La Spagna ha rimosso il suo ambasciatore in Israele

La Spagna ha deciso di rimuovere il suo ambasciatore in Israele Ana Salomon Pérez, declassando la rappresentanza diplomatica a Tel Aviv a incaricata d’affari. Lo riporta la gazzetta ufficiale di mercoledì 11 marzo 2026. La decisione pone l’ambasciata spagnola in Israele nella stessa situazione dell’ambasciata israeliana in Spagna, guidata da un incaricato d’affari (Dana Erlich) da quando il governo Netanyahu ha richiamato il suo ambasciatore, Rodica Radian-Gordón, nel maggio 2024.

Il governo spagnolo dovrà cercare l’approvazione di Israele se vorrà nominare un nuovo ambasciatore

Salomon Pérez era stata richiamata per consultazioni a settembre 2025 in segno di protesta contro le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar che aveva definito il governo spagnolo «antisemita». Da allora si trovava in Spagna. Il suo licenziamento non è correlato alle sue prestazioni, hanno sottolineato fonti diplomatiche. La decisione, motivata politicamente, aggrava la crisi diplomatica tra i due Paesi e implica che la Spagna dovrà nominare un nuovo ambasciatore e cercare l’approvazione delle autorità israeliane quando vorrà normalizzare le relazioni e ripristinare il massimo livello di rappresentanza nello Stato ebraico. Non è ancora chiaro se ciò avverrà a breve, dato che continuano le critiche della Spagna a Netanyahu per l’attacco all’Iran e la nuova offensiva in Libano.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi

Secondo quanto riporta il Financial Times, che cita fonti a conoscenza dei piani di Mosca, il Cremlino ha lanciato una campagna di disinformazione – perlopiù online – volta ad aiutare il primo ministro Viktor Orbán (alleato di Vladimir Putin) e il suo partito Fidesz a vincere le elezioni che si terranno il 12 aprile in Ungheria.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi
Viktor Orban (Imagoeconomica).

La campagna prevede di etichettare il rivale Magyar come «un burattino dell’Ue»

La campagna, elaborata dalla Social Design Agency, società di consulenza mediatica legata al Cremlino e soggetta a sanzioni occidentali, propone di promuovere Orban sui social media come un «leader forte con amici in tutto il mondo», definendolo come l’unico candidato in grado di preservare la sovranità dell’Ungheria. Il suo principale rivale, Péter Magyar, presidente del partito di opposizione Tisza, verrà al contrario etichettato come «un burattino di Bruxelles». Il piano prevede «attacchi informativi» e l’uso di influencer ungheresi.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi
Peter Magyar (Imagoeconomica).

L’agenzia era stata sanzionata per la campagna online nota come “Doppelgänger”

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri Paesi occidentali hanno sanzionato Social Design Agency nel 2024 a causa della vasta campagna online nota come “Doppelgänger”, che ha previsto la diffusione di fake news e deepfake generati dall’intelligenza artificiale per alimentare il sentimento anti-ucraino. Rendendosi conto che gli aiuti pubblici dalla Russia avrebbero potuto ritorcersi contro Orbán, l’agenzia non ha interagito direttamente con funzionari ungheresi, ma si è messa in contatto con almeno 50 «influenti personalità locali» per diffondere i suoi contenuti.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi
Il post “sospetto” di Ripost su Facebook.

Mosca ovviamente ha già smentito l’articolo del Financial Times

Al centro del piano il sentimento anti-Ucraina, in un momento in cui la tensione tra i due Paesi è particolarmente forte, dopo l’arresto a Budapest di sette dipendenti di una banca ucraina accusati di riciclaggio di denaro. Il Ft evidenzia che il numero di post anti-ucraini sulle pagine ungheresi è aumentato notevolmente nelle ultime settimane. Un post su Facebook di Ripost (tabloid magiaro vicino a Fidesz), che mostrava immagini generate dall’IA di guardie ucraine addette al trasporto valori fermate in autostrada con denaro contante e oro, ha generato oltre 136 mila reazioni, più di 12 mila commenti e quasi 20 mila condivisioni, principalmente da utenti stranieri, circostanza piuttosto insolita. L’ambasciatore russo a Budapest, Yevgeny Stanislavov, ha dichiarato che Mosca non è in alcun modo coinvolta nella campagna elettorale ungherese. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «falso» quando riportato dal Financial Times.

