La Lega perde il suo fondatore: addio a Umberto Bossi

La Lega perde il suo fondatore. Umberto Bossi si è spento giovedì sera all’ospedale di Varese. Il Senatùr aveva 84 anni.

La Lega perde il suo fondatore: addio a Umberto Bossi
Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Nato a Cassago Magnago nel Varesotto il 19 settembre 1941, dopo il liceo scientifico Bossi si iscrive a Medicina a Pavia senza però conseguire la laurea. Per un periodo si dedica anche alla musica e con il nome d’arte di Donato partecipò nel 1961 insieme col suo complesso al Festival di Castrocaro. La folgorazione per la politica arriva più tardi, a fine anni 70, quando viene colpito per caso da un volantino dell’Union Valdotaine dell’autonomista Bruno Salvadori. Sempre negli stessi anni conosce Roberto Maroni con cui fonda il giornale Lombardia Autonomista.

La storia comincia nello studio di un notaio di Varese

Nella storia del movimento leghista è da cerchiare in rosso la data del 12 aprile 1984 quando nello studio di un notaio di Varese, Bossi fondò la Lega autonomista lombarda insieme con la seconda moglie Manuela Marrone, Pierangelo Brivio, Giuseppe Leoni, Marino Moroni ed Emilio Sogliaghi. La vera e propria discesa in campo risale all’anno successivo. Alle Amministrative del 1985 la Lega elegge i primi consiglieri comunali a Varese, Gallarate e in Provincia di Varese. Per il primo sbarco in Parlamento bisogna aspettare le Politiche del 1987: Bossi si candida alla Camera e al Senato, scegliendo Palazzo Madama e lasciando il seggio conquistato a Montecitorio a Giuseppe Leoni. Da allora Bossi divenne il Senatur.

La federazione dei movimenti autonomisti e la nascita della Lega Nord

Qualche anno dopo, nel 1991, Bossi ebbe l’idea di federare i movimenti autonomisti del Nord a partire dalla Liga Veneta in un’unica realtà: nacque così, al congresso di Pieve Emanuele, la Lega Nord, di cui fu il primo segretario federale. Il progetto prende piede e alle Politiche del 1992 Bossi viene rieletto alla Camera con 239.798 preferenze. Sono gli anni di Tangentopoli che il leader leghista cavalca, sostenendo il pool di Mani pulite. Finché il partito e il suo leader non finiscono, nel 1993, nelle indagini per un finanziamento illecito di 200 milioni di lire, ricevuti dagli allora dirigenti del colosso chimico Montedison.

La Lega perde il suo fondatore: addio a Umberto Bossi
Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Il primo accordo con Berlusconi e la rottura

Il 1994 è l’anno che cambia tutto. Silvio Berlusconi scende in campo e Bossi stringe con il Cav un primo accordo che però ha vita breve. Il 24 agosto dello stesso anno appare in tv in canottiera da Porto Cervo rompendo l’immaginario politico italiano. Dopo pochi mesi i ministri leghisti si dimettono al grido di «Berluskaiser» e favoriscono la nascita del governo tecnico di Lamberto Dini.

La rottura con Berlusconi imposta da Bossi dopo il famoso patto delle sardine (piatto offerto da Bossi a Massimo D’Alema, allora segretario del Pds e a Rocco Buttiglione del ppi) crea la prima spaccatura con Maroni, allora ministro dell’Interno, contrario al ribaltone.

La Lega perde il suo fondatore: addio a Umberto Bossi
Umberto Bossi e Silvio Berlusconi.

La fase secessionista

Nel 1996 comincia una nuova fase della Lega. La parola d’ordine diventa secessione. È l’anno della manifestazione sul sacro Po, dalle sorgenti sul Monviso, in Piemonte, fino a Venezia sulla Riva degli Schiavoni dopo aver ammainato il tricolore fa issare quella con il Sole delle Alpi proclamando provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania: «Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana…».

