Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo

Intervistato dal Telegraph, Donald Trump si è detto «molto deluso» da Keir Starmer che – ha spiegato – «ci ha messo troppo» a concedere agli Stati Uniti l’uso della base dell’isola Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per portare a termine attacchi mirati contro l’Iran. Ecco la storia di questo atollo, che fa parte delle Isole Chagos, e perché è così importante.

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo
Donald Trump (Ansa).

L’importanza strategica dell’arcipelago delle Chagos

L’isola Diego Garcia fa parte delle Isole Chagos, arcipelago situato nell’Oceano Indiano a sud delle Maldive e a nord-est rispetto alle Mauritius, che costituisce un territorio d’oltremare britannico. L’atollo, che ospita una delle più importanti basi militari interforze Usa-Regno Unito, si trova fuori dalla portata dei missili balistici iraniani, ma entro il raggio operativo dei bombardieri statunitensi: ciò lo rende strategicamente cruciale per il controllo dell’Oceano Indiano occidentale e di buona parte dell’Asia centro-meridionale e dell’Africa Orientale. Non a caso la base è stata il punto di partenza e supporto per attacchi aerei durante la prima guerra del Golfo (1991), la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq del 2003.

L’accordo Regno Unito-Stati Uniti siglato nel 1966

Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo e colonizzate in seguito dai francesi, le Isole Chagos appartengono al Regno Unito dal 1814. Dall’indipendenza delle Mauritius, avvenuta a metà degli Anni 60, l’arcipelago è Territorio Britannico dell’Oceano Indiano. Nel 1966 il Regno Unito cedette il controllo di parte dell’atollo Diego Garcia agli Stati Uniti, per usi militari: l’accordo, inizialmente valido fino al 2016, è stato poi prorogato al 2036. La costruzione della base militare da parte di Washington costrinse gli abitanti a trasferirsi a Mauritius o alle Seychelles e ciò causò, all’epoca, una controversia internazionale. Mauritius, tra l’altro, da sempre rivendicato le Isole Chagos come parte del suo territorio

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo
Keir Starmer (Ansa).

L’intesa del 2025 prima accettata e poi criticata da Trump

Nel 2019 la Corte internazionale di giustizia definì l’occupazione britannica delle Chagos un atto illecito, che impedisce la completa decolonizzazione di Mauritius, invitando il Regno Unito a restituire l’arcipelago. A maggio 2025 l’accordo tra i due Paesi, anzi tre: a Mauritius la titolarità formale del territorio e il diritto di esporre la propria bandiera, a Regno Unito e Stati Uniti il controllo operativo e tattico totale su Diego Garcia per i prossimi 99 anni. Prima del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato di sostenere l’accordo. Poi però ha cambiato idea, definendolo su Truth una «decisione di grande stupidità». Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, Starmer citando il diritto internazionale aveva negato agli Usa il permesso di condurre attacchi da Diego Garcia. Poi il ripensamento: il sì del premier britannico, però, è arrivato solo per attacchi difensivi limitati contro missili iraniani immagazzinati nei depositi o pronti al lancio.

Martin Brandenburger nuovo ceo di Lidl Italia

Martin Brandenburger è il nuovo ceo di Lidl Italia. L’ha annunciato la società in una nota contestualmente ad altre nomine. In dettaglio, l’attuale cpo (chief people officer) Sebastiano Sacilotto diventa coo (chief operations officer), ruolo precedentemente ricoperto da Roberto Eretta che, in un’ottica di sviluppo professionale, andrà a svolgere la stessa funzione presso Lidl Gran Bretagna. L’incarico di cpo passa dunque a Marco Monego, che ricopriva la stessa carica in Lidl Germania. Infine, Maria Lovecchio è stata nominata cmo (chief merchandising officer).

A Brandenburger il compito di imprimere una forte accelerazione allo sviluppo dell’insegna

«Assumo la guida di Lidl Italia con grande determinazione e sguardo rivolto al futuro», ha dichiarato Brandenburger. «Questa azienda ha costruito una storia straordinaria, ma il nostro obiettivo oggi è scrivere un nuovo capitolo, ancora più ambizioso. Non ci limiteremo a gestire il presente, vogliamo accelerare il nostro percorso di innovazione per definire i nuovi standard della distribuzione in Italia. La nostra sfida sarà quella di evolvere il modello di business ponendo al centro le persone, la sostenibilità e la valorizzazione del Made in Italy, che porteremo con ancora più forza sui mercati internazionali». E ancora: «Insieme a una squadra di oltre 23 mila collaboratori, siamo pronti a cogliere le nuove opportunità del mercato con coraggio e visione strategica». Nel suo nuovo ruolo, Brandenburger avrà il compito di imprimere una forte accelerazione al percorso di sviluppo dell’insegna, che ha da poco festeggiato il traguardo degli 800 punti vendita, rafforzando il posizionamento di Lidl come motore innovativo per l’economia del Paese e per l’export del Made in Italy. Il manager è in Lidl da 18 anni, ha ricoperto diverse posizioni strategiche in vari Paesi europei e per quattro anni è stato ceo di Lidl Grecia e Lidl Cipro.

