Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni

Dimenticate la stretta di mano tra la segretaria del Pd Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quella foto, in cui si impegnavano entrambe a dar corso alla legge sul consenso libero e attuale, rimarrà l’immagine di un fallimento del dialogo fra le donne più rappresentative di questa legislatura, e con essa anche il crollo delle speranze di tante, troppe donne vittime di violenza. Negli ultimi giorni il cosiddetto ddl stupri, tornato al centro del dibattito politico, ha riacceso uno scontro che va ben oltre il perimetro tecnico della riforma dell’art. 609-bis del Codice penale. A infiammare ulteriormente il confronto sono state anche le dichiarazioni di Meloni, che ha criticato apertamente una parte del movimento femminista e il sistema delle quote rosa, definendoli strumenti spesso «ideologici» e non sempre efficaci nel garantire una reale parità.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
La stretta di mano tra Elly Schlein e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Perché il ddl stupri è così divisivo

Il disegno di legge interviene sulla disciplina dei reati di violenza sessuale con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela delle vittime, accelerare i tempi delle indagini e irrigidire alcune misure cautelari. In realtà, ancora una volta, l’onere della prova ricade sulla vittima. Non si affrontano in modo strutturale e culturale quelle che sono le radici della violenza maschile contro le donne. Non ci sono investimenti adeguati in formazione, scuola, servizi sociali, con il risultato che avrà un impatto limitato sul fenomeno, spingendo le donne a non denunciare più le violenze subite. Il governo sostiene che il provvedimento rappresenti un passo avanti concreto contro la violenza di genere, mentre parte delle opposizioni e diverse associazioni lo giudicano, oltre che insufficiente, sbilanciato su una logica esclusivamente repressiva. «Senza consenso è stupro» è lo slogan attorno al quale decine di migliaia di donne e uomini si sono radunati nelle piazze italiane.

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Giulia Bongiorno in Aula al Senato (Ansa).

Meloni all’attacco delle femministe

Nel pieno delle polemiche, Giorgia Meloni ha contestato poi quella che ha definito una narrazione ideologica di una parte del femminismo italiano. La premier ha rivendicato un approccio concreto e istituzionale al tema della violenza di genere, sostenendo che la lotta non debba essere monopolizzata da una sola visione culturale. D’altronde, Meloni ha più volte affermato di non sentirsi rappresentata da certo femminismo contemporaneo, pur riconoscendo la centralità del tema dei diritti delle donne. E c’è chi legge nelle sue dichiarazioni un tentativo di delegittimare il ruolo storico dei movimenti femministi nel conquistare diritti fondamentali. Una interpretazione frutto anche delle critiche della presidente del Consiglio alla questione delle quote rosa, che in Italia hanno trovato applicazione in diversi ambiti, dalla rappresentanza politica ai consigli di amministrazione delle società quotate. Per Meloni le quote non sono la soluzione strutturale al problema della sottorappresentanza femminile ma, anzi, sostiene che si possano trasformare in un meccanismo «imposto dall’alto», anziché frutto di un cambiamento culturale e meritocratico. Eppure, senza le quote – nate per riequilibrare un sistema storicamente sbilanciato – il divario tenderebbe a perpetuarsi.

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Corteo contro la violenza maschile sulle donne e di genere organizzato da Non Una Di Meno a Torino (Ansa).

L’eliminazione delle Consigliere per la parità

Il confronto sul ddl stupri appare quindi come la punta dell’iceberg di una frattura più ampia: da un lato un governo che rivendica un approccio pragmatico e normativo; dall’altro movimenti e opposizioni che chiedono un intervento più radicale e culturale. Ma non finisce qui perché, mentre al Parlamento europeo è stata presentata la Strategia di genere 2026-30, l’Italia resta all’ultimo posto tra i Paesi Ue sul divario occupazionale di genere. A ciò aggiungiamo l’ultima idea avuta dal duo Meloni-Roccella che, alla vigilia delle celebrazioni dell’8 Marzo, in commissione Affari costituzionali alla Camera dei deputati hanno presentato un decreto-legge per cancellare le Consigliere per la parità di genere in ambito lavorativo. Un istituto su base regionale che forma, tutela e aiuta donne lavoratrici vittime di discriminazione, accentrando tutto in un unico organismo con sede a Roma e condannando, così, migliaia di donne all’invisibilità.

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Giorgia Meloni con Eugenia Roccella (Imagoeconomica).

