Le reazioni alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran

Ora è ufficiale: è Mojtaba Hosseini Khamenei, secondogenito di Ali Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran. La nomina di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti, maturata in un clima di estrema segretezza, segna una successione dinastica che punta a garantire la stabilità della teocrazia sotto assedio. E a far sì che nulla cambi nel Paese, visto il suo forte legame con i Pasdaran.

La nomina di Mojtaba Khamenei è una vittoria per i pasdaran

Di fatto, la nomina di Mojtaba Khamenei segna la vittoria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sul clero iraniano, che avrebbe preferito come massima autorità del mondo sciita un ayatollah, anziché un chierico giurista di medio rango. I pasdaran, in una nota diffusa immediatamente dopo la proclamazione, hanno assicurato «totale obbedienza e sacrificio» per adempiere ai suoi comandamenti. Ma in generale tutte le principali istituzioni politiche e militari del Paese hanno espresso pieno sostegno alla nomina. Il presidente Masoud Pezeshkian ha definito la scelta «l’incarnazione della volontà» della comunità musulmana di «rafforzare l’unità nazionale». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, si è congratulato pubblicamente con Khamenei tramite un messaggio su X. Pieno appoggi anche dalla il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, dalle forze armate, dalla milizia Basij, dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale e dalla polizia.

Le reazioni alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran
Mojtaba Khamenei (Ansa).

I proxy di Teheran hanno accolto con favore la scelta dell’Assemblea degli Esperi

La nomina di Khamenei è stata accolta con favore dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran: «In questa fase critica e delicata della storia della nazione rappresenta un’altra vittoria per la Rivoluzione Islamica e un duro colpo per i suoi nemici della Repubblica Islamica», hanno scritto sul loro canale Telegram. Apprezzamento anche da parte di Hamas, che ha ricordato come Khameni avesse partecipato al funerale di Yahya Sinwar, leader del gruppo islamista palestinese. In Iraq a salutare positivamente la nomina è stata la milizia sciita Kataib Hezbollah.

Trump: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo»

Donald Trump, che lo aveva già bollato come «peso piuma», ha commentato: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo. Lo uccideremo». Israele ha già assicurato che «continuerà a perseguire» la leadership iraniana: la mattina del 9 marzo si è aperta con nuovi massici attacchi dell’Idf contro le «infrastrutture del regime» di Teheran.

Oggi lo sciopero generale di 24 ore, tutti i settori a rischio. In migliaia in corteo a Roma (video)

AGI - Oggi sciopero generale nazionale di 24 ore proclamato da diverse sigle del sindacalismo di base e destinato a coinvolgere lavoratori del settore pubblico e privato, con possibili disagi soprattutto in scuolauniversitàsanità e servizi amministrativi. L’astensione riguarda numerosi comparti ma non coinvolge i trasporti, come ha chiarito la Commissione di garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali.

I sindacati che hanno proclamato lo sciopero 

La mobilitazione è stata proclamata da Slai Cobas per il sindacato di classe, Unione Sindacale Italiana (Usi 1912)Unione Sindacale di Base (Usb) e Clap, per rivendicare interventi su salaricondizioni di lavoro, contrasto alla precarietà e politiche sociali.

Alla protesta si somma anche l’astensione annunciata dalla Flc Cgil nei settori della conoscenza in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne.

I settori coinvolti dallo sciopero 

Secondo le proclamazioni depositate presso le autorità competenti, lo sciopero riguarda lavoratori del pubblico e del privato, compreso il personale con contratti precari o atipici. Possibili ripercussioni potrebbero quindi interessare scuolauniversitàricercaAfamformazione professionalesanità e uffici della pubblica amministrazione.

I vigili del fuoco 

Per il Corpo nazionale dei vigili del fuoco l’astensione non coprirà l’intera giornata ma è prevista dalle 9 alle 13, secondo le modalità indicate dalla Commissione di garanzia per i servizi di emergenza.

Il trasporto pubblico escluso dallo sciopero

Restano invece esclusi i trasporti. Le proclamazioni depositate prevedono infatti l’esclusione dell’intero comparto, che comprende trasporto ferroviarioaereomarittimo e trasporto pubblico locale.

Non sono quindi previsti stop generalizzati per treniautobusmetropolitanetraghetti o voli, che dovrebbero svolgersi regolarmente.

La Commissione di garanzia ha diffuso una precisazione alla vigilia della mobilitazione proprio per chiarire che lo sciopero generale del 9 marzo non riguarda il settore dei trasporti, evitando possibili equivoci tra gli utenti.

In migliaia in corteo a Roma per lo sciopero 

Migliaia di manifestanti, in prevalenza giovani, stanno partecipando al sit-in transfemminista organizzato a Piazzale Ostiense per la giornata di sciopero del 9 marzo. "Oggi non è un buongiorno", hanno scandito gli organizzatori al megafono, in riferimento al ddl sul consenso modificato firmato dalla senatrice Giulia Bongiorno e contestato dalle opposizioni. Numerosi i cori contro la senatrice della Lega.

