Il grande riarmo tedesco: cosa c’è dietro la paura della Russia

Durante i primi sei mesi alla cancelleria, Friedrich Merz lo ha ripetuto più volte: la Germania dovrà avere presto l’esercito convenzionale più grande d’Europa. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha cambiato gli equilibri continentali e la difesa è diventata una priorità per le strategie di Berlino, dove si teme che Mosca possa attaccare nel breve periodo.

Per la Nato e gli 007 tedeschi, Mosca si prepara ad attaccare tra il 2028 e il 2029

Secondo la Nato e il Bnd, i servizi segreti esteri tedeschi, già fra un paio d’anni, tra il 2028 e il 2029 la Russia potrebbe lanciare un’aggressione armata su larga scala: gli indizi, dicono le intelligence occidentali, ci sono tutti e Mosca sarà in grado non solo di compensare le perdite di personale e materiali in Ucraina nei prossimi anni, ma anche di riarmarsi. Grandi quantità di munizioni, così come di missili, vengono accumulate e mai schierate in prima linea, grazie anche al supporto di Cina, Iran e Corea del Nord. A questo si aggiungono sviluppi osservati da tempo dai satelliti spia, con l’esercito russo che starebbe costruendo nuove basi nelle regioni occidentali al confine con la Finlandia e gli Stati baltici e modernizzando le strutture esistenti, compresi i siti di armi nucleari. I collegamenti e le infrastrutture ferroviari locali vengono ampliati per consentire il dispiegamento di missili balistici in tempi rapidi. La Bielorussia si sta trasformando in un avamposto logistico. Insomma, di fronte al rischio che Berlino possa essere presa di mira dagli Iskander o dai nuovi Oreshnik e Burevestink, meglio prepararsi, soprattutto nel caso le forze del Cremlino decidano di marciare presto verso la Germania come alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il grande riarmo tedesco: cosa c’è dietro la paura della Russia
Friedrich Merz e il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa).

Per Merz e Pistorius la parola d’ordine è Kriegstüchtig

Per ora le truppe di Vladimir Putin sono impegnate però a Pokrovsk, nel Donbass, e sono avanzate una settantina di km in oltre tre anni e mezzo di conflitto: per arrivare a Berlino ce ne sono circa 2 mila e per vedere quindi sfilare i tank russi sotto la Porta di Brandeburgo a questo ritmo servirebbe un po’ di tempo in più, circa un centinaio d’anni. Ma per Merz e il suo ministro della Difesa, Boris Pistorius, bisogna muoversi in fretta ed ecco quindi che la parola d’ordine per la Germania è diventata Kriegstüchtig, traducibile con “pronta alla guerra”: dunque con un grande esercito e una grande industria bellica. Da una parte è stata avviata la riforma della leva e lo scopo dichiarato dal governo di Berlino è quello di aumentare gli effettivi della Bundeswehr, l’esercito, soprattutto con volontari. L’obiettivo è avere almeno 260 mila uomini e donne nelle truppe, con un aumento di circa 80 mila unità; in più ci dovrebbero essere 200 mila riservisti. Il servizio volontario sarà reso più attraente con uno stipendio previsto di circa 2.600 euro lordi al mese. Nemmeno tanto, se si pensa che i volontari russi arrivano fino a 3.200 dollari.

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Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius (Ansa).

I piani di riconversione (e anticrisi) dell’industria tedesca

Dall’altra parte l’industria tedesca in crisi, in primo luogo il settore dell’auto, sarà parzialmente riconvertita al servizio di quella bellica: secondo il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) la Germania è già il quinto esportatore di armi al mondo e Rheinmetall, prima azienda tedesca e al 26esimo posto al mondo, è l’esempio lampante della nuova strategia che unisce industria e politica: il colosso di Düsseldorf sta per disfarsi del suo settore civile e automobilistico per concentrarsi su quello militare, sia in Germania sia all’estero, e l’ultima notizia è quella dell’apertura di una fabbrica di munizioni in Lituania, sul fianco orientale della Nato, nella zona considerata l’anello debole dell’Alleanza Atlantica, confinante con l’exclave russa Kaliningrad, dove sono già piazzati gli Iskander che sarebbero pronti a colpire Berlino. Il tempo dunque stringe. E a ricordarlo ci ha pensato anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che dopo aver preso telefonicamente una lavata di capo da Merz per lo scandalo di corruzione che sta facendo tremare Kyiv, ha ribadito l’allarme sul fatto che la Russia potrebbe lanciare un grande attacco alla Nato fra il 2029 e il 2030, coinvolgendo tutto il continente.

Il grande riarmo tedesco: cosa c’è dietro la paura della Russia
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Visti i rapporti di forza, a Mosca non conviene attaccare la Nato

Resta da capire perché Mosca, che non ha conquistato nemmeno tutto il Donbass, dovrebbe aprire il conflitto diretto con l’Alleanza atlantica, che già adesso sulla carta ha un potenziale molto maggiore di quello russo. A tutt’oggi le forze armate complessive della Nato contano circa 3,44 milioni di militari attivi, rispetto agli 1,32 milioni di militari attivi dell’esercito russo. Le capacità militari collettive dei 32 Paesi membri superano quelle di Mosca in termini di velivoli, 22.377 contro 4.957, e in termini di potenza navale, 1.143 navi militari, contro 419. Per quanto riguarda i veicoli da combattimento terrestri, la Nato dispone di circa 11.495 carri armati, contro i 5.750 della Russia. Sul nucleare ci si equivale: l’arsenale di Stati Uniti, Regno Unito e Francia ammonta a 5.559 testate nucleari, contro le 5.580 di Mosca. Nel 2024 i Paesi Nato hanno speso in armamenti 1,47 trilioni di dollari, Mosca 140 miliardi, una decina di volte meno. Nel dubbio però che il Cremlino, dopo Pokrovsk, possa decidere davvero di marciare su Berlino, andando dritto a una sicura sconfitta visto il rapporto di forze della Nato, il governo e l’industria tedesca si preparano a costruire l’esercito più grande d’Europa, puntando su più panzer e meno automobili.

Le lotte per il potere in Ucraina e la solitudine di Zelensky

Alle porte dell’inverno, la situazione per le forze ucraine sul terreno, da Pokrovsk a Kupyansk, è allarmante: anche se nella prospettiva di guerra di logoramento non ci si aspetta il collasso delle linee, le difficoltà di difesa per Kyiv sono crescenti. Il presidente Volodymyr Zelensky lo ha ammesso, ma allo stesso tempo la tattica, coordinata con il generale Olexandr Syrsky, è rimasta quella del sostegno a oltranza dei centri del Donbass, nonostante negli ultimi due anni abbia portato solo sconfitte. L’Ucraina è inoltre sotto i massicci bombardamenti russi, che stanno progressivamente devastando il sistema energetico del Paese, con conseguenze sempre più gravi per la popolazione. Gli aiuti occidentali scarseggiano e la diplomazia internazionale pare congelata, con Vladimir Putin che non sembra aver alcuna intenzione di trattare, se non per una capitolazione ucraina. In questo contesto, il capo di Stato a Kyiv deve far fronte a un quadro interno sempre più turbolento, caratterizzato da movimenti sotterranei di gruppi di potere che hanno ormai già preso in considerazione l’eventualità che una vittoria sul campo sia impossibile e avviato la ridefinizione degli equilibri interni.

