Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa

Il rapporto di Donald Trump con la Borsa è da sempre borderline, visti i numerosi interessi finanziati dell’inquilino della Casa Bianca, uomo d’affari prima che presidente degli Stati Uniti, e le possibili ripercussioni a Wall Street (e non solo) di ogni sua singola decisione. Come ha evidenziato il Financial Times, poco prima dell’annuncio da parte di Trump del rinvio degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane – in virtù di «discussioni costruttive», poi smentite da Teheran – investitori non identificati hanno venduto contratti sul petrolio per un controvalore di 580 milioni di dollari, per poi ricomprarli a un prezzo inferiore dopo che la notizia aveva causato un crollo delle quotazioni del greggio. Insomma: o qualcuno ha fatto soldi grazie a un incredibile colpo di fortuna, oppure era in possesso di informazioni privilegiate.

I movimenti del 23 marzo sono stati anomali per volume e tempistica

Aleggia così il sospetto di insider trading, cioè la compravendita di titoli da parte di soggetti che, grazie alla loro posizione lavorativa o societaria, sono venuti in possesso di informazioni riservate, non ancora pubbliche. Si tratta di una pratica illegale, perché altera la trasparenza del mercato, consentendo un profitto sleale a danno degli altri investitori. Quanto accaduto la mattina del 23 marzo appare sicuramente anomalo, se non altro per la tempistica. Tra le 6.49 e le 6.50, ora di New York, sono stati scambiati 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore di 580 milioni di dollari. Movimenti insoliti per l’orario e anche per il volume. Il fatto è che alle 7.04 è arrivato, puntualissimo, il post di Trump via Truth sulle presunte negoziazioni positive con l’Iran, che ha innescato un flusso di vendite sul greggio, con conseguente calo del prezzo.

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Barili di petrolio (Ansa).

Il petrolio Wti, prima dell’annuncio, era quotato a circa 99 dollari al barile e dopo ha pesantemente ritracciato, attestandosi attorno agli 86. Stesso movimento per il Brent che, partito da 112 dollari, è crollato in pochi minuti a 99. La speculazione non si è limitata al greggio: anche i future sull’indice S&P 500 hanno registrato movimenti inconsueti per l’orario, pre-mercato.

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Operatori di Borsa (Ansa).

C’erano già stati scambi sospetti in concomitanza con gli annunci di Trump

A questo è seguito il riacquisto a un prezzo più basso. La sensazione è che qualcuno fosse in possesso di questa notizia market sensitive, come si definiscono le indiscrezioni capaci di far schizzare o deprimere i corsi azionari. Il fatto è che non è la prima volta che si verificano scambi sospetti in concomitanza con importanti decisioni o dichiarazioni di The Donald. Che non sempre corrispondono a realtà: da qui le passate accuse di aggiotaggio, cioè la manipolazione dei prezzi di titoli tramite notizie false. Era già accaduto ad aprile 2025 quando il presidente, commentando lo stop ai dazi precedentemente imposti a tutto il mondo, aveva candidamente parlato di «momento giusto per comprare».

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Wall Street (Ansa).

Ma, come ha evidenziato il Financial Times, lo schema si era già verificato il 10 marzo, giorno che ha visto un rimbalzo dei mercati dopo la dichiarazione di Trump sul conflitto iraniano «praticamente finito» e la successiva smentita del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Il 20 marzo, Wall Street aveva perso l’1,8 per cento durante la giornata, appesantito dalle indiscrezioni su un possibile intervento di terra in Iran. Poi, poco prima della chiusura degli scambi, sono arrivate la parole del presidente americano sulla riduzione graduale degli attacchi: perdite appianate in pochi minuti. E non si può non citare la scommessa da 32 mila dollari su Polymarket sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro: effettuata in un momento in cui era considerata improbabile, ne ha fruttati circa 400 mila.

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Donald Trump (Ansa).