Il ritorno nella Casa delle Libertà, l’ictus e lo scandalo Belsito

Il gelo politico con Berlusconi dura qualche anno. Alle Regionali del 2000 la Lega entra nella Casa delle Libertà, coalizione che vince anche le Politiche del 2001. Il Senatur è nominato ministro delle Riforme e della devoluzione. Nel 2004 però a causa di un ictus la carriera politica di Bossi subisce una battuta d’arresto. Dopo una lunga riabilitazione, il vecchio leader ritorna in attività nel ruolo di ministro. Ma i guai della Lega e del suo leader non sono finiti. Esplode infatti lo scandalo sulla gestione dei fondi del partito da parte del tesoriere Francesco Belsito e Bossi di dimette da segretario per tutelare il partito e i propri cari dalle inchieste sulle spese pazze della “family”. La guida del partito è assunta dal triumvirato composto da Maroni, Roberto Calderoli e Manuela dal Lago.

La Lega perde il suo fondatore: addio a Umberto Bossi
Umberto Bossi e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

La notte delle ramazze, l’interregno di Maroni e l’ascesa di Salvini

Ed è proprio Maroni a essere eletto segretario nel 2012. Un passaggio di consegne inevitabile sancito plasticamente dalla notte delle ramazze di Bergamo. Il capo però non molla e vuole riprendersi la sua Lega: «Chi non è d’accordo se ne può andare, il mondo è grande». Maroni lancia così le primarie.

La Lega perde il suo fondatore: addio a Umberto Bossi
Roberto maroni e Umberto Bossi nel 2015 (Imagoeconomica).

La sfida a Bossi questa volta arriva però dal 40enne segretario lombardo ed europarlamentare Matteo Salvini. Il Seantur viene schiacciato: Salvini diventa segretario con l’82 per cento de 10 mila voti dei militanti. È la fine di un’era. Salvini dà il via alla svolta nazionale del partito e poco dopo ‘lascia’ il Carroccio per dare vita alla Lega per Salvini premier.

La Lega perde il suo fondatore: addio a Umberto Bossi
Matteo Salvini e Umberto Bossi a Pontida (Imagoeconomica).

Il cordoglio della politica

Appena appresa la notizia Salvini ha cancellato tutti gli appuntamenti previsti per venerdì e tornerà a Milano con il primo volo. Lo comunica la Lega in una nota. Il segretario ha poi postato un suo ricordo del Senatur: «Coraggio, genio, passione, fatica, amore, rivoluzione, radici, libertà. Avevo 17 anni quando ti ho incontrato e mi hai cambiato la vita. Oggi ne ho 53 e ti saluto, nel giorno della Festa del Papà, con una lacrima ma con la stessa gratitudine, lo stesso orgoglio e la determinazione a non mollare mai, come ci hai insegnato. Il tuo immenso popolo ti rende omaggio e continuerà a camminare sulla strada che hai tracciato: quella della Libertà. Ciao, Capo».

L’ex doge Luca Zaia ricorda Bossi sui social con una foto e un semplice «Ciao Umberto».

«Non è il Nord che deve dire grazie a Umberto Bossi ma tutto il Paese», ha commentato Zaia. «Senza il suo contributo di visione, realismo e capacità politica la storia repubblicana sarebbe stata molto differente, priva di un grande interprete della necessità di dare risposte alle istanze dei cittadini delle regioni settentrionali e con esse soluzioni a tutta la società italiana». «Nella sua grande abilità è certamente ricorso anche a gesti eclatanti, come ha quando ha proclamato la secessione del Nord», ha aggiunto il presidente del Consiglio regionale del Veneto, «ma lo ha fatto sempre con l’intento di fissare un punto all’interno del quale l’obiettivo rimaneva sempre e soltanto il federalismo. Politicamente è stato un padre straordinario per tutti noi, gli siamo profondamente grati».

Mattarella: «L’Italia perde un leader appassionato»

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una nota ha espresso «il suo sincero cordoglio per la scomparsa di Umberto Bossi. Fondatore e animatore della Lega Nord è stata protagonista di una lunga stagione politica. L’Italia perde un leader politico appassionato e un sincero democratico».

