Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra

C’è qualcosa che suscita simpatia e umana comprensione nel vedere Giorgia Meloni corteggiare Carlo Calenda con la neanche tanto recondita idea di imbarcarlo nella maggioranza sbarazzandosi di Matteo Salvini. È come se la premier, dopo anni di convivenza tossica con l’uomo del Papeete, avesse deciso di cambiare compagno di viaggio: meno testosterone da comizio, più narcisismo da talk show. Meno ruspe, più numeri e tabelle. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Meloni è alla ricerca di un assetto più europeo

Il primo esperimento in Toscana, con Azione che entra nella Giunta di centrodestra a Lucca. Un episodio apparentemente marginale, ma che in Italia anticipa sempre una mutazione genetica. Da lì al governo il passo può essere breve. Perché Meloni, stanca di farsi logorare dal suo rissoso vicepremier, punta a ristrutturare la sua compagnia. Prima mossa: fuori Salvini, dentro Calenda. Seconda: elezioni anticipate nel 2026 come colpo di teatro e ricerca di un assetto più “europeo”, ritagliato su di lei e sul suo funambolico equilibrio tra Washington e Bruxelles. La miccia l’ha accesa Viktor Orbán. Il premier ungherese è venuto in Italia a ricordarle chi sia il vero amico sovranista di un tempo. Il leader leghista lo ha accolto come un vecchio compagno di militanza. Meloni, irritata, ha alzato il sopracciglio. Un déjà vu di famiglia: lui che gioca a fare l’anti-sistema, lei che si veste da statista. Scontro silenzioso, a denti stretti, ma eloquente. Ed è lì che Giorgia ha capito che la Lega è un non più tollerabile impiccio: troppo populista per Bruxelles, troppo sfiatata per l’Italia. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Viktor Orbàn e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Calenda più parla, meno voti prende, più viene invitato

E così, mentre Salvini promette di vendere cara la pelle, lei si guarda intorno. E trova Calenda. L’uomo perfetto per sostituire Salvini, se non fosse per un piccolo dettaglio: il capo di Azione è talmente innamorato di sé che l’autostima da tratto caratteriale si trasforma in un palinsesto quotidiano. Basta uno specchio e parte la diretta sui social e poi la sera nei vacui salotti della chiacchiera televisiva. Assieme a Matteo Renzi, è l’unico politico italiano capace di ottenere una visibilità inversamente proporzionale al suo peso elettorale. Più parla, meno voti prende. Ma più viene invitato. Una performance strabiliante, a metà tra coaching motivazionale e soliloquio aristotelico. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Obiettivo Quirinale

Meloni, che il narcisismo lo riconosce al volo, lo corteggia con astuzia: sa che a Calenda basta sentirsi “interlocutore istituzionale” per considerarsi copremier. In vista della fatidica chiamata, lui recita il solito copione: «Non si tratta di alleanze ma di convergenze programmatiche», che in politichese significa: mi sto sistemando la giacca prima di dire sì. Nel frattempo Meloni marcia con determinazione sull’obiettivo: disfarsi del fardello leghista prima che diventi una zavorra elettorale. Sostituire l’estremismo con la rispettabilità, il Papeete con Palazzo Koch. In sostanza, europeizzare la destra italiana per garantirsi un altro giro di giostra a Bruxelles e, in futuro, il trionfale ingresso da prima donna (realtà e metafora coincidono) al Quirinale. Salvini è il passato. Calenda, per quanto insopportabilmente autoreferenziale, è il futuro utile. Anche se parlando di utilità, il compagno Lenin l’avrebbe definita in un altro modo. 

Stanca di Salvini, Meloni ora flirta con Calenda per europeizzare la destra
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority

C’è un momento, nella parabola del potere italiano, in cui la carriera non finisce: semplicemente cambia di casa. Si passa dal partito all’Authority, dal comizio alla delibera, dalla mozione alla sanzione. Eternamente sulla bocca di tutti, il termine indipendenza diventa sinonimo elegante di sistemazione.

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority
Da destra: Agostino Ghiglia, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto durante l’apertura della campagna elettorale di Fratelli d’Italia per le elezioni regionali del Piemonte nel 2014 (foto Ansa).