Femminile Sovranista: tre P che ci condannano al passato

Nel frattempo, il dibattito continua a polarizzare l’opinione pubblica, confermando che i temi dei diritti e della parità di genere restano uno dei terreni più sensibili e divisivi. Non a caso è diventato oggetto di numerosi libri, uno dei quali dedicato proprio alle politiche di genere messe in atto dal primo governo guidato da una donna in 80 anni di storia repubblicana. In Femminile Sovranista, Giorgia Meloni e il corpo delle donne (Tab edizioni), l’autrice Caterina D’Ambrosio mette insieme una serie di provvedimenti che riguardano la popolazione femminile del nostro Paese per raccontare come il corpo delle donne sia diventato terreno di scontro politico.

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Femminile sovranista di Caterina D’Ambrosio (Tab edizioni).

Dal lavoro alla famiglia, dai femminicidi agli attacchi alla legge 194, D’Ambrosio spiega attraverso la regola delle tre P (patria, populismo, pena) un approccio anacronistico rispetto alla realtà fatta ancora di donne costrette ad accettare part-time involontario, o a fare zig-zag tra le poche e insufficienti misure a sostegno delle famiglie che non sono più solo in bianco e nero ma che hanno mille colori. Il carico di cura continua a pesare soprattutto sulle loro spalle e le costringe a un funambolismo quotidiano nel raggiungimento della piena emancipazione. Il lavoro è un miraggio, il fenomeno (tutto culturale) dei femminicidi occupa le prime pagine dei giornali per poche ore tra slogan e dichiarazioni di intenti, ma il metodo scelto dal governo per combatterlo è solo punitivo. Una cassetta degli attrezzi per comprendere, al di là degli slogan, le trasformazioni del mondo in cui le donne italiane cercano di muoversi, costruire e affermarsi.

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Manifestazione in difesa della legge 194 (Imagoeconomica).

8 marzo, Non una di meno in 60 piazze. 48 ore di cortei e scioperi

AGI - Le mimose, gli spot, le attenzioni, qualche festa, ma poi i numeri raccontano un 8 marzo diverso, fatto di differenze, gap e vuoti ancora tutti da colmare. Ma se la percezione sociale osserva positivamente i cambiamenti in corso, i dati definiscono un quadro in cui il progresso, pur costante, procede a velocità ridotta rispetto ai partner europei. Secondo il Gender Equality Index 2025 dell'EIGE (Istituto Europeo per l'Uguaglianza di Genere), l'Italia ha raggiunto un punteggio di 61,9 su 100, posizionandosi al 12° posto nell'Unione Europea. Sebbene il punteggio sia cresciuto di quasi 10 punti dal 2015, il Paese rimane al di sotto della media UE (70,2), evidenziando divari strutturali persistenti.

I dati ISTAT aggiornati al 2024-2025 indicano che il tasso di occupazione femminile si attesta intorno al 52,5%, contro il 70,4% maschile. Uno dei nodi critici è il part-time involontario, che coinvolge l'8,6% delle lavoratrici rispetto al 2,5% degli uomini.

Divari salariali e carico del lavoro di cura

Sul fronte salariale, il gender pay gap complessivo nel settore privato è stimato al 17%, ma tende ad ampliarsi significativamente con l'avanzare della carriera (superando il 30% nelle fasce apicali) a causa del cosiddetto "soffitto di cristallo". Un fattore determinante rimane il carico del lavoro di cura: le donne dedicano in media 4 ore e 37 minuti al giorno a compiti domestici non retribuiti, a fronte dell'ora e 48 minuti degli uomini.

Interventi normativi per la parità di genere

Negli ultimi anni, il quadro normativo ha visto interventi mirati a ridurre queste disparità:
Certificazione della Parità di Genere: Introdotta per incentivare le imprese (tramite sgravi contributivi e premialità nei bandi pubblici) ad adottare politiche trasparenti su carriere e salari.
Trasparenza Salariale: In recepimento della direttiva UE, sono in fase di attuazione nuovi obblighi per le aziende con oltre 150 dipendenti, volti a rendere pubblici i livelli retributivi e colmare i divari ingiustificati.
Sostegno alla genitorialità: Il PNRR ha stanziato fondi per l'estensione dei servizi educativi per l'infanzia, con l'obiettivo di raggiungere una copertura del 50% per gli asili nido entro il 2026, riducendo l'ostacolo principale al rientro al lavoro delle madri.
Contrasto alla violenza: Il rafforzamento del "Codice Rosso" e l'adozione della prima Direttiva UE sulla lotta alla violenza contro le donne (2024) hanno potenziato le tutele giuridiche e i meccanismi di prevenzione.

Eventi e sciopero nazionale per l'8 e 9 marzo

In questo scenario si inseriscono le mobilitazioni e le istanze della società civile previste per le prossime giornate.