Dopo gli interventi di associazioni e varie testimonianze è partito il corteo via Marmorata diretto verso il Ministero dell'Istruzione e del Merito a Viale Trastevere.

Il video della manifestazione a Roma 

 

Striscioni e cori sul Lungotevere

manifestanti hanno raggiunto Ponte Sublicio sul lungotevere dove è stato calato da uno dei lati del ponte uno striscione con la scritta "Anti War - Feminist resistance", accolto da applausi e cori.

È stata sventolata anche una bandiera della Palestina. La marcia sta proseguendo in modo ordinato tra bandiere e cartelli, mentre lungo il percorso continuano gli slogan contro il ddl sul consenso. Nel corso del corteo è risuonata anche la canzone "Che fastidio" di Ditonellapiaga, rilanciata dagli altoparlanti e cantata da parte dei manifestanti.

Vernice rossa sulle scalinate del ministero dell'Istruzione 

Davanti al Ministero dell’Istruzione e del Merito in Viale Trastevere i manifestanti hanno posizionato striscioni sulle scale d’ingresso, tra cui quello con la scritta "Il Consenso è sexy - fermiamo il ddl Bongiorno".

Accesi diversi fumogeni durante il presidio. Alcuni partecipanti hanno inoltre lasciato impronte di vernice rossa con le mani sull'asfalto e le scale di marmo, un gesto simbolico per richiamare l’immagine di "mani sporche di sangue". Il presidio è poi stato sciolto in modo pacifico.

Il marzo nero per i trasporti, dai treni agli aerei 

 Lo sciopero di oggi inaugura una serie di proteste che cadono nel mese di marzo soprattutto nel settore dei trasporti.

Treni, sciopero di Italo  

Mercoledì 11 marzo, dalle 9 alle 17, è in programma lo sciopero nazionale del personale di Italo, proclamato da Uilt-Uil.  

Scioperi nel trasporto pubblico locale 

Altra giornata di agitazioni ma nel trasporto pubblico locale sarà il 16 marzo in particolare in Sicilia e Abruzzo

Sciopero nel trasporto aereo 
 

Due giorni dopo, il 18 marzo, è previsto lo sciopero dei dipendenti di ITA Airways  e EasyJet per quattro ore: dalle 13 alle 17.  

Nella stessa giornata è previsto anche uno stop di 24 ore per i lavoratori delle società di handling Airport Handling e Dnata negli scali di Milano Linate e Malpensa, con l'adesione anche del personale Alha a Malpensa.

Scioperi del 27 e 29 marzo 

Il mese di marzo si chiude con una nuova ondata di scioperi nel trasporto pubblico locale. Il 27 marzo braccia incrociate per il personale del gruppo Atm di Milano per 24 ore; il personale Eav di Napoli per quattro ore, dalle 19 alle 23; il personale della società Sun di Novara per quattro ore, dalle 17.30 alle 21.30.

Il 28 marzo è stato annunciato lo sciopero per i dipendenti della società Amtab di Bari per quattro ore, a partire dalle 20; i dipendenti della società Mtm di Molfetta per quattro ore, dalle 8.30 alle 12.30.

 

 

 

 

Elezioni Milano, Forza Italia insiste per il candidato civico ma trova il no degli alleati

Forza Italia continua a sostenere che per le elezioni comunali di Milano del 2027 il centrodestra dovrebbe puntare su un candidato civico, ma gli alleati non sono d’accordo. Gli azzurri hanno riunito alla fondazione Rovati oltre 30 relatori, tutti esponenti della società civile, tra i quali «c’è il candidato sindaco di Forza Italia» come ha detto l’europarlamentare Letizia Moratti, che ha organizzato il convegno insieme alla senatrice Stefania Craxi ed è stata l’ultima esponente del centrodestra a guidare la città.

Noi Moderati punta su Maurizio Lupi

Sul tavolo resta sempre il nome politico del presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi, caldeggiato in primis dal suo partito, che nelle settimane precedenti aveva invitato Forza Italia a non inseguire candidati fuori dalla politica: «Fa ridere questa continua ricerca di candidati civici, che poi puntualmente dicono di no, come se fossimo a X Factor». Gli azzurri non sembrano però appoggiare le sue ambizioni, con il coordinatore di Fi in Lombardia Alessandro Sorte che ha definito la sua eventuale candidatura come “non competitiva”, sostenendo che il centrodestra debba allargare la coalizione, per esempio ad Azione e agli elettori dell’ex Terzo polo.

Elezioni Milano, Forza Italia insiste per il candidato civico ma trova il no degli alleati
Maurizio Lupi (Ansa).

La Lega: «Forza Italia vuole candidarsi da sola?»

A frenare Forza Italia è anche la Lega. «Mi viene da pensare che con questo annuncio vogliano candidarsi da soli, soprattutto dopo il salvataggio a Beppe Sala sul tema stadio, ma auspico sia solo un maldestro tentativo di gettare la palla avanti», ha detto il segretario provinciale su Milano Samuele Piscina, ribadendo che il candidato non sarà di un singolo partito ma della coalizione.