Meloni: «Ha dato fondamentale apporto al primo centrodestra»

«Umberto Bossi, con la sua passione politica, ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra», ha scritto Giorgia Meloni sui post. «In questo momento di grande dolore, sono vicina alla famiglia e alla sua comunità politica».

Biennale, Brugnaro: «Se il governo russo fa propaganda chiudiamo il padiglione»

Il padiglione russo alla Biennale di Venezia è ancora al centro del dibattito. Dopo lo scontro Giuli-Buttafuoco e dopo che l’istituzione ha inviato al governo tutti i documenti richiesti dal Mic per verificare se fossero state violate le sanzioni contro la Federazione russa, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro è tornato sull’argomento durante l’inaugurazione del Padiglione centrale. «Se il governo russo facesse propaganda saremmo noi i primi a chiudere il padiglione», ha detto il primo cittadino. «Saluto il ministro Giuli con cui abbiamo avuto visioni diverse. Io sono filo-ucraino, abbiamo gemellato Venezia con Odessa e la Russia è l’aggressore, ma noi non siamo in guerra col popolo russo e l’arte è aperta. Siamo sempre stati una città aperta e democratica. Noi ai popoli dobbiamo rispetto, e dobbiamo continuare sulla linea della diplomazia e dell’apertura, perché la pace si crea così», ha aggiunto.

L’Iran ha colpito una raffineria di Haifa con una bomba a grappolo

La guerra energerica è arrivata anche in Israele. L’Iran ha infatti lanciato un attacco contro la raffineria di petrolio del gruppo Bazan nella baia di Haifa, nel nord dello Stato ebraico. A seguito del raid, che sarebbe stato condotto con una bomba a grappolo, si sono registrate interruzioni di corrente in diverse zone di Haifa e della vicina Kiryat Haim. Non sono state segnalate vittime a seguito dell’attacco che, come ha spiegato la televisione di stato iraniana, è stata una rappresaglia per i missili di Israele contro il giacimento di gas di South Pars. Teheran aveva già colpito l’area industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande hub di gas naturale liquefatto al mondo, provocando un incendio. A seguito del raid, Donald Trump aveva affermato che Washington «non sapeva nulla» dei piani di Tel Aviv per colpire il sito iraniano, al pari di Doha.

Il ministro israeliano dell’Energia ha escluso danni significativi

«I danni alla rete elettrica nel nord sono localizzati e non significativi», ha dichiarato il ministro dell’Energia Eli Cohen: «La corrente verrà ripristinata entro breve tempo. Inoltre, il bombardamento non ha causato danni significativi alle infrastrutture dello Stato di Israele». Il ministero della Protezione Ambientale ha reso noto che, per timore della fuoriuscita di sostanze pericolose, presto giungerà sul posto il ministro Rami Rozen.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?

Ogni due anni e mezzo il Parlamento europeo effettua una verifica di metà mandato. Toccherà anche stavolta e a Bruxelles, nel centrosinistra, c’è chi agita già – con largo anticipo visto che le elezioni ci sono state nel 2024 – la possibilità di un cambio alla guida, per sostituire Roberta Metsola e i suoi vicepresidenti. Tra i quali c’è anche l’italiana Pina Picierno, una delle esponenti di punta dei riformisti italiani.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Pina Picierno con Roberta Metsola (Imagoeconomica).

I piani di Schlein: largo a Zingaretti e Tinagli

Secondo il Corriere della Sera, Elly Schlein sostituirebbe volentieri la vicepresidente del Parlamento europeo con Nicola Zingaretti, attualmente capo della delegazione del Pd. A quel punto Irene Tinagli, ex riformista dalle molte facce, oggi gradita al Nazareno, diventerebbe leader della delegazione.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Irene Tinagli (Imagoeconomica).