Williams Davila e Americo De Grazia, chi sono i dissidenti di origine italiana liberati in Venezuela

I dissidenti italo-venezuelani Williams Davila e Americo De Grazia hanno ottenuto la piena libertà grazie alla nuova legge di amnistia, dopo essere stati detenuti dall’agosto 2024 nell’ambito delle proteste seguite alla contestata rielezione di Nicolas Maduro. I due politici, rispettivamente di 74 e 66 anni, hanno confermato il loro rilascio tramite i loro account Instagram e X. Entrambi erano stati sottoposti a misure cautelari tra luglio e agosto 2025 dopo essere stati rinchiusi per svariati mesi nel famigerato carcere El Helicodide di Caracas.
«Ribadisco ancora una volta il mio impegno nei confronti di tutti i venezuelani affinché contribuiscano, attraverso i miei sforzi, al ripristino della democrazia, della libertà e della sovranità», ha scritto De Grazia. Anche Dávila ha assicurato che continuerà a lavorare per la liberazione di tutti i prigionieri politici.

Chi è Williams Davila

Williams Davila è ex governatore dello stato venezuelano di Merida, ex deputato di opposizione e membro del comitato scientifico dell’Istituto Milton Friedman. È stato arrestato ad agosto 2024 poche ore dopo aver rilasciato un’intervista all’Adnkronos nella quale si era appellato alla premier Meloni chiedendo sostegno «affinché la sovranità popolare potesse essere rispettata» in Venezuela.

Chi è Americo De Grazia

Americo De Grazia è stato sindaco di Piar, nello stato di Bolívar, per due mandati, oltre che parlamentare dell’Assemblea nazionale del Venezuela eletto nelle fila del partito dell’Unità Nazionale. Durante la crisi presidenziale del 2019 ha sostenuto Juan Guaidó, vedendosi revocata l’immunità parlamentare in quanto ritenuto oppositore del regime. A seguito di ciò, ha cercato e ottenuto protezione presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas e, successivamente, è riuscito a fuggire dal Venezuela. Tornato nel Paese, è stato arrestato ad agosto 2024 quando Maduro represse con la forza le proteste per i brogli alle elezioni presidenziali.

Milano, tram prende fuoco con passeggeri a bordo

Quarto incidente in due settimane per i tram di Milano e dei Comuni limitrofi. C’è stato infatti un principio d’incendio su un mezzo dell’Atm che si trovava in via Marco Bruto. A bordo del mezzo (della Linea 27) una ventina di persone: nessuno è rimasto ferito né intossicato. Sul posto polizia locale e vigili del fuoco per tutti gli accertamenti: ancora da ricostruire le cause dell’incendio, che è partito dal pantografo: avrebbe ceduto un cavo dell’alta tensione.

Il 10 marzo un tram è uscito dai binari a Rozzano

Ieri, martedì 10 marzo, il carrello centrale della seconda carrozza di un tram della linea 15 era uscito dai binari nel Comune di Rozzano. Nessuno dei passeggeri a bordo era rimasto ferito: il mezzo, appena ripartito da una fermata, si stava muovendo a bassa velocità. L’incidente, secondo l’ipotesi più accreditata, sarebbe stato dovuto a un guasto meccanico, in particolare a un blocco che avrebbe coinvolto una ruota in fase di ripartenza.

Milano, tram prende fuoco con passeggeri a bordo
ll tram uscito dai binari a Rozzano (Ansa).

