Petroliera americana colpita al largo del Kuwait, greggio in mare

Una petroliera all’ancora nelle acque al largo del Kuwait è stata oggetto di un attacco, che è stato di fatto rivendicato dall’Iran: i pasdaran hanno infatti affermato di aver colpito una nave americana di questo tipo nel nord del Golfo Persico. L’equipaggio dell’imbarcazione è in salvo. La petroliera ha però imbarcato acqua e dal serbatoio del carico è stata rilevata una fuoriuscita di greggio, con possibili conseguenze ambientali. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto spiega che il comandante «ha udito una grande esplosione a babordo, per poi vedere una piccola imbarcazione allontanarsi». Il ministero degli Interni del Kuwait ha dichiarato che l’esplosione è avvenuta «al di fuori delle acque territoriali» dell’emirato, ad almeno 60 chilometri dal porto di Mubarak Al-Kabeer.

Si tratta della sesta nave colpita in 24 ore

La petroliera colpita al largo del Kuwait è la sesta imbarcazione attaccata nelle ultime 24 ore nelle acque del Mar Arabico e del Golfo Persico. La prima nave a essere stata colpita è stata la portacontainer Safeen Prestige, al largo dell’Oman. Dove si trovava, ma ben più lontana (a 137 miglia nautiche dalla costa) anche la portarinfuse Pelagia. Al largo di Dubai, nel Golfo Persico, è stata colpita la nave cargo MSC Grace. Due gli incidenti nelle acque di Fujairah, Emirati Arabi Uniti: coinvolte la portarinfuse Gold Oak, battente bandiera panamense, e la petroliera VLCC Libra Trader, battente bandiera delle Isole Marshall.

La minaccia dei Guardiani della rivoluzione

I Guardiani della rivoluzione, che hanno dichiarato di avere il controllo completo dello Stretto di Hormuz, hanno spiegato che il passaggio attraverso il budello chiave per il commercio mondiale di petrolio è precluso solo alle navi provenienti da Stati Uniti, Israele, Europa e altri alleati dell’Occidente. E queste imbarcazioni, se individuate nel Golfo Persico, «verranno sicuramente colpite».

Meloni: «Sulle basi Usa valgono gli accordi, per altre richieste deciderà il Parlamento»

La premier Giorgia Meloni si è detta preoccupata per le ripercussioni sull’Italia del conflitto mediorientale che, «in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, che sta bombardando tutti i Paesi vicini compresi quelli che si erano spesi per un accordo sul nucleare iraniano, comporta un rischio di escalation che può avere conseguenze imprevedibili». Intervenuta al programma radiofonico Non stop news su Rtl 102.5, ha ribadito che «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci».

Per l’utilizzo delle basi americane l’Italia si attiene agli accordi bilaterali

Per quanto riguarda l’utilizzo delle basi militari americane, Meloni ha affermato che l’Italia si attiene agli accordi bilaterali. Nel nostro Paese ce ne sono sono tre, concesse agli americani in virtù di accordi del 1954 che sono sempre stati aggiornati. «Ci sono delle autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, semplificando, operazioni di non bombardamento. Se poi arrivassero richieste uso basi italiane per fare altro, la competenza sarebbe del governo decidere se concedere un nuovo utilizzo più esteso, ma io penso che in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento», ha aggiunto.

L’invio di aiuti ai Paesi del Golfo e l’attenzione sulla minaccia terroristica

«L’Italia, come Regno Unito, Francia, Germania, intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo. Parliamo chiaramente di difesa aerea, non solo perché sono nazioni amiche ma perché in quell’area ci sono decine di migliaia di italiani, e circa 2 mila militari che dobbiamo proteggere. E il Golfo è vitale per gli approvvigionamenti», ha continuato la Meloni. Sul terrorismo islamico, infine, «non bisogna mai abbassare la guardia, siamo totalmente mobilitati, sono mobilitati tutti i servizi di sicurezza». «Il ministro Piantedosi ha già convocato il comitato per l’ordine e la sicurezza, il comitato analisi strategica antiterrorismo si riunisce in modo cadenzato, abbiamo delle eccellenze. Non siamo distratti, la guardia è altissima».

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).

Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione

I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Da tempo il patto con il lettore è morto 

Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo? 

L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani 

Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato 

Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare.​ La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).

Fine di una concezione del giornalismo 

La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. ​Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.​ 

Trovato morto il patron di Telepordenone, “colpito più volte alla testa”

AGI - Un imprenditore di Pordenone, Mario Ruoso, 87 anni, è stato trovato morto nella sua abitazione di Porcia di Pordenone. L'anziano era una figura e una voce storica della città, nella quale aveva fondato anche l'emittente televisiva Telepordenone. L'emittente, dopo decenni di intensa attività, ha chiuso.

Cavaliere del lavoro, Ruoso era il proprietario del Garage Venezia uno dei più longevi saloni per la vendita di automobili del Friuli Venezia Giulia e collezionista di auto d'epoca.

Ferita sospetta

Mario Ruoso "è stato ucciso" colpito più volte alla testa "con un corpo contundente" comunque "un omicidio ancora tutto da verificare". Lo ha detto ai giornalisti il Procuratore Capo di Pordenone Pietro Montrone uscendo dall'attico al settimo piano di Ruoso, circondato da giornalisti e telecamere. È quanto emerso dal sopralluogo delle forze dell'ordine, della scientifica di Padova e dal medico legale Antonello Cirnelli che ha effettuato l'ispezione del cadavere.

L'appartamento è sotto sequestro. L'87enne è stato rinvenuto in una pozza di sangue poco distante dalla porta d'ingresso della casa. Gli investigatori hanno anche raccolto le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona e all'esterno dalla sua concessionaria di Garage Venezia per analizzare eventuali movimenti particolari.

Il cordoglio del sindaco di Pordenone

"Con la scomparsa di Mario Ruoso viene a mancare una figura che, in particolare attraverso le attività del Garage Venezia e di TelePordenone, ha contribuito in modo significativo alla vita economica e informativa del territorio, lasciando un segno profondo nella comunità pordenonese". Lo afferma in una nota di cordoglio il sindaco di Pordenone, Alessandro Basso. "Alla sua famiglia e ai suoi cari - conclude - rivolgo il pensiero e la vicinanza dell'amministrazione comunale, della città e mia personale in questo momento di dolore".

 

Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita

Ricordiamo ancora il Fabrizio Romano, classe 1993, di una decina di anni fa, ai tempi di Sky Sport. Quando lo incrociavamo in luglio, sulla linea 2 della metropolitana di Milano, completamente sfatto, camicia bianca d’ordinanza sudata e fuori dai pantaloni, attorno a mezzanotte, mentre se ne tornava a casa dopo aver fatto la posta ad agenti e direttori sportivi fuori dai ristoranti della movida. E, fra di noi, commentavamo: «Mamma mia, che lavoro assurdo, speriamo che almeno lo paghino decentemente».

Lo slogan Here we go e incassi da 5 milioni l’anno

Ma di lì a poco, citando Francesco De Gregori, «il ragazzo si farà», diventando, negli ultimi sei anni, il giornalista sportivo più influente al mondo sulle vicende di calciomercato, con il suo celebre slogan «Here we go» a sancire la buona riuscita di una trattativa e oltre 122 milioni di follower sui social sparsi su tutto il Pianeta che gli valgono incassi annui attorno ai 5 milioni di euro. In un settore in continua evoluzione, dove il confine tra giornalismo e intrattenimento è sempre più labile.

Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita

Coccolato e corteggiato da brand e media

Testimonial Tim (agendo soprattutto come influencer e creator sui social media riesce ad aggirare i vincoli dell’informazione tradizionale italiana, che non permetterebbe ai giornalisti di fare pubblicità), coccolato e corteggiato da tutti i media internazionali (nel nostro Paese collabora con Dazn), Fabrizio Romano siede su una miniera d’oro. Anche se è stato sommerso da una classica shitstorm social, cioè una “tempesta di guano”, per un video postato sui suoi canali in cui elogia il ruolo umanitario globale dell’Arabia Saudita attraverso il King Salman Humanitarian Aid and Relief Centre (KSRelief), elencando tutta una serie di progetti meritevoli, dalla realizzazione di centri di soccorso in 13 Paesi, passando per forniture di acqua potabile e finendo con programmi sanitari contro le malattie e di riabilitazione per le vittime di conflitti armati.