La Casa Bianca ha ovviamente smentito: «Accuse infondate»

Sembra esserci un pattern. Ma è difficile, anzi praticamente impossibile, provare il nesso tra il comportamento di Trump e quanto accaduto il 23 marzo nelle compravendite del petrolio. Da parte sua, la Casa Bianca ha – ovviamente – negato l’uso improprio di informazioni privilegiate, parlando di «accuse infondate». Eppure in questo caso specifico, insistono gli analisti, la massiccia vendita dei future sul greggio si è verificata nelle prime ore di una giornata che non prevedeva né la pubblicazione di dati economici importanti, né discorsi da parte di esponenti della Federal Reserve. Mercoledì 25 marzo, dopo l’annuncio da parte dell’Iran della riapertura dello Stretto di Hormuz alle navi ritenute «non ostili» e la trasmissione di un piano di pace Usa all’Iran, i prezzi del petrolio sono continuati a scendere. Nessun sospetto di insider trading. Quanto a due giorni fa, come diceva qualcuno (cioè Giulio Andreotti), a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI

Altro che semplici “pulizie di primavera” per rilanciare l’azione del governo. La battaglia ingaggiata da Palazzo Chigi, all’indomani della sconfitta al referendum, che ha fatto vittime in via Arenula e in via di Villa Ada, ha il suo fulcro in via della Scrofa. La crisi innescata dall’esito deludente della consultazione del 22 e 23 marzo nasconde una “guerra tra bande” all’interno di Fratelli d’Italia, che Giorgia Meloni sta tentando di nascondere e governare.

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Le condizioni poste da Delmastro

Certamente, è stata la presidente del Consiglio a pretendere le dimissioni di Andrea Delmastro e della fidata Giusi Bartolozzi dal ministero della Giustizia. Il primo ha dovuto lasciare per lo scandalo della società di cui faceva parte insieme alla figlia di Mauro Caroccia, legato al clan Senese. Mentre la capo di gabinetto di Carlo Nordio, nel mirino per il caso Almasri, ha fatto un passo indietro per le parole usate in campagna elettorale contro i pm definiti «plotone di esecuzione», dopo aver promesso che avrebbe lasciato l’Italia in caso di vittoria del Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Alla fine, insieme a Delmastro, non ha lasciato il Paese ma via Arenula.

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (Ansa).

L’addio non è stato indolore. Stando a quanto risulta a L43, il sottosegretario di FdI ha posto una condizione netta alle sue dimissioni. Spalleggiato da Giovanbattista Fazzolari e Giovanni Donzelli, Delmastro ha puntato i piedi: «Io non me ne vado se non salta anche la Santanchè» (rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per truffa aggravata e per due ipotesi di bancarotta). «Se devo lasciare per un fatto per cui non sono neanche indagato, la Santanchè, plurindagata con accuse gravi, deve dimettersi contestualmente».

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI

Il motivo della resistenza di Santanchè

La richiesta è stata inoltrata al ministero di via di Villa Ada. Probabilmente, Meloni non aspettava altro. Ma la ministra, sostenuta da un pezzo da novanta come Ignazio La Russa, non ha voluto cedere, rifiutando la pretesa, a suo giudizio, scomposta avanzata dalla ‘banda’ di Delmastro & Co. E da qui è nata quella nota assai strana in cui Meloni esprimeva «apprezzamento» per la scelta di Delmastro e Bartolozzi di dimettersi e, contestualmente, auspicava che, «sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta fosse condivisa da Santanchè». Perché tirare in ballo la ministra del Turismo, che non c’entrava nulla con il referendum? Si è trattato – si apprende – di un comunicato nato dalla necessità, avanzata da Delmastro, di tracciare un parallelo tra la sua ‘cacciata’ e quella dell’esponente della corrente avversa. Un parallelo rifiutato poi esplicitamente dalla ministra, che nella lettera di dimissioni presentata il giorno dopo – scritta insieme a La Russa – ha tenuto a sottolineare come il suo certificato penale sia «immacolato».

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Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Ansa).

Di chi sono i conti «pagati per errori degli altri?»

«Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità a una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio», ha scritto nella missiva indirizzata all’amica Giorgia. «Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente e assai diversa che ha riguardato Delmastro che pure paga un prezzo alto», ha continuato. «Chiarito questo, non ho difficoltà a dire ‘obbedisco‘ e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», ha concluso. «I miei conti e quelli degli altri»: una frase al vetriolo. E di chi saranno questi conti che Santanchè dice di pagare per errori degli altri? Di Delmastro? O della stessa Meloni? Di sicuro non è finita qui.

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Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

Violenza di genere, in 1 caso su 2 è colpa del partner

AGI - Ha in media 38 anni, viene aggredita di notte e nel 48% dei casi l'autore è il partner. È il profilo che emerge dall'analisi di oltre 10.000 accessi in Pronto Soccorso per violenza contro le donne, da parte degli uomini, in 16 Paesi europei, coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità e pubblicata oggi su Lancet Public Health.