Una due giorni di iniziative, sit-in manifestazioni, cortei e gare podistiche per celebrare la Festa della donna tra domani, domenica 8 marzo, e lunedì 9 quando scatterà lo sciopero nazionale del settore pubblico e privato appoggiato dai Cobas, CGIL e altre sigle che coinvolgerà scuola, trasporti e sanità. Con lo slogan "le nostre vite valgono. Noi scioperiamo", 'Non una di meno' ha promosso un 'weekend lungo' tra domenica, con le mobilitazioni in 60 città in tutta Italia, e il lunedì di iniziative a sostegno dello sciopero transfemminista. Nel mirino ci sono le politiche del Governo sul contrasto alla violenza sessuale ed economica nei confronti delle donne e delle categorie più colpite dall'inflazione provocata dalla guerra con l'obiettivo di bloccare "con ogni mezzo" il DDL Bongiorno. I cortei denunceranno anche la guerra all'Iran, i bombardamenti sul Libano e il possibile uso delle basi in Italia da parte degli americani.

Le iniziative a Roma

A Roma il corteo di Una di Meno per l'8 marzo partirà alle 17 in piazza Ugo La Malfa, nei pressi del Circo Massimo, mentre lunedì l'appuntamento è alle 9,30 in piazzale Ostiense. Sempre nella Capitale, alle 19 di domenica alla Nuvola di Fuksas verrà aperta la mostra fotografica "Women for Women Against Violence" ideata dall'Associazione Consorzio Umanitas per affrontare le principali emergenze che colpiscono il mondo. Si tratta di 21 ritratti fotografici di grande formato raccontano storie vere di donne che hanno vissuto la violenza o il tumore al seno femminile: la violenza di genere e il tumore al seno.

Manifestazioni a Milano, Genova e Napoli

A Milano per l'8 marzo si terrà una manifestazione alle 15 in Piazza Duca d'Aosta e lunedì alle 9,30 un corteo studentesco a sostegno dello sciopero partirà da Largo Cairoli. A Genova il corteo partirà lunedì alle 18 di lunedì da via Fanti d'Italia per arrivare a piazza Matteotti. A Napoli la partenza è fissata alle 15 da Porta Capuana.

Dettagli e disagi dello sciopero

Lo sciopero di lunedì potrebbe causare disagi. Sul fronte dei trasporti l'agitazione è supportata da Slai-Cobas e la durata prevista è di 24 ore. Saranno garantiti i servizi minimi e le fasce di garanzia, che variano di città in città. Per quanto riguarda la scuola è invece la CGIL ad aver proclamato una giornata di astensione dal lavoro per il personale degli istituti scolastici, università, ricerca, formazione professionale e scuole non statali. Nella stessa giornata incroceranno le braccia lavoratrici e lavoratori del terziario, turismo e servizi, fa sapere la Filcams CGIL nazionale. Nella sanità pubblica lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace

Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».

«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»

Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».

In un anno Trump ha attaccato sette Paesi

Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta UsaIsraele come una lotta per la sua sopravvivenza.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Una protesta a Seul contro l’operazione di Donald Trump in Venezuela (foto Ansa)

Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.

«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»

Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi

Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.

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La cattura di Maduro (Ansa).

Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano

Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump in visita alle truppe a Fort Bragg (Imagoeconomica).

Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.

L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace

Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e Barack Obama.

La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».

Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…

Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump davanti a un ritratto del 26esimo presidente americano Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace (foto Ansa).

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati

Negli ultimi due anni l’intelligenza artificiale ha smesso di essere solo tecnologia ed è diventata quasi una fede laica. A Wall Street non è più soltanto un settore industriale. È una promessa sul futuro. E come sempre quando si tocca il denaro, vengono generati entusiasmo, paura ed eccessi.

La disoccupazione negli Stati Uniti oltre il 10 per cento?

Negli ultimi giorni la Borsa americana è entrata in una specie di psicosi da IA. È bastato un report di una piccola società di ricerca che ipotizzava uno scenario estremo: un’accelerazione dell’automazione capace di spingere la disoccupazione negli Stati Uniti a oltre il 10 per cento entro il 2028 (a dicembre 2025 il dato era al 4,4 per cento), con fallimenti a catena e un forte crollo dei mercati. Non era una previsione ufficiale, ma una simulazione teorica. Eppure è stata sufficiente a scatenare il panico.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
Scene dalla Borsa di New York (foto Ansa).

In poche ore sono stati bruciati oltre 200 miliardi di dollari di capitalizzazione nelle società tecnologiche. Poi diversi analisti si sono affrettati a ridimensionare l’allarme, ricordando che finora non esistono prove concrete di un impatto così drastico dell’IA sul lavoro o sull’economia reale. Ma la velocità della reazione ha detto più del contenuto del report.

