Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni

In Cina continuano a cadere alti funzionari del Partito comunista. Ed è lo stesso destino di diverse tigri, come vengono tradizionalmente definiti gli alti ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Quattro nomi entrati forse di rado nelle cronache dei media occidentali sono Jiang Chaoliang, Ma Fengsheng, Liu Guozhi e Hu Henghua. Eppure si tratta di figure rilevanti del sistema di potere cinese. I loro guai sono ancora più significativi se inseriti nel contesto attuale, che ha visto appena un paio di mesi fa la clamorosa apertura di un’indagine contro Zhang Youxia, il generale più alto in grado del Paese e numero due della Commissione militare centrale guidata dal presidente Xi Jinping. L’impressione complessiva è quella di un sistema entrato in una fase di pressione permanente, in cui la campagna anticorruzione è uno strumento di rettifica, ma anche una componente strutturale del funzionamento del potere politico della leadership.

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L’uomo associato alla (male)gestione della pandemia di Covid-19

Partiamo da Jiang Chaoliang, ex segretario del Partito nello Hubei durante le prime fasi della pandemia di Covid-19. Si tratta proprio della provincia che ha come capoluogo Wuhan, che per prima ha vissuto le conseguenze della diffusione del virus. Ma Jiang è molto di più. La sua figura appartiene alla generazione di quadri che hanno accompagnato la trasformazione della Cina da economia pianificata a sistema ibrido dominato da grandi istituzioni finanziarie statali.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Jiang Chaoliang (Ansa).

La sua carriera all’interno della Agricultural Bank of China negli Anni 90 lo ha collocato in uno dei nodi cruciali della ristrutturazione del sistema bancario cinese, un settore che per decenni ha rappresentato uno dei principali bacini di accumulazione di potere e di rendite. Il fatto che le accuse odierne risalgano proprio a quel periodo non è forse del tutto casuale: riflette la volontà delle autorità di ricostruire intere traiettorie di carriera per dimostrare la continuità di comportamenti illeciti e, al tempo stesso, per inviare un messaggio chiaro a tutte le élite tecnocratiche cresciute in quel contesto.

Nel sistema cinese la caduta può essere differita nel tempo

Dopo l’esplosione della pandemia di Covid, Jiang era stato rimosso dalla guida dello Hubei: una scelta interpretata come una punizione per la gestione ritenuta inefficace dell’emergenza. Eppure la sua successiva ricollocazione in un incarico all’Assemblea nazionale del popolo aveva lasciato intendere che il sistema non lo considerasse definitivamente compromesso. L’incriminazione formale annunciata nei giorni scorsi ribalta quella lettura e diventa un esempio di come, nel sistema cinese, la caduta possa essere differita nel tempo e maturare attraverso una stratificazione di decisioni politiche.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
La stazione ferroviaria di Wuhan, nella provincia dello Hubei (foto Ansa).

L’ex funzionario che si è preso 14 anni di carcere per tangenti

Negli stessi giorni dell’incriminazione di Jiang è arrivata la condanna per Ma Fengsheng, ex funzionario della provincia del Qinghai. A Ma è stata comminata una pena di 14 anni di carcere per aver accettato oltre 40 milioni di yuan (circa 5,3 milioni di euro) in tangenti tra il 2001 e il 2023. La sua vicenda mette in luce la profondità e la durata delle pratiche di corruzione all’interno di ambiti chiave come la gestione dei contratti pubblici. A peggiorare la sua situazione, Ma ha operato in settori che erano al centro della narrazione politica del Partito, in particolare la campagna per l’eliminazione della povertà estrema, presentata come uno dei successi più importanti dell’era Xi.

Già l’11esimo profilo di alto livello condannato nel 2026

Il fatto che proprio questi ambiti d’azione siano stati utilizzati per fini personali evidenzia una contraddizione strutturale: le politiche più ambiziose e dotate di risorse sono anche quelle più esposte a distorsioni e abusi. La carriera di Ma, interamente sviluppata nel Qinghai, segnala anche che le reti di potere locali possono consolidarsi nel tempo, intrecciando funzioni amministrative, relazioni personali e controllo delle risorse. Il fatto che sia già l’11esimo funzionario di alto livello condannato nel 2026 rafforza l’idea di una campagna che procede con ritmo serrato e con una logica quasi seriale.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Militari dell’esercito cinese (foto Ansa).