Il 7 marzo è deragliato un tram diretto al deposito

Sabato 7 marzo un tram della linea 9 – senza passeggeri a bordo – era uscito dai binari nella curva tra via Galvani e via Filzi, accanto alla stazione Centrale, mentre era diretto al deposito di via Leoncavallo. A causare l’incidente, che aveva causato il ferimento del conducente, era stato un bullone sui binari.

Milano, tram prende fuoco con passeggeri a bordo
Il palazzo contro cui il 27 febbraio si è scontrato un tram (Ansa).

Il 27 febbraio l’incidente più grave, con due morti e 54 feriti

Il primo incidente, il più grave, si era verificato il 27 febbraio: nel deragliamento del tram della Linea 7, finito contro un palazzo, avevano perso la vita due persone e 54 erano rimaste ferite. Il conducente è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni.

Meloni al Franco Parenti di Milano, bufera social e insulti alla direttrice

Una raffica di polemiche ha travolto il Teatro Franco Parenti di Milano dopo l’annuncio della presenza della premier Giorgia Meloni a un evento nell’ambito della campagna per il sì la referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Nel mirino è finita la direttrice Andrée Ruth Shammah, accusata di aver aperto le porte alla destra. In poco tempo, sotto al suo post Facebook sono comparsi centinaia di commenti negativi e insulti. Sul caso è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa.

I commenti su Facebook: «Spazio profanato dalla destra»

«I fascisti al Pier Lombardo. Tristezza infinita… Franco Parenti ne sarebbe disgustato», ha scritto un utente evocando la figura dell’attore e fondatore dello spazio culturale. «A destra destra, nascostamente, e neppure troppo, fascista al Franco Parenti! Davvero: sipario», o ancora «Chissà cosa avrebbe detto Bertolt Brecht. O Vladimir Vladimirovič Majakovskij. O Jean Genet». Ma anche «Invitare la sponsor di quel “liberale” di Orban è il segno dei nostri tempi», «Che dispiacere vedere il Parenti diventare ribalta di una imbonitrice come la premier», «Povero Franco Parenti vedere profanato il suo teatro dalla destra che lui ha sempre combattuto». Sono solo alcuni dei commenti comparsi sotto il post criticando la scelta di ospitare, giovedì 12 marzo 2026, la leader di Fratelli d’Italia.

La replica: «Il teatro è un luogo aperto al confronto»

Shammah ha replicato difendendo la scelta in nome del pluralismo e del confronto pubblico: «Perché dovrei rifiutare al presidente del Consiglio di venire a parlare in un luogo aperto al confronto? Nelle nostre sale sono stati ospitati a pagamento molti incontri pubblici. Lo abbiamo dato a Renzi, a Calenda, lo diamo a La Malfa per discutere del referendum. L’unico al quale forse direi di no, anche se pagasse molto, sarebbe Conte, perché credo che semini odio in tutte le direzioni. Ma forse mi sbaglio e potrei pensarci prima di impedire un libero dibattito». In un’intervista al Corriere, ha aggiunto che «il teatro ha sempre tenute aperte le sue porte, anche nei momenti più difficili». Lo stesso Franco Parenti «mise in scena un’opera di George Bernard Shaw, autore di destra, perché uno dei suoi principi era che bisogna sempre guardare alle ragioni dell’altro. L’Unità si arrabbiò tantissimo. Ci fu una polemica feroce».

Meloni al Franco Parenti di Milano, bufera social e insulti alla direttrice
Andrée Ruth Shammah (Ansa).

Interviene anche La Russa: «Solidarietà a Shammah, condanno con forza l’odio politico»

Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Rivolgo la mia sincera e affettuosa solidarietà ad Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Parenti di Milano. Come lei stessa ha dichiarato, il teatro è luogo di confronto, tanto che il Teatro Parenti, negli anni, ha ospitato partiti e figure politiche di ogni colore. Chiederle o intimarle di impedire l’evento del prossimo 12 marzo, e farlo anche con insulti, è sintomo di un odio politico che condanno con forza».