Ghiglia, ex missino e coordinatore piemontese di Fratelli d’Italia

Prendiamo Agostino Ghiglia. Ex deputato missino, ex coordinatore piemontese di Fratelli d’Italia, oggi membro del collegio che dovrebbe vigilare sulla privacy di tutti noi. L’arbitro dei dati, insomma. Ma pochi giorni prima che l’Authority multasse Report per 150 mila euro, Ghiglia è stato fotografato mentre entrava nella sede del partito di Giorgia e Arianna Meloni. Nulla di penalmente rilevante, certo. Ma l’immagine è di quelle che restano: l’arbitro che passa dagli spogliatoi di una delle due squadre prima del fischio d’inizio.

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Il punto però non è Ghiglia, è il sistema. Le “autorità indipendenti”, nate per garantire distanza dalla politica, in molti casi si sono trasformate nel suo parcheggio dorato. L’ultima spiaggia dei fedelissimi, la clinica di riabilitazione dei reduci. Dovrebbero vigilare, ma troppo spesso si adagiano ubbidienti: cani da guardia con il pedigree di partito.

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority
Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report (foto Imagoeconomica).

Il ricambio non esiste: c’è solo il riciclo. E la riconoscenza dei nominati

Non è un’eccezione: all’Antitrust siedono ex parlamentari, all’Agcom ex portavoce, all’Anac ex consiglieri ministeriali. In teoria tutelano il cittadino, in pratica perpetuano la filiera del potere. La politica non si ritira: si traveste da autorità. La maggioranza nomina, l’opposizione si indigna finché non tocca a lei fare lo stesso. Tutti scandalizzati a turno, tutti complici a rotazione. Il ricambio non esiste: c’è solo il riciclo. E la riconoscenza dei nominati, felici di essere entrati a far parte del museo delle cere: ex ministri, ex portavoce, ex coordinatori regionali imbalsamati con la formaldeide dell’autonomia. Parlano di imparzialità con la stessa passione con cui un tifoso ultrà cita il regolamento.

Il caso Ghiglia, Report e il cimitero dei riciclati nelle Authority
Agostino Ghiglia (foto Imagoeconomica).

Ci si abitua a tutto, anche all’idea che i controllori siano i controllati

Per continuare a governare anche quando non governa, la politica si è inventata la governance: il potere senza voto, il potere che non risponde a nessuno. E il bello è che non fa più scandalo. Ci si abitua a tutto, anche all’idea che i controllori siano i controllati. Così la fiducia evapora, la trasparenza si scolora, e la parola garante perde la maiuscola per diventare un’etichetta come un’altra. Mentre la carriera pubblica non finisce mai: cambia solo forma. Da onorevole a commissario, da sottosegretario a garante, da spin doctor a vigilante della privacy. Ogni sconfitta elettorale è una candidatura alla resurrezione istituzionale. E quando il riciclo è così perfetto, il problema non è la politica che occupa tutto: è che non se ne va mai.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori

C’è un momento preciso in cui molti italiani smettono di amare i propri eroi, ed è quando lo diventano davvero. Jannik Sinner, il ragazzo che gioca a tennis come fosse un’equazione di fisica quantistica, ha deciso di saltare la Coppa Davis per preservarsi dopo una stagione da numero uno morale e numero due reale. Tanto è bastato perché, da Bruno Vespa al Codacons passando per un nutrito drappello di odiatori, si aprisse la caccia al traditore della patria.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori

Vespa crede che l’identità nazionale sia incompatibile col bilinguismo

Il conduttore di Porta a porta, supremo custode del galateo patriottico, con un tweet (e se nel farli non sbagliasse i nomi non sarebbe disdicevole) gli ha rimproverato di non essere abbastanza italiano. Colpa del tedesco che Sinner parla con naturalezza, essendo nato in Alto Adige, a un tiro di fucile dai confini austriaci. Evidentemente Vespa deve essersi convinto che l’identità nazionale sia incompatibile col bilinguismo.

Poi è arrivato il Codacons, la sentinella del populismo etico, che ha chiesto il ritiro delle onorificenze perché un atleta che rinuncia alla Davis non è degno della Repubblica. È il ritorno di un’antica malattia italiana: confondere il servizio con il servilismo. Non basta vincere, bisogna anche inginocchiarsi davanti alla platea che ti spia ogni mossa.