La storia è sempre la stessa: il regime saudita, accusato di aver fatto a pezzi nel 2018 il giornalista scomodo Jamal Khashoggi (anche se Donald Trump, e chi se non lui, sull’argomento ha appena “scagionato” alla sua maniera il principe Mohammad bin Salman), non evoca un approccio esattamente umanitario alle cose del mondo. E in molti hanno visto nel video di Romano una sorta di scivolone, trasformandolo in una specie di Matteo Renzi del giornalismo sportivo (do you remember il «Nuovo Rinascimento saudita»?).

Un post da 10 milioni di visualizzazioni e tante critiche

In meno di 24 ore quel contenuto su X ha comunque già superato quota 10 milioni di visualizzazioni, con più di 23 mila cuoricini e oltre 3 mila commenti, nella gran parte negativi («Fabri, perché non ricordare anche lo straordinario lavoro fatto dalla Germania nazista per la società multirazziale»; «Fabrizio, sei imbarazzante», «Per quanti soldi si è disposti a perdere la propria credibilità? Ognuno ha il suo prezzo, ma in ogni caso questa adv al regime saudita certifica la completa metamorfosi di Romano da giornalista a influencer», giusto per far capire il tono predominante dei messaggi). Il post si è beccato pure una di quelle note di fact-checking da parte della community dove si precisa la pessima reputazione dell’Arabia in materia di rispetto dei diritti umani (ma va?). E all’estero, come ha fatto per esempio il Telegraph, si è parlato di «giorno particolarmente triste per il giornalismo sportivo».

Non sappiamo, ovviamente, se l’endorsement di Romano nei confronti dell’Arabia Saudita sia stato fatto spontaneamente o dietro lauto compenso. Poco dopo, guarda caso, il giornalista italiano ha però pubblicato un’esclusiva sulla permanenza di Cristiano Ronaldo nel regno, in un momento in cui si vociferava molto di un suo temporaneo ritorno in Europa, in fuga dalla guerra mediorientale (CR7 è anche infortunato). Di sicuro, come già spiegato da Lettera43, l’Arabia Saudita e tutti i Paesi del Golfo hanno usato, usano e useranno lo sport, e il calcio in particolare (Mondiale in Qatar nel 2022 e in Arabia Saudita nel 2034) come leva efficiente di soft power per imporsi sullo scacchiere internazionale, spolverando di modernità la loro immagine. Si chiama sportswashing.

Il business del pallone, volenti o nolenti, passa dal Medio Oriente

E gli addetti ai lavori (basti vedere il comportamento di Gianni Infantino, presidente della Fifa) non possono non tenerne conto, a prescindere dal fatto che ci sia o meno un cachet: il business del pallone, volenti o nolenti, passa ancora da quelle parti, a meno che la guerra in Iran non degeneri.

Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita

Fabrizio Romano, peraltro, è piuttosto sensibile ai temi che riguardano quell’area del mondo, essendo stato premiato proprio a Dubai con il Globe soccer award come Best football journalist nel 2022 e come Best digital journalist nel 2023.

Alla fine del 2025 lo stesso Romano era uno dei tre relatori italiani invitati alla prima edizione del prestigioso Bridge summit ad Abu Dhabi (8-10 dicembre), evento mediatico che ha riunito i leader globali dei settori dei media, della tecnologia e della creatività. E in quella occasione il giornalista aveva parlato del modello di uno storytelling sportivo tra breaking news, piattaforme digitali e community globali, con sessioni dedicate a come i media sportivi stanno cambiando linguaggio, tempi e relazioni con i fan.

A questo punto si tratta solo di attendere, per verificare se questa deriva “Pubblicità Progresso” di Romano a favore di chi calpesta i diritti umani avrà un seguito e sarà declinata anche in altri Paesi. O se, invece, resterà un caso isolato. Ma che prezzo ha un inciampo del genere a livello reputazionale?

