa alla statistica, chiamatelo pure Re Mida al contrario, un portatore sano di eclissi capace di trasformare l’oro del consenso nel piombo di una disfatta elettorale definitiva.

Il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri

L’ultimo atto di questa Spoon River si è consumato recentemente tra i microfoni di Pulp Podcast, il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri insieme a un Mr. Marra in posa da intellettuale di complemento. Proprio lì si è officiata l’ultima via crucis di Giorgia Meloni.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra: puntata in onda giovedì 19 marzo alle 13 (foto Ansa).

La premier, terrorizzata dall’amaro calice di un referendum sulla giustizia che puzzava di débâcle lontano un miglio, ha cercato rifugio nella tana dell’agitatore mediatico, convinta che quel caveau di follower fosse un’assicurazione sulla vita. Si è ritrovata, invece, ridotta a pontificare di riforme davanti a dilettanti dell’informazione allo sbaraglio. Risultato? Sconfitta referendaria, governo in bilico e l’immagine di una politica che, nel tentativo di darsi un tono pop, finisce per consegnarsi al ridicolo. Bene hanno fatto Elly Schlein e Giuseppe Conte a rispedire l’invito al mittente: la loro assenza è stata la loro salvezza.

Firmò un inno per il M5s nel 2014, l’anno della batosta

Ma il curriculum del “dissolvitore” milanese è una cronaca di macerie che non guarda in faccia a nessuno. Già nel 2014, quando firmò l’inno per il Movimento 5 stelle, Non sono partito, adottato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’ex signor Ferragni mise il sigillo su una sventura appena compiuta. Alle Europee dello stesso anno i grillini vennero letteralmente doppiati dal Partito democratico di Matteo Renzi, finendo staccati di quasi 20 punti percentuali, in una batosta che brucia ancora. Coincidenze? Sicuramente. Ma la cronologia non mente.

Paladino del Ddl Zan, ma la legge andò dritta al macero

Nel 2021, dal palco del Primo Maggio, Fedez si erse a paladino del Ddl Zan, denunciando censure e veti leghisti. Il finale è noto: un cortocircuito mediatico che portò la legge dritta al macero, tra le ghignate del Senato. In quel marasma, anche Virginia Raggi si spese per lui, condividendo i suoi messaggi sui diritti: cinque mesi dopo, l’allora sindaca di Roma perdeva la fascia tricolore.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez con Alessandro Zan.

Non è andata meglio a Giuseppe Conte, allora premier, che nell’ottobre 2020 telefonò agli ex Ferragnez per chiedere aiuto sull’uso delle mascherine: dopo neanche un anno l’avvocato del popolo veniva sfrattato da Palazzo Chigi per far posto a Mario Draghi.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Il messaggio di Fedez sulle mascherine dopo la chiamata di Giuseppe Conte.

La maledizione non risparmia le battaglie civili. Chiedere per informazioni a Marco Cappato e all’Associazione Luca Coscioni: la firma dell’ex coppia reale di City Life per il referendum sull’eutanasia legale ha prodotto solo il muro dell’inammissibilità della Consulta, lasciando il tesoriere con un pugno di mosche.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
I Ferragnez per l’eutanasia legale.

Persino lo “sceriffo” Vincenzo De Luca, ospite a Muschio Selvaggio nel 2023, ha visto la Corte costituzionale sbarrargli definitivamente la strada per il terzo mandato consecutivo: ora all’ex viceré della Campania resta solo il mesto ritorno al feudo di Salerno.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Vincenzo De Luca ospite di Fedez.

Fedez è stato davvero letale col centrodestra

Ma è col centrodestra che il tocco di Fedez si è fatto letale, quasi un’operazione di smantellamento controllato. A maggio 2025, al congresso dei giovani di Forza Italia, l’ospite d’onore ha incassato standing ovation inneggiando a Silvio Berlusconi e attaccando magistrati e Beppe Sala, sotto lo sguardo compiaciuto di un Maurizio Gasparri con cui aveva siglato una sorta di pace storica dopo anni di querele da 500 mila euro.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

Oggi quella tregua suona come un’orazione funebre: l’effetto domino del fallimento referendario ha travolto anche l’ex ministro, costretto alle dimissioni da capogruppo al Senato per far posto a Stefania Craxi, in un rimpasto benedetto da Marina Berlusconi per rinnovare i vertici e chiudere definitivamente l’era dei vecchi colonnelli di un partito ormai smantellato, o rinfrescato, come fa comodo pensare alle teste di famiglia (ma sempre di avvicendamento tra boomer si tratta).