Il sindaco della megalopoli che era sparito dagli incontri ufficiali

Colpita anche Chongqing, una delle quattro municipalità direttamente controllate dal governo centrale e nodo fondamentale per l’economia e la governance della Cina. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare ha annunciato un’indagine contro Hu Henghua, sindaco della megalopoli. Le autorità hanno utilizzato la formula standard delle “gravi violazioni della disciplina e della legge” dopo settimane in cui Hu non appariva a incontri ufficiali.

Colpiti anche politici ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere

È un modus operandi riconoscibile: sparizione dalla scena pubblica, diffusione di indiscrezioni, infine conferma ufficiale dell’inchiesta. Nel caso di Hu, pesa anche un precedente disciplinare legato alla gestione di questioni di sicurezza edilizia, segno che il suo profilo era già sotto osservazione. La sua caduta indica che la campagna non si limita a colpire figure già marginalizzate, ma può investire anche funzionari ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere.

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Scene dal 14esimo congresso del Partito comunista cinese (foto Ansa).

Nel mirino uno dei principali scienziati militari cinesi

Ancora più delicato è forse il caso di Liu Guozhi. Per lui manca una formalizzazione giudiziaria, ma è già arrivato un segnale tipicamente politico: la rimozione del suo profilo dal sito della Chinese Academy of Sciences (Cas). In un sistema in cui la visibilità istituzionale è parte integrante dello status, la cancellazione da un elenco ufficiale equivale a una forma di delegittimazione. Silenziosa, ma potentissima. Liu è uno dei principali scienziati militari cinesi, con un ruolo centrale nello sviluppo di tecnologie avanzate come le armi a microonde ad alta potenza e con una carriera che lo ha portato ai vertici della Commissione per la scienza e la tecnologia della Commissione militare centrale.

Il focus si sposta verso settori altamente tecnologici e strategici

La sua scomparsa dal sito della Cas si inserisce in una sequenza più ampia di rimozioni e dimostra che la campagna di rettifica si è estesa dalle forze armate tradizionali al cuore dell’apparato militare-industriale, colpendo diversi scienziati e ingegneri di alto livello. Questo è un passaggio cruciale: nei primi anni della leadership di Xi l’attenzione era concentrata soprattutto su funzionari politici e amministrativi, ora il focus sembra spostarsi verso settori altamente tecnologici e strategici.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Una manovra politico-disciplinare molto profonda

Insomma, chi pensava che con l’indagine contro Zhang Youxia si fosse arrivati al termine della campagna di Xi stava sbagliando. D’altronde, le recenti “due sessioni”, il grande appuntamento politico annuale che riunisce l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese, hanno fornito un chiaro indicatore della profondità della manovra politico-disciplinare. Alla vigilia dell’evento, è stato revocato il mandato a decine di rappresentanti, tra cui un numero insolitamente elevato di ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Per la precisione, sono decaduti 19 deputati dell’Assemblea nazionale e 15 membri della Conferenza consultiva: tra di loro c’erano almeno 13 alti generali.

Ridefinizione degli equilibri attraverso una sostituzione accelerata delle élite

I numeri e le figure coinvolte, a partire da quella di Zhang Youxia, rivelano che dietro la “semplice” campagna di rettificazione c’è qualcosa di più profondo: una ridefinizione degli equilibri tra Partito ed esercito attraverso una sostituzione accelerata delle élite. Il tutto in vista del XXI Congresso del 2027, snodo cruciale e potenzialmente storico per la leadership di Xi.

Lo stalker di Morgana Blue condannato a 15 mesi carcere

AGI - Ai concerti, sui social, al telefono. Un cinquantenne svizzero è stato condannato a un anno e tre mesi di carcere senza sospensione della pena a avere perseguitato con episodi disseminati in un ventennio Lisa Cerri in arte Morgana Blue, la chitarrista fondatrice della band ‘Bambole di Pezza’ che ha partecipato anche all’ultimo festival di Sanremo e che con la sua musica vuole diffondere anche messaggi sulla parità di genere.