I grandi gruppi continuano ad alimentare la febbre

Nel frattempo, i grandi gruppi continuano ad alimentare la febbre. Nvidia è diventata il termometro dell’era dell’intelligenza artificiale. Ogni trimestre è letto come un referendum sul futuro della tecnologia. I suoi chip sono il carburante dei modelli generativi e la corsa globale ai data center ha fatto esplodere ricavi e capitalizzazione.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
Il Ceo di Nvidia Jensen Huang (Ansa).

Anche Microsoft ha trasformato l’IA in una leva strategica, integrandola nei suoi prodotti di uso quotidiano e rafforzando la partnership con OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT. Ogni loro annuncio non è solo una notizia aziendale. L’intelligenza artificiale è infatti diventata la lente con cui si interpreta qualsiasi notizia economica. Se l’occupazione rallenta, si parla di IA. Se la produttività accelera, si parla di IA. Se peggiorano le tensioni tra Stati Uniti e Cina, si parla di IA.

Per capire il fenomeno bisogna studiare le bolle speculative

Per provare a capire questa dinamica, serve guardare al lavoro del quasi 80enne Robert Shiller, economista e premio Nobel per l’Economia nel 2013. Shiller non è solo uno studioso delle bolle speculative, ma uno dei pochi economisti che le ha anticipate. Alla fine degli Anni 90, per esempio, segnalò i rischi della bolla dot-com e, pochi anni dopo, i pericolo attorno al mercato immobiliare americano.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
L’economista Robert Shiller (foto Imagoeconomica).

Nel suo libro Narrative Economics sostiene che i mercati non si muovono solo tenendo conto dei dati, ma anche in base alle storie che le persone si raccontano. Alcune di queste, secondo Shiller, si diffondono come un virus. Sono semplici, emotivamente potenti, facili da ripetere. Quando diventano popolari, influenzano decisioni e prezzi.

L’intelligenza artificiale è certamente una di queste storie. Basta una frase convincente del tipo «cambierà tutto». Per alcuni significherà crescita, nuovi mercati, produttività. Per altri minaccia, perdita di posti di lavoro, concentrazione del potere economico. È proprio questa ambivalenza a renderla potente.

Per esempio, dopo il lancio di ChatGPT, molti investitori hanno reagito come se fosse iniziata una nuova rivoluzione industriale. Le valutazioni di aziende come Nvidia sono cresciute rapidamente, anche prima che ci fossero dati solidi sull’impatto dell’IA. Così l’immaginazione ha corso più veloce delle statistiche. E quando un tema domina il dibattito come fa l’intelligenza artificiale, scatta un meccanismo noto: la Fomo, Fear of missing out, cioè paura di essere tagliati fuori.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
Il logo di OpenAI (Ansa).

Nessuno vuole restare ai margini dalla prossima grande trasformazione ed è in questi momenti che l’analisi dei bilanci passa in secondo piano. Conta la sensazione che il futuro stia accadendo adesso e che non esserci significhi perdere un’occasione irripetibile. La pressione non è solo finanziaria, è sociale. Se tutti parlano di IA, investire in IA diventa quasi un atto di conformismo.

Le narrazioni diventano ancora più potenti nell’instabilità

In una fase già segnata da incertezze geopolitiche e rallentamenti economici, questa dinamica si amplifica perché le narrazioni diventano ancora più potenti nell’instabilità. E più sono convincenti, più orientano i mercati. La cosiddetta psicosi da intelligenza artificiale può dunque essere letta in questo modo: non come una follia collettiva, ma come il risultato di una storia potente che si diffonde rapidamente. Una storia ambigua, fatta di crescita senza limiti o di crisi sistemiche, lenti attraverso cui ogni notizia oggi viene filtrata. Il punto quindi non è che l’intelligenza artificiale possa cambiare il mondo o meno. Il rischio è che, nel frattempo, il mercato si faccia guidare più dalle storie che dai numeri.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.

Unicredit rinnova l’accordo con Confcommercio per lo sviluppo delle pmi

Uncredit e Confcommercio hanno rinnovato l’intesa siglata nel 2024 con l’obiettivo di sostenere le imprese associate, affiancandole nella realizzazione dei loro investimenti e nei percorsi di crescita. In particolare, l’accordo prevede interventi volti a facilitare l’accesso al credito attraverso un’ampia gamma di strumenti di finanziamento pensati per rispondere alle esigenze operative delle aziende, tra cui prestiti a medio-lungo termine, finanziamenti per investimenti immobiliari o per l’acquisto di beni strumentali.