Meloni in Senato: «Non vogliamo entrare in guerra, più tasse per chi specula sui carburanti»

Giorgia Meloni ha tenuto in Senato le comunicazioni in vista del Consiglio europeo e sulla crisi in Medio Oriente. «Non vogliamo entrare in guerra, qui non c’è un governo complice di decisioni altrui, né tanto meno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese», ha detto la premier. «Tutte cose che ho sentito dire in questi giorni e che non fanno giustizia dell’impegno portato avanti in questo delicato quadrante della geopolitica e che abbiamo intensificato in questi giorni».

«Intervento di Usa e Israele fuori dal diritto internazionale»

«Io mi auguro sinceramente che la crisi in corso possa essere affrontata anche con uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica che banalizzando non aiuta nessuno a ragionare con profondità», ha aggiunto. Ribadendo che quello di Stati Uniti e Israele in Iran è «un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte», ha anche evidenziato come sia stata una mossa da collocare «in un contesto di crisi del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale».

Meloni in Senato: «Non vogliamo entrare in guerra, più tasse per chi specula sui carburanti»
Giorgia Meloni (Ansa).

«Auspicabile compattarsi, mi auguro che l’Italia parli con una sola voce»

Quindi un appello all’unità: «Qui c’è il governo italiano chiamato a affrontare uno dei tornanti più complessi e preferimmo non farlo da soli. È sempre auspicabile una nazione come la nostra sappia compattarsi. Uno scenario come questo impone a tutte le classi dirigenti lucidità e capacità di adattare le proprie decisioni. È possibile e io l’ho fatto, da unica leader di opposizione, durante l’attacco all’Ucraina. Si può fare senza rinunciare a nulla della propria identità politica, mi auguro che lo spirito possa essere accolto perché l’Italia possa parlare con una sola voce».

«Pronti ad aumentare le tasse a chi specula»

Riguardo all’attuale aumento dei prezzi dei carburanti, il messaggio che Meloni ha lanciato «agli italiani ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese» è di rimanere prudenti, perché «faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili».

Mojtaba Khamenei è ancora vivo? Cosa sappiamo

Come sta Mojtaba Khamenei? La nuova Guida Suprema dell’Iran, figlio e successore dell‘ayatollah Ali Khamenei – ucciso da Israele e Stati Uniti nelle prime fasi della guerra – finora non è apparsa in pubblico né in video. E non ha nemmeno non ha diffuso nemmeno comunicazioni scritte. Dovrebbe essere vivo, anche se il condizionale è d’obbligo. E per quanto riguarda le sue condizioni occorre affidarsi a fonti iraniane, in alcuni casi molto vicine al regime. Si tratta dunque di informazioni da prendere con le molle: ecco, in ogni caso, cosa sappiamo.

Per il Nyt nei raid è rimasto ferito alle gambe

Il New York Times, citando tre fonti iraniane, ha riferito che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito alle gambe nei raid che hanno provocato la morte del padre. E da allora stato trasferito in un luogo ritenuto più sicuro, da dove ha ridotto al minimo le comunicazioni per evitare di essere localizzato.

I media statali hanno parlato del suo ferimento

La notizia è stata confermata dalla televisione di Stato iraniana e l’agenzia Irna, che hanno definito Khamenei «veterano ferito della guerra del Ramadan», riferendosi all’attuale conflitto, senza però fornire dettagli sulle sue condizioni.

Il figlio di Pezeshkian ha detto che «sta bene»

Successivamente Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano e consigliere del governo di Teheran, ha scritto su Telegram: «Ho sentito la notizia che Mojtaba Khamenei era rimasto ferito. Ho chiesto ad alcuni amici che avevano contatti con lui. Mi hanno detto che, grazie a Dio, sta bene».

Mojtaba Khamenei teme di fare la fine del padre

Se è vivo, di sicuro Khamenei si sta nascondendo, perché teme (a ragione) di fare la fine del padre. Per Israele è infatti un obiettivo dichiarato. Secondo i media americani, dalla Casa Bianca partirebbe l’ordine di eliminarlo solo se le possibilità di dialogo sul nucleare si rivelassero nulle. Donald Trump, che lo aveva definito «un peso piuma» e continua comunque ad auspicare l’avvento di un altro leader, più gradito a Washington, ha dichiarato: «Ha un bersaglio sulla schiena? Non lo dico, sarebbe inappropriato».