Lo stalking ha riguardato anche altre due persone, la musicista e scrittrice Micole Martinez e la madre di quest’ultima, Katia Zerbini. La sentenza è stata pronunciata dalla giudice milanese Valeria Recaneschi che ha riconosciuto l’accusa per la quale la Procura aveva chiesto 2 anni e otto mesi Nel capo d’imputazione visionato dall’AGI si legge che le tre vittime hanno ricevuto “innumerevoli messaggi (nell'ordine delle centinaia ogni anno) dapprima per mezzo del telefono, successivamente su Facebook e Instagram, tutti dal contenuto delirante, minaccioso, ingiurioso, con riferimenti sessuali e satanisti”.

Il modus operandi dello stalker

Il cinquantenne creava anche “falsi profili contattando amici, parenti e conoscenti delle persone offese al fine di carpire informazioni sulle loro abitudini e frequentazioni” e si “presentava di persona nei locali pubblici e nei luoghi dove le persone offese organizzavano concerti o eventi privati”. Un comportamento che ha causato “un perdurante e grave stato d'ansia e un fondato timore per l'incolumità delle persone offese, costringendole a modificare le rispettive abitudini di vita, in particolare inducendole ad adottare accorgimenti al fine di evitare incontri con la persona sottoposta ad indagini facendosi accompagnare in occasione dei rientri dalle uscite serali, a chiudere i propri account sui social network e a cambiare l'utenza telefonica”.

Episodi gravi e la sofferenza delle vittime

Nel decreto che ha disposto il giudizio, viene ricordato quando l’imputato “produsse addirittura una canzone dal titolo ‘Morgana puttana’ e quando si presentò nel 2006 a un suo concerto, ubriaco, e brandendo un coltello”. Lo stalking ha assunto una sfumatura particolarmente dolorosa per Micole Martinez con l’indagato che si è presentato a un evento in commemorazione del fratello deceduto “con atteggiamenti molesti e provocatori”, oltre che alla presentazione di un cd e inondando lei e la madre di mail e messaggi anche attraverso falsi profili. “È una vicenda molto amara - riflette l’avvocato Domenico Radice che assiste ‘Morgana’ - Le vittime sono state fortemente stressate con una compressione forte dello spazio di libertà e una sofferenza continua”.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
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Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede

La Costa Rica si unisce a un numero crescente di Paesi in Africa e nelle Americhe che hanno firmato accordi controversi (e spesso segreti) con gli Stati Uniti di Donald Trump sul tema migranti. Il governo di San José ha infatti reso noto di aver accettato di ricevere ogni settimana 25 persone espulse dagli Usa.

Cosa prevede l’intesa siglata da Washington e San Josè

In base all’accordo, la Costa Rica potrà accettare o rifiutare i trasferimenti proposti. Una volta arrivati nel Paese, i migranti espulsi dagli Stati Uniti riceveranno un permesso di soggiorno temporaneo: il loro status sarà poi stabilito secondo le leggi che regolano l’immigrazione. San José ha assicurato che eviterà di rimpatriare i migranti che rischiano di essere perseguitati nei Paesi d’origine. Per quanto riguarda i costi, Washington si farà carico delle spese di trasferimento, mentre vitto e alloggio in Costa Rica saranno coperti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a promuovere la giustizia sociale e i diritti lavorativi internazionalmente riconosciuti.

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede
Rodrigo Chaves Robles, presidente della Costa Rica (Ansa).

I Paesi che hanno già stretto accordi simili con gli Usa

Come detto, la Costa Rica si aggiunge a una serie di Stati che hanno firmato accordi simili con gli Usa, nel tentativo di rafforzare i rapporti diplomatici con l’Amministrazione Trump, a seguito di forti pressioni della Casa Bianca. Tra essi il Sud Sudan, l’Honduras, il Ruanda, la Guyana e diversi Stati insulari caraibici, come la Dominica e Saint Kitts e Nevis.