Soluzioni su misura per investimenti sostenibili

Per quanto riguarda la gestione dei flussi finanziari, l’accordo prevede soluzioni integrate per i pagamenti digitali e strumenti dedicati alla gestione dei flussi di cassa e delle transazioni finanziarie. Una particolare attenzione viene riservata ai temi Esg con soluzioni su misura per investimenti sostenibili per l’efficienza energetica, la riduzione delle emissioni di Co2, e servizi orientati a una transizione verso modelli di business più sostenibili. Unicredit, inoltre, attraverso la propria banking academy, metterà a disposizione corsi di formazione gratuiti che possono aiutare le imprese del terziario ad accrescere la cultura su tematiche bancarie e finanziarie e della sostenibilità.

Postacchini: «Così sosteniamo la competitività delle imprese»

Queste le dichiarazioni di Enrico Postacchini, componente di Giunta di Confcommercio con incarico per commercio e rigenerazione urbana: «Il rinnovo dell’accordo con Unicredit rappresenta un ulteriore passo nel percorso che portiamo avanti per affiancare le imprese associate con strumenti coerenti con l’evoluzione del mercato. L’intesa valorizza una collaborazione consolidata e amplia le opportunità a disposizione delle aziende del terziario, rafforzando il ruolo del sistema nel sostenere la competitività delle imprese e la vitalità economica delle città».

Areni: «Risposte concrete alle esigenze dei clienti»

Gli ha fatto eco Annalisa Areni, head of Client strategies di UniCredit Italia: «L’accordo con Confcommercio conferma quanto per noi sia strategico collaborare con le associazioni di categoria perché solo attraverso l’ascolto attento dei nostri clienti possiamo fornire risposte concrete alle loro esigenze. Vogliamo essere partner di fiducia per le imprese, offrendo loro un’ampia gamma di soluzioni dedicate a ogni tipo di necessità, in particolare sui sistemi di pagamento, agevolandole nella gestione quotidiana dei flussi di cassa e delle transazioni».

La fregata Martinengo inviata a difesa di Cipro: l’Italia si unisce a Spagna, Francia e Olanda

AGI - È la fregata missilistica Federico Martinengo la nave della Marina militare italiana destinata all'area di Cipro, nell'ambito dell'operazione per proteggere l'isola dagli attacchi iraniani in coordinamento con Spagna, Francia e Olanda.

La Martinengo, operativa dal 2018, si trova nella base di Taranto dopo aver partecipato alla missione europea Eunavfor Aspides nel Mar Rosso per proteggere il traffico mercantile dalle minacce Houthi. Fa parte delle Fregate europee multi-mission (denominate in Italia classe Bergamini) frutto di un progetto congiunto italo-francese.

La fregata è intitolata al contrammiraglio Federico Carlo Martinengo, caduto in combattimento davanti alle coste livornesi mentre era al comando di una vedetta antisommergibile che fu attaccata da due dragamine tedesche. La nave ha un equipaggio standard di circa 168-185 militari ed è dotata di un cannone prodiero per interdizione navale e obiettivi terrestri a lungo raggio e per il tiro antiaereo e di missili Aster 30 per la difesa aerea d'area (antiaereo e antimissile). 

Costruita nello stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso, venne varata il 4 marzo del 2017 e successivamente trasportata allo stabilimento del Muggiano (La Spezia) per il completamento dell'allestimento e le prove di collaudo. Il crest mantiene la tradizione delle unità Classe Fremm dedicate alle medaglie d'oro della Marina Militare e rappresenta un'immagine a tre quarti del profilo nave, che mette in risalto i sensori, le artiglierie, i sistemi d'arma e la caratteristica forma "stealth" dello scafo. Sullo sfondo azzurro smaltato sono ben visibili il motto dell'unità, "Sufficit Animus" e il distintivo ottico F 596. Dallo sfondo si staglia un mezzobusto dell'ammiraglio Luigi Rizzo. Il crest è sormontato dalla corona turrita e rostrata, simbolo della Marina Militare.

Le origini del motto 'Sufficit Animus' risalgono ai pensieri del filosofo Seneca il quale, nel suo trattato "I Benefici" scriveva: "Quando rivolgiamo ogni cosa al nostro animus, tutto è possibile; e anche quando non mi è concesso di far uso della pietà, della fede, della giustizia ed ogni virtù in se' perfetta, l'uomo può essere grato alla volontà. Chiunque ogni volta che si proponga un obiettivo e lo consegue, coglie il frutto del proprio lavoro. Colui che fa un favore cosa si propone? Dare all'altro è esso stesso piacere".

In ambito militare fu il motto della Prima Squadriglia Aerea ed anche un motto d'Annunziano, quando il poeta non rinuncio' a volare nemmeno dopo l'incidente del gennaio del 1916, quando, a seguito di un brusco ammaraggio nelle acque di Grado, urto' violentemente contro la mitragliatrice del velivolo, perdendo la vista dall'occhio destro.