La vedova di Liu Wenham: ‘Mio marito poteva salvarsi’

AGI - "Mio marito poteva salvarsi. Poteva essere curato per i suoi problemi psicologici o sarebbe potuto essere ancora vivo se fosse stato colpito dagli agenti alle braccia o alle gambe e non alla testa". La signora Ma Xia è la vedova di Liu Wenham, il trentenne cuoco di nazionalità cinese morto l'1 febbraio scorso nel corso di una sparatoria con la polizia avvenuta in piazza Mistral a Milano.

In un'intervista all'AGI, la donna, assistita dall'avvocato Fan Zheng, racconta il difficile percorso esistenziale del marito, legato soprattutto alla sua salute psichiatrica, che aveva aggredito una guardia giurata rubandogli l'arma, usata poi per sparare contro la volante blindata. Gli agenti avevano poi risposto al fuoco ferendolo a un braccio e alla testa. Liu Wenham era deceduto dopo alcuni giorni di agonia in ospedale e la Procura aveva iscritto quattro agenti per omicidio colposo "a titolo di garanzia" con la scriminante dell'uso legittimo delle armi per la situazione di pericolo in cui si trovavano.

"Mio marito viveva in Italia da più di due anni. A gennaio di quest'anno mi aveva raccontato di avere dei conflitti con delle persone di colore e poi che si sentiva depresso. Il 26 gennaio mi aveva detto che qualcuno lo stava inseguendo e che non poteva più tornare a casa. Mi ripeteva: 'Sono arrivati, vogliono uccidermi'. Durante le videochiamate dagli alberghi dove stava e che cambiava sempre non mi diceva una parola, ma con lo sguardo mi faceva capire che erano nella stanza accanto e che sarebbero venuti a ucciderlo".

La ricerca di aiuto e il furto

La situazione si complica sempre di più: "Mi ha raccontato che era andato dalla polizia per chiedere protezione ma non era riuscito a entrare. Continuava a ripetere che non poteva tornare. Il 28 gennaio abbiamo perso i contatti, poi abbiamo saputo che gli avevano rubato il telefono e i soldi ed era stato costretto a vagare per strada. Era davvero senza via d'uscita. Voleva tornare a casa, voleva vedere me e i bambini ma aveva paura di causarmi problemi".

La donna individua nel furto del telefono e dei soldi "una miccia che ha accelerato lo sviluppo degli eventi". E ipotizza: "Se in quel momento fosse stato trattenuto o avesse ricevuto cure, credo che forse non sarebbe successo ciò che è accaduto dopo. Anche la polizia, fermandolo tre volte, aveva notato che non era mentalmente stabile. In ognuna di quelle tre occasioni cercava di salvarsi, voleva proteggersi, voleva tornare a casa vivo. Eppure è stato rilasciato ogni volta. Una volta è stato anche portato in un centro psichiatrico ma è stato comunque dimesso. Ha cercato aiuto, ma nessuno è riuscito ad aiutarlo".

La reazione degli agenti e le conseguenze familiari

Secondo la donna la reazione degli agenti sarebbe stata "eccessiva". "Finché non aveva ferito nessuno, perché non colpirlo alle gambe o alle braccia per renderlo incapace di muoversi? Un colpo alla testa non lascia alcuna possibilità di sopravvivenza. Ora il pilastro della mia famiglia è crollato. I miei figli non hanno più un padre, io non ho più un marito, la mia famiglia è distrutta. Sia i miei genitori sia quelli di mio marito sono deceduti. Mio marito e i miei figli erano la mia unica famiglia e la sua morte ci ha fatto perdere anche l'unica fonte di reddito. Al momento posso solo fare lavori saltuari, ma con i bambini nessuno è disposto ad assumermi e questo mi preoccupa molto. Non so se riuscirò a sostenere tutte le spese per due figli. Posso solo fare tutto il possibile per crescerli bene. Ho già chiesto aiuto alle autorità del mio Paese, che ci hanno fornito un sostegno temporaneo".

Ma Xia lascia un ricordo del marito: "So che amava me e i nostri figli. I bambini chiedono ogni giorno quando tornerà il papà. Anche loro non hanno dimenticato il padre che li amava".

