«La Lombardia non l’avranno mai!». I capannelli dei deputati leghisti giovedì pomeriggio a Montecitorio erano più infuocati che mai. Perché l’accordo raggiunto sulle Regionali, con il leghista Alberto Stefani in Veneto, il meloniano Edmondo Cirielli in Campania e il civico di area forzista Luigi Lobuono in Puglia, ha lasciato l’amaro in bocca ai lumbard. L’intesa prevede infatti che poi a Fratelli d’Italia, nel 2028, tocchi il candidato in Lombardia.
La Lombardia andrà al partito più forte (cioè FdI)
Se il Veneto per i padani è Fort Alamo, la Lombardia Fort Knox. Qui nacque il movimento di Umberto Bossi che con Bobo Maroni alla fine degli Anni 80 andava a scrivere “Padania Libera” sui muri con la vernice verde. «L’accordo sul Veneto non coinvolge la Lombardia», si è affrettato a chiarire Matteo Salvini in un comunicato, il cui contenuto però smentiva il titolo, perché poi continuava spiegando che «il candidato sarà scelto al momento opportuno, da decidere con la coalizione, assegnato al partito col più recente maggior peso elettorale in Lombardia prima del voto». Insomma, decideranno i sondaggisti, Pagnoncelli e Ghisleri. Al 2028 manca un’era geologica, anche se qualcuno vorrebbe anticipare il voto al 2027, ma a oggi i numeri non lasciano scampo: alle ultime Europee in Lombardia FdI ha preso il 31,8 per cento mentre la Lega s’è fermata al 13,1 per cento: quasi 20 punti di distacco.

Salvini delude i lumbàrd
Stando così le cose, il candidato non potrà essere che un meloniano e infatti Carlo Fidanza, tanto per fare un nome, già pregusta Palazzo Lombardia. Ma i leghisti non mollano. «La Lombardia è nostra. Fdi stia attenta altrimenti la coalizione vacilla. Vogliono piantare bandierine, ma così si crea solo tensione», ribadisce ancora il segretario regionale Massimiliano Romeo. «Giorgia Meloni con la Lombardia non c’entra nulla, basti vedere le poche volte che s’è fatta vedere a Milano in questi tre anni di governo. Del Nord non gliene frega niente, pretendere la Lombardia per lei è solo una questione di potere», sussurra un deputato leghista. Ma ciò che lascia più perplessi i lumbàrd è come Salvini «sui media faccia la voce grossa e poi di fronte alla premier abbassi subito la testa». Comunque a Montecitorio sono consapevoli che alle elezioni lombarde manchino ancora tre anni e «fino ad allora tutto può succedere». Del resto governatori non leghisti ce ne sono già stati, basti pensare a Roberto Formigoni, rimasto in carica dal 1995 al 2013, prima di cedere lo scettro a Roberto Maroni, seguito nel 2018 da Attilio Fontana.

Zaia rischia di diventare una mina vagante
Il malcontento in Lombardia è alle stelle, ma intanto il Carroccio ha incassato la candidatura di Stefani in Veneto, dove non ci sarà una lista Zaia ma il Doge dovrebbe essere capolista. Sul suo futuro, però, c’è un punto interrogativo, anche se molti scommettono che verrà candidato a Montecitorio in elezioni suppletive per il seggio che lascerà libero Stefani. Diventando così una “mina vagante” nel partito, col rischio di fare ombra allo stesso Salvini.

La Puglia con Lobuono è data per persa
In questa seconda tornata di Regionali dopo il trionfo del centrodestra nelle Marche (a sorpresa ma non troppo) e in Calabria (assai prevedibile) sarà interessante vedere come si comporteranno i tre candidati “last minute”, decisi tutti in zona Cesarini, a differenza dei due governatori uscenti Francesco Acquaroli e Roberto Occhiuto. Oddio, in Veneto alla candidatura di Stefani mancava solo l’ufficialità: per lui la sfida sarà reggere il confronto coi risultati ottenuti in passato da Zaia. Difficile eguagliare il Doge, ma la vittoria difficilmente gli sfuggirà. Tutt’altro discorso in Puglia, dove l’imprenditore Luigi Lobuono sembra destinato a sconfitta certa contro l’ex sindaco di Bari Antonio Decaro. La sua ha il sapore di una candidatura a perdere, ma probabilmente verrà ricompensato a dovere dal centrodestra per questo “sacrificio”.

La partita campana è ancora aperta
Poi c’è la Campania e qui il discorso è diverso. Il favorito è sicuramente Roberto Fico, ma fino a un certo punto. L’ex presidente della Camera è stato digerito a forza dal Pd ma a molti risulta ancora sgradito, in primis al sultano Vincenzo De Luca. Il quale però ha sottoscritto un patto preciso con Elly Schlein. Ma la disistima tra i due è palpabile e gli elettori la sentono. E comunque Fico in Campania, e a Napoli in particolare, è benvoluto fino a un certo punto. «Non lo votano nemmeno tutti i pentastellati», ridacchiano i meloniani a Montecitorio. Insomma, il centrodestra se la può giocare. Ma Edmondo Cirielli, meloniano di ferro, è stata davvero la scelta giusta? Qualcuno pensa che altri nomi avrebbero potuto avere maggior fortuna, come quello di Mara Carfagna, per esempio. Ma Meloni ha puntato i piedi. La Campania, delle tre regioni che restano, sembra la sfida più aperta. E anche se dovesse spuntarla Fico, in molti scommettono che la sua potrebbe essere una vittoria assai risicata, sul filo di lana. I giochi sono appena cominciati.