Le lotte per il potere in Ucraina e la solitudine di Zelensky
Volodymyr Zelensky in visita al fronte di Pokrovsk (Ansa).

La stretta dell’anticorruzione su amici e alleati

Negli ultimi tempi, parallelamente al peggioramento sul campo e ai malumori crescenti ovunque, dal settore militare a quello politico e civile, Zelensky ha tentato di mantenere il controllo del sistema attraverso l’accentramento del potere, entrando in conflitto con organi istituzionali come l’Ufficio nazionale anticorruzione e la Procura anticorruzione (Nabu e Sapo). Dopo aver cercato di ridurne l’autonomia subordinandoli di fatto al Procuratore generale di nomina presidenziale, Zelensky lo scorso luglio è stato costretto a tornare sui suoi passi sotto la pressione degli alleati occidentali e delle mobilitazioni interne. Ebbene, qualche giorno fa il Nabu ha stretto le maglie intorno a Timur Mindich, oligarca, amico ed ex socio di Zelensky quando quest’ultimo faceva ancora il cabarettista. Accusato di corruzione, Mindich è però riuscito a riparare all’estero. Nella stessa indagine riguardante il settore energetico è finito un altro dei più stretti alleati del capo di Stato, il ministro della Giustizia Herman Halushchenko, che fino al rimpasto di quest’anno era il responsabile proprio per l’Energia.

Le lotte per il potere in Ucraina e la solitudine di Zelensky
Il ministro dell’Energia ucraino, Herman Halushchenko (Ansa).

Come sta cambiando la narrazione occidentale su Kyiv

Al di là delle accuse specifiche – l’Ucraina è rimasta uno dei Paesi più corrotti d’Europa e secondo Transparency International è al 105esimo posto al mondo – le frizioni crescenti fra gli organi dello Stato indicano che il conflitto politico interno si sta inasprendo e sta raggiungendo un livello completamente nuovo, spinto dai gruppi anti-Zelensky, sia ucraini, come quello trainato dall’ex presidente Petro Poroshenko, sia esterni, con i circoli legati agli Stati Uniti e all’Unione europea. Non è un caso che vari media occidentali, soprattutto anglosassoni, abbiano cambiato in parte la narrazione sull’Ucraina e che l’autoritarismo crescente del presidente sia finito sulle colonne mainstream dell’Economist e di Politico e su quelle più settoriali, da Foreign Policy a Foreign Affairs. Il sostegno mediatico e propagandistico a Zelensky sta dunque scemando e ciò non sorprende più di tanto visto che gli stessi leader dei Paesi volenterosi dalla scorsa estate hanno dimezzato gli aiuti militari a Kyiv. 

Le lotte per il potere in Ucraina e la solitudine di Zelensky
Volodymyr Zelensky (Ansa).

La sfida interna con Zaluzhny

L’impressione generale è che Volodymyr Zelensky sia Oltreoceano, con il disimpegno di Donald Trump (salvo le solite capriole) sia nelle cancellerie occidentali, dove la retorica della vittoria ha lasciato il posto a un maggiore realismo, stia faticando a tenere saldo il fronte degli alleati in vista di una sconfitta che, seppur non imminente, pare al momento molto probabile. Il capo di Stato, che aveva recuperato nei sondaggi, è di nuovo in discesa, incalzato come sempre da Valery Zaluzhny, predecessore di Syrsky e ora ambasciatore a Londra: in un ipotetico ballottaggio elettorale tra i due l’ex generale avrebbe la vittoria facile. Per adesso sono solo speculazioni, ma lo scontro a Kyiv è in pieno svolgimento e l’annunciata disfatta di Pokrovsk potrebbe dare un’altra picconata al piedistallo di Zelensky. A quel punto il presidente rischierebbe di trovarsi il nemico non solo alle porte ma dentro casa.  

Le lotte per il potere in Ucraina e la solitudine di Zelensky
Valery Zaluzhny (Getty Images).

Come il Sogno georgiano si sta trasformando in un incubo europeo

La Georgia è di nuovo al centro di un braccio di ferro interno (ma non solo) che segue lo schema Russia vs Occidente. La scorsa settimana la procura generale georgiana ha infatti accusato otto esponenti dell’opposizione – tra cui l’ex presidente Mikheil Saakashvili, attualmente in carcere – di aver complottato per rovesciare il governo e di aver aiutato potenze straniere. Tutti rischiano fino a 15 anni di galera. Le varie piattaforme che si oppongono al partito governativo Sogno georgiano, che fa riferimento all’oligarca Bidzina Ivanishvili, hanno denunciato la mossa come un tentativo di instaurare una dittatura in stile russo e hanno promesso resistenza a oltranza.

Perché la Georgia resta una polveriera

Sogno georgiano è al potere dal 2012 e negli ultimi anni, oltre alla progressiva stretta interna contro l’opposizione, si è di nuovo avvicinato a Mosca, sospendendo anche i negoziati di adesione all’Unione europea che lo stesso governo aveva in precedenza accelerato, chiedendo nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la procedura urgente per la candidatura. A partire dal 2024, dopo le elezioni parlamentari boicottate dall’opposizione e quelle amministrative di quest’anno in cui il partito al potere ha consolidato la sua posizione ovunque, lo scontro si è acuito, sia internamente che con l’Ue. Anche l’elezione quasi 12 mesi fa del nuovo presidente, Mikhail Kavelashvili, fedelissimo di Ivanishvili, al posto della filoccidentale Salome Zurabishvili, ha contribuito a una crisi politica e istituzionale che, al di là delle apparenze, rende la Georgia molto più instabile di quel che sembra e pronta a riesplodere su modelli già visti sia nel Caucaso che altrove nello spazio postsovietico.

Come il Sogno georgiano si sta trasformando in un incubo europeo
Il presidente georgiano Mikheil Kavelashvili (Ansa).

