Nelle scorse settimane tutto il mondo dell’industria “cinematografara” romana era in uno stato di sovreccitazione non tanto per il Mia-Mercato internazionale dell’audiovisivo, che si è tenuto nella capitale dal 6 al 10 ottobre. Quanto perché nella mattinata del 9 ottobre, all’interno della prestigiosa Sala Spadolini al ministero della Cultura di via del Collegio Romano (a pochi passi da via del Corso), ci sarebbe stata una conferenza stampa di Netflix. Al microfono, non un dirigente italiano. Ma addirittura il signor Ted Sarandos in persona, l’amministratore delegato globale di un gruppo da 45 miliardi di dollari di ricavi nel 2025 e con oltre 300 milioni di abbonati in tutto il mondo.

Polo produttivo italiano? Nuove serie girate a Roma?
Se scende in campo il boss, il numero uno della piattaforma di streaming più importante a livello internazionale, ci saranno di sicuro grandi proclami da fare, si dicevano convinti gli addetti ai lavori, tristi per la stretta sul tax credit che ha frenato la pioggia di finanziamenti pubblici sui loro film. «Vedrai, annunciano la nascita di un polo produttivo italiano di Netflix. No, no, ci saranno nuove grandi serie originali Netflix prodotte in Italia. Mi dicono che la prossima stagione di Emily in Paris sarà girata tutta a Roma». Insomma, il pettegolezzo correva sui sette colli romani: si sentiva profumo di dollari e le aspettative montavano, montavano, montavano.
Un prestigioso ospite straniero da accogliere con garbo
Nell’invito alla conferenza stampa, di fianco al nome di Sarandos, c’era pure quello del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che avrebbe di sicuro fatto gli onori di casa nei saloni del ministero, accogliendo con garbo il prestigioso ospite straniero, a capo di una azienda, Netflix, che tra il 2021 e il 2024 ha creato in Italia oltre 5.500 opportunità di lavoro, con investimenti che hanno assicurato 1,1 miliardi di euro di valore aggiunto all’economia nazionale.

Woke, Lgbtq+ e diversità non fanno parte dell’agenda sovranista…
Certo, parole come woke, Lgbtq+, diversità, inclusione, che sono un mantra nel piano editoriale di Netflix, non sono esattamente gli ingredienti prioritari della cultura che hanno in mente il governo Meloni e i suoi rappresentanti. Per non parlare della crociata di Elon Musk, che si è ridotto a fare la guerra a un cartone animato con due protagonisti transgender. A ogni modo, il sospetto che l’appuntamento con Netflix al ministero della Cultura non fosse poi così fondamentale come qualcuno si attendeva è venuto quando, a inizio dell’evento, il direttore generale della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia, Marcello Foti, ha introdotto i lavori scusandosi «per l’assenza del ministro Giuli, che aveva impegni istituzionali più importanti della pur importante conferenza stampa».

Borgonzoni presenzia la qualunque, ma stavolta non c’era
Insomma, per Giuli quel mattino c’erano cose più importanti da fare che parlare vis a vis con uno che investe decine di miliardi di dollari all’anno in prodotti audiovisivi (il ministro, poi, ha mandato un video registrato di saluti con parole di circostanza). Non solo. In assenza di Giuli, «anche la sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni, ha avuto un contrattempo e non ha potuto intervenire». I presenti in sala si sono tutti guardati negli occhi, sconcertati. Anche perché Borgonzoni di solito presenzia la qualunque, pure la sagra della porchetta di Ariccia.

A Netflix questo comportamento non è piaciuto per niente
Insomma, Netflix snobbata su tutta la linea dai rappresentanti della cultura dell’esecutivo Meloni. Certo, la conferenza stampa non aveva poi questo granché da annunciare: Netflix che mette sul piatto 4 milioni di euro in cinque anni come sponsor per il restauro del Cinema Europa di Roma. Poca roba, insomma. Ma lo sgarbo istituzionale rimane. E a Netflix, anche se non lo può dire apertamente, non è piaciuto per niente.