Un atleta che eccelle senza diventare carne da macello per la tivù è da punire

Sinner del resto si è macchiato – e non da oggi – di una colpa imperdonabile: rappresenta l’Italia che funziona. Quella che non chiede scuse, che non ha bisogno di un endorsement ministeriale per esistere ed è refrattaria alla piaggeria. È educato, riservato, lavora duro, non urla, non litiga con gli arbitri. In un Paese dove la modestia è sospetta e il successo dev’essere giustificato, un atleta che eccelle senza diventare carne da macello per i palinsesti televisivi diventa un’anomalia da punire.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
Giorgia Meloni abbraccia Jannik Sinner (foto Ansa).

C’è un riflesso pavloviano nel dibattito pubblico: appena qualcuno spicca il volo, bisogna ricordargli che è uno di noi. E se non lo è abbastanza, se non parla con un accento sufficientemente popolare o non si presta alla melassa patriottica, allora ecco che diventa arrogante, freddo, ingrato. Non serve neppure la sconfitta: basta non mostrarsi riconoscente verso la mediocrità.

Sinner colpevole del gran rifiuto del Quirinale e di Sanremo

Dietro le accuse di Vespa, del Codacons e dei patrioti d’occasione che vi si sono accodati c’è un’idea distorta di italianità, tutta televisiva: il Paese come talk show permanente, dove l’unico vero peccato è sottrarsi alla chiacchiera. Sinner, colpevole del gran rifiuto di salire al Quirinale e di aver bellamente rimbalzato Sanremo, è uno che comunica poco, pensa molto, e soprattutto è refrattario ad annegare le sue vittorie in un profluvio di parole. Così facendo, diventa automaticamente un anti-italiano.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
Jannik Sinner con Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Mentre nel resto del mondo il successo di uno sportivo è simbolo d’orgoglio nazionale, da noi si trasforma in un referendum morale. Non importa che Sinner rappresenti l’Italia meglio di mille inni cantati: ciò che conta è l’atto di fedeltà pubblica, la prostrazione rituale. L’atleta moderno, secondo il nostro codice patriottico, dev’essere bravo non solo sul campo, ma anche fedele interprete del carattere nazionale.

Jannik salta la Davis e non ha bisogno del nostro perdono per farlo

Il suo caso racconta qualcosa di più generale, ossia la nostra difficoltà a convivere con l’eccellenza individuale. In Italia la competenza è sempre sospetta, l’autonomia è arroganza, la disciplina è freddezza. Il successo, quando non è fortuito, va punito. Nel profondo, non ce l’abbiamo con Sinner perché salta la Davis, ma perché non ha bisogno del nostro perdono per farlo. È l’indipendenza che irrita, non l’assenza.

La colpa imperdonabile di Sinner, traditore di una patria di odiatori
Alcune prime pagine dei quotidiana per la vittoria di Jannik Sinner a Wimbledon 2025 (foto Ansa).

In un ecosistema dove tutto è negoziabile – carriere, fedeltà, convinzioni – un ragazzo che decide da solo è un corpo estraneo. E quando qualcuno osa farlo, ci vuole poco a precipitarlo dall’altare alla polvere. È un tratto fondativo dell’indole nazionale: amare i propri talenti finché restano accessibili, poi demolirli quando diventano modelli. Chi vola troppo alto, da noi, prima o poi viene invitato a tornare giù. Magari per un’intervista nel salotto di Bruno Vespa.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente

C’è chi cambia auto, chi taglio di capelli e chi, più ambiziosamente, mestiere. Gennaro Sangiuliano appartiene a quest’ultima categoria: ex direttore del Tg2, ex ministro della Cultura, ex corrispondente Rai da Parigi e ora candidato capolista in Campania per Fratelli d’Italia, come ufficializzato con un’intervista al Corriere della sera. Una carriera a fisarmonica, dove il bello non è la musica, ma vedere come le dita si muovono svelte sulla tastiera del potere.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Gennaro Sangiuliano (foto Ansa).

Doverosa precisazione: non ce l’abbiamo con Sangiuliano, che è persona simpatica e a modo. Ammiriamo persino il suo candore, quando passa da un ruolo all’altro con la naturalezza con cui ci si cambia d’abito. E manifestiamo comprensione per certe sue debolezze: capita, a ogni latitudine del potere, che l’adrenalina si confonda con l’attrazione. Non è un reato, è solo biologia applicata alla vanità.