Crisi in Medio Oriente, comunicazioni di Crosetto e Tajani al Senato e alla Camera

Domani, giovedì 5 marzo, il governo riferirà sulla crisi in Medio Oriente. Si svolgeranno infatti sia al Senato che alla Camera comunicazioni da parte del ministri deglo Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto (appena rientrato da Dubai), «sull’evoluzione del quadro internazionale», con focus ovviamente sull’Iran e sui possibili aiuti ai Paesi minacciati dalla reazione della Repubblica Islamica, dopo agli attacchi di Stati Uniti e Israele.

Le comunicazioni prevedono risoluzioni con voto

Nella serata di martedì 3 marzo, Crosetto – rispondendo su X ai 5 stelle – aveva spiegato che era prevista un’informativa. L’escalation in corso in Medio Oriente avrebbe convinto Palazzo Chigi a virare sulle comunicazioni. Che, a differenza dell’informativa, può prevedere votazioni in Aula su una o più risoluzioni.

L’Italia è pronta a inviare un sistema di difesa Samp-T

Dai Paesi del Golfo, minacciati dai missili e dai droni armati di Teheran, sono partite diverse richieste di aiuto. L’Italia è pronta a inviare un sistema di difesa missilistica Samp-T in Medio Oriente, destinato a finire in Kuwait oppure negli Emirati Arabi Uniti. Sul tavolo c’è anche l’idea di muovere una fregata della Marina militare di fronte alle coste di Cipro, isola finita nel mirino dell’Iran a causa della presenza di una base aerea britannica. Ogni decisione necessiterà dell’approvazione del Parlamento.

Bimba investita all’asilo di Velletri: sentenza definitiva per la maestra

AGI - Dopo 8 anni di processo, dopo circa 30 udienze, dopo sofferenze e umiliazioni subite nel corso del processo stesso, siamo arrivati oggi alla condanna definitiva per la maestra Francesca Rocca che si è vista respingere il suo ricorso in Cassazione dopo due sentenze definitive in primo e secondo grado. Per lei due anni e sei mesi di reclusione per lesioni personali colpose e abbandono di minore. Condannata in via definitiva anche l'investitrice Chiara Colonnelli che non aveva però fatto ricorso in Cassazione: un anno di reclusione per lesioni e un anno di sospensione della patente. Così in una nota Massimo Montebove e Lara Liotta, genitori di Lavinia, la bambina di 16 mesi investita nel 2018 nel parcheggio dell'asilo nido che frequentava a Velletri, in provincia di Roma.

In questa vicenda - sottolinea la famiglia - l'unica, vera persona condannata a vita è nostra figlia Lavinia che era nata sana e che resterà tetraplegica e in stato vegetativo di minima coscienza per sempre. Voglio ricordare che i giudici nei dispositivi delle sentenze hanno scritto nero su bianco che mai le imputate, oggi definitivamente condannate, hanno mostrato segni di pentimento. Vogliamo ringraziare i magistrati per essere arrivati finalmente ad acclarare processualmente la verità dei fatti e vogliamo ringraziare soprattutto il nostro avvocato Cristina Spagnolo per essere stata al nostro fianco fin dal primo momento e per averci sostenuto anche psicologicamente.

La conferma delle condanne e la situazione di Lavinia

Il 27 marzo 2025 la Corte d'Appello di Roma aveva confermato le condanne di primo grado per le due imputate: Francesca Rocca (la maestra) condannata a 2 anni e 6 mesi e Chiara Colonnelli (la donna alla guida dell'auto) condannata a 1 anno con sospensione della patente. Oggi la parola fine della Cassazione dopo il ricorso della maestra. Lavinia compirà 8 anni il 15 marzo, vive oggi a casa in stato vegetativo di minima coscienza, è assistita h24 da mediciinfermieriterapisti e famiglia sotto la supervisione della ASL di Velletri e dell'ospedale Bambino Gesù.

Gli Stati Uniti alzano i dazi globali al 15 per cento

Il segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che gli Stati Uniti porteranno i dazi globali dal 10 al 15 per cento «probabilmente in settimana». Bessent ha inoltre affermato di aspettarsi che, entro agosto, le tariffe tornino di fatto ai livelli precedenti alla recente decisione della Corte Suprema, che ha annullato i dazi “reciproci” introdotti da Trump. «È mia forte convinzione che le aliquote tariffarie torneranno ai livelli precedenti entro cinque mesi», ha dichiarato all’emittente statunitense. Il segretario al Tesoro Usa si è anche espresso sul rifiuto della Spagna di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi di Rota e Moron, situate in territorio spagnolo, nell’attacco contro l’Iran, sostenendo che ciò ha messo in pericolo la vita dei cittadini americani. Rispondendo alla domanda se sia possibile un embargo commerciale con la Spagna, come ha minacciato il presidente Trump, Bessent ha detto che «sarebbe uno sforzo congiunto», senza fornire ulteriori spiegazioni.