 

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Prendete il Sanremo dei vostri peggiori incubi, quello che si materializza nelle notti insonni dei discografici quando le grandi firme scappano, il budget evapora e il proscenio resta a un’allucinazione collettiva dove Stefano De Martino si defila, la Clerici non firma e Conti si dà alla macchia verso lidi più sicuri. Immaginate questo vuoto pneumatico riempito da una conduzione che parrebbe partorita da un algoritmo impazzito, con Sal Da Vinci a menare le danze e il vicedirettore del Corriere Aldo Cazzullo a fargli da contrappunto intellettuale: ecco, solo allora avrete la misura della filosofia profonda che anima il San Marino Song Contest.

LEGGI ANCHE: Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino

Il monte Titano è l’ultimo avamposto del kitsch militante

L’ultimo porto franco del kitsch militante, un avamposto dove la geopolitica si risolve a colpi di cassa dritta tra le nebbie di un Monte Titano che ha smesso di essere un’enclave fiscale per trasformarsi nel terminal del trash d’esportazione per spettatori ipnotizzati. Tutto questo baraccone, oggi diventato orgogliosamente sistemico, trova la sua genesi in quel 2022 in cui Achille Lauro decise di forzare la mano al destino con un’operazione che all’epoca parve a molti un atto di disperazione, il gesto di chi tenta il tutto per tutto pur di non restare al palo. Respinto dalle giurie di casa nostra, il performer romano comprese prima degli altri che la Serenissima Repubblica poteva essere il cavallo di Troia per espugnare l’Eurovision (allora ospitato a Torino): si presentò sul Titano, la spuntò su una concorrenza impalpabile e volò sul palco europeo cavalcando un toro meccanico. Fu un flop storico, un’eliminazione bruciante in semifinale, eppure quel sacrificio sull’altare della bizzarria ha tracciato il solco in cui oggi tutti saltano con entusiasmo.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Un appuntamento per chi già si sente orfano di Sanremo

Perché buttare via la possibilità di accaparrarsi un posto per Vienna (dove avrà luogo la kermesse quest’anno) quando Lauro ha dimostrato che la dignità può essere barattata con un pass internazionale? Se l’anno scorso ha vinto persino Gabry Ponte, legittimando la “scorciatoia” sanreminese, oggi il San Marino Song Contest gode di riflettori insperati proprio perché conserva quella trasgressione che attira chi di Sanremo si sente già orfano.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Gabry Ponte (Ansa).

Simona Ventura con il suo «crederci sempre» al timone

In questo prevedibile acquario di ambizioni, al quinto, ostinato giro di giostra, il baraccone ha deciso di indossare l’abito buono, o almeno di provarci, affidando il timone a Simona Ventura. La SuperSimo nazionale, colei che ha svezzato generazioni tra naufraghi seminudi a caccia di cocchi e domeniche calcistiche vissute sull’orlo di una crisi di nervi, sbarca sulla Repubblica come una sovrana decaduta ma armata della solita grinta del «crederci sempre».

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Simona Ventura (Ansa).

Del resto l’ex regina di Quelli che il calcio resta l’unica protezione civile possibile per una manifestazione che ogni anno colleziona disastri tecnici come fossero figurine Panini, nonostante l’organizzazione diretta della Rai (oltre che San Marino Rtv, venerdì sera è in diretta su RaiPlay e Rai Radio 2). Gestirà gli spazi morti, le scenette improvvisate e i fonici che sembrano sempre aver appena finito un giro di sangiovese? Probabile.

La Giuria di qualità promette il caos primordiale

Ma la vera domanda è: quanto potrà reggere l’urto di una giuria che pare uscita da un esperimento sociale di fine Anni 90? Perché se la conduzione è, sulla carta, “un passo avanti” rispetto al passato, la giuria di qualità è un tuffo nel Giurassico più rissoso e imprevedibile. Mettete insieme Iva Zanicchi, Morgan e Red Ronnie e avrete servito su un vassoio d’argento il caos primordiale. C’è da scommetterci i 100 euro che non abbiamo: forse il Castoldi spiegherà le strutture armoniche del Settecento a un povero concorrente albanese, l’Aquila di Ligonchio racconterà una barzelletta spinta per smorzare i toni e il custode del Roxy Bar cercherà tracce di complotti alieni nei testi dei gareggianti.