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Il fenomeno è trasversale, non certo soltanto a destra

In Italia le porte girevoli non sono un’architettura: sono un carattere nazionale. Servono a entrare in Rai da giornalista e uscirne da politico, per poi rientrare come opinionista rigorosamente super partes. Il fenomeno è trasversale. Come dimostrano i casi di Michele Santoro, Lilli Gruber, Lucia Annunziata e altri che dimentichiamo, guai ad attribuirgli un solo colore. La coerenza è una virtù sopravvalutata, mentre la visibilità paga sempre puntuale.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente

Sangiuliano dunque non è certo l’unico. Mario Sechi, per dire, ha inaugurato il modello ping pong: un colpo a Palazzo Chigi, uno in redazione, uno su X a ricordare che il giornalismo deve essere libero. E ancora prima, ormai persa nella notte dei tempi, una candidatura nelle liste della montiana Scelta Civica, perdonabile anche quella perché – come dice Osgood Fielding III a Daphne nella chiusa di A qualcuno piace caldo – nessuno è perfetto.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Mario Sechi (Imagoeconomica).

Ci si scandalizza solo quando un magistrato lascia la toga

Il dato resta incontrovertibile. In questo Paese quello dei giornalisti è uno dei forni dove attinge la politica che, riconoscente, li assume in blocco: non importa se come portavoce, sottosegretari o semplici esperti di comunicazione. Non si sfornano idee, ma volti noti. La parte più comica, però, è la morale intermittente. Questi eroi della trasparenza sono i primi a scandalizzarsi se un magistrato lascia la toga per candidarsi. «Inaccettabile. Mette a rischio la credibilità delle istituzioni», gridano indignati magari durante un’intervista registrata tra un santino elettorale e una comparsata a Porta a porta.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Gennaro Sangiuliano quando era ministro della Cultura e andava a Pompei assiem alla commissaria europea Elisa Ferreira (foto Ansa).

L’unico caso in cui l’autoreferenzialità diventa competenza

Ma quando la toga diventa giacca blu e la giacca torna microfono, allora tutto si sublima in percorso umano, testimonianza civile. Tradotto: vale per gli altri, ma non per noi che siamo professionisti della vocazione. Non c’è nulla di male, intendiamoci: in fondo è economia circolare. Il giornalista entra in politica, accumula un po’ di potere, poi torna a raccontarlo da esperto di se stesso. È l’unico caso in cui l’autoreferenzialità diventa competenza. Il pubblico oramai si è assuefatto: riconosce le facce, applaude le stesse battute, si commuove alle stesse indignazioni. È tutto molto coerente, se si accetta che la coerenza sia soltanto un’opinione.

Se l’autoritarismo da talk show diventa la comfort zone della Sinistra

C’è un riflesso condizionato nel centrosinistra: appena succede qualcosa di grave, si affaccia lo spettro della deriva autoritaria. Dopo l’esecrabile attentato a Sigfrido Ranucci, Elly Schlein ha tirato fuori la formula di rito, «la democrazia è in pericolo», e l’ha declinata come fosse un rosario civile. Bersaglio: il governo Meloni, accusato di alimentare un clima d’odio e di intolleranza di cui la bomba indirizzata al conduttore di Report è l’epitome. 

Il melonismo e l’idea estetica di comando

Ora, sarebbe da sprovveduti negare che certe pulsioni esistano. Il melonismo vive di un’idea estetica del comando: la gerarchia come valore, l’ordine e la disciplina come aspirazione, la critica come lesa maestà, la stampa come fastidio. Se potessero, molti esponenti di questa destra riscriverebbero volentieri il manuale delle libertà, magari con tanto di elenchi di chi può parlare e chi deve tacere. Ma il punto è che non possono. Non ancora, almeno. Non avendo né i mezzi né la forza per costruire un autoritarismo vero, si accontentano di parodiarlo: conferenze stampa senza domande, cronisti trattati da nemici, giornali bollati come “di sinistra” solo se osano dubitare delle magnifiche sorti di questa maggioranza. Ma è un autoritarismo da talk show, più pittoresco che pericoloso. Parafrasando Flaiano, non bisognerebbe mai dimenticarsi che da noi rivoluzioni e colpi di Stato sono impossibili perché ci conosciamo tutti. 

