Dopo 42 giorni è terminato la shutdown più lungo della storia degli Stati Uniti. Mercoledì la Camera ha approvato, con 222 voti favorevoli e 209 contrari, la legge di compromesso già passata al Senato grazie al voto di otto democratici moderati, poi firmata in serata dal presidente Donald Trump. Il provvedimento finanzia le attività del governo federale fino al 30 gennaio, e fino al 30 settembre per i dipartimenti di Difesa e Agricoltura, reintegrando i dipendenti pubblici licenziati e garantendo il pagamento degli stipendi arretrati. Ma non affronta la questione che originariamente aveva creato l’ostruzionismo dei Democratici: l’estensione dei crediti fiscali sanitari previsti dall’Affordable Care Act, la riforma sanitaria nota anche come Obamacare.
Il mancato compromesso sull’Obamacare spacca i Democratici
Lo shutdown era iniziato il 1° ottobre per lo scontro tra Repubblicani e Democratici sulla legge di bilancio. Nel periodo di blocco, circa 700 mila dipendenti federali erano stati messi in congedo forzato, senza stipendio, mentre i programmi di assistenza alimentare e parte del traffico aereo erano stati sospesi. L’accordo è passato senza includere l’estensione dei crediti fiscali previsti dall’Affordable Care Act. Questi crediti servono a ridurre il costo delle polizze sanitarie per chi acquista un’assicurazione privata e scadranno a fine anno, con il rischio di un aumento medio dei premi del 26 per cento. Il testo concede solo un voto in Senato a dicembre sulla loro estensione, senza però alcuna garanzia di approvazione. La mancata proroga di questi aiuti ha acuito le divisioni all’interno dello stesso partito dei Democratici: alla Camera, scrive Politico, molti hanno accusato i colleghi moderati al Senato di aver ceduto troppo presto, dando a Trump la possibilità di rivendicare il risultato senza aver ottenuto una prospettiva chiara sulla sanità. Firmando la legge, il presidente ha parlato di «messaggio chiaro contro il ricatto dei Democratici».