Fratelli d’Italia: «Bisogna avere coraggio»

Nemmeno Fratelli d’Italia sembra appoggiare la mossa degli azzurri. Il capogruppo meloniano a Palazzo Marino Riccardo Truppo ha evidenziato che «il candidato sindaco può certamente essere un civico ma non l’ha prescritto il medico, non è condizione necessaria e sufficiente». E ancora: «Giorgia Meloni si è candidata a governare l’Italia tra mille teorici del civismo e fautori dei tecnocratici. Governiamo l’Italia con il coraggio delle nostre idee e a Milano può succedere la stessa cosa. Basta avere coraggio».

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum

Parola d’ordine: disimpegno. Dalla guerra e dal referendum sulla giustizia. Matteo Salvini ha incontrato i segretari regionali e massimi dirigenti in due riunioni a porte chiuse tra giovedì sera e venerdì mattina. E la raccomandazione a tutti è stata: «Quando andate in tivù o fate interviste ai giornali evitate ogni commento sulla guerra in Iran e nei Paesi del Golfo. La politica estera la fanno Tajani e Meloni? Che commentino loro», è stato il ragionamento del segretario leghista. «La Lega deve apparire come il partito responsabile che cerca di mitigare le conseguenze di un conflitto complesso in cui l’Italia ha un ruolo più che marginale. E si deve occupare solo della task force sui prezzi e di evitare ogni speculazione sul costo dell’energia».

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Giorgia Meloni con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Giorgetti alle prese con il decreto Bollette

La raccomandazione è stata netta in entrambe le riunioni. Tanto che a qualcuno è tornata in mente la figuraccia del viaggio in Polonia dopo l’attacco russo all’Ucraina, quando il sindaco di Przemysl presentò a Salvini il ‘conto’ della maglietta sfoggiata nel 2014 con il volto di Vladimir Putin. «Le guerre non gli portano bene, non vorrà fare figuracce», è stato il commento sarcastico di qualche dirigente. Sul tema del costo dell’energia, è intervenuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per illustrare il quadro della situazione e spiegare come gli effetti del decreto Bollette all’esame del Parlamento siano già esauriti a causa della nuova situazione. Il decreto dovrà essere modificato nella parte che riguarda il biogas e le aste per l’energia idroelettrica.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

I dubbi di Salvini sull’esito referendario

Sulla guerra, infine, le divisioni (sotterranee) all’interno della Lega sarebbero nette, tra chi è contrario all’autorizzazione all’uso delle basi in Italia per i bombardamenti e chi si adeguerà alle decisioni di Giorgia Meloni (la quale comunque ha anticipato che ogni mossa sarà decisa in Parlamento). Per quanto riguarda il referendum sulla riforma della giustizia, formalmente la Lega respinge ogni accusa di disimpegno, arrivata nei giorni scorsi da Forza Italia. «In giro si vedono solo i nostri gazebo», avrebbe rivendicato Salvini. Ma nella riunione a porte chiuse coi big del partito sono stati espressi molti dubbi sull’esito della consultazione. I nostri non sanno neanche di cosa si parla, si sarebbe lamentato Giorgetti. Mentre Salvini ha snocciolato tutta una serie di sondaggi e mostrato in sostanza il timore di intestarsi una battaglia che potrebbe non risultare vincente.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì (Imagoeconomica).

La manifestazione dei Patrioti a Milano non scalda gli animi leghisti

Tutto in attesa della manifestazione organizzata dal gruppo dei Patrioti europei per il 18 aprile a Milano, dal titolo ‘Senza paura, in Europa padroni a casa nostra’. Qualcuno è convinto della disfatta di Viktor Orban in Ungheria e comincia a pensare che, con l’aggravarsi della situazione internazionale e la crescente impopolarità di Donald Trump, forse non sia il momento per impegnarsi in un evento del genere. Durante la riunione la vicesegretaria Silvia Sardone ha invitato tutti a prepararsi alla manifestazione con idee chiare e un tema definito. Ma non è che vi sia grande entusiasmo tra i dirigenti più moderati e i governatori attorno all’evento per il quale Marine Le Pen non ha ancora confermato la sua presenza. Qui, sì, che forse in diversi nella Lega sotto sotto desidererebbero che la parola d’ordine fosse disimpegno.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Matteo Salvini e Viktor Orban (Imagoeconomica).