Se l’autoritarismo da talk show diventa la comfort zone della Sinistra
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La denuncite della Sinistra italiana

Il guaio è che la Sinistra, anziché smontare questo teatrino, irriderne la pochezza di cultura che lo alimenta, ci si adatta perfettamente. Trasforma ogni eccesso verbale in una prova di regime, ogni scivolone ministeriale in un attacco alla libertà di stampa. È la sua comfort zone: non serve proporre nulla, basta denunciare tutto. La deriva autoritaria come alibi dietro cui nascondere la propria inconsistenza.

La vera deriva si consuma negli Usa

Nel frattempo, la vera deriva si consuma altrove, negli Stati Uniti che della democrazia sono stati una culla, la polarizzazione è diventata un’arte e la libertà di espressione un campo minato. Lì sabato scorso milioni di persone sono scese in piazza contro la tentazione di Donald Trump di trasformarsi in monarca assoluto, nel segno di una restaurazione rabbiosa: la rivincita di chi ha vissuto con rancore gli anni del politicamente corretto e ora vuole farla pagare a chi se n’era fatto interprete. È una vendetta piena di risentimento e potere. Una guerra civile senza fucili ma con microfoni, giornali e giornalisti messi all’indice, tribunali e algoritmi pronti a delegittimare. 

Schlein sogna la Resistenza, ma non trova il regime

In Italia, per fortuna o per pigrizia, siamo ancora alla messinscena. Meloni ha preso ad alzare la voce, ma più che per convinzione (il vasto consenso di cui gode le suggerisce di dormire sonni tranquilli) per non farsi scavalcare dai “vannaccismi” che allignano nella sua coalizione. Schlein sogna la Resistenza, ma non trova il regime. Entrambe recitano il copione di una feroce contrapposizione tra le parti, dove l’unica cosa davvero in pericolo è la serietà del dibattito costretto da un appuntamento elettorale al mese ad alzare i toni per trasformarsi in propaganda. 

Se l’autoritarismo da talk show diventa la comfort zone della Sinistra
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Siamo alla democrazia da palinsesto

Una democrazia da palinsesto, dove il pluralismo si misura in share e i sondaggi sostituiscono la Costituzione. E forse a ben guardare è questo il vero rischio che corre la democrazia: non l’autoritarismo di chi vuole sopprimerla, ma la commedia che va quotidianamente in scena per elemosinare 30 secondi di visibilità. Non sarà insomma un regime a toglierci la libertà, ma il rumore di fondo che la rende indistinguibile dal resto dello spettacolo. 

La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora

A Roma, nella sede del Cnel, mausoleo della burocrazia dove l’economia va a morire e il lavoro a farsi imbalsamare, si è celebrato l’anniversario della strage del 7 ottobre con un convegno dal titolo altisonante: “La storia stravolta e il futuro da costruire”. Sul palco, un trio da commedia dell’assurdo: Renato Brunetta in versione anfitrione, la ministra della Famiglia Eugenia Roccella in modalità “gita scolastica” (ma solo se il pullman non fa tappa ad Auschwitz) e, soprattutto, Incoronata Boccia, direttrice dell’Ufficio stampa Rai, che della prudenza ha fatto un peccato mortale.

La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora

Boccia aveva definito l’aborto «un omicidio» quando era al Tg1

Già famosa per aver definito l’aborto «un omicidio» quando era al Tg1 – un’uscita che aveva lasciato di stucco perfino i conduttori più schierati – Boccia ha rilanciato: «Non esiste una sola prova che l’esercito israeliano abbia mitragliato civili inermi. Vergogna per il suicidio del giornalismo. Ad Hamas dovrebbero dare l’Oscar per la miglior regia». Una dichiarazione così equilibrata che, al confronto, i titoli di Libero sembrano tratti da Famiglia Cristiana.

Il paradosso è servito: Brunetta, ex ministro e attuale guardiano del Cnel, organizza un dibattito sul Medio Oriente. È come se il ministero dell’Agricoltura promuovesse un simposio sulla meccanica quantistica. Forse l’idea era ricordare agli italiani che il Cnel esiste ancora, anche se solo come sfondo ideale per le conferenze più improbabili del Paese.