Il ruolo di Bruxelles nello scacchiere caucasico

Dopo la Rivoluzione delle rose del 2003, con l’arrivo di Saakashvili e l’instaurazione di un governo filoccidentale, il Paese è rimasto per alcuni anni nell’orbita di Stati Uniti e Unione europea, sino a che Ivanishvili ha scalzato l’ex amico e alleato Saakashvili, sostituendo Mosca a Washington e Bruxelles come punto di riferimento esterno. Alla base c’erano più questioni di business che ideologiche, visto che il Paese era alla ricerca di un equilibrio che si perse con la guerra del 2008 e il tentativo fallito di reintegrare le repubbliche indipendentiste di Abcasia e Ossezia del sud, che dagli Anni 90 si erano staccate da Tbilisi. La prova di forza cercata da Saakashvili si era scontrata con l’intervento della Russia e l’occupazione delle due regioni, diventate col tempo protettorati di Mosca. Se dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca la Georgia è sparita dai radar per l’amministrazione statunitense, Bruxelles ha dovuto assumere suo malgrado il ruolo di sostenitore dell’opposizione antigovernativa, senza però scendere direttamente in campo, come fatto in altre occasioni (leggi Ucraina). Il Caucaso è così scivolato in secondo piano rispetto ad altre scacchiere più calde, sia all’interno dell’Ue, nei vari Paesi dove cresce l’euroscetticismo filorusso, sia ai margini, come in Moldova, dove il duello con la Russia è in pieno corso e richiede maggiore attenzione e coinvolgimento.

La stretta europea e la risposta di Tbilisi

Nel 2024 l’Unione ha comunque tagliato il sostegno finanziario a Tbilisi dopo l’introduzione di una legge sulle influenze straniere, valutata da Bruxelles come un duro colpo alle libertà democratiche, ma difesa da Sogno georgiano come il tentativo di contenere il ruolo politico delle organizzazioni non governative finanziate dall’Occidente. A un anno di distanza, la Commissione europea ha affermato in un rapporto pubblicato all’inizio di novembre che «la situazione è notevolmente peggiorata, con un grave regresso democratico caratterizzato da una rapida erosione dello Stato di diritto e da severe restrizioni dei diritti fondamentali». Di fronte alle accuse, il governo del premier Irakli Kobakhidze ha risposto avviando nuovi procedimenti giudiziari contro Saakashvili e gli altri presunti istigatori al colpo di Stato.

Come il Sogno georgiano si sta trasformando in un incubo europeo
Proteste dell’opposizione georgiana a Tbilisi, 28 novembre 2024 (Ansa).

Per ora la Russia ha tenuto un basso profilo

La Russia da parte sua ha negato le accuse dell’opposizione georgiana di interferire negli affari interni e di fatto ha mantenuto un profilo molto basso, nel contesto di una strategia che la vede impegnata sul quadrante ucraino e altrove solo lo stretto necessario. Mosca si è in parte già eclissata sul fronte tra Armenia e Azerbaigian, che hanno concluso un trattato di pace mediato dagli Stati Uniti, e il Cremlino considera la questione della Georgia non certo urgente, convinta che Abcasia e Ossezia del sud siano garanzie e deterrenti sufficienti per scoraggiare prove di forza occidentali. Almeno per ora.

Acciaio, energia e lavoro: l’industria tedesca al bivio

Tempi duri per l’industria in Germania, dai pilastri dell’automotive alla chimica, passando ovviamente per l’acciaio, che da sempre ha fatto viaggiare la locomotiva tedesca. Ma il motore ormai è ingrippato, il Paese non si sposta più e se lo fa, va all’indietro. L’anno corrente si chiuderà con gran probabilità in negativo, per il 2026 la crescita è prevista nell’ordine dello zero virgola. Disastro annunciato. Stando a un report dell’Institut der deutschen Wirtschaft pubblicato a inizio novembre, il 41 per cento delle aziende tedesche prevede di tagliare posti di lavoro nei prossimi 12 mesi; colpa del caos post-pandemia, degli strascichi logistici, della guerra in Ucraina e delle sanzioni contro la Russia, dell’esplosione dei costi dell’energia causati da una politica miope, dei dazi statunitensi, della concorrenza cinese. Secondo il cancelliere, Friedrich Merz, che ha appena girato la boa dei sei mesi alla guida del Paese e si ritrova con il misero sostegno del 21 per cento dei tedeschi, l’industria siderurgica sta attraversando una vera e propria crisi esistenziale. 

Acciaio, energia e lavoro: l’industria tedesca al bivio
L’impianto ThyssenKrupp di Duisburg (Ansa).

Merz chiede a Bruxelles misure protezionistiche

Al recente vertice al Kanzleramt con i rappresentanti dei colossi dell’acciaio, da Thyssenkrupp a Salzgitter, e i sindacati di categoria, IG Metall su tutti, Merz ha dipinto un quadro dai toni cupi e invocato maggiore protezione per le piazze nazionali, anche da parte dell’Unione europea. «È finito il tempo dei mercati liberi e della concorrenza leale», ha tuonato Merz, sottolineando come tra i dazi di Donald Trump e il dumping di Xi Jinping la situazione sia cambiata. Il cancelliere si è così impegnato, a parole, a ottenere misure protezionistiche severe da Bruxelles nei confronti della Cina e a privilegiare le aziende tedesche. Inoltre si è espresso a favore di una riduzione dei costi dell’energia, con l’introduzione – a partire dal prossimo anno – di un prezzo industriale dell’elettricità. «La questione di come proteggere maggiormente l’industria nazionale è fondamentale», gli ha fatto eco il vice-cancelliere socialdemocratico e ministro delle Finanze Lars Klingbeil, che seppur evidenziando quanto il commercio basato su regole sia importante, ha messo in chiaro che alla fine «non deve essere la Germania a rimetterci». 

Acciaio, energia e lavoro: l’industria tedesca al bivio
Friedrich Merz e Ursula von der Leyen (Ansa).

Le riforme promesse ancora non si vedono

Questa è la teoria. Di piani precisi però non ce ne sono e chissà se arriveranno davvero, dato che la coalizione a Berlino ha mostrato di non essere troppo incisiva: l’autunno delle riforme annunciato da Merz è ancora fermo al palo, i vertici, come quello sul settore dell’auto che si è tenuto lo scorso ottobre, servono per fare il punto, ma alla fine occorre prendere decisioni efficaci. Si parla addirittura di scricchiolii nell’alleanza tra conservatori e socialdemocratici, tensioni che non fanno presagire nulla di buono. Lo scorso anno di questi tempi è naufragata la coalizione semaforo di Olaf Scholz, Merz aveva promesso di mettere una marcia in più e adesso rischia invece di fare una fine peggiore del suo predecessore. Soprattutto se alle promesse all’industria non seguiranno le azioni.

Acciaio, energia e lavoro: l’industria tedesca al bivio
Friedrich Merz e Lars Klingbeil (Ansa).