I dati, raccolti tra il 2008 e il 2023 nel Database Europeo degli Infortuni (European Injury Database), di cui ISS è capofila, mostrano un "orologio" preciso della violenza: il 35% degli episodi si concentra durante le ore notturne, tra le 20 e le 4 del mattino, una quota quasi doppia rispetto ad altri tipi di infortunio femminile. In quasi due casi su tre l'aggressione avviene in casa. E oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero. "Numeri che trasformano i Pronto Soccorso in una sentinella strategica per intercettare un fenomeno ancora in larga parte sommerso - dichiara Marco Giustini, uno degli autori dello studio - e che delineano per la prima volta un pattern clinico distintivo della violenza di genere in Europa".

Il profilo delle vittime e il contesto delle aggressioni

Le donne che arrivano in Pronto Soccorso dopo un'aggressione nell'80% dei casi hanno tra i 15 e i 49 anni (in media 38 anni), cioè sono in piena età riproduttiva. Una concentrazione che indica come la rete sanitaria territoriale, consultori, medici di famiglia, servizi di salute riproduttiva, possa svolgere un ruolo decisivo nell'individuazione precoce della violenza, prima che si trasformi in emergenza. Secondo lo studio i casi aumentano sensibilmente nelle ore serali e notturne. Non è un dettaglio statistico: è il riflesso della natura prevalentemente domestica del fenomeno. Quasi due terzi delle aggressioni avvengono in ambiente domestico, in soggiorno, in cucina, in camera da letto o nelle immediate vicinanze dell'abitazione.

Le lesioni specifiche della violenza di genere

Anche le lesioni raccontano una storia precisa. Rispetto agli altri infortuni, la violenza di genere presenta un profilo clinico riconoscibile: contusioni ed ematomi nel 48% dei casi, quasi il doppio rispetto agli incidenti non intenzionali; traumi alla testa e al volto nel 49% dei casi, oltre tre volte più frequenti; lesioni al collo e alla gola 2,4 volte più comuni, spesso compatibili con tentativi di soffocamento; e lesioni da asfissia 10 volte più frequenti, un segnale di allarme gravissimo, poiché lo strangolamento è riconosciuto come predittore di escalation letale. Al contrario, le fratture ortopediche sono meno comuni (11% contro 26% negli altri infortuni), confermando un pattern distinto: la violenza intenzionale colpisce aree vulnerabili e visibili del corpo, mentre gli incidenti coinvolgono più spesso gli arti.

Asimmetria di genere e aggressori

I dati mostrano inoltre una netta asimmetria di genere tra vittime e aggressori. Oltre il 56% delle donne subisce violenza nella cerchia familiare ristretta: nel 48% dei casi l'autore è il partner, nel 7% un altro familiare, nel 2% un genitore. La violenza contro le donne è quindi prevalentemente relazionale e domestica. Diverso il quadro per gli uomini vittime di aggressione, che risultano più spesso colpiti da sconosciuti in contesti esterni alla famiglia.

La gravità degli esiti e i ricoveri

La gravità non è marginale. Oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero, una quota superiore rispetto agli altri infortuni femminili (18,7%). Anche a parità di età e Paese, la violenza perpetrata da uomini contro donne comporta una probabilità del 22% superiore di ricovero o esiti gravi, con il picco tra i 25 e i 64 anni.

Il quadro italiano della violenza

I dati italiani sono in linea con quelli degli altri Paesi europei. "In Italia sono stati analizzati circa 2.000 accessi al pronto soccorso di donne vittime di violenza maschile - dichiara Anna Carannante, co-autrice dello studio - con un'età media di 40 anni. In quasi il 60% dei casi, l'aggressore era un partner o un familiare, ovvero una persona appartenente alla sfera intima della vittima. La forma di violenza più frequente è stata quella fisica, che ha rappresentato circa i tre quarti dei casi (72,6%), mentre nel 4% si è trattato di violenza sessuale. Particolarmente significativa è la quota di lesioni al capo e al volto, riportate nel 30% dei casi. A conferma del fenomeno della violenza domestica, nell'80% degli episodi l'aggressione si è consumata tra le mura di casa".

Limiti della rilevazione e violenza invisibile

Lo studio evidenzia però anche i limiti dell'attuale sistema di rilevazione: in oltre il 35% dei casi mancano informazioni contesto dell'aggressione nei registri ospedalieri e i Pronto Soccorso intercettano solo una parte del fenomeno, principalmente quella con lesioni fisiche evidenti. Restano in gran parte invisibili la violenza psicologica, il controllo coercitivo e gli abusi senza segni fisici.