La nuova segreteria politica può attendere

Infine, la riunione di venerdì al Mit, per alcuni, avrebbe dovuto rappresentare l’esordio della nuova segreteria politica, format più snello del consiglio federale cui Salvini avrebbe acconsentito di dar vita per una gestione più collegiale del partito. Ma nessuna nuova struttura è stata formalmente varata. E, malgrado da tempo ci sia chi auspica un maggior coinvolgimento decisionale degli altri dirigenti, non risulta che Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, entrambi collegati, siano intervenuti alla riunione. Insomma, le decisioni sembrano restare tutte in capo al segretario e al suo stretto cerchio magico (il vice Claudio Durigon e il senatore Andrea Paganella). E ogni altro coinvolgimento sarebbe solo apparente. La decisione di scomporre il confronto in due momenti – uno con i segretari regionali e uno con i colonnelli – sembra, viene riferito, motivata più che altro dall’esigenza di non far filtrare i contenuti.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Claudio Durigon e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

8 marzo, Meloni: “Costruire un’Italia dove nessuna donna sia costretta a scegliere”

AGI - "Continuare a costruire un'Italia nella quale nessuna donna debba scegliere tra libertà, lavoro, famiglia e realizzazione personale": è l'impegno ribadito dalla premier, Giorgia Meloni, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, segnata da iniziative e manifestazioni da Nord a Sud in una sessantina di 'piazze'. "Il talento, la determinazione e il contributo delle donne sono una forza decisiva per la crescita della Nazione", ha sottolineato la premier che si è detta "fiera" del "livello più alto di sempre di occupazione femminile raggiunto in Italia".

La figlia del presidente della Repubblica, Laura Mattarella, in una rara intervista concessa al Tg3 ha osservato che vi sono stati tanti progressi per le donne, ma "manca ancora molto": "Sulla carta abbiamo una parità piena, ma nei fatti dobbiamo fare ancora tanta strada". Papa Leone ha assicurato "solidarietà" e "preghiera" per le tante donne che "fin dall'infanzia sono ancora discriminate e subiscono varie forme di violenza": "Rinnoviamo l'impegno che per noi cristiani è fondato sul Vangelo per il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna", ha detto all'Angelus.

Le mobilitazioni di 'Non una di meno'

Con lo slogan "le nostre vite valgono. Noi scioperiamo", 'Non una di meno' ha promosso un 'weekend lungo' tra la domenica, con le mobilitazioni in 60 città in tutta Italia, e il lunedì di iniziative a sostegno dello sciopero 'transfemminista' del settore pubblico e privato appoggiato da Cobas, Cgil e altre sigle che coinvolgerà scuola, trasporti e sanità. Nel mirino ci sono le politiche del Governo sul contrasto alla violenza sessuale con l'obiettivo di bloccare "con ogni mezzo" il Ddl Bongiorno.

Le manifestazioni nelle città italiane

A Roma il corteo di Una di Meno è partito nei pressi del Circo Massimo, mentre domani l'appuntamento è alle 9,30 in piazzale Ostiense. A Milano uno striscione rosa con la scritta 'Not in my name. Stop zone rosse. Stop deportazioni' e cartelli con la scritta "disarmiamo guerra e patriarcato" sono stati esposti intorno alla 'Mela reintegrata', la scultura di Michelangelo Pistoletto davanti alla Stazione centrale. Da lì almeno 5mila persone hanno sfilato fino a piazza Fontana. A Napoli un corteo lungo viale Campi Flegrei a Napoli con slogan come "Il mio silenzio non è assenso". A Venezia in 1200 hanno partecipato Corsa Rosa, manifestazione podistica organizzata dalla Uisp tra Mestre e Marghera. A Firenze il presidente della Regione, Eugenio Giani, ha svelato uno striscione a sostegno della battaglia per la libertà in Iran "con le donne sempre più protagoniste".

Polemica a Latina per striscione maschilista

Polemica, infine a Latina, per uno striscione maschilista apparso davanti al Parco Falcone Borsellino con la scritta "Donna: quanto t'abbiamo amato ai bei tempi del patriarcato", firmato dal sedicente gruppo "I nativi". Condanna è stata espressa dalla sindaca Matilde Celentano e la Digos indaga per risalire agli autori.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia

Quando Xu Yangtian è comparso sul palco della Guangdong High-Quality Development Conference, si dice che qualcuno non l’abbia nemmeno riconosciuto. Eppure, è il fondatore di una delle aziende cinesi con maggiore successo globale: Shein

La ricetta di Shein per scalare il mercato globale

Negli ultimi anni, la piattaforma di fast fashion è diventata una delle aziende più influenti nel settore della moda globale, trasformandosi da piccola realtà di e-commerce a gigante internazionale. Il marchio è ormai noto in gran parte del mondo per la sua capacità di produrre e distribuire abiti e accessori a prezzi estremamente competitivi, conquistando soprattutto il pubblico più giovane grazie alla velocità con cui riesce a intercettare le tendenze della moda e portarle sul mercato. Dietro questo successo commerciale, si nasconde una storia complessa fatta di strategie globali, catene di approvvigionamento altamente integrate e un rapporto delicato con la Cina.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
L’inaugurazione di uno store Shein a Parigi (Ansa).