Il crollo dell’industria siderurgica

All’interno dell’Unione europea – che sebbene sia il secondo produttore di acciaio al mondo, rappresenta solo il 14 per cento circa della produzione globale dominata dalla Cina (rapporto Eurofer) – la Germania è in vetta. Ma a causa della forte concorrenza estera e della debole congiuntura economica l’industria siderurgica tedesca ha fatto passi indietro: solo nella prima metà del 2025 la produzione è diminuita di quasi il 12 per cento, il livello più basso dalla crisi finanziaria del 2009. Per il terzo anno consecutivo, la quantità prodotta è rimasta al di sotto della soglia dei 40 milioni di tonnellate, attestandosi a livelli di recessione. Le aziende risentono in modo particolare della debole domanda interna da parte di importanti settori come l’edilizia, l’ingegneria meccanica e l’industria automobilistica: è tutto il sistema a essere coinvolto, il che aggrava ancora di più il quadro generale.

Acciaio, energia e lavoro: l’industria tedesca al bivio
Friedrich Merz (Ansa).

A rischio migliaia di posti di lavoro

Sul mercato mondiale, le aziende tedesche svolgono un ruolo piuttosto marginale: dei 10 maggiori gruppi mondiali in termini di volume di produzione, sei hanno sede in Cina. Il primo gruppo tedesco, Thyssenkrupp Steel, si colloca al 42esimo posto. Il sindacato IG Metall ha avvertito che senza prezzi energetici competitivi decine di migliaia di posti di lavoro sono a rischio: secondo l’Associazione economica dell’acciaio, in Germania circa quattro milioni di persone sono impiegate nei principali settori ad alta intensità di acciaio, circa 90 mila lavorano direttamente nella produzione. Thyssenkrupp ha già avviato un programma di austerità per la sua divisione siderurgica e se all’inizio di quest’anno l’azienda contava ancora 27 mila dipendenti, nel 2030 dovrebbero ridursi a 16 mila. In ballo però non c’è solo il futuro del primo produttore tedesco del settore, ma quello di tutta la Germania. Merz e Klingbeil sono attesi alla prova dei fatti.

Acciaio, energia e lavoro: l’industria tedesca al bivio
Protesta dei lavoratori ThyssenKrupp a Essen nell’aprile 2024 (Ansa).

Ucraina, i fallimenti del generale Syrsky e l’ombra di Zaluzhny su Zelensky

Con le prime unità russe che sono entrate ormai a Pokrovsk, si sta prefigurando per l’Ucraina una delle fasi più critiche sul fronte del Donbass dall’inizio del conflitto. La pressione delle forze del Cremlino, pur non rilevando picchi nella prospettiva di una guerra di logoramento che si gioca sul lungo periodo, è rimasta costante negli ultimi due anni abbondanti e ha costretto Kyiv ad arretrare progressivamente un po’ ovunque. Soprattutto nel Donbass la penetrazione russa è stata rilevante nell’ultimo anno, in contemporanea all’operazione ucraina nella regione di Kursk, che di fatto si è risolta in un fiasco e ha aperto appunto le maglie nell’oblast di Donetsk. Il regista della strategia sul terreno è stato il generale Oleksandr Syrsky, fedelissimo del presidente Volodymyr Zelensky, che dal febbraio del 2024 è il comandante in capo delle forze armate ucraine.

Ucraina, i fallimenti del generale Syrsky e l’ombra di Zaluzhny su Zelensky
Il generale ucraino Oleksandr Syrsky (Getty).

Errori tattici e strategici dei vertici militari e politici ucraini

Syrsky era stato nominato per sostituire Valery Zaluzhny, il generale che dal febbraio 2022 aveva coordinato la resistenza ucraina di fronte all’invasione su larga scala russa e che dal 2023 avrebbe dovuto condurre l’annunciata controffensiva per recuperare i territori perduti da Kyiv, dalla Crimea al Donbass, almeno secondo gli annunci di Zelensky. La realtà è stata invece quella che il conflitto ha preso tutt’altra piega, con la Russia che da allora ha mantenuto l’iniziativa grazie a varie ragioni, dalla disponibilità di maggiori risorse, militari e umane, nonostante le promesse di sostegno occidentale, fino agli errori tattici e strategici dei vertici militari e politici ucraini.

Il nuovo comandante supremo non ha risposto alle attese

Gli screzi dell’inizio del 2023 tra Zelensky e Zaluzhny, costretto in sostanza prima a impuntarsi sulla difesa a oltranza di Bakhmut, poi ad allestire una controffensiva senza avere i mezzi per condurla, hanno condotto al cambio con Syrsky, che però si è rivelato tutt’altro che fruttifero: il nuovo comandante supremo, osannato per aver guidato alla testa delle forze terrestri la vincente offensiva da Kharkiv nel 2022, non ha risposto alle attese. Il tandem con Zelensky ha prodotto alcuni flop, come quello di Kursk, e incassato perdite sul terreno: dall’inizio del 2024 l’Ucraina non è riuscita a vincere le battaglie Avdiivka, Vuhledar, Kurakhovo e Toretsk, solo per citare le maggiori, e il destino sembra lo stesso a Pokrovsk, Chasiv Yar e Kupiansk.

Zaluzhny ha la fiducia del 73 per cento degli ucraini, Syrsky è fermo al 41

Non è un caso che Zaluzhny, spedito a fare l’ambasciatore a Londra, sia secondo i sondaggi il maggiore rivale di Zelensky, e possibile vincitore, nel caso di prossime elezioni: se il generale marginalizzato, anche a causa delle sue critiche nei confronti del presidente, era assurto a simbolo della resistenza e della resilienza ucraina all’inizio della guerra, il suo sostituto Syrsky, comodo yes man per la Bankova, non regge al confronto. Soltanto per il 41 per cento degli ucraini Syrsky è degno di fiducia, contro il 73 per cento a favore di Zaluzhny, e anche se i dati sono di quest’estate, indicano comunque una netta tendenza, che rispecchia i risultati sul campo. Al di là di quanto siano fondamentali gli aiuti militari occidentali per applicare le tattiche decise a Kyiv, è evidente che qualcosa nella verticale politico-militare ucraina è andato storto, proprio a causa di decisioni errate.

Ucraina, i fallimenti del generale Syrsky e l’ombra di Zaluzhny su Zelensky
Il presidente ucraini Volodymir Zelensky con Valery Zaluzhny, ex capo delle forze armate e sostituito da Oleksandr Syrsky (foto Ansa).

Le difficoltà sono state ammesse sia dal generale sia dal presidente

Non si tratta solo della gestione dell’operazione di Kursk, ma dell’intero management di cui è responsabile Syrsky al fronte da due anni e mezzo a questa parte: anche il destino della battaglia di Pokrovsk appare ormai segnato e le difficoltà sono state ammesse sia dal generale sia dal presidente, che fino all’ultimo hanno insistito sulle stesse tattiche che negli scorsi mesi non erano riuscite a bloccare l’avanzata russa. Esattamente due anni fa, nel novembre del 2023, Zaluzhny, già in odore di siluramento, in un articolo per l’Economist con il quale prendeva le distanze da tutti, sottolineava come i ritardi nella consegna di armi, sebbene frustranti, non fossero la causa principale della difficile situazione sul terreno per l’Ucraina. Ma era importante capire che la guerra non poteva essere vinta con le armi della generazione precedente e con metodi obsoleti, perché «questi porteranno inevitabilmente a ritardi e, di conseguenza, alla sconfitta».