Sul palco da Rosa Chemical a Dolcenera

Accanto a loro un’Arca di Noè del “vorrei ma non Sanremo”, dove i confini tra generi e nazioni sfumano sotto i colpi del bit. I nostri? Eccoli schierati come fanti: Rosa Chemical, reduce da Ballando e trattato con i guanti di velluto dopo essere stato ripudiato dai palchi nobili, Dolcenera accanto all’energia cacofonica dell’Orchestraccia e allo swing di un Paolo Belli (pure lui passato tra i concorrenti della regina Milly), e l’accoppiata che sulla carta sembra un errore del sistema operativo: Senhit e Boy George. È l’estetica del Stasera tutto è possibile (così cara proprio a De Martino, che andrà ad occupare Sanremo) che solo San Marino sa regalare.

Immancabile l’estone Tommy Cash

In attesa dei super ospiti, un quartetto da brividi composto dall’estone Tommy Cash, l’immortale Al Bano, il paroliere col ciuffo Cristiano Malgioglio, e la regina del twerking Elettra Lamborghini (troverà anche sul Titano gli ormai celebri «festini bilaterali»?), ci godiamo lo spettacolo consapevoli che questo è l’unico baluardo dove il kitsch è ancora una cosa seria.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Cristiano Malgioglio (Ansa).

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio

Il giorno dopo l’inizio dei raid sul suolo iraniano, come rivelato dal New York Times, emissari del ministero dell’Intelligence di Teheran avevano cercato un contatto indiretto con la CIA, passando attraverso i servizi di un Paese terzo. Un segnale di disponibilità a discutere una via d’uscita dal conflitto. Apertura poi ritrattata il 5 marzo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti chiarito a NBC News che l’Iran non ha chiesto un cessate il fuoco: «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo impegnarci di nuovo con coloro che lo hanno fatto, che non sono onesti nei negoziati, e non lo fanno e non entrano nei negoziati in buona fede». La posizione americana era già stata chiarita su Truth Social. Donald Trump aveva scritto che ormai era «troppo tardi» per trattare. E ha aggiunto una frase che dice più di qualsiasi briefing dell’intelligence: «La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Non è retorica. È una descrizione letterale.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Il post di Donald Trump su Truth Social.

La CIA stessa ha fornito a Israele l’intelligence ad alta fedeltà sulla posizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso in un raid insieme ad altri vertici del regime. Tel Aviv ha esortato Washington a proseguire con una campagna progettata per indebolire drasticamente le capacità militari dell’Iran. Tutto chiaro. Ma se elimini gli interlocutori, con chi negozi?

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Ali Khamenei (Ansa).

Il rischio dell’annientamento dei vertici

Le guerre di decapitazione – che comportano cioè l’azzeramento dei vertici di un regime – hanno sempre lo stesso problema. Più distruggi la catena di comando (ora tra i possibili successori dell’Ayatollah c’è il figlio 56enne Mojtaba Khamenei) più il potere si ridistribuisce verso il basso, verso chi ha le armi, non verso chi ha l’autorità politica per firmare e far rispettare un accordo. «Vogliamo ripulire tutto», ha ribadito Trump in un’intervista all’Nbc. Aggiungendo di avere in mente nomi per un «buon leader». «Non vogliamo qualcuno che porti avanti la ricostruzione per 10 anni. Abbiamo persone che penso farebbero un buon lavoro». Il tycoon ha quindi paragonato lo scenario iraniano al Venezuela, suggerendo un modello in cui la pressione militare produce un esito politico controllabile. Tanto che ha bocciato l’ipotesi della nomina di Khamenei jr: «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela», ha dichiarato ad Axios. Ignorando che in Iran non c’è un solo uomo da sostituire, ma un intero apparato. La Repubblica islamica ha infatti catene di comando parallele, istituzioni ideologiche radicate e un apparato di sicurezza progettato per sopravvivere all’azzeramento della leadership ridistribuendo l’autorità verso il basso.

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Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa il 28 febbraio (Ansa).