Il rafforzamento del legame con la Cina e il Partito Comunista

Questo rapporto è tornato al centro dell’attenzione dopo una rarissima apparizione pubblica del fondatore della società. Xu, figura da sempre estremamente riservata, ha partecipato a sorpresa alla conferenza sullo sviluppo di alta qualità nella provincia del Guangdong, principale hub produttivo della Cina. L’evento era organizzato dal governo e, durante il suo intervento, Xu ha sottolineato apertamente le radici cinesi dell’azienda esprimendo gratitudine nei confronti delle autorità locali e del Partito comunista per il sostegno fornito nel corso dello sviluppo della società. Le sue dichiarazioni rappresentano un momento significativo nella storia recente dell’azienda perché sembrano segnare un cambiamento nella strategia comunicativa di Shein, che negli ultimi anni aveva cercato di presentarsi sempre più come una piattaforma internazionale di e-commerce con sede a Singapore, riducendo la visibilità delle proprie origini cinesi.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Lo stand Shein alla China International Supply Chain Expo di Pechino nel 2023 (Ansa).

Xu, il «fondatore invisibile» dell’impero del fast fashion

La figura di Xu è peraltro stata a lungo avvolta da una certa aura di mistero. A differenza di altri imprenditori cinesi celebri nel mondo della tecnologia e dell’e-commerce, a partire da Jack Ma, il fondatore di Shein ha mantenuto per lungo tempo un profilo estremamente discreto. Non ama apparire in pubblico, concede raramente interviste e per molti anni l’azienda non ha nemmeno diffuso fotografie ufficiali dell’imprenditore. Proprio per questo motivo, Xu è stato spesso descritto come un «fondatore invisibile», una figura quasi sconosciuta al grande pubblico nonostante il successo globale dell’azienda che ha creato.

Il piano di investimenti per un miliardo e mezzo di dollari

La sua presenza all’evento nel Guangdong ha quindi attirato particolare attenzione. Durante il suo discorso, Xu ha anche annunciato un importante piano di investimento destinato a rafforzare ulteriormente la filiera produttiva dell’azienda sul territorio cinese. L’imprenditore ha infatti promesso di investire 10 miliardi di renminbi nei prossimi tre anni, una cifra pari a circa un miliardo e mezzo di dollari. L’obiettivo di questo investimento è sviluppare una catena di approvvigionamento sempre più avanzata e costruire nella regione un vero e proprio cluster industriale dedicato alla moda, capace di competere su scala globale. Il progetto prevede il potenziamento delle infrastrutture produttive, lo sviluppo di tecnologie digitali per la gestione della catena di approvvigionamento e il rafforzamento delle relazioni con i numerosi fornitori locali che già collaborano con il marchio. Secondo quanto dichiarato dal fondatore, Shein lavora con quasi 10 mila produttori situati nella provincia del Guangdong. Queste aziende, nel loro complesso, impiegano centinaia di migliaia di lavoratori e costituiscono il cuore della rete produttiva che consente alla piattaforma di lanciare continuamente nuovi prodotti sul mercato.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Xu Yangtian (da Instagram).

Le polemiche e le inchieste intorno al marchio

Nonostante il successo commerciale, la crescita di Shein è stata accompagnata da numerose polemiche. Negli ultimi anni l’azienda è stata spesso al centro di inchieste e discussioni riguardanti le condizioni di lavoro nelle fabbriche, l’impatto ambientale del modello di fast fashion e la qualità dei prodotti venduti. Con la sua ascesa, i governi occidentali hanno iniziato a osservare con maggiore attenzione il modello di business dell’azienda. Negli Stati Uniti è stata ad esempio eliminata l’esenzione doganale per le spedizioni di valore inferiore a 800 dollari, una norma che aveva permesso per anni l’ingresso di milioni di pacchi senza il pagamento di dazi. Shein è stata inoltre oggetto di nuove indagini da parte delle autorità europee per verificare possibili violazioni delle normative sui servizi digitali, inclusa la vendita di prodotti illegali e il funzionamento degli algoritmi utilizzati per raccomandare articoli ai consumatori.

Le difficoltà di quotarsi in Borsa a New York e a Londra

Le difficoltà normative e le tensioni geopolitiche rappresentano una sfida importante per il futuro dell’azienda, soprattutto in vista di uno dei suoi principali obiettivi strategici: la quotazione in Borsa. Shein ha tentato inizialmente di realizzare una quotazione a New York, ma il progetto ha incontrato numerosi ostacoli politici e regolatori. Successivamente ha valutato la possibilità di trasferire l’operazione a Londra, ma anche questa ipotesi si è rivelata complessa. Negli ultimi tempi l’attenzione sembra essersi spostata verso Hong Kong, un compromesso tra le esigenze di internazionalizzazione e la necessità di mantenere buoni rapporti con le autorità cinesi. In questo contesto, il sostegno del governo di Pechino diventa un elemento fondamentale, dal momento che le grandi aziende tecnologiche e digitali cinesi devono ottenere l’approvazione delle autorità prima di procedere con una quotazione sui mercati internazionali.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Una protesta contro il fast fashion a Bruxelles (Ansa).