Orbàn, Fico e Babis: nasce un nuovo fronte anti-Ucraina in Europa?

All’interno dell’Unione europea le visioni sul conflitto ucraino, si sa, sono differenti. Francia, Germania e Polonia guidano con Regno Unito e Paesi Baltici i volenterosi, in realtà più di nome che di fatto visto che, come ha evidenziato l’Istituto per l’economia mondiale di Kiel, il supporto Ue negli ultimi mesi è calato del 43 per cento. Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Donald Tusk e Keir Starmer rimangono però ufficialmente schierati con Kyiv, anche se da tempo non considerano più la vittoria militare uno scenario plausibile, complici anche i presunti droni russi a spasso per mezza Europa. Dall’altro lato ci sono Paesi che vorrebbero accelerare la fine del conflitto e mettere fine alle sanzioni contro la Russia, lasciando a Putin quello che in realtà il Cremlino si è già preso. L’Ungheria di Viktor Orbàn, la Slovacchia di Robert Fico e la Repubblica Ceca di Andrej Babis (che ha da poco messo in piedi una coalizione populista filorussa) preferiscono pensare al business e alle proprie casse. 

Orbàn, Fico e Babis: nasce un nuovo fronte anti-Ucraina in Europa?
Il primo ministro slovacco Robert Fico e quello ungherese Viktor Orbán (Ansa).

Il piano di un asse Ue filorusso

Secondo Politico i tre leader euroscettici starebbero per dare il via a una nuova alleanza all’interno dell’Ue per allineare le posizioni in chiave anti-Ucraina in vista delle prossime riunioni e summit a Bruxelles. Una sorta di blocco filo-putiniano che farebbe da contraltare ai volenterosi e alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Anche se per il momento si tratta solo di un progetto, il nuovo asse pro-Mosca potrebbe ostacolare in modo significativo gli sforzi dell’Ue per sostenere ancora l’Ucraina dal punto di vista finanziario e militare. A dire il vero, i guai per Kyiv non verrebbero solo dal trio mitteleuropeo, pronto a schierarsi apertamente contro nuovi aiuti. Sull’utilizzo degli asset russi congelati per supportare l’Ucraina, per esempio, lo stallo a Bruxelles è stato causato da Paesi che non fanno parte né dei volenterosi né degli euroscettici come il Belgio che guarda semplicemente ai propri interessi.

Orbàn, Fico e Babis: nasce un nuovo fronte anti-Ucraina in Europa?
Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen (Ansa).

Il fronte pro Ucraina

Non sorprende dunque che molti degli Stati più vicini geograficamente all’Ucraina si stiano mostrando insofferenti della rotta senza se e senza ma presa da Bruxelles. Anche in Romania, nonostante le ultime elezioni abbiano decretato la vittoria degli europeisti, vi è una forte spaccatura nell’elettorato e nella società; lo stesso dicasi per la Moldova, Paese candidato ad entrare nell’Unione ma diviso profondamente tra filoeuropei e filorussi. La stessa Polonia, che tra l’altro ha accolto circa un milione di profughi ucraini, è percorsa da fremiti nazionalisti che contrastano con la posizione del governo Tusk.

Orbàn, Fico e Babis: nasce un nuovo fronte anti-Ucraina in Europa?
Donald Tusk (Ansa).

Visegrad e le possibili nuove alleanze di Fidesz

Varsavia, insieme a Budapest, Praga e Bratislava, fa parte del cosiddetto Gruppo di Visegrad, che dentro l’Unione si è recentemente mosso compatto sul tema dell’immigrazione. Soprattutto con il passato governo nazionalista guidato dal Pis, la Polonia ha trainato il quartetto contro Bruxelles, come ha evidenziato Politico, specificando come l’allora primo ministro polacco Mateusz Morawiecki avesse promosso il blocco, chiedendo il rafforzamento delle frontiere esterne e opponendosi a qualsiasi trasferimento obbligatorio di migranti tra i Paesi membri. Con l’arrivo di Tusk le cose sono cambiate. La Polonia si è allontanata dagli alleati di Visegrad ed è praticamente impossibile che in Europa stringa un’alleanza con Orbàn. A Bruxelles, sempre secondo Politico, il partito Fidesz del primo ministro ungherese, che fa parte dei Patrioti, potrebbe però espandere le sue partnership, cercando alleanze tra i Conservatori e Riformisti Europei, tra gli estremisti di Europa delle Nazioni Sovrane e magari tra alcuni gruppi della sinistra nazionalista. Scenari non proprio da fantascienza viste le tensioni interne al blocco che sostiene von der Leyen, leader sempre più discussa. E uno scenario preoccupante per l’Ucraina che, come ripetuto da Volodymyr Zelensky, dipende dal sostegno militare e finanziario degli alleati.

Germania, Merz in crisi tra economia in stallo e AfD in ascesa

Non sono stati proprio brillanti i primi sei mesi da cancelliere per Friedrich Merz, che non solo fanno rimpiangere Angela Merkel tra i conservatori, ma riabilitano pure il tanto bistrattato Olaf Scholz.

L’economia resta al palo e l’AfD continua a volare nei sondaggi

La Germania rimane impantanata nella recessione, le previsioni economiche per il 2026 e gli anni successivi vengono costantemente ritoccate al ribasso, la crisi dei pilastri industriali, in primis l’automotive, blocca i piani di rilancio. Le tensioni all’interno della Grande coalizione con i socialdemocratici rappresentano un freno agli ambiziosi programmi di riforme, per ora tutti sulla carta. L’opposizione moderata scalpita, mentre quella di estrema destra vola nei sondaggi: il prossimo anno si vota in cinque Länder e Alternative für Deutschland rischia di fare il pienone; primo partito nell’Est e secondo dietro la Cdu nell’Ovest, davanti a Spd e Grünen un po’ ovunque.

Germania, Merz in crisi tra economia in stallo e AfD in ascesa
Lo stabilimento Volkswagen a Wolfsburg (Ansa).

Berlino perde peso in Europa

E se il quadro nazionale per Merz è sconsolante, lo stesso dicasi per quello internazionale, dove Berlino ha di fatto abdicato a un ruolo guida sul continente, fra un asse debole con Bruxelles e uno non certo forte con Parigi, con la Francia, grande malata d’Europa, che sembra aver smarrito ogni ombra di grandeur. Merz, insieme a Emmanuel Macron e agli altri leader volenterosi, è stato preso a pesci in faccia da Vladimir Putin, che continua a infischiarsene delle sanzioni e a dettare il ritmo della guerra in Ucraina. La Germania, come l’Unione europea, non ha alcuna strategia precisa in Medio Oriente, per non dire di Asia e Africa. Donald Trump tratta come zerbini gli europei, che qualche colpa ce l’hanno vista la classe dirigente attuale che definire poco illuminata è un eufemismo.