A questo punto tanto vale ribattezzarlo “Ufficio opinioni personali”

Ma il vero cortocircuito è altrove: nella Rai. Perché se la direttrice dell’Ufficio stampa del servizio pubblico, che dovrebbe incarnare equilibrio, misura e istituzionalità, si lancia in un comizio da talk show sovranista, allora il problema non è più di linea editoriale, ma di identità aziendale. A questo punto tanto vale ribattezzarlo “Ufficio opinioni personali”.

Il protagonismo dilaga e la Rai si trasforma in un’arena di smisurate vanità

Certo, c’è chi invocherà la libertà d’espressione. Ma la differenza tra libertà e irresponsabilità è la stessa che separa il Cnel dalla sua missione originaria: siderale. Così, mentre un imbarazzato Brunetta ascolta Roccella sostenere che i viaggi ad Auschwitz non devono essere «gite antifasciste», in Rai si registrano smottamenti degni di un sismografo: la neutralità evapora, il protagonismo dilaga e il servizio pubblico si trasforma in un’arena di smisurate vanità.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani

Il governo Meloni somiglia sempre più a un condominio rumoroso: si litiga sul pianerottolo, ci si scambiano accuse dalla tromba delle scale, ma davanti ai giornalisti si finge armonia, con il sorriso forzato dei coinquilini che condividono poco, se non l’ambizione a primeggiare.

Il pretesto Salis giusto per riaccendere le ostilità

L’ultimo pretesto, l’immunità parlamentare confermata per un voto dal parlamento europeo a Ilaria Salis, è servito giusto a riaccendere le ostilità. Matteo Salvini, che punta il dito sul Partito popolare i cui franchi tiratori avrebbero salvato l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha rispolverato il repertorio classico: indignazione, invettiva, patriottismo a voce alta. «Vergogna! Si protegge chi odia le nostre forze dell’ordine!», ha tuonato con l’enfasi di chi ormai comunica solo in MAIUSCOLO.

Antonio Tajani, da ex presidente dell’Europarlamento, ha risposto con l’aplomb del diplomatico in servizio permanente effettivo: «Le calunnie e gli insulti non li accettiamo. Nessuno tradisce, nessuno fa giochi strani». Traduzione: quando la misura è colma, anche i moderati alzano i toni.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, e il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini (foto Ansa).

Ma Salis, in questa storia, è solo una comparsa. Il vero film è Salvini contro Tajani, un duello tra un megafono e un microfono, una serie infinita dove non si contano più le puntate. La Lega, che ristagna nei sondaggi, ha costantemente bisogno di rumore. Forza Italia, rimasta orfana del Cavaliere, di rispettabilità.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis festeggia dopo il voto dell’Europarlamento sull’immunità (foto Imagoeconomica).
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (foto Ansa).

Vannacci sta scavalcando Salvini insidiandogli la base

Senza Silvio Berlusconi, Forza Italia è un partito che vive di nostalgie e moderazione dichiarata. Tajani fa il tutore, ma ogni volta che parla di “centro” deve aggiungere che non è una parolaccia. Il Carroccio, invece, è prigioniero della propria metamorfosi: da partito del Nord produttivo a sguaiata tribuna del risentimento nazionale. Salvini lo sa, ma non può tornare indietro. Roberto Vannacci col suo frenetico movimentismo lo scavalca insidiandogli la base, e rinunciare alla maschera significherebbe ammettere il fallimento del personaggio.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani

La maggioranza parla ormai il linguaggio rissoso di una chat condominiale

Così il voto sull’immunità diventa una metafora perfetta del rapporto tra i due vice di Giorgia. Entrambi si ergono a difensori dei loro principi fondanti: la legge, la Patria, l’ordine; ma in realtà difendono solo la propria ombra.
E la maggioranza parla ormai il linguaggio rissoso di una chat condominiale, mentre la politica vera resta sospesa tra l’urlo e il sussurro, come un ascensore bloccato tra due piani. È il solito teatrino del potere: stesse voci, stesso copione, stesso rumore di fondo che come nasce così si disperde nel nulla. Alla fine, l’unica immunità che davvero funziona è quella contro la realtà. Chi governa vive in quarantena permanente, protetto dal vaccino dell’autocompiacimento e dalla estrema debolezza di chi vorrebbe incarnarne l’alternativa.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso

C’è un nuovo movimento migratorio in corso. No, non riguarda le rotte del Mediterraneo, ma quelle del parlamento e delle amministrazioni locali. Le cronache del Corriere della Sera ci informano che un nugolo di Noi Moderati, la creatura politica di Maurizio Lupi, già fragile all’anagrafe, ha deciso di spiccare il volo verso Forza Italia. Un ritorno alla casa madre, direbbero i più indulgenti. Una diserzione con tanto di trolley blu elettrico, commenterebbero i più sinceri.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

Osservato da vicino, il fenomeno ricorda certe colonie di farfalle che, quando la stagione cambia, si spostano in cerca di un clima più mite. In questo caso, la stagione che avanza è elettorale, e il clima più mite è quello azzurro: sempre temperato, mai estremo, protetto dal simbolo di Silvio Berlusconi come da un sole che non tramonta mai.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Antonio Tajani con alle spalle una gigantografia di Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

“Noi Moderati”: come se Tajani fosse invece campione d’estremismo

Lupi tenta di spiegare la diaspora con la serenità del capo scout che vede i suoi ragazzi scegliere un altro campo estivo. Il problema è che di campo in campo, fuori da Forza Italia la tenda del centro moderato si sta sfilacciando come un vecchio telone da parrocchia. La verità è che in un’epoca in cui i partiti per sopravvivere devono accentuare la loro natura identitaria, Noi Moderati non ha senso. È un’espressione verbale sospesa, mai coniugata al futuro. Il nome stesso pare un esercizio di understatement politico: “Noi Moderati”, ossia: non esageriamo, non disturbiamo, non contiamo troppo. Come se Antonio Tajani e i suoi fossero invece campioni d’estremismo. Una postura perfetta per il parlamento dei silenzi, ma letale quando si tratta di sopravvivere alla giungla elettorale. Un mero ticket per portare a casa un selfie nei comizi con gli altri leader della maggioranza i cui voti pesano e si contano.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Da sinistra Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).
Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Maurizio Lupi e Angelino Alfano ai tempi di Alternativa popolare (foto Imagoeconomica).

Chi resta è pronto ad andarsene: occhio a Carfagna e Gelmini

Non stupisce quindi che gli esemplari più agili abbiano già spiccato il salto evolutivo. E chi resta è pronto a farlo. Come Mara Carfagna, che negli anni ha affinato la tecnica del volo trasversale. O Mariastella Gelmini, che ha perfezionato l’arte dell’atterraggio morbido, con tanto di dichiarazione programmatica sulla “responsabilità”, paracadute semantico che si apre sempre in tempo per evitare i capitomboli più duri.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
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Un luogo che tutti dicono di cercare, ma che nessuno riesce ad abitare

Lupi, intanto, resta sul ciglio del sentiero con la lanterna del moderatismo accesa. Ma la fiamma vacilla. Perché il centro, in Italia, è un luogo che tutti dicono di cercare ma che nessuno – vedi il duello infinito tra Matteo Renzi e Carlo Calenda (il primo oggi che ci riprova nella versione Casa riformista) – riesce davvero ad abitare. È come un agriturismo fuori stagione: rassicurante, silenzioso, ma sempre con poche prenotazioni.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Carlo Calenda con Matteo Renzi (foto Ansa).

Resta solo una domanda: chi rimarrà a custodire il centrino del centro?

Un entomologo, guardando diaspore e migrazioni, prenderebbe appunti con curiosità e un filo di tenerezza. Poi annoterebbe sospirando sul suo taccuino: «Specie in declino. Non aggressiva. Inoffensiva. Destinata a sparire tra una legislatura e l’altra». E così, mentre i più scafati si muovono verso lidi più sicuri, resta solo una domanda: chi rimarrà a custodire il centrino del centro? Forse un usciere distratto, incaricato di spegnere la luce. Mentre gli abitanti del palazzo stanno prendendo alla chetichella il largo, con indosso il salvagente azzurro di Forza Italia e lo sguardo fisso al prossimo giro di poltrone.