«Come sempre quando vengono fatti gli accordi non chiari poi vengono fuori i problemi», conferma a Lettera43 una fonte brussellese. Il riferimento è agli accordi fatti nel 2024, dopo le elezioni europee che hanno portato alla conferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione e alla conferma di Metsola alla guida del Parlamento. Anche Picierno allora era stata confermata, superando due contendenti: lo stesso Zingaretti ma anche Stefano Bonaccini, che ha già peraltro molti ruoli, tra cui quello di presidente del Pd (capo dell’opposizione interna al Pd non lo è più visto che ha deciso di passare nella maggioranza qualche mese fa grazie all’accordo con Schlein).

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Elly Schlein con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica).

La pasionaria dai modi «urticanti» non comunica con la segretaria

Picierno è da tempo nel mirino del Nazareno per via non soltanto delle sue posizioni politiche, in linea con quelle di altri riformisti (da Giorgio Gori a Lorenzo Guerini), ma anche per le modalità «urticanti», come le definiscono i suoi stessi compagni riformisti, con cui affronta il dibattito pubblico. E se sono considerate urticanti per i colleghi di corrente, figuriamoci che cosa ne pensa Schlein, che vede Picierno come fumo negli occhi. Fra le due non c’è comunicazione, c’è chi dice che non si parlino proprio, senz’altro faticano a intendersi politicamente.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Lorenzo Guerini con Pina Picierno (Imagoeconomica).

L’ipotesi di un addio al Pd: ma per andare dove?

C’è chi sostiene che Picierno potrebbe anche allontanarsi dal Pd, ma la domanda è – come sempre in questi casi – per andare dove. Interpellata sull’argomento, la vicepresidente del Parlamento europeo non ha rilasciato dichiarazioni. Carlo Calenda non è considerato affidabile, troppo umorale, con Matteo Renzi non è chiaro come siano i rapporti. Ma tutto è possibile, certo. I riformisti – che pure solidarizzano nelle loro agitatissime chat su Whatsapp e ricordano peraltro le modalità con cui si dimise Zingaretti da segretario del Pd, cioè insultando il partito che aveva diretto prima di lasciare – le rammentano che un conto è essere la coscienza critica di un partito, costituendo magari un’area politico-culturale piccola ma rumorosa, un altro conto è rischiare operazioni velleitarie. Un rischio che nessuno vuole correre, nemmeno il più acceso dei contestatori di Schlein.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Gori e la strategia della battaglia dall’interno

Ed è il motivo per cui Gori ha scelto di intestarsi una battaglia dentro il Pd senza però uscire; riprendendo puntualmente alcuni temi che Schlein, per ideologia o distrazione, non affronta. Anche dalle parti di Gori vi è la convinzione che le battaglie si facciano dall’interno, perché fuori da un partito strutturato tutto rischia di diventare poco influente.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Giorgio Gori con Pina Picierno (Imagoeconomica).

L’appuntamento dunque viene rimandato a dopo il referendum costituzionale. L’eventuale vittoria del Sì sarebbe un inciampo per Schlein, che ha investito molto sulla sconfitta della presidente del Consiglio. Ma il duello finale e definitivo arriverebbe solo alle elezioni politiche dell’anno prossimo. In quel caso sarebbe complicato per la segretaria del Pd non farsi da parte in caso di sconfitta con Giorgia Meloni. Ed è a quel varco che la attendono i riformisti del Pd.

Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa

«Tocca all’Europa saper dire di no» alla guerra, all’instabilità, al moltiplicarsi delle crisi. Mentre i leader sono riuniti a Bruxelles per un vertice che ha all’ordine del giorno il conflitto in Iran e le ripercussioni sul prezzo dell’energia, Sergio Mattarella parla in Spagna, patria di quel Pedro Sanchez che per primo si è opposto senza mezzi termini ai bombardamenti israelo-americani su Teheran, e spiega che il no a questo attacco unilaterale segna un passaggio fondamentale per la sopravvivenza della Ue.

Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Sergio Mattarella con il re di Spagna all’Università di Salamanca (Imagoeconomica).