Il sostegno di Pechino è cruciale per il futuro del gruppo

Alla luce di queste dinamiche, le dichiarazioni di Xu sembrano un segnale politico oltre che economico. Il riconoscimento pubblico del ruolo del governo cinese nello sviluppo dell’azienda potrebbe essere visto come un tentativo di rafforzare il rapporto con le istituzioni nazionali in un momento cruciale per il futuro del gruppo. Anche a costo di rafforzare la convinzione occidentale di un legame stretto col Partito.

L’augurio del Vice Direttore Generale di ACN per la Giornata internazionale della donna

AGI - Un augurio alla parte femminile della società, una riflessione sulla strada percorsa finora e su quanto resta ancora da fare.

È questo il cuore del messaggio di Nunzia Ciardi, Vice Direttore Generale di ACN, in occasione della Giornata internazionale della donna. Una ricorrenza che ha un valore sostanziale, e che è anche occasione per ragionare sul ruolo essenziale che le donne possono svolgere negli ambiti lavorativi tecnologici che stanno trasformando la società.

L’iniziativa si inserisce nelle attività proposte dal CUG – Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni, istituito presso l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

“Le donne hanno percorso tanta strada per riuscire a trovare una parità sostanziale. Nel lavoro, nella vita privata, in tutti gli ambiti delle nostre esistenze. Ma tanta strada ancora c'è da fare. Quindi questa giornata ha ancora un senso preciso” afferma Nunzia Ciardi facendo riferimento al settore della cybersicurezza. E lancia un messaggio alle donne e alle ragazze: “È un campo sul quale si giocherà il futuro delle società. Sono profondamente convinta che vi è un bisogno estremo anche di professionalità umanistiche che sappiano di digitale e di cybersicurezza”, ma conservando quello sguardo complessivo che proprio la formazione umanistica può dare.

“Perché su questo terreno si gioca il destino delle nostre vite, gli scopi ai quali vogliamo arrivare, i limiti che vogliamo mettere alle tecnologie che possono trasformare le nostre società. Le donne in questo possono e devono svolgere un ruolo essenziale con il loro tipo particolare di approccio al lavoro, che è un approccio complessivo ordinato, sensibile”, esortando in conclusione alla capacità di fare squadra per raggiungere traguardi importanti “ma anche per tenere la porta aperta a quelle che verranno”.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?

Probabilmente la serie tivù più interessante degli ultimi mesi non è una serie tivù, ma uno di quei tira e molla tra potenti che alla fine cambia tutto per non cambiare assolutamente niente. La storia dell’acquisizione di Warner Bros. Discovery, cominciata più o meno alla fine del 2025, è stata in grado di appassionare sia gli addetti ai lavori – critici, analisti, imprenditori, investitori di varia natura – sia il pubblico. A un certo punto, chissà come, ne hanno parlato tutti: anche quelli che non si sono mai interessati agli andamenti del mercato né alle pagine di economia. È stato come assistere a una nuova Game of Thrones: niente draghi, niente magia; al posto della Barriera c’era Wall Street e al posto delle Grandi Case i grandi brand.

Per qualcuno Netflix è considerata il male assoluto

Da una parte Netflix, la piattaforma streaming per eccellenza, il simbolo di un nuovo modo di immaginare e, soprattutto, di distribuire film e serie: per più di qualcuno, il male assoluto quando si parla di settima arte. Dall’altra parte, invece, presa dal fuoco incrociato di diverse polemiche politiche, come quella che ha coinvolto – e travolto – il Late Show di Stephen Colbert, cancellato più per fare un piacere al potente di turno che per effettive carenze di share, Paramount Skydance, che non ha mollato la presa nemmeno per un istante. Alla fine Netflix ha fatto un passo indietro, rinunciando a rilanciare per l’ennesima volta l’offerta di Paramount Skydance, e Paramount Skydance si è aggiudicata Warner Bros. Discovery. Tutti felici? Insomma.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
I Warner Bros. Studios in California (foto Ansa).

La paura principale di molti addetti ai lavori

Fino a poco tempo fa, però, non era così. Il 5 dicembre era stata annunciata in modo abbastanza definitivo la chiusura dell’accordo tra Netflix e Warner Bros. Discovery per circa 83 miliardi di dollari. Una cifra che, fino a quel momento, sembrava assolutamente impossibile da battere. Netflix non è mai stata interessata ai canali di Warner Bros. Discovery, ma solo alla sua piattaforma streaming, HBO Max, e ai suoi studios. La paura di molti addetti ai lavori davanti a questo accordo è sempre stata una: i film di Warner Bros. non usciranno più al cinema ma direttamente in streaming; oppure, se usciranno al cinema, ci rimarranno per pochissimo tempo, in finestre distributive decisamente più brevi e contenute.

Paramount è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo

Nonostante le tante – e fiacche – rassicurazioni di Ted Sarandos, il co-ceo di Netflix, le discussioni non si sono calmate e hanno permesso a Paramount Skydance di rimanere in pista. Anzi, per qualcuno è diventata addirittura il “male necessario” da sostenere. Dopo due nuove offerte rifiutate da Warner Bros. Discovery, ne è arrivata un’altra di 111 miliardi di dollari che è stata, infine, accettata. Netflix ha avuto quattro giorni per rilanciare, ma ha preferito tirarsi indietro perché non ha trovato più interessante l’affare. Contrariamente a Netflix, Paramount Skydance è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo, compresi i canali come la Cnn e la parte di società impegnata nell’intrattenimento generalista, da televisione lineare.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
Il co-ceo di Netflix Ted Sarandos (foto Ansa).