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Stessa sorte per chi ha cercato la goliardia vacanziera: quello scatto sullo yacht in Costa Smeralda della scorsa estate con il rapper, Ignazio La Russa e Daniela Santanchè è diventato il bacio della morte di Rozzano. La Pitonessa è saltata (dopo anni di resistenze!), sfiduciata dalla sua stessa premier, e c’è da scommettere che il presidente del Senato stia già controllando la tenuta della sua scialuppa politica e dei suoi busti del Duce.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez sullo yacht con Daniela Santanchè.

Viene quasi il sospetto che il Nostro sia il più raffinato cavallo di Troia della storia Repubblicana. Dal M5s a Forza Italia, passando per il Pd e FdI, la lezione è una sola: chi lo tocca crepa. Politicamente parlando, s’intende.

“Successo oltre le aspettative”, il corteo ‘No Kings’ di Roma prosegue fino al Verano

AGI - Un lungo corteo ha sfilato per le vie di Roma in adesione alla mobilitazione dei 'No Kings' contro Donald Trump negli Usa. Sono 3.100 le manifestazioni negli Stati Uniti a cui se ne sono aggiunte altre in tutto il mondo. Nella Capitale alle 14 è partito un corteo da piazza della Repubblica per raggiungere Piazza San Giovanni. Considerata la partecipazione superiore a quella previsata, i promotori hanno formalmente presentato un preavviso al Questore per proseguire in corteo fino a piazza del Verano. Di tale preavviso si è formalmente preso atto.

L’itinerario per la prosecuzione del corteo è il seguente: via Carlo Felice, Porta Maggiore, Via dello Scalo San Lorenzo, tangenziale est fino all’intersezione con Via Tiburtina, Via Tiburtina, Piazzale del Verano. La sala operativa della Questura ha rimodulato i servizi per garantire la sicurezza dell’iniziativa fino alla nuova destinazione.

Alla manifestazione, organizzata nell'ambito della mobilitazione globale del weekend "Together. Contro i Re e le loro guerre", l'attenzione è massima per il timore di incidenti. Dal carro di testa gli organizzatori rivendicano i numeri della mobilitazione: "Siamo 300mila". Fonti della questura indicano numeri molto diversi: per la polizia i partecipanti sono all'incirca 25mila. Ufficialmente, però,  la questura di Roma precisa di "non aver fornito alcun numero circa i partecipanti al corteo". 

 

Giuseppe Tango nuovo presidente dell’Anm. “Pronti a dialogare con politica e avvocatura”

AGI - Giuseppe Tango è il nuovo presidente dell'Anm. La sua elezione è avvenuta per acclamazione. 43 anni, giudice del lavoro a Palermo ed esponente del gruppo di Magistratura Indipendente, è stato il magistrato il più votato alle ultime elezioni per il nuovo comitato direttivo dell'Anm, nel gennaio 2025. Ha fatto parte della Giunta esecutiva centrale guidata da Cesare Parodi, che appartiene alla sua stessa corrente, e di cui, oggi, diventa il successore.

In passato è stato presidente della Giunta sezionale dell'Anm di Palermo.

Le prime parole di Tango

"Da domani ci metteremo tutti al lavoro, insieme agli altri attori della giurisdizione, per proporre soluzioni che possono davvero migliorare la giustizia". Lo ha detto il nuovo presidente dell'Anm Giuseppe Tango, subito dopo la sua elezione. "Si tratta più che altro di un rinnovamento, e non intendo soltanto generazionale: ora più che mai si avverte la necessita', l'esigenza, di portare la magistratura a guardarsi al suo interno e capire tutto ciò che effettivamente negli ultimi anni non è andato per il verso giusto", ha aggiunto. "Si tratta più che altro di un rinnovamento, e non intendo soltanto generazionale: ora più che mai si avverte la necessità, l'esigenza, di portare la magistratura a guardarsi al suo interno e capire tutto ciò che effettivamente negli ultimi anni non è andato per il verso giusto". 