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale

La presenza della Russia alla prossima Biennale di Venezia, già motivo di un aspro sconto a distanza tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, ha portato anche alla mobilitazione delle cancellerie europee. I ministri della Cultura e degli Esteri di ben 22 Paesi hanno infatti sottoscritto una lettera per invitare la dirigenza della Biennale a «riconsiderare la partecipazione» della Federazione Russa perché «inaccettabile nelle attuali circostanze». La lettera, sottoscritta da ministri di 20 Paesi Ue più Ucraina e Norvegia, non porta in calce la firma di un membro del governo italiano. Ma Giuli, titolare del MiC, anche il 10 marzo ha ribadito la netta contrarietà dell’esecutivo alla presenza della Russia, decisa in autonomia dal cda della Fondazione Biennale.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Alessandro Giuli (Ansa).

La lettera alla dirigenza della Biennale

«Da oltre un secolo la Biennale di Venezia si distingue come una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo. Guidati dal nostro comune impegno nei confronti dei nostri comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana – i nostri Paesi e i nostri artisti partecipano da tempo alla Biennale in uno spirito di scambio culturale e di rispetto reciproco», si legge nella lettera. La Russia, viene sottolineato, «rimane soggetta a sanzioni europee e internazionali» per l’invasione dell’Ucraina e, pertanto, «concedere una prestigiosa piattaforma culturale internazionale» come la Biennale «invia un segnale profondamente inquietante». E poi: «Esprimiamo profonda preoccupazione per il rischio significativo di una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso. Rileviamo inoltre la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa. Questi collegamenti sollevano seri interrogativi sul rischio che la diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno scambio artistico». La lettera stata è firmata dal ministro degli Esteri tedesco, dai ministri della Cultura di Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Norvegia, Grecia, Polonia, Portogallo Irlanda, Romania, Lettonia, Spagna, Lituania, Svezia, Lussemburgo e Ucraina, Per il Belgio hanno firmato tre ministri.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).

Si sta muovendo anche l’Unione europea

Anche l’Ue ha condannato la presenza della Russia, dicendosi pronta – tramite la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef – a esaminare «ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione della sovvenzione in corso alla Fondazione Biennale».

Beatrice Venezi, via libera alla nomina come direttore musicale della Fenice

Via libera alla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Il Consiglio d’Indirizzo della fondazione lirico-sinfonica ha espresso approvazione per la designazione, con contratto di quattro anni che avrà inizio da ottobre 2026. Dal 22 settembre 2025, giorno in cui è avvenuta la nomina di Venezi da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi, le maestranze del Teatro hanno indetto uno stato di agitazione con proteste, volantinaggi, assemblee, cortei e scioperi, ritenendo il suo curriculum non all’altezza e respingendo le implicazioni politiche che la sua nomina comporterebbe.

Per il sovrintendente Colabianchi è un «investimento sul futuro»

A difendere la sua designazione è stato Colabianchi che, nella relazione rivolta al Consiglio di indirizzo, ha sottolineato come si tratti di «una scelta che assume consapevolmente anche il valore di un investimento sul futuro, non ultimo in ragione della sua giovane età». Ricordando che «La Fenice è il luogo che ha ospitato prime mondiali di compositori che, al loro tempo, furono considerati innovatori, talvolta controversi» e che «per oltre due secoli ha dimostrato una costante apertura alle novità musicali, assumendosene il rischio», ha evidenziato come la scelta di Venezi «rappresenta un atto di fiducia nella capacità di costruire continuità e percorsi nel medio e lungo periodo, assicurando al Teatro una prospettiva di sviluppo e di rinnovamento».Secondo il sovrintendente, la nomina «risponde poi a una coerenza artistica e progettuale di natura strettamente musicale» poiché Venezi «possiede una formazione direttoriale solida, fondata su una conoscenza approfondita della partitura e su un metodo di lavoro orientato all’analisi strutturale del testo musicale, alla chiarezza dell’articolazione formale e al controllo dell’equilibrio timbrico orchestrale». «Il suo profilo», dunque, «si colloca pienamente nella tradizione direttoriale italiana ed europea, con particolare attenzione al repertorio operistico, affrontato attraverso un rapporto rigoroso con la scrittura vocale, l’agogica e il rapporto tra buca e palcoscenico».