Germania, Merz in crisi tra economia in stallo e AfD in ascesa
Lo stabilimento Volkswagen a Wolfsburg (Ansa).

Il 71 per cento dei tedeschi boccia il cancelliere

Di fronte a una cornice generale preoccupante, Merz invece vede rosa: i tedeschi però la pensano diversamente, visto che il 71 per cento di loro dà un giudizio negativo sul lavoro del cancelliere, secondo i dati di ottobre rilevati dall’istituto Forsa. E qualche motivo ci sarà, a cominciare dalle promesse di ripresa mancate e dalla linea zigzagante un po’ su tutto, dai piani di spesa alla contorta riforma delle pensioni, passando per i progetti poco condivisi da alleati e opposizione, come quello della reintroduzione della leva obbligatoria. In più, il Kanzler che voleva marginalizzare la destra populista seguendo una strategia Law&Order per far concorrenza all’AfD si ritrova alla testa di un partito che rimane di maggioranza relativa, con gli estremisti che gli soffiano sul collo: se in Sassonia Anhalt e Meclemburgo, dove si vota il prossimo anno, Alternative è al 40 per cento e rischia di avere la maggioranza assoluta nei parlamenti regionali, anche all’Ovest, in Baden-Württemberg e Renania Palatinato, la Cdu è in discesa e la destra al 20 per cento.

Germania, Merz in crisi tra economia in stallo e AfD in ascesa
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Imagoeconomica).

Il muro tagliafuoco contro l’estrema destra vacilla

Merz, anche all’ultima riunione del partito, ha escluso ogni futura collaborazione con l’AfD, ma anche su questo punto le divisioni all’interno della Cdu sono palpabili: a rilanciare la discussione è stato, tra gli altri, l’ex segretario generale Peter Tauber, che la scorsa settimana ha chiesto un allentamento della linea dura. Le frange della Germania orientale richiedono da tempo un approccio diverso nei confronti dell’AfD, contro l’esclusione totale. Il segretario generale della Sassonia, Tom Unger, ha criticato apertamente il modo in cui tutti gli altri partiti hanno trattato l’AfD negli ultimi anni, sostenendo, non senza ragioni, che ciò non ha portato a un suo indebolimento. Anche il presidente del gruppo parlamentare in Sassonia, Christian Hartmann, ha affermato che il suo partito deve «andare oltre tutti i dibattiti sul cosiddetto muro tagliafuoco, trovare la propria posizione e poi attuarla con coerenza». Insomma, il muro vacilla.

Germania, Merz in crisi tra economia in stallo e AfD in ascesa
Alice Weidel (Getty Images).

Le sparate razziste che destabilizzano gli alleati

Per ora comunque il cancelliere non pare intenzionato a cambiare rotta insistendo con un populismo destrorso che lo rende un facile bersaglio. In questo senso, si prenda l’ultima sparata razzista in cui ha collegato direttamente immigrazione e criminalità in perfetto stile AfD, suscitando più di qualche perplessità tra gli alleati di governo. Persino la responsabile dell’Integrazione del governo federale, Natalie Pawlik, lo ha criticato sostenendo che l’immigrazione non deve essere stigmatizzata con dichiarazioni populistiche e divisive. Ma tant’è, Friedrich Merz, il cancelliere che si crede infallibile e non vuole ammettere né errori né deragliamenti verbali, prosegue nel governare con dubbio stile e risultati poco tangibili, perdendo sempre più consenso e fiducia fra i tedeschi.

Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin

Dopo tre anni e otto mesi di guerra, e dopo cinque mesi dall’avvio delle trattative dirette fra Mosca e Kyiv, cominciate a maggio del 2025, Ucraina e Unione europea avrebbero elaborato un piano in 12 punti per raggiungere la pacificazione. Al momento non se ne conoscono i dettagli, se non quello, concordato anche con gli Stati Uniti, dell’avvio dei possibili negoziati partendo dalla situazione fotografata dall’attuale linea del fronte. Un congelamento dei confini che sembra convincere pure Volodymyr Zelensky: «È un buon compromesso, ma non sono sicuro che Vladimir Putin lo sosterrà, e l’ho detto al presidente Donald Trump».

Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Per Kyiv garanzie di sicurezza e un percorso di adesione all’Ue

Secondo le indiscrezioni, il progetto ricalcherebbe in qualche modo quello del recente accordo tra Israele e Hamas, supervisionato dagli Usa: anche per risolvere il conflitto ucraino un comitato presieduto da Trump avrebbe il compito di monitorare l’attuazione della road map per la pace, che da una parte prevederebbe in sostanza per Kyiv garanzie di sicurezza e un percorso per aderire all’Ue, mentre dall’altra le sanzioni contro la Russia verrebbero gradualmente revocate. Molte le questioni ancora in discussione, sul triangolo Kyiv-Bruxelles-Washington, in attesa di capire se e quando ci sarà l’annunciato vertice tra il Cremlino e la Casa Bianca.

Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin

Putin insiste: riconoscimento dei territori occupati e Ucraina fuori dalla Nato

Riassunto in altri termini, sulla base di quello che c’è adesso sul tavolo, vuol dire che si è ancora ben lontani dall’avvio del dialogo: finora infatti, di fronte alle richieste di Putin, che non si è spostato di un millimetro da quanto domandato a grandi linee dai primi colloqui di Istanbul del 2022 (riconoscimento dei territori occupati e Ucraina fuori dalla Nato), Kyiv e i volenterosi europei hanno rifiutato la capitolazione, con gli Usa che, al di là della tattica comunicativa altalenante di Trump, da gennaio hanno chiuso i rubinetti degli aiuti militari e non hanno stretto le maglie sanzionatorie contro Mosca.

Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Un carro di Carnevale tedesco con Trump e Putin che stritolano Zelensky (foto Ansa).

Il risultato è che a livello militare la situazione in Ucraina è in costante peggioramento, lento ma inesorabile, nel contesto del conflitto di logoramento che non vede barlumi per un’inversione di tendenza. Mentre la Russia prosegue la sua avanzata ad alto, ma sempre sostenibile, costo.

Dal 2023 l’Occidente ha diminuito il sostegno a Zelensky

Alla vigilia del quarto inverno di guerra si può dire che la bilancia pende dalla parte russa, anche se fra Bruxelles e le cancellerie europee più vicine a Zelensky si manifesta la speranza di rafforzare la posizione di Kyiv in vista dei negoziati: la realtà è che dal 2023, come confermato anche dall’ex segretario della Nato Jens Stoltenberg, l’Occidente ha diminuito il sostegno all’Ucraina, non concedendo l’appoggio militare necessario e sufficiente per respingere l’aggressione russa.

Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Volodymyr Zelenskyy e Jens Stoltenberg (Getty Images).