"Anm non è e non sarà mai partito politico"

 "L'Anm non è e non sarà mai un partito politico". Sono le parole del nuovo presidente del sindacato delle toghe Giuseppe Tango, il quale ha sottolineato, parlando con i giornalisti dopo la sua elezione, che "l'Anm entra nel dibattito pubblico soltanto per dare il suo contributo di carattere tecnico, per cercare di migliorare il sistema giustizi. Questo è il compito che ci siamo assegnati, questo è lo scopo statutario e a questo noi ci atterremo". 

"Pronti a dialogo con avvocatura e politica"

 "È il momento di ricostruire insieme gli altri attori della giurisdizione, gli altri protagonisti della giurisdizione, prima fra tutti l'avvocatura proposte veramente che mirano finalmente a risolvere i reali problemi dei cittadini". A dichiararlo è stato Giuseppe Tango, nuovo presidente dell'Anm, incontrando i giornalisti dopo la sua elezione. Quindi, "una volta che si è fatto chiarezza con tutti coloro che sono coinvolti come attori della giurisdizione", ha osservato, "porteremo, se vi sarà la possibilità come ci auguriamo, il tutto all'attenzione della politica, costruendo cosi' un dialogo che possa davvero dare i suoi frutti a beneficio di tutti i cittadini".

Voto e nomina 

Come previsto dallo statuto, il comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe ha comunque votato per l'elezione del nuovo presidente Tango, che è avvenuta con 31 voti a favore e un astenuto (scheda bianca). La sua nomina è stata accompagnata da un lungo applauso dei colleghi.

Le parole del presidente dimissionario Cesare Parodi

"Quella giunta dai cittadini è una delega forte, ma non in bianco". Lo ha detto il presidente dimissionario dell'Anm Cesare Parodi, aprendo la riunione del direttivo, parlando della vittoria del No al referendum. "Proprio per questo - ha aggiunto - la vittoria è una responsabilità. Abbiamo chiesto fiducia, ci è stata concessa e dobbiamo meritarla adesso". Parodi ha rilevato che "il risultato del referendum ha aperto uno spazio di ascolto, ma questo spazio è destinato a chiudersi rapidamente se non verrà riempito da segnali concreti di rinnovamento. La vittoria ha riacceso la luce ma non ha pulito la stanza. C'è una straordinaria apertura di credito da parte dei cittadini, sta a noi meritarla, riconquistando credibilitàfiduciatrasparenzaprofessionalità e dimostrando di saperci autoregolamentare: se non lo faremo - ha concluso - avremo sprecato un'occasione storica".

Foto di Meloni a testa in giù vicino a una ghigliottina. Protesta FdI

AGI - Tre foto raffiguranti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il ministro della Giustizia Carlo Nordio sono state mostrate capovolte, con accanto una ghigliottina di cartapesta da tre giovani presenti al corteo nella Capitale. La scena è avvenuta nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore.

Poco distante, al centro del corteo, altri partecipanti hanno esibito anche carte da poker con la figura di un re incappucciato accompagnata dalla scritta 'Trump boia'. 

La condanna di FdI: gesto gravissimo

"Le immagini arrivate dal corteo di Roma, con fotografie del presidente del Consiglio, del presidente del Senato e del ministro della Giustizia esposte a testa in giù accanto a una ghigliottina sono di una gravità assoluta e non possono essere derubricate a semplice gesto di protesta. Quando si evocano simboli di violenza contro le istituzioni si supera un limite che in una democrazia non dovrebbe mai essere oltrepassato". A dirlo, da FdI, è il senatore Michele Barcaiuolo. "E' necessario che azioni di questo tipo ricevano, finalmente, una condanna netta e senza ambiguità da parte di tutte le forze politiche. Il dissenso è legittimo, ma non può mai trasformarsi in odio o nella legittimazione simbolica della violenza". "Difendere le istituzioni significa anche respingere con fermezza ogni forma di deriva che rischia di avvelenare il clima pubblico e di indebolire il rispetto delle regole democratiche", conclude Barcaiuolo. 