«Dobbiamo far evolvere il linguaggio musicale»

«La cifra complessiva del suo lavoro», si legge ancora nella relazione, «risiede dunque in un equilibrio tra fedeltà alla partitura, prassi esecutiva storicamente informata e capacità di restituire attualità al linguaggio musicale, senza forzature interpretative né letture museali. Tale impostazione risulta pienamente coerente con l’identità del Teatro La Fenice, storicamente impegnato a unire la tutela del grande repertorio con l’assunzione di responsabilità nei confronti dell’evoluzione del linguaggio musicale». «Vi è poi una motivazione di natura istituzionale», ha continuato Colabianchi. «Il direttore musicale oggi non è soltanto un interprete sul podio, ma una figura chiamata a concorrere alla continuità dell’indirizzo artistico, al dialogo con le strutture interne e alla rappresentanza dell’immagine del Teatro. In questo senso, la designazione di Beatrice Venezi è fondata sulla sua capacità di assumere una responsabilità ampia e strutturata valorizzando un percorso di crescita destinato a rafforzarsi». Infine, «non posso poi ignorare – pur senza farne un argomento retorico – il valore simbolico di una scelta che contribuisce alla normalizzazione della presenza femminile nei ruoli apicali della musica. Non una nomina “in quanto donna”, ma una nomina che prescinde dal genere proprio perché fondata su competenza, progetto e responsabilità».

L’Iran sta posizionando mine nello Stretto di Hormuz

L’Iran starebbe minando lo Stretto di Hormuz, punto dal quale transita circa un quinto di tutto il greggio globale, con l’obiettivo di bloccarlo completamente. Lo riferiscono alla Cnn fonti vicine all’intelligence Usa. Negli ultimi giorni, sarebbero state posizionate alcune decine di mine ma presto potrebbero diventare centinaia. Lo Stretto ora è di fatto controllato dalle Guardie della Rivoluzione che sono ancora in grado di schierare lungo il passaggio navi cariche di esplosivo, imbarcazioni posamine e batterie missilistiche da terra. Intanto mercoledì mattina è stata colpita una nave cargo che si trovava a 11 miglia nautiche dall’Oman, costringendo l’equipaggio a evacuare. Lo ha reso noto l’Agenzia marittima britannica per le operazioni commerciali (Ukmto). In precedenza anche un’altra nave portacontainer nei pressi dello stretto era stata colpita da un proiettile sconosciuto a 25 miglia nautiche dalla costa degli Emirati Arabi Uniti, sempre secondo quanto riportato da Ukmto.

LEGGI ANCHE: Guerra all’Iran, perché l’Europa paga il prezzo più alto

Trump minaccia conseguenze «mai viste prima»

Su Truth, Donald Trump ha messo in guardia l’Iran: le mine collocate nello Stretto devono essere rimosse immediatamente. Se ciò non accadesse, ha continuato il presidente Usa, l’Iran dovrà affrontare conseguenze «a un livello mai visto prima». Al contrario, se Teheran le rimuovesse, «sarebbe un enorme passo nella giusta direzione».

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha poi aggiunto su X che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «sta eliminando le imbarcazioni posamine inattive nello Stretto di Hormuz distruggendole con precisione implacabile. Non permetteremo ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz». Sempre martedì l’esercito Usa ha reso noto di aver eliminato alcune navi della Marina iraniana comprese 16 posamine nelle vicinanze dello Stretto.