I Pasdaran, lo Stato dentro lo Stato

Si può immaginare il potere iraniano come un sistema a doppia elica. Da un lato c’è la struttura politica formale: presidente, parlamento, leadership religiosa. È la facciata istituzionale, quella con cui l’Occidente ha sempre cercato di negoziare. Dall’altro c’è un apparato parallelo che è il vero scheletro del Paese: i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Non sono soltanto un corpo militare. Sono contemporaneamente esercito, servizio segreto, conglomerato industriale e sistema finanziario. Lo dimostra il fatto che stiano spingendo per la successione forzata del figlio di Khamenei. Le stime occidentali gli attribuiscono il controllo di una quota dell’economia iraniana che va da un terzo a quasi due terzi del Pil. Telecomunicazioni, energia, costruzioni, import-export, cantieristica, finanza. Il loro budget militare, stimato tra 6 e 9 miliardi di dollari, rappresenta circa il 40 per cento della spesa militare ufficiale del Paese. Ecco il punto che cambia tutto. L’Iran di oggi non è quello del 1979. La maggioranza dei giovani iraniani è secolarizzata, distante dall’ideologia religiosa della rivoluzione, connessa al mondo. Chiedono solo la normalità. Ma il sistema costruito dai Pasdaran non si regge sull’ideologia. Si regge sull’organizzazione. Controlla reti di sicurezza, catene logistiche, posti di lavoro, infrastrutture. È un sistema clientelare armato. Cosa succede quando una guerra distrugge la leadership politica — i mullah, i diplomatici, gli interlocutori — ma lascia intatto quest’apparato? Succede che il baricentro del potere si sposta. Non verso una transizione democratica. I giovani iraniani la vorrebbero, ma non hanno gli strumenti per imporla. Il potere si sposta verso chi controlla reti, infrastrutture e uomini armati. Verso i Pasdaran, appunto. L’esito più probabile, se la traiettoria attuale continua, non è un Iran libero. È un Iran più militarizzato, più nazionalista e più imprevedibile. Un regime dove la componente ideologica religiosa cede il passo a un nazionalismo militare che potrebbe rivelarsi ancora più difficile da contenere.

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Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).

La vulnerabilità delle monarchie del Golfo e la strategia di Teheran

Dall’altro lato dello Stretto c’è un’altra fragilità che la narrazione ufficiale nasconde con cura. Le monarchie del Golfo possiedono arsenali tecnologicamente avanzatissimi. L’immagine pubblica è quella di potenze invulnerabili. La realtà operativa è diversa. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Immagini satellitari di un attacco in Bahrain (Ansa).

La guerra nello Yemen lo aveva già dimostrato: superiorità tecnologica schiacciante, risultati sul campo modesti. Oggi quella lezione si ripresenta su scala più ampia, con un avversario più sofisticato. La strategia iraniana sfrutta esattamente questa vulnerabilità. Teheran non deve vincere una guerra convenzionale. Deve rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte. Non è conquista. È coercizione multilivello: se il prezzo della solidarietà con Washington diventa troppo alto, saranno le monarchie stesse a chiedere che l’escalation si fermi.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Elicotteri a Doha, Qatar (Ansa).

Le tre variabili da tenere d’occhio

Lo scenario che si sta consolidando non è una guerra lampo né un cessate il fuoco imminente. È qualcosa di più insidioso: un conflitto a bassa intensità e lunga durata, senza un obiettivo politico finale definito. Le variabili da monitorare sono tre. Il canale negoziale Iran-Usa. L’apertura iraniana verso la CIA è stata ritrattata, ma Trump l’ha respinta e Israele preme per continuare. Finché la campagna di decapitazione elimina gli interlocutori potenziali, la finestra diplomatica resta chiusa. E con essa qualsiasi prospettiva di de-escalation controllata. La tenuta delle monarchie del Golfo. I costi di difesa sono nell’ordine dei miliardi a settimana. La strategia iraniana punta a trasformare la solidarietà con Washington da scelta strategica a peso insostenibile. Il giorno in cui Riad o Abu Dhabi decideranno che il prezzo è troppo alto, l’intera architettura della coalizione cambierà. Il futuro del potere in Iran. Se la leadership politica continua a essere eliminata e i Pasdaran consolidano il controllo, l’Occidente si troverà di fronte un interlocutore più opaco, più militarizzato e meno interessato a negoziare. Un Iran dei generali, non dei diplomatici. Le guerre senza strategia non producono ordine. Producono il vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto a lungo.

LEGGI ANCHE: Guerra all’Iran, perché l’Europa paga il prezzo più alto

Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue

La partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non ha solo innescato lo scontro tra il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ha infatti travalicato i confini italiani ed è diventata un caso di respiro internazionale: 26 eurodeputati hanno infatti firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco e al cda della Biennale, chiedendo la revoca della «inaccettabile» partecipazione della Federazione Russa.

Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue
Pina Picierno (Ansa).

Cosa hanno scritto gli eurodeputati nella lettera

Tra i firmatari della lettera, di vari schieramenti politici, c’è anche l’italiana Pina Picierno del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo. La riammissione della Russia, si legge nella documento, «rischia di danneggiare la reputazione e la statura morale della Biennale stessa», che «rappresenta da sempre un luogo simbolico di libertà artistica e cooperazione internazionale». Permettere la presenza ufficiale della Federazione Russa, spiegano gli europarlamentari, porterebbe «inevitabilmente con sé un significato simbolico e di legittimazione». Tutto questo dopo quattro anni di «bombardamenti, distruzione di infrastrutture e attacchi sistematici al patrimonio culturale ucraino».