Azioni urgenti e ruolo dei pronto soccorso

"Proprio per questo i risultati indicano azioni concrete e urgenti - prosegue Anna Carannante - serve innanzitutto rafforzare la formazione del personale sanitario per riconoscere anche i segnali meno evidenti, introdurre protocolli standardizzati di raccolta dati in tutta Europa, potenziare l'integrazione tra Pronto Soccorso e servizi specialistici di supporto, estendere lo screening sistematico anche ai servizi territoriali e alla medicina di base". "Il messaggio è chiaro - conclude Giustini - se raccolti e analizzati con metodo, i dati dei Pronto Soccorso possono trasformare i servizi di emergenza da semplici luoghi di cura in presidi fondamentali per l'individuazione precoce e la prevenzione della violenza di genere. Rendere visibile l'invisibile non è solo una sfida scientifica. È un imperativo di salute pubblica e una responsabilità collettiva che richiede investimenti, coordinamento europeo e un impegno strutturale nel tempo".

Quando il rumore da traffico è un fattore di rischio di infarto e ictus

AGI - Il rumore prodotto da traffico stradaletreni e aerei non è solo un fastidio quotidiano, ma un fattore di rischio concreto per la salute cardiovascolare. È quanto emerge da uno studio presentato all'Annual Scientific Session dell'American College of Cardiology (ACC.26), secondo cui vivere in aree con elevati livelli di rumore da trasporto è associato a un aumento significativo del rischio di eventi cardiaci maggiori. L'analisi, condotta su oltre 1,2 milioni di adulti nell'area di Houston tra il 2016 e il 2023, ha rilevato che le persone esposte a livelli di rumore più elevati hanno una probabilità superiore del 17% di andare incontro a eventi cardiovascolari gravi, come infartoictus o necessità di interventi per liberare le arterie coronarie, oltre a un aumento della mortalità complessiva.

I ricercatori hanno classificato l'esposizione al rumore in base ai decibel: sotto i 45 decibel come ambiente 'silenzioso', tra 45 e 54 come moderato e sopra i 55 come elevato. Anche livelli apparentemente non dannosi per l'udito, come 55 decibel - paragonabili a una conversazione normale - possono però avere effetti fisiologici rilevanti se costanti o fuori dal controllo dell'individuo, in particolare disturbando il sonno. Tra le diverse fonti, il rumore stradale mostra l'associazione più forte con il rischio cardiovascolare, mentre quello ferroviario presenta un impatto peculiare: ogni aumento di 10 decibel è collegato a un incremento del rischio del 14%, rispetto al 3% per il traffico su strada.

Meccanismi e strategie di prevenzione

Secondo gli autori, ciò potrebbe dipendere dalla natura intermittente e improvvisa dei rumori ferroviari, soprattutto durante la notte, che attivano risposte di stress nell'organismo anche in assenza di risveglio. Il meccanismo alla base di questi effetti non è stato direttamente analizzato nello studio, ma evidenze precedenti suggeriscono che l'esposizione cronica al rumore possa attivare una risposta fisiologica allo stress, contribuendo nel tempo allo sviluppo di malattie cardiovascolari. Anche le vibrazioni associate al traffico ferroviario potrebbero avere un ruolo. Importante è che l'associazione tra rumore e rischio cardiaco rimane significativa anche dopo aver considerato altri fattori noti, come età, condizioni socioeconomiche, fattori metabolici e inquinamento atmosferico. Questo rafforza l'ipotesi che il rumore sia un fattore di rischio indipendente e modificabile.

Gli autori sottolineano che il rumore ambientale dovrebbe essere preso in considerazione al pari dei fattori di rischio tradizionali, come dieta, attività fisica e fumo. Interventi di pianificazione urbana - come una migliore insonorizzazione degli edificibarriere naturali come alberi o una gestione più attenta dei corridoi di trasporto - potrebbero contribuire a ridurre l'esposizione e migliorare la salute pubblica. Anche a livello individuale è possibile adottare alcune misure, come migliorare l'isolamento acustico delle abitazioni o ridurre l'ingresso di rumori durante la notte. I risultati evidenziano quindi come un elemento spesso sottovalutato, come il rumore, possa avere un impatto rilevante sulla salute del cuore, aprendo nuove prospettive per la prevenzione cardiovascolare.