I 2,8 miliardi di dollari come penale e le azioni in crescita

Quasi paradossalmente, a guadagnarci davvero da questo accordo, per il momento, sembra essere la stessa Netflix, che riceverà 2,8 miliardi di dollari da Paramount Skydance come penale per la rottura dell’accordo iniziale stipulato con Warner Bros. Discovery. Senza poi considerare un altro fattore: le azioni di Netflix, dopo la decisione di lasciar perdere l’acquisizione, sono tornate a crescere. Segno che gli investitori e gli azionisti hanno voluto premiare la lungimiranza della classe dirigente di non lanciarsi nell’ennesima, e molto probabilmente controproducente, lotta nel fango. Secondo alcune indiscrezioni, per la chiusura definitiva dell’accordo tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance ci vorranno tra i sei e i 12 mesi e le piattaforme streaming dei due gruppi, rispettivamente HBO Max e Paramount+, finiranno per essere inglobate in un’unica realtà, garantendo però a HBO, presa come brand e come studio di produzione, di mantenere la sua indipendenza.

L’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand

Chiaramente questo accordo ha avuto, e continuerà ad avere, altri effetti sull’industria audiovisiva americana e, conseguentemente, mondiale. Perché quello che si prepara a nascere è l’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand. Probabilmente il soggetto più forte, sia come offerta che per la quantità di proprietà intellettuali possedute, del mercato. Per certe cose, anche più di Disney.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
L’entrata dei Paramount Studios a Los Angeles (foto Ansa).

C’è, poi, un’altra questione, che è passata spesso in secondo piano, specialmente durante le proteste di artisti e creativi davanti alla possibilità di vedere i film della Warner Bros. distribuiti esclusivamente in streaming su Netflix: Paramount Skydance, molto vicina al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e a una certa fetta di repubblicani, avrà dalla sua un potere e un peso mediatico assolutamente impossibili da sottovalutare o da ignorare.

Tanti dubbi da un punto di vista puramente editoriale

Nonostante le tantissime premesse e promesse degli ultimi mesi, gli unici ad aver saputo approfittare di questo “scontro” – le virgolette sono obbligatorie – tra Netflix e Paramount Skydance sono stati i dirigenti di Warner Bros. Discovery, che hanno visto aumentare a dismisura, in tempi relativamente brevi, le proposte di acquisizione. Da un punto di vista puramente editoriale, dunque non produttivo o economico, non ci sono state né rassicurazioni né tantomeno nuove idee. È un mondo vecchio che si comprime e si ripiega su se stesso, che spende soldi, che prova a investirli, ma che non porta a nessun vero mutamento dell’industria o del sistema che la controlla. Ed è incredibile come tutte le voci contrarie all’acquisizione da parte di Netflix ora si siano spente o comunque non facciano più così tanto rumore. Per qualcuno, evidentemente, il cinema è salvo. La realtà, però, dice altro; dice, cioè, che alla fine è sempre e solo una questione di soldi. Non di arte, non di aspirazioni: di soldi.

8 marzo, Poste italiane pioniera dell’emancipazione femminile

Nel 2026, a 80 anni dal referendum del 1946, l’8 marzo richiama una svolta storica, vale a dire il primo voto delle donne italiane, tappa fondamentale dell’emancipazione femminile. Un cammino al quale il Paese è giunto anche grazie a un sempre maggiore ruolo delle donne nel mondo del lavoro. E, in questa storia, le Poste italiane hanno avuto un ruolo significativo.

Le prime telegrafiste nel 1863

L’esordio del lavoro femminile nelle Poste risale al 1863, quando le donne iniziarono a operare come ausiliarie telegrafiste. Già dal 1865 furono impiegate negli uffici postali come portalettere e gerenti di ricevitorie, inizialmente nei piccoli centri rurali e poi anche nelle città, dove il mestiere della portalettere divenne quasi “alla moda”. L’ingresso delle donne nelle Poste rappresentò un fatto innovativo, uno dei primi accessi strutturati delle donne al lavoro statale. Non mancavano, tuttavia, le limitazioni imposte dalla cultura dell’epoca. Tra queste l’obbligo di nubilato, perché si riteneva che il ruolo di moglie e madre fosse incompatibile con un’attività lavorativa. Anche dopo l’abolizione di questo vincolo, alla fine dell’Ottocento, il lavoro della donna sposata restava subordinato all’autorizzazione del marito (come previsto dall’istituto dell’autorizzazione maritale presente nel primo Codice civile del Regno d’Italia del 1865). Eppure, la presenza femminile continuò a crescere, soprattutto nel ruolo di telegrafista, attività ritenuta più “consona” perché svolta in ambienti separati e sotto la direzione di altre donne. Tra il 1874 e il 1877 anche la scrittrice e giornalista Matilde Serao lavorò come telegrafista alle Poste centrali di Napoli, esperienza che ispirò la novella Telegrafi dello Stato – sezione femminile.