I dati dell’Ukraine support Tracker, un database sugli aiuti militari, finanziari e umanitari a Kyiv, hanno certificato come negli ultimi mesi le forniture europee siano scese del 43 per cento, di fronte alla retorica di un sostegno incrollabile. Inchiodando di fatto alle loro responsabilità i leader volenterosi, dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen all’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas, passando per il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron.

Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
Kaja Kallas e Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se infatti Trump ha fatto ciò che aveva detto di voler fare già nella campagna elettorale del 2024, cioè smarcarsi dalla scacchiera ucraina ed europea, a Bruxelles, Berlino e Parigi la narrazione è stata caratterizzata dall’estrema forbice rispetto ai fatti, mentre l’Ucraina è andata sempre di più in difficoltà, nonostante le promesse di aiuto. A pagare il prezzo più alto, oltre alle forze armate di Kyiv, è stata tutta la popolazione ucraina.

I problemi di reclutamento sono tra i vari punti deboli

Non è un caso che dopo l’approvazione a settembre della legge che consente l’espatrio ai giovani ucraini maschi sotto i 22 anni si sia registrata una fuga di massa fra i possibili nuovi coscritti: solo in Germania gli arrivi sono passati dalle poche decine di ragazzi a settimana fino ad agosto, agli oltre 1.000 di settembre ai quasi 2 mila dell’inizio di ottobre. I problemi di reclutamento di Kyiv sono tra i vari punti deboli delle sempre più precarie difese ucraine, unite alla penuria di armamenti e ai problemi strategici evidenziati già nel 2024 con l’operazione di Kursk, che ha scoperto il lato del Donbass consentendo la penetrazione russa sino all’oblast di Dnipropetrovsk.

Trump e Ue, la fragile diplomazia che lascia sola l’Ucraina e rafforza Putin
L’arista Kaya Mar con la la sua opera di satira politica davanti a Downing Street, a Londra (foto Ansa).

La superiorità di risorse per Mosca si sta manifestando nelle ultime settimane anche sul fronte orientale, verso Zaporizhzhia. Pur non essendo prevedibile un crollo di tutte le linee, i problemi ucraini appaiono evidenti: ecco perché Putin rimane irremovibile sulle richieste di capitolazione e, in assenza di essa, ha tutto l’interesse a proseguire il conflitto in questo momento. Nella stessa prospettiva, se il piano in fieri di Kyiv e Bruxelles non soddisferà le richieste del Cremlino, la guerra andrà avanti per un altro inverno. Almeno.

Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

I segnali positivi non mancano. E il 2020 può portare a un riavvicinamento. Ma la pacificazione resta lontana. Dalla questione del gas allo scambio di prigionieri: perché non bisogna essere (troppo) ottimisti.

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio.

IL CONTRATTO SUL GAS NON RISOLVE TUTTI I PROBLEMI

In primo luogo la questione del gas: dal primo gennaio è in vigore il nuovo contratto tra Mosca e Kiev, firmato in zona Cesarini, che evita un’ennesima guerra energetica e le prevedibili conseguenze per mezza Europa. In sostanza però è stata messa solo una pezza temporanea, valida per i prossimi cinque anni, e al di là dei dettagli (ripianamento dei debiti di Gazprom, riduzione del transito e ridefinzione delle tariffe) è evidente che si tratta solamente di una tregua che non appiana certo le contraddizioni di fondo. In attesa di vedere come andrà a finire il caso Nordstream 2, il progetto russo-tedesco per aggirare Europa centrale e Ucraina, che a causa delle sanzioni americane è bloccato. La partenza sarà ritardata, ma da quando potrà funzionare a pieno regime è ancora un’incognita.

IL DONBASS E LE RESISTENZE DEI FALCHI

In secondo luogo la questione del Donbass: a fine anno si è svolto lo scambio di prigionieri, concordato il 9 dicembre nel vertice di Parigi, in cui si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia il presidente ucraino Volodymir Zelensky e quello russo Vladimir Putin. Non è stato semplice, viste soprattutto le resistenze dei falchi ucraini – l’ala radicale nazionalista composta in parlamento dal partito dall’ex presidente Petro Poroshenko e fuori dal variegato spettro della destra radicale e paramilitare – nel rilasciare alcuni membri delle forze speciali Berkut in carcere con l’accusa di aver partecipato al massacro di Maidan nel febbraio del 2014. Se alla fine l’ha spuntata la diplomazia e la volontà di dare uno slancio al processo di pace da troppo tempo in stallo, in realtà c’è poco da sorridere. Già negli accordi di Minsk firmati nel 2015 era in programma lo scambio totale di prigionieri: è arrivato con quasi cinque anni di ritardo e non si sa nemmeno se sia stato davvero completo. Fonti ucraine hanno parlato ancora di decine se non centinaia di persone rinchiuse nelle carceri delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk.

Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia

Nel summit di Parigi è stata inoltre accennata una road map per intensificare nei prossimi mesi il processo di pacificazione, dalla demilitarizzazione della linea di contatto fino alle elezioni locali nel Donbass. Anche in questo caso non si tratta altro che di indicazioni riprese dagli accordi di Mnsk che sino ad oggi nessuno, da Mosca a Kiev passando per i leader separatisti che sottostanno in parte agli ordini di Putin e in parte giocano la loro partita, ha voluto veramente rispettare. Ad aprile è previsto un nuovo incontro in formato normanno (Putin, Zelensky e i due arbitri Angela Merkel ed Emmanuel Macron), ma le speranze che qualcosa cambi davvero sono al minimo. Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia. Se a questo si aggiunge il fatto che il cessate il fuoco è tutt’altro che duraturo e il conflitto continua sottotraccia, con il numero dei morti che ha già oltrepassato le 13 mila unità, non è difficile intuire che l’ottimismo è fuori luogo.

A DETTARE LE REGOLE RIMANE IL CREMLINO

È vero comunque che qualcosa si è mosso, soprattutto sul versante ucraino, dopo l’elezione alla Bankova di Zelensky. Il nuovo presidente, sebbene continui sostanzialmente il corso del suo predecessore Poroshenko, ha aperto un minimo dialogo con Putin che si è mostrato più disposto all’ascolto. Zelensky è stato eletto a furor di popolo con la promessa di mettere la parola fine alla guerra ed è disposto a più compromessi rispetto a Poroshenko. A dettare le regole rimane comunque il Cremlino: la soluzione definitiva per il Donbass rimane lontana e i rapporti tra le due ex repubbliche sovietiche non potranno certo più tornare quelli di prima. Kiev ha scelto di stare sotto l’ombrello occidentale, con gli Stati Uniti a fare da guardaspalla, e Mosca farà sempre fatica ad accettarlo, tentando in ogni modo di condizionare il vicino, con cui i rapporti rimangono, anche solo per ragioni geografiche. L’Ucraina resta spaccata, tra il centro e le regioni dell’Ovest che tendono verso l’Europa e quelle orientali verso la Russia. Se alla guerra non verrà davvero posta la parola fine, il rischio è che il paese si possa ancora lacerare.