"Trovo che quanto avvenuto sia gravissimo e addirittura raccapricciante. Sono vicino al presidente del Consiglio, al presidente del Senato e al ministro della Giustizia, ai quali esprimo la mia solidarietà. Allo stesso tempo condanno con forza il gesto criminale di quegli attivisti politici che, pur dicendosi pacifisti, si rendono responsabili di atti così aberranti".

Questo il commento del deputato Riccardo De Corato, che aggiunge che "solo poco tempo fa, durante un altro corteo a Milano, era stata esposta l'immagine di Giorgia Meloni a testa in giù". "È ormai quindi evidente come per certi movimenti di sinistra la politica non sia più rappresentata dal normale dibattito democratico ma dall'odio cieco nei confronti dell'avversario", sottolinea ancora.

Il messaggio di pace e le immagini violente

"Mentre i Landini, i Fratoianni, i Ricciardi vari si accalcano a spiegare che questa è 'la piazza contro la cultura della guerra', che oggi 'si è in piazza per dire sì alla pace e per indicare un'alternativa possibile', che questa piazza sia 'contro una politica imperialista, una politica di aggressione, una politica violenta e chiaramente quindi chi, come Meloni e il suo governo sono complici di questa politica', nella stessa manifestazione c'è chi espone fotografie della premier Meloni, del presidente La Russa e del ministro Nordio a testa in giù davanti a una rudimentale ghigliottina. Proprio un bel messaggio di pace. Per non parlare poi degli anarchici che esaltano terroristi e condannati e invitano a 'far saltare la testa dei re'", riprende il deputato FdI Paolo Trancassini. "Ma quelli che vorrebbero governare l'Italia già da domani con quale coraggio condividono una piazza assieme a gente simile? Senza prendere le distanze da queste derive, ogni richiamo alla pace suona come pura ipocrisia. E più che un'alternativa credibile, resta solo l'ennesima ambiguità politica", conclude. 

Biancofiore (Udc): quelle foto a testa in giù sono oscene

"Straparlano di pace, urlano contro le guerre e poi si presentano in piazza con osceni cartelli contro le più alte cariche dello Stato. Ancora una volta i presunti pacifisti usano il palcoscenico della manifestazione per mettere in scena il loro spettacolo pro-violenza", dice Michaela Biancofiore, presidente del gruppo al Senato Civici d'Italia, Nm, Udc, Maie. "Le immagini arrivate dal corteo di Roma, con fotografie del presidente del Consiglio, del presidente del Senato e del ministro della Giustizia esposte a testa in giù sono indegne. Rappresentano plasticamente - aggiunge - una violenza ideologica di cui si nutrono in maniera spasmodica questi barbari travestiti da manifestanti. Nel totale disinteresse e nell'imbarazzante silenzio di chi marcia insieme a loro".

 

A Roma il corteo ‘No Kings’ contro Trump. Gli organizzatori: “Siamo 300mila”

AGI - Nel pieno della guerra all'Iran riparte la mobilitazione dei 'No Kings' contro Donald Trump. Negli Usa sono 3.100 manifestazioni negli Stati Uniti a cui se ne aggiungeranno altre in tutto il mondo. Gli organizzatori prevedono partecipazioni record in una fase di malcontento nel Paese per il conflitto mediorientale e le sue ricadute economiche

Tra le città interessate alla mobilitazione, c'è anche Roma dove alle 14 è partito un corteo di No Kings Italia che da piazza della Repubblica raggiungerà Piazza San Giovanni. Alla manifestazione, organizzata nell'ambito della mobilitazione globale del weekend "Together. Contro i Re e le loro guerre", l'attenzione è massima per il timore di incidenti. Dal carro di testa gli organizzatori rivendicano i numeri della mobilitazione: "Siamo 300mila". Malgrado non ci siano dati ufficiali, fonti della questura indicano numeri molto diversi: per la polizia i partecipanti sono all'incirca 25mila.