L’invito a non cedere alle sirene del sovranismo

Una sveglia del capo dello Stato, l’ennesima, ai capi di Stato e di governo europei troppo spesso lenti nel capire l’urgenza delle crisi. La linea è condivisa con Giorgia Meloni, che ha già chiarito che non intende far partecipare l’Italia a questa guerra. Ma le parole del Presidente della Repubblica sono ancora più nette e allargano il ragionamento a tutto l’impianto di politica internazionale italiana e comunitaria. Uno sprone a non farsi illudere dalle sirene del sovranismo che, portato alle estreme conseguenze, sta causando solo più crisi, più guerre, più problemi per l’economia. Mattarella tiene una lectio magistralis per la laurea honoris causa che gli viene consegnata dall’Università di Salamanca. Ad ascoltarlo re Felipe VI. Il discorso parte da lontano, da Machiavelli, da Cervantes, passa per Beccaria, Primo Levi, e arriva a ricordare come il Continente abbia già pagato troppo in termini di guerre fratricide. Le fondamenta della Ue, si dice certo, «non cederanno agli attacchi di quanti vorrebbero smantellare la costruzione europea», siano essi nemici esterni o interni.

Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa

Il coraggio di non subire la legge di chi «appare più forte»

Mattarella difende anche l’Onu e i suoi tre valori fondamentali: divieto dell’uso della forza, eguaglianza tra gli Stati, diritti umani. Principi che non possono essere calpestati da un «nazionalismo esasperato» o da «un sovranismo privo di responsabilità». Perché a farne le spese sono necessariamente «i Paesi e i popoli più poveri e meno fortunati». Del resto per decenni i valori di democrazia, libertà, diritti sono stati condivisi con gli Usa, non siamo noi ad aver cambiato idea, non ancora. Per il Presidente poi non è vero che restare fedeli a questi principi marginalizza il nostro continente, anzi non subire la legge di chi «appare più forte» richiede «coraggio». Al contrario, «se perdessimo di vista i nostri obiettivi saremmo sconfitti». Citando Seneca, «per chi ignora in quale porto approdare non vi sono venti favorevoli»: i padri fondatori della Ue conoscevano il porto verso cui navigare, la speranza di Mattarella è che anche i leader riuniti oggi a Bruxelles non si facciano distrarre dalle tempeste e tengano la barra dritta.

Schlein incalza Meloni sul caso-Delmastro: «Prenda posizione prima del referendum»

Opposizioni all’attacco di Andrea Delmastro e Giorgia Meloni, dopo che sono venuti alla luce rapporti d’affari del sottosegretario alla Giustizia con un’esponente della famiglia di Mauro Carroccia, legato alla famiglia camorristica di Michele Senese. «Apprendiamo dalla stampa che Meloni sarebbe a conoscenza dei fatti addirittura da un mese. Gli italiani hanno il diritto ad avere una sua presa di posizione chiara, ma non dopo il referendum, la pretendiamo subito», ha detto Elly Schlein. «Delmastro, già condannato per aver rivelato informazioni coperte da segreto a Donzelli che le ha usate per attaccare le opposizioni in aula, non poteva non sapere chi fosse la 18enne scelta come amministratrice unica della società che stava fondando, società che a quanto pare non aveva nemmeno dichiarato come da obblighi di trasparenza», ha aggiunto la segretaria del Pd: «Meloni la smetta di difendere i suoi e cominci a difendere la dignità delle istituzioni e gli interessi italiani».

Schlein incalza Meloni sul caso-Delmastro: «Prenda posizione prima del referendum»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Perché è scoppiato un altro caso-Delmastro

Delmastro, al pari di altri tre politici di Fratelli d’Italia (tra cui la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino), fino a poco tempo fa era socio di un ristorante romano assieme a Miriam Caroccia, figlia 18enne del “ras” della ristorazione Mauro, che era finito a processo per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa, per aver ripulito i soldi dei Senese con i suoi locali. Delmastro, come gli altri, ha ceduto le sue quote della società Le 5 Forchette (con sede a Biella) dopo che la condanna a 4 anni nei confronti di Mauro Caroccia è diventata definitiva il 18 febbraio.