Calenda contro Conte che attacca Meloni: «Tu scodinzolavi dietro a Trump»

Mentre Elly Schlein cerca di ricompattare le opposizioni, queste si dividono sulla spesa militare. Tutto è partito da un post di Giuseppe Conte che ha attaccato il governo di Giorgia Meloni per aver aumentato gli investimenti nella difesa. «Dopo giorni difficili per il governo», scrive il leader del M5s, «un riconoscimento per la premier: quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2 per cento del pil sulle spese militari». Conte specifica che si tratta di «45 miliardi» e di un aumento di «12 miliardi in un anno», e poi affonda: «E ora si corre verso il 5 per cento firmato da Meloni su spinta di Trump».

Calenda: «Dimostri di essere inadatto a fare il premier»

In risposta a queste sue dichiarazioni è arrivato un post di Carlo Calenda: «Magari. Avremmo bisogno di una difesa più forte e moderna. In realtà è una cosmesi contabile. Ti ricordo poi che l’obiettivo del 2 per cento è stato da te confermato quando eri Presidente del Consiglio e scodinzolavi dietro Trump. Questo post mostra chiaramente perché sei del tutto inadatto a ridiventarlo».

La Russia ha designato come agente straniero il co-regista di ‘Mr Nobody Against Putin’

Il ministero della Giustizia di Mosca ha designato come agente straniero il russo Pavel Talankin, co-regista assieme all’americano David Borenstein del documentario Mr Nobody Against Putin, di recente vincitore del premio Oscar. La pellicola racconta di come lo Stato russo indottrini gli scolari in tempo di guerra, tra assemblee, riunioni, serate di gala e lezioni. La pellicola è basata su filmati girati da Talankin in una scuola elementare della città uralica di Karabash (dalla quale proviene) dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel 2024 Talankin, che insegnava proprio in quell’istituto, ha lasciato la Russia, portando con sé il materiale video. Da allora vive in Repubblica Ceca. Il 26 marzo un tribunale russo ha vietato la distribuzione del film in tutto il Paese.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio

Mentre in tutta Italia migliaia di imprese, associazioni ed enti sono impegnati nella redazione e nell’approvazione dei bilanci d’esercizio 2025, affiancati dai commercialisti chiamati a garantire correttezza formale, trasparenza e rispetto delle norme, nel cuore della categoria emerge un nodo che sta facendo discutere.

Bilancio non sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale

Al centro del confronto c’è il bilancio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), guidato da Elbano De Nuccio, che secondo l’attuale normativa (il decreto legislativo 139/2005) non è sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale. Una situazione che molti, all’interno della professione, giudicano quantomeno paradossale: proprio l’organo che rappresenta i professionisti chiamati ogni giorno a vigilare sui bilanci altrui, infatti, non sarebbe tenuto a passare da quel vaglio assembleare che costituisce uno dei cardini della vita degli Ordini territoriali e delle società.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Elbano De Nuccio, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Malumori e perplessità in diversi settori della categoria

La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce della riforma dell’ordinamento professionale. Nel testo trasmesso dal Consiglio nazionale al parlamento e recepito nel disegno di legge 2628, secondo i critici non sarebbe stata inserita alcuna norma che possa colmare questa lacuna. Un’assenza che ha alimentato malumori e perplessità in diversi settori della categoria.

Problemi di coerenza istituzionale e trasparenza interna

A intervenire, però, sono stati i parlamentari, che hanno presentato 49 emendamenti al ddl. Tra questi, due in particolare puntano a introdurre l’obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale da parte dell’assemblea dei 132 presidenti degli Ordini territoriali, sul modello di quanto avviene da sempre per i bilanci degli Ordini locali. Una misura che, per molti osservatori, rappresenterebbe un elemento minimo di coerenza istituzionale e di trasparenza interna.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

I conti non tornano nonostante l’aumento della quota annuale

Le critiche non si fermano qui. A suscitare discussione sono anche i numeri del bilancio 2025 del Consiglio nazionale, descritto da più parti come caratterizzato da uscite superiori alle entrate per alcuni milioni di euro, nonostante l’aumento della quota annuale di 20 euro. Uno squilibrio che, secondo i contestatori, sarebbe stato coperto utilizzando liquidità accumulata negli anni precedenti, vale a dire risorse provenienti dalle quote versate dagli iscritti.