Corteo ad alta tensione e il 'caso' Salis'

Oltre un migliaio di agenti impegnati a controllare un corteo che si annuncia ad alta tensione. Una situazione che si è surriscaldata già di prima mattina quando l'eurodeputata di AVS Ilaria Salis è stata sottoposta a un controllo preventivo della Polizia di Stato effettuato all'alba. Ilaria Salis è stata raggiunta dagli agenti nella sua stanza d'albergo a poche ore dalla manifestazione prevista in Piazza della Repubblica.

 

 

La Questura di Roma ha precisato che l'attività è scaturita "da una segnalazione proveniente da un paese terzo del panorama europeo, che non consente margine di discrezionalità negli adempimenti richiesti alle autorità italiane". Secondo questa ricostruzione, il controllo rappresenterebbe dunque un atto dovuto a seguito di protocolli di cooperazione internazionale. Difficile però che i manifestanti non associno questo controllo preventivo alla manifestazione in programma. Il controllo all'eurodeputata sarebbe partito da una segnalazione della Germania. L'alert, secondo quanto apprende l'AGI, è scattato nell'ambito del sistema di segnalazioni Schengen

LA DIRETTA DAL CORTEO 'NO KINGS' DI ROMA

17.45 CORTEO 'NO KINGS' ARRIVATO SULLA TANGENZIALE

La testa del corteo 'No Kings' è arrivata sulla tangenziale ed è a poche centinaia di metri da piazzale del Verano. I manifestanti continuano a scandire cori contro il governo e, insieme alle donne, gridano "siamo tutti antifasciste".

7.31 QUESTURA: NESSUN NUMERO UFFICIALE DI PARTECIPANTI

 Con riferimento alle notizie raccolte dalle agenzie uscite, la questura di Roma precisa di "non aver fornito alcun numero circa i partecipanti al corteo". 

16.44 'FONTI' DELLA QUESTURA: IN CORTEO CIRCA 25MILA PARTECIPANTI

 Fonti della questura indicano che la coda del corteo si trova a Piazza dell'Esquilino e che i partecipanti sono all'incirca 25mila, numeri lontani da quelli dichiarati dagli organizzatori.

16.31 ORGANIZZATORI: SIAMO 300MILA, AVANTI FINO AL VERANO

Il corteo No Kings Italia ha raggiunto Piazza San Giovanni, a Roma, e proseguirà proprio per la grande partecipazione, come confermato dalla questura, fino a piazzale del Verano. Migliaia di partecipanti stanno continuando a sfilare lungo il percorso partito da piazza della Repubblica, con striscioni, cartelli e bandiere. Dal carro di testa gli organizzatori rivendicano i numeri della mobilitazione: "Siamo 300mila". In piazza e lungo il corteo sventolano numerose bandiere della Palestina, dell'Iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della pace. 

16.26 PARTECIPAZIONE SUPERIORE ALLE PREVISIONi, IL CORTEO PROSEGUE

 

 

Considerata "la partecipazione superiore a quella preavvisata", i promotori hanno formalmente presentato un preavviso al questore chiedendo di proseguire fino a piazza del Verano. "Preso atto formalmente" della richiesta, la questura ha autorizzato la prosecuzione del corteo secondo il seguente itinerario: via Carlo Felice, Porta Maggiore, Via dello Scalo San Lorenzo, tangenziale est fino all'intersezione con Via Tiburtina, Via Tiburtina, Piazzale del Verano. La sala operativa della Questura sta procedendo a "rimodulare i servizi per garantire la sicurezza dell'iniziativa fino alla nuova destinazione". 

15.55 FOTO CON MELONI, LA RUSSA E NORDIO A TESTA IN GIÙ

 

 

Tre foto raffiguranti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il ministro della Giustizia Carlo Nordio sono state mostrate capovolte, con accanto una ghigliottina di cartapesta da tre giovani presenti al corteo nella Capitale. La scena si è registrata nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore.