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Perché il nuovo summit sull’Ucraina si risolverà in un nulla di fatto

A tre anni di distanza, riprendono le trattative per il Donbass. Questa volta a Parigi si incontreranno Macron, Merkel, Putin e Zelensky. Lo stallo però è destinato a continuare. Un compromesso tra Kiev e Mosca pare impossibile, soprattutto senza un accordo tra Russia e Usa. L'analisi.

L’ultimo incontro nel cosiddetto “formato normanno” risale all’ottobre del 2016. A Berlino si riunirono con Angela Merkel e l’allora presidente francese François Hollande, Petro Poroshenko e Vladimir Putin, i quattro che si erano visti per la prima volta in Normandia nel 2014 alle celebrazioni per il 60esimo anniversario dello sbarco degli Alleati e che avevano poi sottoscritto gli Accordi di Minsk nel 2015 impostando la road map del processo di pacificazione nel Donbass.

Da allora un sostanziale stallo, con la diplomazia internazionale incastrata sulla crisi ucraina, il conflitto nel Sud-Est della repubblica ex sovietica di fatto congelato, il numero delle vittime salito a oltre 13 mila e quello dei profughi, interni e verso la Russia, nell’ordine dei milioni.

Una tragedia sparita dai radar dei media occidentali che solo saltuariamente torna sotto i riflettori, evidenziando ogni volta la situazione critica in un Paese nel cuore dell’Europa dove si combatte una vera proxy war, una guerra per procura, tra Russia e Stati Uniti con l’Unione europea a fare in sostanza da spettatrice.

IL PRIMO FACCIA A FACCIA TRA ZELENSKY-PUTIN

Il summit di lunedì 9 dicembre a Parigi, padrone di casa Emmanuel Macron, è dunque il tentativo di fare un passo in avanti per smuovere i macigni che hanno ostruito la via verso la pace. Operazione quasi impossibile, ma il solo fatto che gli attori principali si vedano direttamente deve essere valutato positivamente, anche se alla fine la montagna partorirà il solito ridicolo topolino. Oltre a Macron, l’altra novità del quartetto è rappresentata da Volodymyr Zelensky. Eletto quest’anno – ha sostituito Poroshenko, trionfatore della rivoluzione di Euromaidan finito però disgrazia dopo il mandato fallimentare alla Bankova – Zelensky sta tentando di trovare la via del compromesso con la Russia. Spalleggiato da Francia e Germania della sempre presente cancelliera Merkel, si incontrerà per la prima volta faccia a faccia con Vladimir Putin che oggi come allora ha ancora in mano i destini del Donbass: i separatisti filorussi possono infatti sopravvivere solo con l’aiuto di Mosca, cui basta il minimo sforzo per tenere in scacco l’Ucraina sul fronte sudorientale.

UN COMPROMESSO TRA MOSCA E KIEV È ANCORA MOLTO DIFFICILE

Zelensky, Putin, Merkel e Macron ripartono quindi dagli accordi di Minsk, vecchi ormai quasi cinque anni (sottoscritti nel febbraio del 2015, sulla base del primo patto bielorusso del 2014), e riproposti adesso nella cosiddetta formula Steinmeier, una versione semplificata sulla quale ci sarebbe un’intesa preliminare. Il condizionale è d’obbligo, visto che se i punti chiave sono più o meno chiari (status speciale alle regioni di Donetsk e Lugansk ed elezioni libere e monitorate), la tempistica è invece ancora nella nebbia.

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky.

In sostanza, ed è qui il duello tra Russia e Ucraina, Kiev vorrebbe ottenere il controllo del confine prima delle elezioni, mentre Mosca il contrario. Dato che vie di mezzo non ce ne sono, è assai improbabile che si arrivi presto a un compromesso accettabile da tutti, soprattutto da Zelensky che a casa propria è incalzato dai falchi nazionalisti (vasta fazione dentro e fuori il parlamento, quest’ultima numericamente minoritaria, ma più pericolosa) che invece di una soluzione diplomatica preferirebbero una suicida resa dei conti militare.

LA RUMOROSA ASSENZA DEGLI USA AL TAVOLO DIPLOMATICO

Nulla di nuovo perciò all’orizzonte, se non la volontà, diplomatica, di riaprire il dialogo dopo il silenzio di tre anni. La partita, inoltre, si gioca su più fronti: il quartetto normanno è uno specchietto per le allodole, dato che esclude in partenza uno dei player maggiori e decisivi, cioè gli Stati Uniti. Così come Barack Obama aveva delegato la mediazione ad Angela Merkel, Donald Trump si guarda bene dall’entrare direttamente in gioco, nonostante da Kiev Poroshenko prima e Zelensky poi abbiano cercato di tirarlo per la giacca per allargare il tavolo delle trattative. È evidente però che senza un accordo tra Russia e Stati Uniti non ci potrà essere alcuna vera e duratura soluzione del conflitto, al di là di qualche accorgimento cosmetico e temporaneo.

IL MACIGNO DELLE SANZIONI

Il lavoro sporco è riservato insomma tra Parigi e Berlino che si devono accollare oltretutto gli svantaggi della strategia delle sanzioni, volute in primo luogo da Washington, ultima però a subirne riflessi e contromisure. Nonostante i malumori fino a ora si è andati avanti su questa linea, anche se ora appaiono i primi tentativi reali di smarcamento guidati da Macron. Angela Merkel, che nonostante le pressioni a stelle e strisce mai ha mollato il progetto Nordstream, il gasdotto russo-tedesco sotto il Baltico che aggira l’Ucraina, ha sempre giocato su due fronti.

Attivisti dell’estrema destra ucraina manifestano davanti all’ufficio del presidente prima del summit del 9 dicembre.

L’UCRAINA È LACERATA SENZA SOVRANITÀ DAL 1991

L’Ucraina è insomma il teatro di braccio di ferro tra Cremlino e Casa Bianca che va oltre il nome dei rispettivi inquilini e dove l’Europa di Germania e Francia ha dimostrato la propria debolezza. A Kiev – dove dopo il cambio di regime del 2014 che ha lasciato immutato l’establishment politico-economico, l’onda verde di Zelensky sembra più incline adesso al compromesso con il sistema oligarchico che non alla sua distruzione – l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Europa è necessario per non sprofondare nel baratro, ma non certo sufficiente per avere quella piena sovranità che gli ucraini attendono dal 1991, cioè dall’indipendenza dall’Urss. Il Paese è lacerato, la Crimea annessa dalla Russia e il Donbass de facto un protettorato di Mosca: impossibile ricomporre i cocci se Mosca e Washington non si metteranno d’accordo in qualche modo, anche sopra la testa di Kiev.

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