Schlein incalza Meloni sul caso-Delmastro: «Prenda posizione prima del referendum»
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Delmastro da Catanzaro respinge ancora le accuse

Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, ha parlato di «una situazione di gravità inaudita», evidenziando anche il fatto che Delmastro non ha comunicato alla Camera, come prevede la legge per ogni deputato, di possedere azioni di una società. I rappresentanti del Movimento 5 stelle nelle commissioni Antimafia hanno chiesto le dimissioni di Delmastro. Il diretto interessato, che già aveva respinto le accuse sottolineando di essere entrato in società «con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si è scoperto essere la figlia di», a margine di un incontro a Catanzaro sul referendum del 22 e 23 marzo, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla vicenda ha affermato che «la mafia è una montagna di merda».

Stretto di Hormuz, piano a sei per la riapertura: c’è anche l’Italia

Condannando con forza gli attacchi attribuiti a Teheran nel braccio di mare, Downing Street ha annunciato un piano a sei per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, chiuso in parte dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele. Oltre al Regno Unito, i Paesi che si sono dichiarati pronti a contribuire al piano sono l’Italia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi e il Giappone.

Stretto di Hormuz, piano a sei per la riapertura: c’è anche l’Italia
Keir Starmer e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La nota congiunta

«Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», si legge in una nota congiunta. «La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale». E poi: «Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che si stanno adoperando nella pianificazione».

Araghchi: «Chi aiuta gli Usa sarà complice»

Durante una telefonata con l’omologo giapponese Toshimitsu Motegi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – riporta la Cnn – ha affermato che l’attuale situazione nello Stretto è stata causata da Stati Uniti e Israele e che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe «complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori».

Corrispondente di Russia Today sfiorato da un missile dell’IDF in Libano: il video

Il corrispondente di Russia Today Steven Sweeney e il suo cameraman Ali Reda Sbeiti sono rimasti feriti in un attacco israeliano nel sud del Libano, vicino alla città costiera di Tiro, durante un collegamento in diretta in cui il giornalista stava parlando dei raid dell’IDF contro i siti di Hezbollah.

Impressionante il video di quanto accaduto, in cui si vede un missile cadere a pochi metri dalla postazione di Sweeney, con una forte esplosione: il giornalista era senza elmetto, ma indossa va il giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”. Per fortuna l’incidente è stato archiviato senza gravi conseguenze per Sweeney e il cameraman, feriti solo in modo lieve.

La Bce lascia invariati i tassi al 2 per cento

Come previsto dagli analisti, la Bce ha mantenuto invariati i tassi, lasciando quello sui depositi al 2 per cento, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,40 per cento. Il comunicato introduttivo disegna però prospettive profondamente diverse per l’economia, rispetto alla riunione di gennaio, a causa del conflitto tra Israele-Usa e Iran: «La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia».

«Consiglio direttivo in una posizione favorevole per affrontare l’incertezza»

La situazione non richiede però interventi immediati: «Il Consiglio direttivo si trova in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza. L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2 per cento, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestri. Le informazioni che il Consiglio direttivo acquisirà nel prossimo periodo consentiranno di valutare l’impatto del conflitto sulle prospettive di inflazione e sui rischi a esse associati. Il Consiglio direttivo segue attentamente la situazione e definirà in modo appropriato la politica monetaria grazie al suo approccio fondato sui dati».

HSBC valuta il taglio di 20 mila dipendenti da sostituire con l’IA

HSBC, uno dei più grandi gruppi bancari e finanziari al mondo, sta valutando drastici tagli del personale da effettuare nei prossimi anni. I cambiamenti potrebbero interessare fino a 20 mila dipendenti, ovvero il 10 per cento della forza lavoro. Lo riporta Bloomberg, spiegando che l’amministratore delegato Georges Elhedery intende puntare sull’intelligenza artificiale per ridurre i ruoli nei settori middle e back office, che non prevedono il contatto diretto con la clientela.