Colpito il sito nucleare iraniano di Natanz, preoccupano le possibili emissioni radioattive

L’impianto nucleare di Natanz, che si ritiene sia il principale centro per l’arricchimento dell’uranio dell’Iran con le sue 3.800 centrifughe, è stato colpito durante i raid di Stati Uniti e Israele. Lo ha reso noto Reza Najafi, ambasciatore di Teheran presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea).

Le parole del direttore dell’Aiea

Poco prima Rafael Grossi, direttore dell’Aiea, tramite un comunicato ai 35 membri del Board of Governors aveva detto di non poter escludere né possibili «fuoriuscite radioattive» a seguito dei continui attacchi sul territorio della Repubblica Islamica, né l’ipotesi di evacuazione di aree delle maggiori città del Paese. Dopo le dichiarazioni di Najafi, Grossi ha spiegato che «finora non è stato rilevato alcun innalzamento dei livelli di radiazione nei Paesi confinanti». Inoltre ha ribadito il suo appello «a tutte le parti affinché esercitino la massima moderazione per evitare un’ulteriore escalation».

Iran, turismo italiano in crisi. Con la guerra a rischio oltre 3.500 prenotazioni

AGI - Il conflitto in Iran mette sotto attacco anche il turismo organizzato, che oltre alle difficoltà operative dovute a cancellazioni e rientri, nei prossimi 30 giorni potrebbe perdere altre circa 3.500 prenotazioni tra pacchetti e servizi, per oltre 6,4 milioni di euro di mancati introiti. È la stima per Assoviaggi Confesercenti del Centro Studi Turistici di Firenze, che considera le reazioni immediate del mercato e ipotizza una soluzione rapida del conflitto in corso nell'area del Medio Oriente.

La perdita deriverebbe sia da rinunce al viaggio su prodotti già acquistati, sia da proposte all inclusive già programmate verso le destinazioni a maggior rischio sicurezza che potrebbero restare invendute. Ogni anno verso i Paesi indirettamente coinvolti nelle azioni militari - Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania, Arabia Saudita e, in misura minore, Oman - viaggiano oltre 610mila italiani e circa 60mila di loro si avvalgono dei servizi di Tour Operator e Agenzie di Viaggio.

Con l'intensificarsi delle azioni militari, l'intera area ha subito un'improvvisa escalation con un impatto immediato sulla sicurezza e sulla logistica dei viaggi, a partire dalla chiusura degli spazi aerei e dalle conseguenti cancellazioni di numerosi voli. Nei prossimi giorni sarà più chiaro se si andrà verso una mediazione o un'ulteriore intensificazione del conflitto, ma in ogni caso le scelte di viaggio degli italiani verso l'area sono destinate a rallentare.

I consigli di Assoviaggi

Assoviaggi consiglia di diffidare dalle tante 'notizie' più o meno veritiere che circolano in rete: il ministero degli Esteri, con il portale Viaggiare Sicuri, è l'unica fonte di informazioni certificate. Per le prenotazioni già pianificate, le imprese del turismo organizzato si trovano a gestire criticità legate ad annullamenti dei voli, rinunce al viaggio e possibili scoperture assicurative connesse a instabilità politica o atti di guerra.

Richieste di intervento e sostegno

In queste ore, inoltre, dalle imprese associate stanno arrivando richieste di intervento e sostegno al settore, alla luce delle cancellazioni che potrebbero intensificarsi nei prossimi giorni e che potrebbero riguardare anche destinazioni non direttamente interessate dall'area di crisi.

Impatto sull'incoming in Italia

Sul versante dell'incoming, dai cinque Paesi coinvolti dagli effetti iniziali del conflitto si registrano mediamente oltre 170mila arrivi annui e più di 2,5 milioni di pernottamenti: un elemento che segnala un possibile impatto anche sui flussi verso l'Italia, oltre che sulle partenze.

Misure di sostegno per il turismo organizzato

In questo contesto, Assoviaggi Confesercenti chiede che si valuti rapidamente l'attivazione di misure di sostegno per le imprese del turismo organizzato, a partire da strumenti di liquidità per gestire l'ondata di annullamenti e riprotezioni, da interventi che evitino di scaricare integralmente su Tour Operator e Agenzie i costi straordinari legati a cancellazioni e riprogrammazioni, così da ridurre l'incertezza operativa nelle fasi di crisi. La situazione è in costante monitoraggio e sarà aggiornata in base all'evoluzione del quadro internazionale.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone

Il rapporto con i vice non sembra essere tra i punti forti di Matteo Salvini in questo inizio 2026. Il divorzio da Roberto Vannacci, il 3 febbraio, deve aver stressato troppo i nervi del segretario leghista, oggi poco propenso a «farsi concavo e convesso» (cit. Silvio Berlusconi) davanti alle intemperanze dell’altra neo-numero due, Silvia Sardone.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Silvia Sardone (Imagoeconomica).