Poco distante, al centro del corteo, altri partecipanti hanno esibito anche carte da poker con la figura di un re incappucciato accompagnata dalla scritta 'Trump boia'

15.35 - CORTEO GIUNTO ALL'ESQUILINO, CORI CONTRO MELONI

Decine di migliaia i presenti in piazza per il corteo 'No Kings' a Roma. La testa del corteo è arrivata in Piazza dell'Esquilino dopo aver percorso via Cavour mentre la coda si trova ancora in Piazza della Repubblica.
Cori contro la premier Giorgia Meloni, ma anche striscioni contro Donald Trump. Srotolata una bandiera gigante della Palestina, tantissime le bandiere della pace. 

14.40 - LANDINI:  "È LA PIAZZA DEL NO AL REFERENDUM"

 

 

"Questa è la piazza del no al referendum, è la piazza contro il governo. Questa e' una piazza innanzitutto contro la guerra, contro la logica e la cultura della guerra, perché tutti i nostri problemi oggi vengono da lì". Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla testa del corteo No Kings a Roma, in piazza della Repubblica. "Vengono da lì i problemi che poi si chiamano salario, vengono da lì i problemi che si chiamano rischio della democrazia, logiche autoritarie che rischiano di venire avanti e quindi credo che questa sia una grande domanda di pace. Grande domanda di rimettere al centro i bisogni delle persone e di fermare questa cultura pericolosa, autoritaria", ha aggiunto.

14.01 - UN MISSILE SFILA IN CORTEO

Già molti partecipanti in piazza della Repubblica, a Roma, da dove partirà il corteo No Kings Italia, manifestazione internazionale "contro i re e le loro guerre", diretta a Piazza San Giovanni. Davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli il maestro Mario del doposcuola Mammut sta ultimando un missile di legno che sfilerà insieme ai partecipanti in arrivo da tutta Italia.

Sulla punta ha posizionato alcuni fiori e la bandiera della pace, mentre tutt'intorno ha incollato immagini delle guerre in Medio Oriente. In piazza sventolano numerose bandiere della Palestina, dell'Iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della pace e alle tante bandiere della Cgil. Presenti anche i vessilli di Avs e di diverse associazioni, tra cui Amnesty International. 

 

 

 

 

Giovane morto a Parma, arrestata la fidanzata 21enne

AGI - È stata arrestata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Parma, su disposizione della Procura, la 21enne di origine cubana, Brenda Alesandrina Fumagalli, ritenuta responsabile dell'omicidio volontario del compagno convivente Critopher Gaston Ogando, 28 anni, di origini dominicane, morto nel capoluogo emiliano il 5 marzo in ospedale dopo essere stato colpito con un'arma da taglio il giorno precedente in un'abitazione di Borgo Riccio. Per la giovane sono stati disposti i domiciliari con braccialetto elettronico.

In un primo momento la donna aveva parlato di un incidente domestico; "Stavo cucinando - disse dopo i fatti -, stavamo scherzando, mi sono girata". Una versione ribadita agli inquirenti, secondo cui l'uomo si sarebbe avvicinato alle spalle per gioco e si sarebbe di fatto "auto-trafitto". Gli accertamenti tecnici e le testimonianze raccolte hanno però delineato un quadro diverso, indicando - secondo quanto evidenziato anche dal gip - un colpo inferto frontalmente, dall'alto verso il basso e da sinistra a destra, incompatibile con la ricostruzione fornita dalla 21enne. Anche una ferita a forma di "S" sulla mano della donna, da lei attribuita al recupero del coltello, sarebbe invece riconducibile, per il giudice, a una lesione "da scivolamento" provocata durante l'azione violenta.

Le indagini e la misura cautelare

Dalle indagini emerge inoltre un contesto relazionale segnato da tensioni: la giovane, descritta come dal "temperamento forte, irascibile, possessiva e incline a scatti d'ira", avrebbe più volte aggredito verbalmente e fisicamente il compagno. La misura cautelare è motivata dal rischio di reiterazione del reato e da una "manifesta incapacità di contenere i propri impulsi violenti". La 21enne è stata rintracciata in provincia di Milano ed è in attesa dell'interrogatorio di garanzia.