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?

Donald Trump è sicuro: gli Stati Uniti possono fare affidamento su scorte di munizioni «di livello medio e medio-alto» «praticamente illimitate», al punto che gli States potrebbero combattere «per sempre» e «con grande successo, usando solo queste scorte». Non solo. Il presidente americano, in un post sul social Truth del 3 marzo, ha assicurato che «molte altre armi di alta qualità sono stoccate per noi in Paesi alleati». Quindi nessun problema, l’attacco all’Iran sferrato con Israele non presenta ostacoli logistici. Certo, «Sleepy Joe» (cioè il predecessore Biden), sottolinea Trump, ha commesso l’errore di regalare soldi e armi all’Ucraina senza preoccuparsi di rimpinguare l’arsenale a stelle e strisce. Ma anche in questo caso, niente paura: «Fortunatamente, ho ricostruito l’esercito durante il mio primo mandato e continuo a farlo. Gli Stati Uniti sono riforniti e pronti a VINCERE, ALLA GRANDE!!!».

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?
Il post di Trump su Truth.

Scorte di munizioni in esaurimento

Visto però l’allargarsi del conflitto, con i droni e i missili iraniani che cadono sulle basi e ambasciate Usa in Medio Oriente, le certezze incrollabili del presidente, condivise via social dal Pentagono, potrebbero però presto essere messe alla prova. Come ricordano Axios e il Wall Street Journal, il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine, aveva sottolineato che proprio la scarsità di scorte – soprattutto di intercettori utilizzati per neutralizzare i missili in arrivo – sarebbe stato un fattore limitante in caso di attacco prolungato e massiccio contro l’Iran. Insomma sia le munizioni Usa sia quelle di Israele e dei Paesi del Golfo si starebbero esaurendo più velocemente di quanto la produzione riesca a rimpiazzarle. A questo si aggiunge la possibile sottovalutazione della potenza di fuoco iraniana: solo nei primi due giorni di attacchi, Teheran avrebbe sganciato circa 400 missili e 800 droni. Per far fronte alla possibile scarsità di intercettori per il THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), lo scudo missilistico che ha permesso agli Emirati di intercettare quasi 200 missili balistici, e già attivato in Israele e Giordania, il Pentagono potrebbe dover attingere agli arsenali dislocati nel Pacifico, in Corea del Sud e a Guam, in funzione anti Pyongyang e anti Pechino.

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?
Il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine (Ansa).

Nel 2025 stanziati 25 miliardi di dollari per nuovi missili

Ben prima dell’operazione Epic Fury, la Difesa statunitense aveva posto la produzione bellica tra le priorità di spesa come sottolineato dal Forecast International’s Defense & Security Monitor. Nel bilancio 2025, erano stati stanziati 25 miliardi di dollari per l’acquisto di missili (tra cui Patriot, SM-3, SM-6, AIM-120 AMRAAM e 18 Tomahawk, diventati 57 nel bilancio 2026) e il potenziamento della produzione. Sono stati inoltre stretti accordi con i maggiori appaltatori della Difesa. L’8 gennaio, Lockheed Martin ha annunciato un accordo di sette anni per aumentare la produzione del PAC-3 MSE da 600 a 2.000 missili all’anno, mentre a inizio febbraio RTX ha siglato cinque accordi con il Dipartimento della Difesa per una serie di missili chiave, tra cui i Tomahawk, gli AIM-120 AMRAAM, gli intercettori SM-3 e i missili SM-6. In base alle nuove intese, si prevede che la produzione annuale di Tomahawk supererà i 1.000 missili, quella di AMRAAM raggiungerà almeno le 1.900 unità e quella di SM-6 supererà le 500.