Malumori a denti stretti per la legge elettorale

Nella Lega raccontano che il capo sia letteralmente esploso la scorsa settimana dopo un intervento dell’europarlamentare milanese nel corso di una riunione tra dirigenti. L’incontro era a porte chiuse e, convocato dopo l’accordo di maggioranza sulla legge elettorale, è servito a spiegare ai dirigenti il senso del compromesso raggiunto sul nuovo sistema di voto. Nessuno tra i colonnelli che hanno partecipato alla riunione ha avuto realmente il coraggio di esprimere malumore rispetto a una legge che rischia di penalizzare fortemente la Lega (che risulterebbe dimezzata nei consensi in alcune simulazioni pubblicate dai quotidiani). D’altronde, il via libera al nuovo sistema proporzionale – molti fingono di dimenticarlo – fa parte del patto stretto da Salvini con Giorgia Meloni in cambio della candidatura di Alberto Stefani alla presidenza della Regione Veneto. Quindi, denti stretti, nessuno ha fiatato, tutti hanno ascoltato Roberto Calderoli spiegare che il compromesso raggiunto rappresenta il «male minore».

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Roberto Calderoli e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

«Siamo riusciti a scongiurare le preferenze e la modifica dei collegi, che Meloni voleva, e che avrebbe ulteriormente danneggiato la Lega», avrebbe rivendicato l’autore del Porcellum, che ha condotto la trattativa insieme al senatore Andrea Paganella.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Andrea Paganella (Imagoeconomica).

La vice Sardone contro Calderoli zittita da Salvini

Insomma, tutti in religioso silenzio. Finché non è intervenuta Sardone. La quale si è spinta a contraddire Calderoli facendo un intervento tutto a favore delle preferenze. Salvini non l’ha fatta finire. «Qui stiamo dando di matto, se volete le preferenze, io mi tiro indietro, gestiscano tutte le candidature i segretari provinciali, ci pensino loro, se hanno le risorse», è esploso, tra l’incredulità degli altri dirigenti. Sardone era livida. Per fortuna che Matteo può contare su altri due vice. Alberto Stefani che fa in Veneto tutto quello che Bellerio impone (come candidare il bergamasco Alberto Di Rubba a Rovigo). E, soprattutto, Claudio Durigon, che trasforma in oro tutto quello che tocca. Almeno così appare nella narrazione salviniana.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Claudio Durigon (Imagoeconomica).

I Paesi del Golfo sono «pronti a rispondere all’Iran»

Affermando il «diritto di autodifesa» in una nota congiunta i Paesi arabi del Golfo alleati degli Stati Uniti, assieme alla Giordania, si sono detti uniti nel valutare ipotesi di risposta militare all’Iran. Gli attacchi di Teheran «non possono essere lasciati senza rappresaglia», ha aggiunto il ministero degli Esteri del Qatar, da cui si sarebbero già alzati in volo alcuni caccia.

Il supporto annunciato da Francia, Germania e Regno Unito

I Paesi del Golfo e la Giordania potranno contare su Francia, Germania e Regno Unito, che si sono detti pronti a fornire supporto in azione difensive contro i raid dell’Iran. «Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte», si legge in una dichiarazione congiunta di Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer.

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La «condanna inequivocabile» di Parigi per gli «ingiustificati» attacchi

La Francia, in particolare, tramite il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot ha espresso «condanna inequivocabile» per gli «ingiustificati» attacchi iraniani e «totale sostegno» a Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Iraq, Bahrein, Oman, Kuwait e Giordania, tutti Paesi «che sono stati bersaglio deliberato dei missili e dei droni delle Guardie della Rivoluzione e sono stati coinvolti in una guerra che non avevano scelto».

La precisazione di Berlino: «Non parteciperemo ad azioni militari contro l’Iran»

La Germania è pronta a fornire supporto ai Paesi del Golfo, ma «non parteciperà alle azioni militari contro l’Iran». Lo ha detto il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul a Deutschlandfunk, sottolineando che Berlino «non ha neanche i mezzi militari necessari», dato che la Germania, diversamente da Regno Unito e Usa, non ha neppure basi nella regione.