Alcuni emendamenti sono considerati strategici

Nel dibattito rientrano anche altri emendamenti considerati strategici da Ordini e sindacati di categoria, già sollevati nel corso delle audizioni parlamentari: dalla valorizzazione degli Ordini territoriali alla tutela della sopravvivenza di quelli più piccoli, dal tema delle competenze professionali alla richiesta che eventuali specializzazioni siano accompagnate da ambiti di esclusiva, fino al sostegno ai neo-iscritti e alla garanzia di una quota di minoranza all’interno del Consiglio nazionale.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio col ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

In questo clima, alcuni Ordini si sono già mossi per sensibilizzare i parlamentari dei rispettivi territori, chiedendo sostegno a quegli emendamenti ritenuti necessari per correggere quelle che vengono definite «dimenticanze» del testo promosso dalla governance nazionale.

Irritazione per l’aumento degli emolumenti

Sul fondo resta una crescente insoddisfazione della base, che giudica la riforma insufficiente e guarda con preoccupazione anche l’andamento delle spese del Consiglio nazionale, compresi gli aumenti degli emolumenti destinati al presidente e ai consiglieri nazionali. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 15 aprile, quando i presidenti degli Ordini sono chiamati a esprimersi. A quel punto si capirà se prevarrà l’indicazione proveniente dagli iscritti dei territori oppure se, in un ulteriore paradosso tutto interno alla categoria, il voto finirà comunque per rafforzare la leadership di Elbano De Nuccio.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano

Secondo cinque fonti vicine all’intelligence americana, citate da Reuters gli Stati Uniti possono affermare con certezza di aver distrutto solo circa un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano, in un mese di attacchi contro la Repubblica Islamica. Lo stato di circa un altro terzo dei missili è meno chiaro, ma è probabile che i bombardamenti statunitensi e israeliani abbiano danneggiato, distrutto o seppellito in tunnel e bunker sotterranei altrettanti missili.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha ancora una scorta significativa di missili e droni

Una delle fonti ha affermato che le informazioni di intelligence sono simili anche per quanto riguarda i droni. Tale stima dimostra che, nonostante i proclami di Donald Trump, l’Iran possiede ancora una scorta significativa di missili e droni da utilizzare subito. E che potrebbe essere in grado di recuperarne altrettanti, una volta cessati i combattimenti.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Il Pentagono (Imagoeconomica).

Gli attacchi Usa avrebbero colpito 10 mila obiettivi militari

L’Amministrazione Trump ha dichiarato di voler indebolire l’esercito iraniano affondando le navi della Marina, distruggendo le sue capacità missilistiche e di droni e assicurandosi che la Repubblica Islamica non possieda mai un’arma nucleare. Gli attacchi statunitensi, secondo il Comando Centrale, hanno colpito oltre 10 mila obiettivi militari iraniani e hanno affondato il 92 per cento delle grandi navi militari di Teheran. Tuttavia, il Pentagono si è rifiutato di specificare con precisione quanta parte delle capacità missilistiche o di droni dell’Iran sia stata effettivamente distrutta.

Il tribunale di Milano ordina a Corona di rimuovere i video su Signorini

Il tribunale di Milano ha ritenuto i contenuti diffusi da Fabrizio Corona su Alfonso Signorini «lesivi dell’onore, della reputazione e della riservatezza», non «giustificati dal diritto di cronaca o di critica, in assenza dei requisiti di verità, pertinenza e continenza». Pertanto, ha confermato l’ordine all’ex re dei paparazzi di rimuovere dagli hosting provider e dai social media i messaggi audio e video da lui pubblicati durante la sua trasmissione Falsissimo. Dovrà poi pagare 750 euro per ciascuna violazione delle misure indicate e per ciascun giorno di ritardo nell’esecuzione. Il tribunale ha inoltre affermato che non vi è alcun elemento concreto che consenta di ritenere sussistente l’ipotesi di estorsioni sessuali attribuite a Signorini, rilevando come tali accuse siano state diffuse come fatti certi senza adeguata verifica e senza riscontri oggettivi.