Le guerre e la svolta

Durante la Prima guerra mondiale, le donne furono chiamate a sostituire gli uomini partiti per il fronte, assumendo anche la responsabilità di uffici postali e telegrafici di rilievo. L’efficienza dimostrata contribuì a un cambiamento normativo importante, ovvero l’abolizione dell’autorizzazione maritale (1919). Un processo che si consolidò durante la Seconda guerra mondiale, quando le donne tornarono a ricoprire ruoli chiave nelle Poste, mantenendo spesso le loro posizioni anche dopo il rientro degli uomini dal fronte. Negli Anni 50 la presenza femminile aumentò ulteriormente, accompagnando la modernizzazione del Paese. Da lì in poi iniziarono a ricoprire ruoli sempre più importanti.

La presenza femminile oggi

Oggi la forte presenza femminile è uno dei tratti identitari di Poste Italiane. Il 53 per cento degli oltre 120 mila dipendenti è donna, così come il 46 per cento dei quadri e dirigenti e il 44,5 per cento dei componenti del consiglio d’amministrazione. È donna il 60 per cento dei direttori dei quasi 13 mila uffici postali presenti in Italia, la rete capillare su cui l’azienda ha costruito nel tempo la propria storia e la propria forza. Anche tra i neoassunti la presenza femminile è significativa, tanto che il 47 per cento dei nuovi ingressi è composto da donne. Per sostenere il lavoro femminile, Poste Italiane ha introdotto diverse policy tra cui la politica di sostegno alla genitorialità attiva, che offre anche percorsi di sostegno e sviluppo per il benessere individuale e organizzativo. Nell’ambito del welfare, il Gruppo garantisce misure avanzate per la genitorialità tra cui congedi più ampi di quelli previsti dalla legge, un’indennità pari al 100 per cento dello stipendio durante maternità e paternità e programmi di coaching dedicati alle neomamme. La politica sulla genitorialità mira anche a promuovere la genitorialità condivisa, coinvolgendo i padri e potenziando i meccanismi di conciliazione famiglia-lavoro.

I riconoscimenti ottenuti

Negli ultimi anni, il Gruppo Poste Italiane ha ottenuto riconoscimenti che lo collocano ai vertici del panorama nazionale, dall’attestazione ISO 30415 sulla Diversity & inclusion all’Equal salary per l’equità retributiva fino alla UNI/PdR 125 per la parità di genere.

Dalla Real Colonia al futuro: a San Leucio rinasce l’eredità della parità di genere

AGI - La più grande celebrazione dell’eccellenza femminile a livello globale che ha visto in programma per tre giorni, da venerdì 6 a domenica 8 marzo 2026, convergere a Caserta alcune tra le più grandi testimonial ed eccellenze di ogni settore: scrittrici, giornaliste, docenti, artiste, critiche letterarie, professioniste di varie discipline, ma anche content creator e protagoniste della comunicazione digitale.

Tra gli spazi dell’Archivio di Stato della Reggia di Caserta e il Belvedere di San Leucio, il festival internazionale “Caserta, la città delle donne”, organizzato dalla Fondazione Orizzonti, è stata dedicata al protagonismo femminile e alle politiche per l’uguaglianza.

 

 

L'eredità storica della parità di genere a San Leucio

Il progetto si basa su una storia che ha ben 250 anni, quando nella Real Colonia di San Leucio venne sancita per la prima volta al mondo la parità di genere. La parità non venne sancita solo come principio, ma applicata producendo risultati straordinari. Il Codice di San Leucio, che seguì alla fondazione della Real Colonia, è il primo impianto giuridico al mondo nel quale viene sancita la parità di genere. Pose la figura femminile al centro di un sistema di sviluppo integrato, produsse risultati straordinari, rendendo San Leucio un esempio di progresso civile, economico e industriale senza precedenti in Europa.

Temi e riflessioni del festival

Ed è proprio rinnovando l'eredità storica di Caserta che nella tre giorni del Festival si è sviluppato un grande racconto fatto di culturacomunitàcreativitàriflessione e bellezzaBilanci e sfide del gender gap, visioni, diritti e futuro al femminile. Ma anche le donne in prima linea, la leadership femminile, fino alla problematica dei femminicidi.

La chiusura del festival e la scoperta del codice

A chiudere oggi il Festival, nella giornata dell’8 marzo, il panel “Ridurre le distanze” con la presidente della Fondazione Marisa BellisarioLella Golfo, e Anna Rossomando, Wanda Ferro, Enzo Battarra. “Per me - ha detto la presidente della Fondazione Bellisario, Lella Golfo - è stata una scoperta fantastica quella del Codice che aveva visto proprio nel borgo di San Leucio, nel 1776, la proclamazione della parità di genere da parte di Ferdinando IV di Borbone”.