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Un drone iraniano ha colpito una base aerea britannica a Cipro

«Tutti ricordiamo gli errori commessi in Iraq e ne abbiamo imparato qualcosa», ha sottolineato il primo ministro Starmer in un video pubblicato su X, dando un aggiornamento sulla situazione in Medio Oriente in cui ha messo in chiaro che Londra non parteciperà a operazioni militari in Iran. Ma al momento sono proprio i britannici gli europei più coinvolti nel conflitto. Londra ha infatti accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le sue basi militari nella regione per colpire i siti missilistici iraniani: in risposta, droni di Teheran hanno attaccato il sito di Akrotiki, a Cipro, dove è di stanza la Royal Air Force.

Pasdaran: «Colpito l’ufficio di Netanyahu»

I pasdaran iraniani hanno riferito di aver attaccato l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. In una dichiarazione ripresa dalla agenzie di stampa di Teheran, i Guardiani della rivoluzione rivendicano di «aver preso di mira l’ufficio del premier criminale del regime sionista e il quartier generale del comandante dell’Aeronautica del regime». Nell’attacco sarebbero stati usati missili Kheibar. La notizia non è ancora stata confermata da Israele, che però ha reso noto che «non risultano feriti in seguito all’ultimo lancio di missili balistici dall’Iran verso il centro del Paese». A dirlo medici e servizi di emergenza israeliani.

Tram deragliato a Milano, conducente indagato per disastro ferroviario

Il conducente del tram che venerdì 27 febbraio è deragliato a Milano, all’incrocio tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni. Nell’incidente hanno perso la vita due persone e 54 sono rimaste ferite. Pietro M., 60 anni e con una lunga esperienza come tranviere, era stato ricoverato per un trauma alla testa ed è stato dimesso sabato con 10 giorni di prognosi. Alle forze dell’ordine e ai medici ha raccontato di essersi sentito male e aver perso il controllo del mezzo. Circa mezz’ora prima dello schianto avrebbe avvertito un dolore al piede sinistro, diventato sempre più forte fino a provocargli un mancamento. Potrebbe essersi trattato di una sincope vasovagale, versione che gli inquirenti stanno vagliando analizzando anche tabulati telefonici, traffico del suo cellulare e comunicazioni con la centrale operativa Atm.

Tram deragliato a Milano, conducente indagato per disastro ferroviario
Tram deragliato a Milano (Ansa).

Perquisizioni nella sede Atm

Intanto gli agenti della polizia locale hanno avviato perquisizioni nella sede di Atm di via Monte Rosa a Milano. Attorno alle 8.30 si sono presentati negli uffici dell’azienda di trasporti per eseguire un decreto di sequestro relativo alla documentazione che potrebbe avere rilevanza nell’indagine sull’accaduto. In particolare, gli investigatori starebbero sequestrando fogli relativi al mezzo (il nuovo Tramlink), ai binari, ma anche alle comunicazioni avvenute quel pomeriggio tra il «9» e la centrale operativa.

Drone colpisce una base militare a Cipro: perché non scatterà la clausola di difesa reciproca Ue

Le forze britanniche hanno dichiarato di aver risposto a un sospetto attacco con droni alla base della Royal Air Force di Akrotiri, a Cipro, Paese che fa parte dell’Unione europea e che ne detiene la presidenza di turno. L’incidente – un drone Shaed ha effettivamente colpito il sito – è avvenuto dopo che il Regno Unito ha accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari britanniche per lanciare attacchi “difensivi” volti a distruggere i missili iraniani e i loro lanciatori.

Drone colpisce una base militare a Cipro: perché non scatterà la clausola di difesa reciproca Ue
Una caccia nella base Raf di Akrotiki (Ansa).

Il messaggio di Von der Leyen dopo l’attacco

«Ho parlato con il presidente Nikos Christodulides, che mi ha informato dell’incidente verificatosi poco dopo la mezzanotte, che ha coinvolto un velivolo senza pilota che ha preso di mira la base britannica di Akrotiri», ha scritto Ursula von der Leyen, presidente dell’Unione europea. «Sebbene la Repubblica di Cipro non fosse l’obiettivo, vorrei essere chiara: siamo collettivamente, fermamente e inequivocabilmente al fianco dei nostri Stati membri di fronte a qualsiasi minaccia».

La base militare è tecnicamente territorio britannico

L’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea prevede una clausola di difesa reciproca: se uno Stato membro subisce un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Paesi «hanno l’obbligo di prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso». La base di Akrotiri, a sud-ovest di Limassol e utilizzata in passato per operazioni militari in Iraq, Siria e Yemen, è però una porzione di territorio sotto la piena sovranità del Regno Unito: dunque non fa parte dell’Ue. Intanto, dopo l’incidente è saltata la riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Ue che era in programma a Lefkosia.