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?
Gli accordi per l’aumento della produzione bellica (dal sito Forecast International’s Defense & Security Monitor).

I Tomahawk usati nel 2025 tra Yemen e Nigeria

Ma gli intercettori per la difesa aerea non sono gli unici a scarseggiare. Lo stesso vale per i già citati Tomahawk (TLAM), ampiamente usati durante l’operazione Rough Rider del marzo 2025 contro gli Houthi nello Yemen. «L’amministrazione Trump ha lanciato TLAM a un ritmo straordinario in operazioni in tutto il mondo», ha spiegato al Wsj Becca Wasser, ricercatrice presso il Center for a New American Security, «in Medio Oriente contro l’Iran e contro gli Houthi, oltre che in Nigeria negli attacchi della vigilia di Natale» per distruggere due campi militari legati ai gruppi terroristici del cosiddetto Stato islamico. La preoccupazione per le scorte è inoltre condivisa anche da Israele. Secondo un funzionario statunitense, Tel Aviv dispone di un numero limitato di intercettori Arrow 3 per la difesa aerea. Ed è inoltre a corto di missili aria-aria, utilizzati la scorsa estate per distruggere lanciatori di missili iraniani e lo scorso anno per colpire leader di Hamas in Qatar. Non solo. Come affermato dal ministero delle Finanze israeliano, la guerra contro l’Iran potrebbe arrivare a costare alle casse dello Stato ebraico 9,4 miliardi di shekel (circa 3 miliardi di dollari) a settimana. Insomma, Trump può davvero stare sereno? Stando a Leon Panetta, ex numero uno della Cia ed ex segretario alla Difesa non troppo. «Ci sono limiti al numero di missili, di capacità di difese aeee degli Stati Uniti anche se siamo un esercito forte e abbiamo ovviamente un enorme supporto industriale», ha detto in un’intervista al Corriere della Sera. «Ma alla fine nessun Paese è completamente pronto per una ampia guerra regionale, ovvero ciò in cui siamo coinvolti ora. È una guerra che copre il Medio Oriente e 4-5 settimane di continui attacchi richiedono logistica, mobilizzazione, e non ho dubbi che le nostre forze sono tese al massimo».

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»

L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato di aver ucciso nei raid sulla Repubblica Islamica un cittadino iraniano a capo di un’unità che aveva organizzato un presunto complotto per eliminare Donald Trump. «Sebbene non fosse nemmeno lontanamente lui il fulcro dell’operazione, abbiamo fatto in modo da includerlo nella lista degli obiettivi. È stato braccato e ucciso», ha detto il segretario alla Guerra Pete Hegseth, in un briefing con la stampa: «L’Iran ha tentato di uccidere il presidente Trump e il presidente Trump ha riso per ultimo». Teheran ha sempre smentito di aver messo in piedi un piano per assassinare il tycoon.

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»
Donald Trump (Ansa).

Nel 2024 il Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato l’iraniano Farhad Shakeri

Hegseth non ha fatto il nome della persona uccisa. Si sa però che a novembre del 2024 Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato il 52enne Farhad Shakeri, in relazione a un piano dei Guardiani della rivoluzione per assassinare Trump, appena rieletto alla Casa Bianca. Emigrato negli Stati Uniti da bambino, Shakeri era stato espulso attorno al 2008 dopo 14 anni trascorsi in carcere per rapina. Secondo il Dipartimento di Giustizia si era avvalso «di una rete di complici incontrati in prigione negli Stati Uniti per fornire ai Guardiani della rivoluzione agenti incaricati di sorvegliare e assassinare» i bersagli dei pasdaran negli Usa. Assieme a lui erano state incriminate altre due persone, Carlisle Rivera e Jonathan Loadholt: i tre avrebbero messo in piedi un piano (poi non portato a termine) per eliminare Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana residente negli Usa, che aveva criticato le leggi sull’obbligo del velo per le donne. Secondo il Dipartimento di Giustizia era stato anche incaricato dai Guardiani della rivoluzione di sorvegliare due ebrei americani residenti a New York e di aver ricevuto un’offerta di 500 mila dollari dai pasdaran per ucciderli. Inoltre a Shakeri sarebbe stato anche assegnato il compito di colpire turisti israeliani in Sri Lanka.